CAPITOLO XV. Le Terme.

Etimologia — Thermæ, Balineæ, Balineum, Lavatrina — Uso antico de’ Bagni — Ragioni — Abuso — Bagni pensili — Balineæ più famose — Ricchezze profuse ne’ bagni publici. Estensione delle terme — Edificj contenuti in esse — Terme estive e jemali — Aperte anche di notte — Terme principali — Opere d’arte rinvenute in esse — Terme di Caracalla. Seguon le terme di Caracalla — Ninfei — Serbatoi e Acquedotti — Agrippa edile — Inservienti alle acque — Publici e privati — Terme in Pompei — Terme di M. Crasso Frugio — Terme publiche e private — Bagni rustici — Terme Stabiane — Palestra e Ginnasio. Ginnasio in Pompei — Bagno degli uomini — Destrietarium — L’Imperatore Adriano nel bagno de’ poveri — Bagni delle donne — Balineum di M. Arrio Diomede — Fontane pubbliche e private — Provenienza delle acque — Il Sarno e altre acque — Distribuzione per la città — Acquedotti.

Tra gli edifizi antichi che meglio attestino della grandezza e sontuosità romana e del costume, non nella sola capitale dell’orbe, ma dovunque le aquile latine ebbero a stendere il volo delle proprie conquiste, sono, a non dubitarne, le Terme.

Terme ebbe pure, e come no? Pompei; e gli avanzi che più innanzi esamineremo, ci varranno di conferma di quello che storicamente sto per dire intorno a tale argomento.

La parola dedussero i Latini dal greco vocabolo θέρμας, che letteralmente significherebbe sorgenti calde; quindi bagni d’acqua calda; fosse pur essa così prodotta dalla speciale qualità e natura del luogo, o fosse l’effetto di semplice calore artificiale. Terme vollero dire ben presto l’edifizio intero destinato appunto al servizio di bagni d’ogni genere, caldi o freddi, a vapore o ad acqua.

Sotto questo aspetto generico, il vocabolo, come facilmente si vede, ha un significato equivalente alle parole Balineæ e Balneæ; ma queste, per istabilirne il divario dalle Thermæ, riferisconsi piuttosto all’antica maniera di costruire e disporre uno stabilimento balneario; mentre dopo l’età d’Augusto, come osserva il Rich[179], quando i Romani ebbero volto il pensiero alle arti di pace, ed erogato ad abbellire la città capitale una parte di quelle ricchezze che provenivano dai tributi de’ loro estesi dominj, il nome Thermæ venne più particolarmente appropriato a quei magnifici stabilimenti modellati sulla pianta d’un ginnasio greco, ma costruiti anche in più splendide proporzioni e più vasti. Così avverrà di rinvenire negli scrittori usati i vocaboli Balineum e Balneum e questi per esprimere un bagno privato od una serie di stanze per bagni appartenenti a casa privata.

Nelle Balineæ eravi d’ordinario doppio appartamento per uomini e donne, vedendosi le eguali parti architettoniche di un lato egualmente riprodotte dall’altro: non così nel Balineum, del quale toccherò più d’una volta avanti, ricordando principalmente quello che fu riconosciuto in Pompei nella villa suburbana di Arrio Diomede. Solo avvertirò qui che più anticamente, a designare un bagno privato, venisse usata la parola lavatrina, da cui, nota Varrone, si fe’ per sincope la voce latrina, e poi si usò promiscuamente latrina per lavatrina, accordato poi nome di latrina tassativamente a quel luogo della casa ove confluiscono le immondizie di essa[180].

Nell’antichità più rimota ritrovasi adottato l’uso de’ bagni sì di acqua fredda, che di calda. Di questi ultimi quasi sempre parla Omero ne’ suoi poemi; dei primi fa pur cenno. Quando nell’Iliade fa che Diomede ed Ulisse sull’alba e di primavera si lavino nel mare per refrigerio di quella loro notturna impresa; e nell’Odissea quando rappresenta le donzelle, che accompagnavano la real fanciulla Nausica a lavarsi per diletto nel fiume. Ettore, ancor nell’Iliade, tramortito dal masso lanciatogli al petto da Ajace venne fatto rinvenire colle acque dello Xanto.

L’esercizio e il diletto de’ bagni entrarono perfino ne’ riti delle pagane religioni: perocchè queste di sovente consacrarono col loro sacro e venerato suggello quelle pratiche che la politica e l’igiene consigliavano a’ popoli, onde e in Egitto e in Grecia, e in Roma e presso le più barbare nazioni si introdussero nelle religiose cerimonie lustrazioni e purificazioni frequenti e si narri da Teofrasto che un cotale dominato da superstizione, mai non sapesse passeggiare la città che transitando avanti le publiche fontane non vi avesse a tuffare e lavare la testa.

Euripide, che i bagni di mare avevan guarito da pericolosa infermità volle forse alludere ad essi quando disse:

Lava il mar tutti quanti i mali umani.

L’uso dei bagni in Italia fu frequentissimo in allora, assai e assai più che di presente. Servio, lo scoliaste di Virgilio, commentandone un passo coll’autorità di Catone e di Varrone ci fa sapere che gli Stati primitivi portavano i loro pargoli a’ fiumi e col ghiaccio e coll’acqua rendevano i loro corpi più duri e più sofferenti, ciò che narrasi avere pur fatto gli Spartani, i Germani ed i Celti. Ma del non essere rimasta dopo l’impero di Roma, la consuetudine dei bagni, così frequente ed eccessiva in Italia, non se ne vuole, come fa il francese Bréton, ligio in questo al mal vezzo del suo paese, di buttarsi in ogni occasione a detrarci, inferire contro noi, che scostandoci dalle consuetudini de’ nostri padri, siam portati a bagnarci ben più raramente che non gli abitanti delle contrade del Nord. Io non reputo vera l’accusa. Non saprei indicare qui esattamente tutte le stazioni termali della Penisola, sia per cure idropatiche, che di puro convegno estivo. Forse tra noi non hanno esse tanta nominanza quanto le terme di Baden, di Spa, di Omburgo, di Aix, di Plombières e va dicendo, per ciò solo che meno immorali, noi non vantiamo ai bagni nostri di Acqui, d’Abano, di Montecatini, di Genova, di Livorno, di Venezia, di Rimini, di Salsomaggiore, di Recoaro e dei cento altri luoghi in ogni parte d’Italia, che salutari guarigioni e non rovine di sostanze giuocate sui scellerati tapis verts.

In quanto ai tempi di Roma antica, trovandosi essa sotto clima meridionale, dove la traspirazione è abbondante nella estiva stagione, e siccome non si avesse ancora l’uso delle biancherie, ossia de’ pannilini, nelle vestimenta, — la cui introduzione avvenuta forse intorno al secolo sesto, secondo il Manni[181] e il Ferrari e il Mercuriale da lui citati, credono essere stata cagione della diminuzione della pratica quotidiana dei bagni, ridotta quasi al solo uso della medicina[182] — è certo che dovendo vestire immediatamente presso la pelle la lana e aver soli sandali ai piedi, il sudore e la polvere dovessero esigere giornaliere abluzioni e persuadere così il generale e ripetuto uso de’ bagni.

Era questo una misura igienica. Ne’ primi tempi anzi la salute solo e la decenza lo consigliavano e reclamavano: l’idea del lusso o della mollezza non c’entrava ancor punto. L’uso era di bagnarsi tutti i nove giorni, all’epoca cioè del mercato, che seguiva appunto con questi intervalli, come già ne tenni parola, trattando del Foro Nundinario.

Dapprima i bagni pubblici non furono che edifizj massicci, rischiarati piuttosto da fessure che da finestre, divisi in tre comparti, o camere, la caldaria, la tepidaria e la frigida; nomi che indicano da sè stessi la loro speciale destinazione. Consistevano del resto allora semplicemente in ampie vasche in cui poteva ognuno entrare per lavarsi e nuotare, usanza tolta a prestito agli Spartani; ma, ai tempi di Pompeo, si eressero luoghi più adatti; quantunque, come già dissi, la ricercatezza e splendidezza, perfino eccessive, delle Terme, non si noti che più tardi, cioè sotto di Augusto e de’ suoi voluttuosi successori.

