CAPITOLO XIV. I Teatri. — L’Anfiteatro.
Introduzione in Italia dei giochi circensi — Giochi trojani — Panem et circenses — Un circo romano — Origine romana degli Anfiteatri — Cajo Curione fabbrica il primo in legno — Altro di Giulio Cesare — Statilio Tauro erige il primo di pietra — Il Colosseo — Data dell’Anfiteatro pompejano — Architettura sua — I Pansa — Criptoportico — Arena — Eco — Le iscrizioni del Podio — Prima Cavea — I locarii — Seconda Cavea — Somma Cavea — Cattedre femminili — I Velarii — Porta Libitinense — Lo Spoliario — I cataboli — Il triclinio e il banchetto libero — Corse di cocchi e di cavalli — Giuochi olimpici in Grecia — Quando introdotti in Roma — Le fazioni degli Auriganti — Giuochi Gladiatorj — Ludo Gladiatorio in Pompei — Ludi gladiatorj in Roma — Origine dei Gladiatori — Impiegati nei funerali — Estesi a divertimento — I Gladiatori al Lago Fùcino — Gladiatori forzati — Gladiatori volontarj — Giuramento de’ gladiatori auctorati — Lorarii — Classi gladiatorie: secutores, retiarii, myrmillones, thraces, samnites, hoplomachi, essedarii, andabati, dimachari, laquearii, supposititii, pegmares, meridiani — Gladiatori Cavalieri e Senatori, nani e pigmei, donne e matrone — Il Gladiatore di Ravenna di Halm — Il polpo e il diritto di grazia — Deludia — Il Gladiatore morente di Ctesilao e Byron — Lo Spoliario e la Porta Libitinense — Premj ai Gladiatori — Le ambubaje — Le Ludie — I giuochi Floreali e Catone — Naumachie — Le Venationes o caccie — Di quante sorta fossero — Caccia data da Pompeo — Caccie di leoni ed elefanti — Proteste degli elefanti contro la mancata fede — Caccia data da Giulio Cesare — Un elefante funambolo — L’Aquila e il fanciullo — I Bestiarii e le donne bestiariæ — La legge Petronia — Il supplizio di Laureolo — Prostituzione negli anfiteatri — Meretrici appaltatrici di spettacoli — Il Cristianesimo abolisce i ludi gladiatorj — Telemaco monaco — Missilia e Sparsiones.
Io credo avesse ragione davvero il grande Oratore Romano, quando, scrivendo ad Attico, gli dicesse che delle ventiquattro ville che possedeva quelle di Tusculo e di Pompei, gli andassero meglio a genio: Tusculanum et Pompejanum valde me delectant; e l’avesse Fedro, lo scrittor di favole, di rifugiarsi in Pompei dalle ire e persecuzioni di Tiberio e di Sejano; e Seneca di rammentare a Lucilio, come una delle più care e sorridenti reminiscenze della sua vita il soggiorno fatto nella sua giovinezza, in questa bella ed allegra città campana.
Che avreste voluto infatti di più? qui alla salubrità ed alla purezza dell’aere, alla mitezza e mollezza del clima, alla feracità della terra, alla verzura dei monti, al bell’azzurro del cielo e del mare, si aggiungevano ricreazioni e diletti d’ogni maniera, sì che nulla si avesse a invidiare per ciò alle delizie dell’Urbe, senza per avventura contare gli inconvenienti di essa. Noi vi abbiam trovato un Odeum o teatro per la commedia e per i musicali concerti; vi abbiam visitato il teatro maggiore per la tragedia: meco invito ora il lettore ad ammirarvi l’anfiteatro destinato a que’ giorni ai ludi gladiatorii ed alle cacce delle belve feroci.