Per consueto si faceva uso dei bagni prima della cena ed anche dopo i passeggi, le esercitazioni ginnastiche e il lavoro; il più spesso per ragion di bisogno, non rado tuttavia per ragione di semplice diletto. Si giunse a un tempo perfino di eccesso nell’uso di essi; perocchè si legga che Commodo otto volte il dì si lavasse; Gordiano il giovane e Remnio grammatico sette volte, e i fannulloni passassero nelle terme la più gran parte del giorno e della notte; nè ciò si verificasse soltanto de’ più potenti e ricchi, ma de’ privati ben anco, ivi allettati viemmeglio dal concorso delle cortigiane; e Plinio perfino rammentò di schiavi, che vi profondevano ricchezze, quale era il gitto di preziosi unguenti, di cui pavimenti e pareti rimanevano imbevute.

Seneca — e ciò valga a dimostrare la sontuosità di codesti publici convegni — in bagni plebei trovò fistole, o condotti di acque, lavorate in argento, e in quelli di gente libertina vide con giustissima indegnazione profuse perfin le gemme.

Valerio Massimo e Macrobio attestano che un Sergio Orata avesse immaginato, a maggiore studio di voluttà, dei bagni pensili.

Così dagli scrittori citansi in Roma le Balineæ Palatinæ, poste cioè sul clivo Palatino; quelle di Mecenate, quelle di Nerone, di Agrippina nel colle Viminale; di Stefano, ricordate da Marziale nel lib. XI de’ suoi epigrammi, in quello indiritto a Giulio Cereale:

Octavum poteris servare, lavabimur una;

Scis quum sint Stephani balnea juncta mihi[183];

di Novato pur sul Viminale; di Olimpiade; di Paolo; di Policleto e di Claudio Etrusco, di cui parla Stazio nel lib. I delle Selve, facendone l’entusiastica descrizione, e Marziale suddetto nel sesto degli Epigrammi.

Il qual ultimo poeta fa menzione dei bagni pure di Tucca, di Fausto, di Fortunato, di Grillo, di Lupo, di Pontico, di Severo, di Peto e di Tigellino. Del resto è impossibile tener conto di tutti i pubblici bagni di Roma, se già dal tempo d’Augusto se ne noverassero sin ottocentocinquantasei, e sotto Antonino, nelle terme da lui costrutte, vi fossero milaseicento sedili di marmo o di porfido e vi si potessero riunire fin tremila bagnanti, e tremila e duecento in quelle di Diocleziano. Il solo Agrippa aprì centosettanta bagni pubblici e volle fossero gratuiti; oltre che ogni benestante, appena l’avesse potuto, accostumò aver nella propria casa il proprio bagno particolare.

Con quanta profusione di ricchezza si ornassero questi luoghi ho già detto e la fantasia appena può immaginarlo. Plinio lasciò ricordato che nei bagni degli imperatori sul monte Palatino vi fossero vasche e mobili d’argento nelle sale destinate alle dame. Pitture, statue, bronzi, mosaici vi abbondavano, nè facea difetto in questi sontuosi edifizj di tutto quanto potesse solleticare i sensi e ricreare gli spiriti.

Per farsi ragione di quanto lusso essi fossero, non sia discaro recar alcuni versi del succitato Stazio, ne’ quali parla dei bagni, che ho pur più sopra mentovati, di Claudio Etrusco.

Non huc admissæ Thasos, aut undosa Charistos,

Mœret onyx longe quæriturque exclusus Ophites:

Sola nitet flavis Nomadum decisa metallis

Purpura, sola cavo Phrygia quam Synnados antro,

Ipse cruentavit maculis lucentibus Atys,

Quasque Tyros niveas secat, et Sydonia rupes.

Vix locus Eurotæ viridis, cum regula longo

Synnada distincta variat non lumina cessant,

Effulgent cameræ, vario fastigia vitro

In species animosque nitent. Stupet ipse beatas

Circumplexus opes, et parcius imperat ignis.

Multus ubique dies radiis ubi culmina totis

Perforat, atque alio sol improbus uritur æstu.

Nil ibi plebeium, nusquam Temesea notabis

Æra, sed argento felix propellitur unda

Argentoque cadit, labrisque nitentibus instat,

Delicias mirata suas et abire recusat[184].

Ma perchè non si creda che il Poeta vi abbia aggiunto del proprio, ascoltiamo Seneca, nel passo al quale ho superiormente fatto cenno, che sembra essersi incaricato di trasmetterci le notizie di tutti i raffinamenti del lusso spiegati nei bagni, istituendo un paragone fra il presente e il passato con viva ed energica pittura e non dissimulando l’aspirazion sua verso l’antica semplicità.

È la vista della villa di Scipione a Literno che gli detta le seguenti considerazioni. «Io vidi, scrive egli, il bagno piccolo, oscuro e tenebroso, secondo il costume de’ nostri maggiori: credevano essi necessario per aver caldo, che non ci si vedesse molto. Fu gran piacere per me di mettere a raffaccio i costumi di Scipione coi nostri. È in questo tetro asilo che quell’eroe, il terror di Cartagine, lavava il proprio corpo, stanco dalle fatiche della campagna. Oggi chi consentirebbe a bagnarsi così? Si crederebbe versare nell’indigenza, se le pietre preziose, regolate da abile scalpello, non risplendessero da tutte parti sui muri; se i marmi d’Alessandria non fossero interamente incrostati di marmi numidi, se la volta non fosse di vetro, se le piscine non recinte da marmo di Taso, meraviglia codesta riservata un tempo appena a qualche tempio privilegiato, se l’acqua non iscendesse da canne d’argento. E io non parlo finora che di bagni plebei; ma che sarà se passiamo in quelli de’ liberti? quante statue, quante colonne che sostenevano nulla, ma vi son collocate solo per ornamento dell’edifizio! Tale è oggidì la nostra delicatezza, che noi non permettiamo a’ nostri piedi che di calpestar pietre preziose. Nei bagni di Scipione non trovansi che piccole fessure per finestre: oggi invece si dice d’un bagno: è un antro, se non è disposto in guisa di accogliere a mezzo di immense finestre il sole durante tutta la giornata, se dalla vasca non si scorgono le campagne ed il mare. In addietro si contava picciol numero di bagni, ed essi erano assai poco ornati: perchè, infatti, spiegare della magnificenza in edificj in cui s’entrava col pagamento d’un quadrante e che erano destinati all’utilità piuttosto che al piacere? L’acqua non vi cadeva già a cascate e non si rinovellava senza interruzione: quanto non si troverebbe grossolano di non aver introdotto la luce nel suo caldarium a mezzo di larghe pietre speculari e di non essersi proposto di digerire nel bagno! Oh lo Sciagurato! ei non sapeva vivere! Non si bagnava già in un’acqua limpida e calma, ma torbida il più spesso e limacciosa! ma poco a lui ciò caleva; perocchè egli colà traesse a lavare i suoi sudori, non i proprj profumi. Che direste voi dunque se sapeste com’ei non si bagnasse già tutti i giorni, non più de’ suoi contemporanei? Oh gli uomini sucidi, direste voi! — ma lo si è diventati di più da che i bagni si sono moltiplicati. Che mai dice Orazio per dipingere un uomo screditato dagli eccessi del suo lusso? Ch’ei pute di profumi. Scipione putiva di guerra, di fatica, di eroe. Scegliete fra Rufillo e Scipione.»

Ma se così erano i bagni pubblici e privati, faccia ragione il lettore che dovessero essere le terme, se a’ bagni fu sempre assegnato un significato più semplice e più modesto, e alle terme si applicò per contrario quello d’una magnificenza maggiore e d’una più grande estensione.

Le rovine che tuttavia sussistono gigantesche fanno fede di ciò e giustificano la sentenza d’Ammiano: Lavacra in modum provinciarum exstructa, quasi le terme emulassero in vastità, non che le città, le intere regioni. Infatti si vuole che le terme di Settimio Severo occupassero uno spazio di centomila piedi quadrati.

Ma come, dirà naturalmente il lettore, poteva il solo corpo delle terme occupar tanto spazio? Nelle terme, oltre le piscine, o gran vasche per nuotare allo scoperto e i battisterii pei bagni freddi a immersione, eranvi celle pei bagni particolari, portici e xisti, specie di giardini alberati, per le passeggiate, sferisterii o sale per giuocare alla palla, conisterii o stanze co’ pavimenti di sabbia onde stropicciare i corpi unti dei pugili, teatri per rappresentazioni drammatiche, circhi per ludi gladiatorj, esedre per conferenze filosofiche e letture di poemi, palazzi e templi, biblioteche ed efebei, o luoghi destinati alla educazione della gioventù, e tali e tanti altri edificj che agli imperiti venne poscia autorità di chiamar col nome di terme i più cospicui monumenti che rimangono dell’antico.

Si fecero terme estive e terme jemali, che Gordiano insegnava erigere nella medesima località; ma prevenuto da morte, non potè recare ad effetto. Aureliano le fabbricò poi in Trastevere ed aperte prima tutte soltanto di giorno, poscia si resero accessibili anche di notte.

Ecco ora, secondo l’ordine di loro anzianità, le più celebrate terme di Roma:

Prima quelle di Agrippa, che Plinio, alla cui Storia Naturale son costretto sempre a ricorrere, chiamò fra i precipui ornamenti della città: ebbero archi e pavimenti di vetro e le migliori commodità.

Seguon quelle di Nerone, delle quali Marziale, nell’epigramma 34 del lib. VII, disse il maggior elogio, come del loro signore rese la più trista testimonianza:

Quid Nerone pejus?

Quid thermis melius Neronianis?[185]

quelle di Tito, alle quali accenna il medesimo Marziale nell’epigramma 20 del lib. III:

Titi ne thermis an lavatur Agrippæ?

An impudici balneo Tigellini?[186]

quelle di Domiziano, quelle di Trajano, quelle di Severo e quelle di Antonino, di tanta mole codeste ultime ed artificio che, se vuolsi aggiustar fede a Sparziano, eziandio dotti architetti negassero prima potersi di tal modo costrurre.

Vengono altresì le terme dette Siriache; le terme di Alessandro; quelle di Gordiano sontuosissime; di Filippo, di Decio, di Aureliano e di Diocleziano. Queste occuparono buona parte del Viminale, e dalle loro imponenti rovine si argomentarono e i fornici altissimi e le ammirabili colonne e tutta la imponenza degli altri edificj.

Finalmente si rammentano le terme di Costantino nel Quirinale, un fornice delle quali ascendendo Giorgio Fabricio, vi giunse ad annoverare quasi cento gradini[187].

Come poi fossero, per così dire, divenute obbligatorie le splendidezze ed il lusso maggiori in cosiffatti stabilimenti, ce lo ha già appreso quel passo di Seneca, che ho superiormente riferito.

Or si comprende adunque come tanta parte degli antichi capolavori dell’arte greca pervenuti infino a noi e che formano i principali ornamenti e vanti dei nostri musei e gallerie, si avessero a ritrovare nelle terme. Il gruppo del Laocoonte si rinvenne in quelle di Tito; l’Ercole e il Toro Farnese, il Torso di Belvedere, la Flora Farnese, i due Gladiatori e il gruppo di Dirce legata da Zeto e Anfione ad un toro selvaggio, si scoprirono nelle Antoniniane, dette altrimenti di Caracalla, opere tutte che si conservano nel Museo Nazionale di Napoli. Si comprende eziandio come avesse potuto Michelangelo una sola stanza delle Terme Diocleziane, tramutar nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli la più grande in Roma, dopo quella di S. Pietro.

Delle terme Antoniniane o di Caracalla, l’architetto Pardini sui ruderi esistenti ne ricostruì il disegno primitivo, onde è dato di ricordarne le parti alla maggiore intelligenza di tali stabilimenti, ed io lo farò, ajutandomi con quanto ne ha pur fatto il De Rich: perocchè suppergiù sieno le altre terme egualmente conformate[188].

Una colonnata corre lungo tutta la facciata e fronteggia la strada: sarebbe stata annessa alla fabbrica primitiva sotto Eliogabalo in parte e compiuta sotto Alessandro Severo. Dietro tale colonnata evvi una fila di celle con un apoditerio o spogliatojo annesso a ciascuna per uso delle persone che non amavano di bagnarsi in pubblico. Nel mezzo della fronte s’apre l’ingresso. Tre corridoi semplici intorno al corpo centrale dell’edifizio, con un doppio corridoio dal lato ovest, ristaurati dal detto Pardini secondo il modello del ginnasio d’Efeso benchè non ne rimanga ora veruno; pur senza di essi vi sarebbe stato manifestamente un vuoto che conveniva riempire. Da ambo i lati della generale costruzione stanno le exedræ, ove sedevano e conversavano insieme filosofi e letterati, costruite con un abside semicircolare che dal lato sinistro tuttavia si conserva e intorno alla quale erano disposti i sedili. Nel mezzo di tale abside vi sono i corridoi conformi alli xisti greci, con terreni per esercizj sul davanti e che avevano alle due estremità una stanza separata, che serviva probabilmente a qualcuno degli esercizj o giuochi di provenienza greca. Fra questi xisti, dall’uno all’altro vi erano praticati passeggi scoperti (hypetræ ambulationes) piantati d’alberi e arbusti e con ispazj vuoti nel mezzo per gli esercizj del corpo. Nella parte postica dello stabilimento è delineato lo stadio, con sedili all’intorno, dove gli spettatori prendevano diletto alla corsa e agli altri esercizj, che vi si facevano; quindi anche il nome di theatridion. Le costruzioni dietro lo stadio contengono serbatoi di acqua e fornelli al di sotto, che riscaldavano l’acqua pei bagni fino ad una certa temperatura, prima che fosse travasata da tubi nelle caldaje immediatamente contigue alle stanze dei bagni. Quanto alle altre stanze situate in questa estremità dell’edifizio non saprebbesi determinarne in modo autentico l’uso speciale, dove non servissero all’uso della ginnastica, essendo appunto prossime ai posti o terreni destinati alla medesima.

Il corpo centrale del fabbricato conteneva le stanze del bagno, alcune delle quali serbano tuttavia qualche traccia della loro destinazione così da potersene con fiducia assegnar l’uso ed il nome; quindi la natatio, ossia una gran vasca da potervi nuotare, fiancheggiata da ogni parte da una serie di stanze che servivano da apoditerj e da camere per gli schiavi, capsarii, che prendevano cura delle vestimenta deposte da coloro che si bagnavano; il caldarium con quattro bagni di acqua calda, alvei, ad ogni angolo, e un labrum, o gran vaso a fondo piatto per l’acqua, onde spruzzarsi il volto nell’altezza della temperatura, da ciascuno de’ due grandi lati. Le stanze che seguivano appresso contenevano il laconicum, o bagno a vapore, a cui probabilmente serviva la camera circolare, posta propriamente nel centro dell’edificio. Avanti di essa, ai lati pure, stavano cisterne d’acqua alimentate dai serbatoi posti all’estremità opposta. Due grandi spazj vicini ai corridoi laterali valevano di stanze coperte per passeggiarvi nel tempo cattivo e di sferisterii, o sale pel giuoco della palla, a cui si davano con molto ardore i Romani; quelle che si trovano più oltre, sotto un doppio portico erano due bagni freddi a immersione, baptisteria, con una stanza per ugnersi, elæothesium, e una camera fresca, frigidarium, egualmente da ciascun lato. Nel suo complesso la fabbrica occupa un’area d’un miglio di circonferenza, o 1851 metri. Il corpo centrale aveva inoltre un piano superiore, dove probabilmente dovevano essere biblioteche e gallerie di quadri.