Gli è uno de’ più bei monumenti antichi del genere e se per vastità non da mettersi in concorrenza coll’anfiteatro Flavio o Colosseo di Roma, nè con quelli di Verona e di Pola nell’Istria che ci rimangono; poteva tuttavia ben esser capace di ventimila spettatori, considerevole ampiezza certamente, se non si perda di vista ch’esso servisse ad una città che sappiam di terz’ordine e la cui popolazione non poteva eccedere il numero de’ trentamila abitanti.
Prima d’entrarvi meco, investighiamo, amico lettore, insieme le origini di siffatti pubblici e grandiosi ritrovi e dei ludi a cui giovavano essi: è così buona la storia alla tua lodevole curiosità e all’indole degli studj nostri!
Io già avvertii, sulla fede dello storico padovano, del come seguisse l’introduzione in Roma dei ludi scenici: i circensi erano già allora in uso; eranvi anzi venuti co’ fondatori della città stessa, portati da Enea e da’ suoi compagni, o se si vuol questa una favola, da que’ guerrieri che, superstiti dall’eccidio di Troja, navigarono ai lidi tirreni.
Romolo infatti eresse pei medesimi un circo presso al foro; Tarquinio Prisco murò il Circo Massimo sul Palatino, lungo tre stadj e mezzo, largo quattro jugeri e capace di cencinquantamila persone.
Ne è altro documento e prova il fatto che pur a’ tempi di Augusto e di Claudio si celebrassero giuochi in Roma che venivan detti trojani. Virgilio così li ricorda, dopo aver descritto ad imitazione d’Omero per la morte di Patroclo[112], quelli celebrati in onore di Palinuro, il timoniero della nave d’Enea caduto dormendo in mare:
Hunc morem cursus, atque hæc certamina primus
Ascanius, longam muris cum cingeret Albam,
Retulit, et priscos docuit celebrare Latinos.
Quo puer ipse modo, secum quo Troja pubes,
Albani docuere suos; hinc maxima porro
Accepit Roma, et patrium servavit honorem;
Trojaque nunc, pueri, Trojanum dicitur agmen[113].
E Tacito, ne’ tempi appunto di Claudio, fa egli pure menzione, negli Annali, del Giuoco di Troja, equestre giostra che rappresentavano nobili donzelli a cavallo[114], come traduce il Davanzati.
Questi giuochi del circo, essendo altresì parte di cerimonie religiose, attecchir dovevano nelle popolari abitudini di Roma e la vita guerresca de’ suoi cittadini e l’animo temprato a spettacoli efferati, avevano agevolmente que’ giuochi posti in cima d’ogni altro divertimento; sì che si suolesse, come ho rammentato nel duodecimo capitolo, dir che la plebe romana si pascesse di pane e di ludi circensi: panem et circenses.
Per circo, secondo l’uso romano, intendevasi quello spazio di terreno destinato alla corsa. Ne’ primissimi tempi consisteva esso in una spianata aperta, intorno alla quale si erigevano de’ palchi provvisori in legno per commodo degli spettatori, a un di presso come possono essere que’ tratti di pianura ne’ parchi, nei giardini, in altre vaste campagne che in Inghilterra, in Francia e pure in Italia, su cui si fanno oggidì le corse de’ cavalli. Non si tardò guari a costruire un edificio permanente su d’una pianta acconcia, che però assunse la forma oblunga, da una parte chiusa da un semicircolo e dall’altra da una costruzione detto oppidum, o castelletto, sotto cui erano le carceri, pel servizio de’ cavalli e de’ cocchi, nome serbato tuttavia nelle congeneri costruzioni odierne degli anfiteatri, che si aprirono eziandio a quegli ippici divertimenti.
Rich così descrive quello tuttavia superstite vicino a Roma, assai ben conservato, sulla via Appia e comunemente conosciuto sotto il nome di Circo di Caracalla.