Per ciò che spettano all’argomento delle Terme, non dimenticherò di dire ora una parola de’ Ninfei. Che si fossero veramente, è controverso ancora: due principali sono i significati che vi si assegnano. Il Monaco Zonara, che scrisse intorno agli Imperatori Greci, vorrebbe i Ninfei essere stati pubblici palazzi, nei quali si celebrassero nozze e che venissero aggiunti ai massimi palagi a seconda del bisogno: altri opinano invece che fossero luoghi pubblici di piacere, nei quali venissero bensì derivate le acque, ma non per terme e bagni, ma solo per ragione di amenità, traendo il nome dalle statue delle ninfe, di cui più sovente solevansi adornare. Ma non consta di meglio circa il loro uso, nè circa la loro forma, variando assai gli scrittori di cose antiche nel dir di tutto che spetta a cotali edificj; pare nondimeno non avessero a mancare d’una certa importanza, se gli stessi imperatori gli ebbero a edificare; onde Ammiano faccia menzione del Ninfeo di Marco come d’opera ambiziosa, Publio Vittore di quello di Alessandro, e Capitolino di quello di Gordiano, per non dire d’altri. Degli antichi ninfei non è superstite vestigio di sorta: solo il già citato Giorgio Fabrici, nella sua Roma, descrive liberamente un ninfeo nella villa Leucopetrea fra Napoli e il Vesuvio, ma non recano maggior luce nell’argomento.

L’opinione più generale è per la seconda ipotesi, che de’ ninfei fa un fresco ed aggradevole recesso, e come i sunnominati scrittori ne collocarono il tema nel dir delle terme; ho voluto pur io seguitarne l’esempio; avvalorato a questo dall’aver trovato nel Codice Teodosiano il titolo Quid in publicis thermis, quid in nympheis pro abundantia civium conveniat deputari, e nello stesso luogo aver letto: Malumus aquæductum nostri palatii publicarum thermarum ac nympheorum commoditatibus inservire[189], i quali testi, terme e ninfei confondono in un solo interesse. Vi pone suggello l’antica iscrizione scolpita sul margine di un fonte:

NYMPHÆ LOCI
BIBE LAVA TACE

Ora naturale discende dal fatto della esistenza, molteplicità e suntuosità di tutte queste istituzioni l’indagine del come e terme e bagni pubblici e privati e ninfei venissero provveduti convenientemente di acqua, molto più in quelle città, nelle quali si doveva, per la loro situazione, difettare.

Era tutta una scienza, che procaccerò di spogliare di sua rigidezza, per non dirne che storicamente di sua applicazione.

Roma per lungo tempo non ebbe altra acqua che quella del suo Tevere e di qualche sorgente nativa; ma accresciuta la città, e distanti di soverchio i suoi colli dal fiume, nell’anno 441 di sua fondazione, per opera di Appio Claudio Censore, quello stesso che istituì il sistema di eseguir le strade, viæ stratæ, avvisò al modo di condurvi l’acqua per tubi, canali e fornici laterizii. L’acqua Appia vi venne pel corso di circa undici miglia condotta. I bisogni pel bevere, per i bagni, per le fulloniche, per le naumachie e pei circhi, consigliarono nuovi acquedotti; onde se ne contarono ben quattordici, e Publio Vittore ne numerò venti; così che quasi ogni casa potè derivarne a’ proprii usi con fistole e canali, e Plinio avesse a notare: Si quis diligentius æstimaverit aquarum abundantium in publico, balneis, piscinis, domibus, euripis, suburbanis villis, spatioque advenentium extructus arcus, montes perfossos, convalles æquatas, fatebitur, nihil magis mirandum fuisse in toto Orbe terrarum[190].

E destano infatti tuttavia la maraviglia nostra quegli avanzi degli arditi acquedotti romani costituiti da più ordini d’archi l’uno all’altro sovrapposti, contribuendo nella loro magnificenza a mantener l’antonomasia d’opera romana allorchè si voglia significare un’opera gigante, maravigliosa, per non dir quasi impossibile. Questi superbi acquedotti trasportavano perfino tre separati corpi di acque in tre canali uno sovra dell’altro.

Nè Roma soltanto intese alla costruzione degli acquedotti, ma nella più parte delle colonie e nelle maggiori castella eziandio; tanto la commodità si era venuta ingenerando come una vera necessità. Chi volesse poi conoscerne di più e saperne tutte le minute particolarità, consulti l’opera di Sesto Giulio Frontino De aquæductibus urbis Romæ Commentarius; e per informarsi delle opere nelle colonie, vegga la dotta memoria del conte Giovanni Gozzadini Intorno all’acquedotto ed alle terme di Bologna. Più innanzi dirò del come le Terme e le fontane publiche e le case si provvedessero d’acqua in Pompei.

Non va per altro taciuto, onde assolvere possibilmente questo subbietto, degli immensi e dispendiosi serbatoi e laghi che per gli acquedotti si vennero facendo. Plinio summentovato ne fa stupire allor che memora: Agrippæ in ædilitate sua, adjecta Virgine aqua, cæteris corvisatis atque emendatis lacus 700 fecit, præterea salientes 105, castella 130; complura etiam cultu magnifica. Operibus in signa 300 ænea aut marmorea imposuit, columnas ex marmore 400: eaque omnia annuo spatio[191].

Occorre poi a conoscere l’importanza che all’acqua ed acquedotti aggiungevasi da’ Romani, riferire da Frontino suddetto quanto venisse provveduto alla loro custodia.

Due classi o famiglie d’inservienti vi erano preposte: l’una del pubblico, l’altra di Cesare. Più antica la prima, che fu da Agrippa legata ad Augusto e da questi attribuita al pubblico e pagata dall’erario, componevasi di circa 240 persone: il novero della famiglia di Cesare era di 460 e questa stabilita fin da’ primordj in cui si guidò l’acqua in Roma da Appio Claudio. L’una e l’altra famiglia impiegavasi in varia specie d’amministrazione: v’erano i villici, (villici), i ministri de’ castelli (castellarii), i riportatori (circuitores), i selciatori (silicarii), gli incrostatori (tectores) ed altri artefici (opifices). Su tutti costoro era il soprintendente (Curator); e lo stesso Frontino fu alla sua volta, sotto di Nerva, Curatore alle acque, onde ne potè scrivere con maggiore cognizione di causa. E questi, dice egli, ideoque non solum scientia peritorum sed et proprio usu curator instructus esse debet, nec suæ tantum stationis architectis uti, sed plurium advocare non minus fidem, quam subtilitatem, ut æstimet, quæ repræsentanda, quæ differenda sint; et rursus quæ per redemptores effici debeant, quæ per domesticos artifices[192].

E ne fa sapere lo stesso Frontino che a codesti curatori delle acque furono dati anche ajutatori (adjutores), concedute insegne d’onore come a’ magistrati ed anzi intorno alla loro magistratura reso un decreto dal Senato, consoli essendo Quinto Elio Tuberone e Paolo Fabio Massimo, per il quale allorquando essi fossero, per cagione del loro ufficio, fuori di Roma, potessero aver seco due littori, tre servi del publico, un architetto, scrivani (scribæ) e copisti (librarii), sargenti (accensi) e banditori (præcones), tanti, quanti ne hanno per l’ordinario due deputati alla dispensa del grano alla plebe, e dentro Roma, quando per cagione del medesimo affare operassero qualche cosa, potessero valersi di tutti gli stessi ministri, eccetto che de’ littori.

Toccato fin qui d’ogni tema attinente le Terme, vediamone l’applicazione allo speciale soggetto nostro di Pompei.

Quivi Terme, quivi bagni pubblici e privati, quivi ninfei e fontane publiche ed aquedotti e comunque le proporzioni sieno di gran lunga inferiori a quelle degli eguali stabilimenti che ho ricordato di Roma, in ragione cioè della minore importanza, vastità e quantità di popolazione; pur nondimeno ogni parte serbando di esse e soddisfacendo ad ogni bisogno creato dalle costumanze termali, ponno essere di grande utilità nei loro interessanti avanzi, per la spiegazione di tutto che si riferisce all’argomento e quasi alla completa storia del medesimo.

Sulla scoperta delle Terme si contava indubbiamente fin dal primo momento che si pose la mano agli scavi. Era impossibile che altrimenti fosse. Una città dove era stata dedotta una colonia romana, dove necessariamente erano stati importati costumi e abitudini greche dai primi abitatori e da’ suoi abituali frequentatori, e costumanze romane dai nuovi arrivati, terme e bagni dovevano essere d’obbligo: dipendeva quindi unicamente di vedere in qual tempo si sarebbero trovate.

Fin dal primo marzo 1749, lo che è dire intorno al principio degli scavi pompejani, come ne fa sapere l’illustre Fiorelli, nella sua Pompejanarum Antiquitatem Historia[193], lungo la via dei Sepolcri, nella casa che si dice di Cicerone, della quale ho già nei capitoli della storia favellato, si rinvenne nella nicchia d’un’ara una lapide, su cui fu letta la seguente iscrizione:

THERMAE
M. CRASSI FRVGI
AQVA MARINA ET BALN.
AQVA DVLCI IANVARIVS L.[194]

Fu questo il primo cenno delle Terme, ma queste terme nondimeno di Marco Frugio sono ancora un desiderio, che sperasi appagheranno i futuri scavi.

Invece nel luglio 1824, nella vicinanza del Foro civile si fece la preziosa scoperta delle Terme publiche, nelle quali, se non si ammira la magnificenza delle arti e la profusione della ricchezza e del lusso, trovasi in ricambio una semplicità ed una squisita eleganza. Secondo l’idea che ne fornii più sopra, direbbonsi queste piuttosto Balineæ che Thermæ, molto più se si pon mente alla poca ampiezza dello stabilimento, motivata dall’essere nel punto centrale e più frequentato della città, e dove per conseguenza il terreno indubbiamente doveva essere più limitato e costare più caro.

Ad ogni modo merita che ne somministri ogni particolarità.

L’edifizio aveva sei ingressi dalla strada, di cui i due principali davano uno sulla via del Foro e l’altro nella Piazza detta delle Terme. Tre servivano per i bagnanti, due per gli schiavi e pel servizio dello stabilimento e l’ultimo per le donne. È notevole che nessuno di questi ingressi fosse in linea diretta: ciò toglieva che le correnti d’aria penetrassero troppo vivamente nel luogo de’ bagnanti e forse impediva eziandio l’indiscrezione de’ passanti per la via summentovata dove s’aprivano anche le porte minori.

Presso ciascuno dei due ingressi principali eravi una latrina. Subito dopo il primo v’era un cortile circondato da un colonnato su tre lati, che formava una specie di Atrium. Lungo un lato di esso stavano sedili di sasso, scholæ, per chi stava aspettando quelli che uscivano dal bagno.

Sulla parete meridionale si lesse dipinto l’annunzio di una gran festa data nell’Anfiteatro, nell’occasione che venivano inaugurate le terme, a spesa di Gneo Allejo Nigidio Majo.

MAIO
DEDICATIONE PRINCIPI COLONIAE
FELICITER
THERMARVM MVNERIS CN. ALLEI NIGIDI MAI
VENATIO ATHLETAE SPARSIONES VELA ERVNT[195]

Dietro di essi era una camera appartata, in cui forse stava, se pur non era in quelle due camere laterali dei principali ingressi, nelle quali altri supposero esistere latrine, il balneator, o direttore del bagno, che riceveva il pagamento d’un quadrante o quarto di asse, se eguale devesi ritenere la misura in Pompei a quella che si pagava in Roma per accedere a’ bagni, giusta quel che ne disse Orazio nella satira terza del libro primo:

. . . . dum tu quadrante lavatum

Rex ibis[196].

Presso la seconda porta principale eravi un corridoio che riusciva all’apodyterium, che sappiamo essere la camera da spogliarsi, come suona la parola d’origine greca ἀποδυτήριον, dal verbo ἀποδύομαι, spogliarsi, detta anche più latinamente spoliatorium e spoliarium. Questo apodyterium pompejano ha opportunamente molte porte, quante cioè son le camere destinate ai bagni caldi e freddi alle quali appunto esso introduceva. Eranvi pure disposti sedili in muratura per comodo de’ bagnanti. In fondo stava la guardaroba, o stanza di custodia del vestiario che si deponeva durante il bagno, e vegliavasi dai capsarii. Anche in Roma ognuno che traeva alle terme doveva spogliarsi nell’apodyterium ed entrar nudo nelle altre località; savia precauzione tendente ad ovviare alle sottrazioni delle ricchezze in fregi, pietre preziose, oggetti di toeletta e dalle cento altre bazzicature occorrenti a tutte le operazioni attinenti i bagni.

Di contro stava il frigidarium o bagno d’acqua fredda: gabinetto ovale assai grazioso, con vasca circolare rivestita di marmo, sul cui bordo è un gradino per entrarvi: dallato il tepidarium, o come esprime la parola, la camera ad ambiente tiepido, così mantenuto da un braciere, foculare, che vi si rinvenne di bronzo e valeva a graduare la temperatura dal caldo al freddo, quando si passava dal caldarium, o camera termale che fiancheggiava appunto il tepidarium, all’aria aperta.

Talvolta però il balneante dal caldarium non s’arrestava nel tepidarium, ma transitandolo rapidamente, lanciavasi nel baptisterium del frigidarium, perocchè si avesse fede che ciò valesse a rendere florida ed a fortificare la pelle, come lo attestano i versi di Sidonio Apollinare:

Intrate algentes post balnea torrida fluctus,

Ut solidet calidam frigida lympha cutem[198]:

è l’odierno sistema idropatico, principalmente nei bagni russi.

Nel tepidarium pompejano si trovarono pure tre sedili di bronzo su cui sedevano indubbiamente gli avventori quando usciti dalla camera del bagno caldo si sottoponevano alla operazione dei tractatores, che erano schiavi adetti ai bagni, il cui ufficio era di stropicciare il bagnante finchè non fosse ben asciutto, di ben raschiarne la traspirazione della pelle fatta più abbondante dal vapore e i corpi eterogenei, a mezzo dello strigile, arnese ricurvo di ferro o di bronzo, il cui filo rendevasi talvolta più dolce linendolo d’olio, e le buone fortune dei quali sono rammentate da Giovenale, nella satira VI. alla quale rimando il curioso lettore; perocchè la parola italiana è alquanto più della latina pudica, e mal si presterebbe alla lestezza dell’acre e spregiudicato poeta satirico. Eranvi poi gli aliptes che dopo ungevano con unguenti odorosi e profumavano; e le pareti del tepidarium hanno piccole cavità tutto all’intorno che dovevano essere altrettanti ripostigli e di quelli stromenti e di quelli unguenti ed aromi.

Su quei sedili si lesse la seguente iscrizione:

M. NIGIDIVS VACCVLA. P. S. (pecunia sua)[199].

Nella camera termale o caldarium era da una parte il bagno d’acqua calda detto alveus e dall’altra il laconicum, o alcova semicircolare, riscaldata da una fornace e da tubi, hypocausis, sotto il pavimento e attraverso le pareti praticate espressamente vuote. Fu detto laconicum, perchè l’uso ne fu dapprima introdotto fra i Lacedemoni, e nel pompejano di cui parlo stava in mezzo il labrum, di cui spiegai lo scopo più sopra; ch’era cioè là vasca a fondo piano che conteneva l’acqua della qual s’aspergeva il balneante mentre gli si raschiava il sudore prodotto dalla temperatura elevata a cui eran mantenute le stanze, e immediatamente su di essi v’era un’apertura, lumen, che poteva esser chiusa od aperta con un disco di metallo detto clipeus, sospeso mediante catene, secondo si fosse voluto abbassare od elevare il grado di calore, come è indicato da Vitruvio. Tre finestre quadrate si veggono nella vôlta del laconicum ed eran chiuse con vetri, lapis specularis, e vietavano l’entrata dell’aria. La seguente iscrizione venne decifrata sui bordi del bacino, scrittavi in lettere di bronzo:

GN. MELISSARO GN. F. APRO. M. STAIO. M.
F. RVFO II. VIR. ITER. I. D. LABRVM EX D. D.
EX P. P. F. C. CONSTAT H. S. DCC. L.[200]

Tutte le altre località minori valevano al servizio dei bagni.

La rimanente porzione dell’edificio è occupata da un altro appartamento distribuito sull’identico principio che ho esposto, avente un solo ingresso, e serviva, secondo l’opinione di molti, per i bagni separati delle donne. Esso era più piccolo di quello destinato agli uomini, ma non appariva in ricambio nè più elegante nè più grazioso: dal primo tempo di loro scoperta furono detti bagni rustici e si credettero destinati invece alla povera gente.

Ricordo qui come per gli scavi venissero in questi bagni trovati un materozzolo di quattro strigili, un vaso di profumi ed uno specchio, il tutto in bronzo, e si conservano tuttavia nel Museo.

In quanto a ornati e cose d’arte, nel frigidarium si notò un fregio in istucco rappresentante carri ed amori pieni di espressione; e nel tepidarium una sequela di piccoli atleti, detti telamoni, in terra cotta che simulano sforzo per sostegno della cornice che posa sulla loro testa. La vôlta poi è lavorata a cassettoni dipinti in rosso e in azzurro; in ciascuno, de’ bassi rilievi leggiadri esprimenti Cupido che s’appoggia sul suo arco, Amorini a cavalcione di mostri marini, altri guidanti delfini o ippogrifi, o suonanti de’ timpani, un centauro, un Pegaso, un Ercole fanciullo seduto sul leone, e dappertutto poi si vedono festoni con ghirlande di fiori.

Frigidarium, tepidarium e caldarium hanno egualmente bei pavimenti di musaico.

Il lettore non ci vorrà pertanto negar ragione di aver detto di questi bagni o terme come si vogliano chiamare, che se non avevano tutta l’esorbitanza della magnificenza e del lusso delle più celebri terme di Roma, spiccavano nondimeno per i pregi della migliore semplicità e per l’eleganza.

La descrizione delle singole parti dei Bagni Publici che ho appena terminata, mi renderà più spiccio nel dire delle Terme Stabiane, così appellate dal ritrovarsi esse sulla via detta di Stabia.

Questo grande stabilimento è isolato da tre lati e v’ha chi con assai buona ragione sostiene che fossero bagni più antichi de’ precedenti che abbiamo visitato. Qualche argomento in proposito avverrà di trovare più avanti.

Intanto ci arresta a prima giunta una particolarità che non han gli altri bagni, una palestra, cioè, o più propriamente un ginnasio; perocchè la palæstra fosse il luogo dove gli atleti che dovevano esporsi ne’ ludi publici si esercitassero nel pugilato e nella lotta, mentre il gymnasium fosse un luogo imitato da quell’istituto di Grecia, nel quale la gioventù si procurava ricreazione ne’ giuochi ed esercizi corporali. Pressochè ogni città greca aveva il suo ginnasio: i resti di quello di Efeso stanno a ricordanza di quella istituzione, che presto divenne in Roma e nelle altre città che si reggevano a forma di Roma una parte interessante, direi quasi indispensabile di ben ordinate terme.

Quante maniere di comodi avesse un ginnasio lo si apprenda da Vitruvio.

«Nella palestra dunque si fanno i porticati quadrati, o bislonghi che sieno in modo che il giro attorno sia un tratto di due stadii, che i Greci chiamano δίαυλον: tre di questi portici si fanno semplici, e il quarto che riguarda l’aspetto di mezzogiorno, doppio, acciocchè nelle pioggie a vento non possa lo spruzzo giungere nella parte interiore. Ne’ porticati semplici vi si situano scuole (exedræ) magnifiche con de’ sedili, nei quali stando a sedere possano fare le loro dispute i filosofi, i retori e tutti gli altri studiosi.

«Nel porticato doppio poi si situano questi membri. Nel mezzo l’Efebeo[202]: questa è una scuola grandissima con sedili e deve essere lunga un terzo più della larghezza: a destra il Coriceo[203]: immediatamente appresso il Conisterio[204]: appresso a questo, appunto nell’angolo del portico, il bagno freddo da’ Greci detto λοὒτρον: a sinistra poi dell’Efebeo l’Eleotesio[205]: accanto all’Eleotesio il Frigidario: da questo, e giusto nell’altro angolo del portico, il passaggio del Propnigeo[206]: accanto, ma d’altra parte intorno e dirimpetto al Frigidario, viene situata una stufa a vôlta (concamerata sudatio) lunga il doppio della larghezza: questa tiene ne’ cantoni da una parte il Laconico e dirimpetto al laconico il bagno caldo. I porticati dentro la palestra debbono essere distribuiti con quella perfetta regola che abbiamo detta altrove.

«Al di fuori poi si fanno tre porticati, uno all’uscio della palestra, i due altri stadiati[207] a destra e a sinistra: di questi quello che guarda il settentrione, si faccia doppio e spazioso, l’altro semplice, ma in modo che tanto dalla parte del muro, quanto dalle colonne vi resti un tratto come una viottola, non meno larga di dieci piedi, il mezzo sia sfondato per un piede e mezzo dalla viottola al fondo; al quale si scende per due scalini: il piano del fondo non sia meno largo di dodici piedi. In questo modo coloro che vestiti passeggeranno intorno per la viottola non saranno incomodati da lottatori unti che si esercitano. Questo portico si chiama da’ Greci ξὐστὸς[208] perchè vi si esercitano i lottatori in stadii coperti ne’ tempi di inverno.

«I sisti poi si fanno in questo modo: hanno fra due portici a piantarsi boschetti o platani, e in essi viali spalleggiati da alberi con de’ riposi fatti di smalto. Accanto al sisto ed al porticato doppio si lascino i passaggi scoperti, che i Greci chiamano παρκὸρομίδας, e noi chiamiamo sisti, ne’ quali anche d’inverno, ma a ciel sereno, escono dal sisto coperto ad esercitarsi i lottatori. Dietro a questo sisto vi vuole uno stadio fatto in modo che vi possa stare molta gente con agio a vedere i lottatori[209]

Il Ginnasio in Pompei, chiamavasi palæstra, come di questa voce si serve pure Vitruvio nella citazione che ho finito di fare. Tanto si raccoglie da un’antica iscrizione, incisa su d’una tavoletta di travertino, trovata in una sala di questi bagni il 15 maggio 1857, secondo si rileva dalla succitata opera del commendatore Fiorelli e che suona così:

C. VVLIVS C. F. P. ANINIVS C. F. II. V. I. D.
LACONICVM ET DESTRICTARIVM
FACIVND . ET PORTICVS ET PALAESTR.
REFICIVNDA LOCARVNT EX D. D. EX
EA PEQVNIA QUOD EOS E LEGE.
IN LVDOS AVT IN MONVMENTO
CONSVMERE OPORTVIT FACIVN.
COERARVNT EIDEMQVE PROBARV[210].

Questa iscrizione ci apprende doversi ai duumviri Cajo Vulio e Publio Aninio la ricostruzione di questa palestra; ma non è sufficiente a dirci se tale rifacimento fosse a seguito delle rovine cagionate dal tremuoto del 63; perocchè si voglia anzi dalla natura dei caratteri impiegati, inferirne anzi una data d’un secolo e mezzo prima.

Ma se questo fosse, come conciliare tal fatto con quanto afferma Vitruvio prima del brano che ho testè riferito; nunc mihi videtur, tametsi non sint italicæ consuetudines, palæstrarum ædificationes tradere explicata et quemadmodum apud Græcos constituantur monstrare[211], e con cui si vorrebbe escludere che al tempo di questo illustre architetto e scrittore non fossero in Italia conosciute le palestre? Or ritenendosi comunemente non potervi esser dubbio ch’egli abbia vissuto e fiorito sotto il regno d’Augusto, al quale egli dice nella Prefazione dell’Opera sua d’essere stato raccomandato dalla sorella di lui, non è possibile accogliere l’illazione dedotta dagli archeologi che l’iscrizione possa rimontare a tanto tempo addietro. Del resto l’impiego di più vetusti caratteri non può addursi a prova irrecusabile; perocchè potrebbe essere stato un vezzo di chi li usò, come usiamo far pur di presente.

La palestra pompejana era decorata di portici, doveva avere la sua sala di giuoco alla palla, sferisterio, se vi si trovarono ancora de’ globi di pietra, che avevano servito appunto al giuoco della sfera, al quale la gioventù si esercitava per acquistare forza ed elasticità di membra.

L’ingresso principale è dal lato di mezzogiorno, e presso di esso nel vestibolo, si ammira una bella scultura romana rappresentante un Termine sotto le forme d’una figura di donna molto elegantemente palliata.

Dal manco lato evvi un’ampia piscina pei balneanti; intorno ad essa son disposte diverse camerette per l’uso di essi. Una fra l’altre si distingue per eleganza di pittura e per una nicchia rettangolare destinata certo a contenere l’immagine di qualche divinità protettrice del luogo. Questa nicchia è fiancheggiata da due cariatidi che sostengono un bacino ed all’ingiro è dipinta una zona a scomparti, interrotta da paesaggi con pigmei e delfini.

Si pretende che siffatte pitture alludano al culto egizio e si trae la congettura da ciò che i Greci d’Alessandria stabiliti a Pompei e probabilmente in prossimità delle terme abbiano dovuto contribuire d’assai alla costruzione d’uno stabilimento che ricordava i loro usi nazionali.

I muri del portico sono dipinti a specchi rossi incorniciati d’una fascia gialla: le colonne di stucco rosse verso la base, sono bianche nella parte superiore e sormontate da capitelli pure in istucco che sostengono una cornice di squisito lavoro, se si argomenta da un frammento che si ritrovò e si ricollocò al suo posto.

Dal lato di mezzogiorno poi, nell’ottobre 1854, fu scoperto un bel quadrante solare, formato d’un semicerchio praticato in un rettangolo, sostenuto da zampe di leone, con eleganti fregi ai lati. Il gnomone collocato orizzontalmente nel centro dei raggi convergenti è perfettamente conservato. L’iscrizione osca che vi era, fu letta dall’illustre archeologo cav. Giulio Minervini di questo modo: Marius Atinius, Marii filius, quæstor, ex multatitia pecunia conventus decreto fieri mandavit[212]. Questo monumento è certo interessante: ci attesta per lo meno che, anche dopo essersi stabilita la colonia romana, in Pompei si usasse della lingua osca, e mi conforta nell’idea che mi sono formato ch’essa anzi durasse viva continuamente sulla bocca del popolo.

Dalla palestra poi si facea passaggio al bagno degli uomini: per le donne dovevano esser quelli ai quali si accedeva dalla Via di Stabia.

La prima sala del bagno degli uomini era il frigidario: tutte le pareti all’interno dipinte in azzurro hanno nicchie rettangolari come a ripostigli di vasi di unguenti e di profumi odorosi. Doveanvi essere pitture sulla volta e sulle muraglie, ma la prima crollò, e sulla seconda a sinistra non rimase che un pezzo di nudo di donna accosciata.

A destra di questa sala s’apre il tepidario, le cui muraglie hanno un doppio fondo, per la circolazione del vapore che per siffatta guisa moderava il calore dell’atmosfera; all’estremità sta il baptisterium che doveva essere rivestito di marmi, arguendovisi ciò dalla impronta lasciatavi dalle tavole di marmo che vi stavano, vi lasciarono impresse le lettere d’un’iscrizione che così si arrivò a decifrare dal sullodato Minervini:

IMP. CAESARI
DIVI FILI
AVGVSTO IMPERATORI
XIII TRIB. POTESTATE XV
PATRI PATRIAE COS. XI[213].

La sala che segue era destinata al caldarium, o sudatorium altramente detta. Come il tepidarium, aveva il pavimento detto suspensura, costruito cioè alto da terra, sorretto da specie di tegole di terra cotta, quadrate e con peducci, e valeva a permettere che il calore potesse liberamente circolare sotto di esso. Doppie pure son le pareti tinte in rosso, con pilastri in giallo a capitelli bianchi. Un bacino circolare stava da un lato della sala e nel mezzo di esso zampillava un getto di acqua bollente che contribuiva a rendere più caldo l’ambiente.

Tepidarium delle antiche Terme in Pompei. Vol. II. Cap. XV.

Il destrictarium, di cui si è fatto cenno nella surriferita iscrizione, che in un col laconicum venne provveduto dai duumviri Cajo Vullo e Publio Aninio, stava rimpetto all’ingresso della palestra ed era quella località in cui i balneanti praticavano l’operazione dello strigile all’uscir del bagno. È forse la prima volta che si trovi questa sala così designata, non rinvenendosi la voce destrictarium in alcun dizionario, essendovi derivata forse da destringere, raschiare.

Si sa che tale operazione di polirsi la pelle collo strigile era così usata e congiunta al bagno stesso, che i ricchi usavano portare gli strigili seco al bagno, ivi mandandoli a mezzo de’ loro servi, come si raccoglie da Persio:

I, puer, et strigiles Crispini ad balnea defer,[215]

che ogni stabilimento termale di qualsiasi città ne fosse largamente provveduto, e che nel bagno de’ poveri, dove questi arnesi non erano, nè eranvi le altre delicature, i bagnanti, a vece degli strigili, si fregassero contro le muraglie.

Contasi a tale proposito un aneddoto. Un giorno l’imperatore Adriano, visitando la terme di Roma, gli venne dato di scorgere un povero veterano che si stregghiava in questo modo contro il muro e che gli avesse a dare denari e schiavi onde potersi per l’avvenire farsi strigilare dopo il bagno; e che ritornato Adriano dopo qualche dì nello stesso luogo, uno sciame di poveri affettasse, appena accorti di sua presenza, di far altrettanto di quello aveva praticato il veterano, sfregandosi a tutta possa la schiena contro il muro; ma che allora l’imperatore argutamente avesse a consigliarli a fregarsi piuttosto gli uni gli altri.

A sinistra del destrictarium, in un lungo corridojo che dava su d’un viottolo, trovansi quattro camerette, solia, certo riserbate a bagni isolati, poichè vi si trovassero le rispettive vasche in muratura.

Le sale pei bagni delle donne, a cui entravasi per la via di Stabia, erano pur degne di attenzione. Una, a gran volta con eleganti opere in istucco e pavimento in marmi, serve a ricevimento ed ha proprie nicchie, in numero di ventinove, per gli olj, le essenze e le lampade per quando vi si veniva o se ne usciva di notte. Tutt’all’ingiro corre un sedile di materia laterizia, e doveva valere anche per apodyterium o spogliatoio.

Un’altra sala, circolare e pure elegante e con quattro nicchie per deporvi le vestimenta, ed una quinta per dar passaggio a un getto d’acqua, serviva pel bagno freddo; un’altra pel tepidario ed un’ultima pel sudatorium, ambe queste a suspensura per la circolazione del vapore. Dovevano avere stucchi e pitture, ma il loro deperimento non permette che riscontrarne qualche reliquia appena.

Sul muro del vestibolo che separa il bagno degli uomini da quello delle donne evvi una pittura in giallo, rosso e verde, che raffigura un’ara ed un serpe che le si avvicina, e tali sacri emblemi, secondo Dyer, sarebbero valsi come di divieto agli uomini di non avanzare nell’appartamento riservato alle donne.

Eguale sistema nella distribuzione dei locali, come nel loro uso che abbiam veduto adottato per le terme e pei bagni publici, seguivasi pure ne’ balinei, o bagni de’ privati.

Vediamo, a mo’ d’esempio, adesso il balineum appartenente alla villa suburbana di Pompei di Marco Arrio Diomede, e del quale m’ero riserbato di parlare nell’esordire di questo capitolo.

I bagni e loro pertinenze occupano un angolo ad una estremità dell’intero edifizio e vi si entrava dall’atrium mediante una porta. Immediatamente a destra è una cameretta, forse usata come sala di aspetto, o destinata fors’anco agli schiavi addetti a questa bisogna dell’azienda domestica. Più in là l’apodypterium era situato fra i bagni caldi e freddi, ed aveva un’entrata separata ad amendue.

Presso vi è un cortiletto triangolare coperto in parte da un colonnato, su due de’ suoi lati e nel centro vi era la piscina, o natatio pel bagno freddo. In prossimità dell’apodyterium era il tepidario, quindi la camera termale o calidarium, col laconicum all’estremità circolare, e all’altra estremità l’alveus, o bagno d’acqua calda.

V’è inoltre il serbatojo generale per l’alimentazione dei bagni, la cisterna dell’acqua fredda, il sito per la caldaja dell’acqua calda; non che quello per la fornace e la stanza ad uso degli schiavi che la servivano.

Ora l’ordine mi imporrebbe indagare se in questa città vi fossero ninfei; ma senza ritornare sulla questione del loro significato, poichè non se n’è finora precisato alcuno, noterò invece che diverse erano le fontane sparse per ogni parte della città. Già nel corso dell’opera m’avvenne di rammentarne qualcuna; ora completerò alla meglio il discorso intorno alle stesse.

Quasi tutte le vie scoperte di Pompei mostrano aver avuto fontane, il più spesso collocate sull’angolo di crocicchi: anzi, come vedremo nel capitolo delle Case, la maggior parte degli edificj avevano fontane, impluvii e puteali: come poi ricevessero le acque, oltre il già detto, toccherò più avanti.

Fontane, Crocicchii di Fortunata in Pompei. Vol. II. Cap. XV.

Le fontane publiche sono pressochè tutte eguali e di una rara semplicità; perocchè si compongano d’una vasca formata da cinque pietre vesuviane riunite con legacci di ferro e sulla pietra posteriore un’altra se ne alza più alta, nella quale è scolpita in rilievo una testa di lione o d’altro animale o un mascherone, dalla bocca de’ quali esce l’acqua per versarsi nel sottoposto bacino.

Alcune fontane ottennero negli scavi nomi particolari: tali sono quelle dette dell’Abbondanza, all’ingresso del vicolo della Maschera, perchè reca sovra il bacino una figura scolpita con cornucopia; del Bue che dà il nome alla via, perchè l’acqua vi è emessa da una testa di quest’animale; di Mercurio, perchè il suo cippo ha una testa di questa divinità che dà pure il suo nome alla via nella quale si trova, e su d’un muro dicontro la fontana fu dipinto questo dio in atto di fuggire stringendo una borsa; di Venere sulla via di Stabia raddossata alla così detta Casa del forno, o come la chiama Dyer, la casa di Modesto per esservisi veduto appunto scritto su di essa il nome MODESTVM, perchè sormontata da una testa grossolanamente sculta e con una sola colomba; di Rotonda sull’angolo di Vico Storto, per la sua forma che differenzia dalle altre; della Viottola del Teatro, i cui bordi o margini s’alzano di poco dal marciapiede, e però è difesa d’una inferriata, ecc.

Se ogni via finora dissepolta ebbe la sua fontana; se fontane troveremo in tante case, se terme publiche e bagni privati esistevano, è necessaria l’illazione che dunque copiosissima dovesse essere l’acqua in Pompei.

Vi bastava a ciò l’acqua del fiume Sarno? Vi sarebbe bastata se il suo livello fosse stato alto; ma sapendo già noi come questo fiume fosse a livello del mare, per formare il bacino di comunicazione e per essere perfino navigabile per un tratto di strada, come abbiam già veduto, e il Sannazzaro dicendolo eziandio impiegato alla irrigazione de’ campi

. . . . pinguia culta vadosus

Irrigat, et placido cursu petit aequora Sarnus[216];

non era assolutamente possibile che bastasse a tanto bisogno, molto più che sappiamo che la città dal mare si veniva su su adagiando pel declivio montuoso. Acquedotti saviamente praticati vi dovevano indubbiamente, secondo il sistema in que’ tempi generalizzato, derivar l’acqua da lungo, e così provvedere pe’ suoi mille condotti di ramificazione anche a tutte le fontane e serbatoj dalla parte più alta della città.

Infatti, in ogni parte di essa vennero trovati canali e condotti in muratura, in terra cotta ed in piombo; le case poi hanno latenti nelle muraglie siffatti tubi di piombo e in più luoghi, ad attestarlo, mettono fuori tra le macerie e le rovine i loro capi e provano quanta fosse la cura e l’importanza che si aggiungeva ad aver copia di acqua ovunque.

Il canonico Andrea De Jorio, nella sua Guida di Pompei, dedicò un’appendice a bella posta per le indagini sulle sorgenti che conducevano le acque alle terme, e giova ricorrervi per avere una certa luce nell’argomento, che pur fu soggetto a tante controversie. Pose prima per base il livello attuale del Sarno, il suo canale attuale che passando per Pompei trasporta le acque alla Torre dell’Annunziata; l’impossibilità che vi era che il suo livello potesse alimentare tutte le fontane di Pompei e infine tenne conto degli avanzi di antichi acquedotti, che sono nell’antico territorio di Sarno egualmente che nella città di Pompei. Esaminò poi la natura de’ condotti trovati dall’architetto Domenico Fontana, quegli che fu incaricato di condur l’acqua a Torre dell’Annunziata, e li dichiarò ramificazioni del principale antico, che doveva derivare dal luogo detto la Foce, o sorgente del Sarno; giudicò che la sorgente, che apprestava l’acqua all’antica Pompei fosse più alta di quella che oggi alimenta il canale detto del Conte.

Derivata per tal modo l’acqua dai monti e dalle sorgenti del Sarno, distribuivasi per tutta la città a mezzo di canali costruiti sotto le vie, per la cui manutenzione di tratto in tratto erano spiragli difesi da graticci di ferro, e mercè delle conserve e delle pressioni che esercitavano si faceva montare al livello dei getti più o meno alti delle publiche fontane, e servire ai bagni delle Terme ed agli altri dei quali ci siam venuti intrattenendo.

Il tremuoto dapprima del 63 e il cataclisma ultimo di Pompei sconvolsero ed ostruirono acquedotti e canali, e le acque deviarono e per modo, che ciò che allora poteva formar testimonio de’ savi provvedimenti edilizi per la somministrazione delle acque alla bella città, ora è divenuto astruso tema di congetture e di studj, frammezzo a’ quali se il solito dubbio, che, cioè, non vi fosse tutta quella copia di acque che si dice, non s’è cacciato, si fu perchè ad impedirlo, rimangono eloquenti i ruderi di aquedotti e di fontane, di bagni e di stabilimenti termali, che ponno essere tuttavia presi a modello e con buon frutto imitati al presente.