«Un lungo muro basso (spina) era costruito in senso longitudinale per mezzo al campo della corsa, così da dividerlo come una barriera, in due parti separate, ed a ciascheduna delle due estremità era posta una meta (meta), intorno a cui i carri giravano; quella più vicina alla stalla pigliando nome di meta prima, la più lontana di meta secunda. I due lati del circo non sono affatto paralleli l’uno all’altro e la spina non è esattamente equidistante da’ due lati. Forse questo è un caso eccezionale: ed una tale norma di costruzione era seguita solo quando s’aveva un terreno, come questo, limitato ad oggetto di fornire il maggiore spazio ai carri a principio della corsa, quando pigliavano le mosse tutti in riga; ma quando la meta in fondo era stata girata, si dovevano trovare schierati piuttosto in colonna che in riga; e quindi una minore larghezza bastava lungo questo lato del terreno di corsa. Per una simile ragione l’ala destra del circo è più lunga della sinistra, e le stalle sono disposte su un segmento di circolo, di cui il centro cade esattamente al punto intermedio fra la prima meta e il lato dell’edificio da cui la corsa principiava. L’oggetto di ciò era che tutti i carri, secondo uscivano dalle loro stalle, potessero avere la stessa distanza da percorrere prima di raggiungere il posto di dove aveva luogo la mossa, ch’era all’entrata del terreno della corsa, dove una corda imbiancata (alba linea) era tesa a traverso raccomandata a due piccoli pilastri di marmo (hermulae), e poi lasciata libera da un lato, appena i cavalli vi si erano tutti egualmente accostati, ed il segnale della partenza era stato spiegato. Eravi il palco dell’imperatore (pulvinar) e quello dal lato opposto si suppone che fosse stato destinato al magistrato (editor spectaculorum), a cui spesa i giuochi si davano. Nel centro dell’estremità occupata dalle stalle vi era una grande porta, chiamata porta pompæ, per la quale la processione circense entrava nel circo prima che le corse principiassero, un’altra era costruita all’estremità circolare chiamata porta triumphalis, per la quale i vincitori escivano dal circo in una specie di trionfo; una terza è situata sul lato destro chiamata porta libitinensis, e per essa i cadaveri degli auriga uccisi o feriti erano portati via e due altre erano lasciate proprio vicino ai carceres, che davano l’ingresso nel circo ai carri.»
Tutti i circhi erano modellati su questo e fu per l’appunto la ragione per la quale ne riportai la descrizione particolareggiata, perchè se ne potesse avere l’idea precisa.
Quanto all’elevazione interna ed esterna dell’edificio, un circo nell’esterno era costruito sopra un disegno simile a un di presso a quello de’ teatri, a gradinate di sedili, divisi in file separate da scale e da pianerottoli.
Quando si immaginarono gli Anfiteatri, de’ quali or vado a dire, i circhi si compenetrarono per lo più in essi: corse, cacce e giuochi gladiatorj vi si trasportarono, trovandosi più proprio ed opportuno arringo, come più sopra dissi, tal che si scambiassero quasi sinonimi i rispettivi nomi. Ecco perchè io pure li verrò quind’innanzi promiscuamente adoperando.
Entrati i ludi circensi, siccome ebbi del pari a notare diggià, nelle abitudini e nei gusti della vita romana, è meraviglia perfino come pel migliore servizio dei medesimi non avessero gli Anfiteatri a sorgere che negli ultimi tempi della Repubblica e fossero anche questi dapprincipio temporanei e costruiti di legno come erano stati prima i circhi, venendo cioè eretti solo all’evenienza di straordinarie solennità per vittorie riportate, o trionfi di capitani, le quali festeggiate, si disfacevano incontanente.
L’origine ad ogni modo, ad onta del greco nome che esprime l’idea di due teatri riuniti aventi quindi gradinate e sedili disposti tutti all’intorno[115], vuol essere attribuita a Roma, e Plinio, comunque additi il fatto a ragione di biasimo, così lo narra:
«Io passo, scrive egli, a trattare del lusso degli edifici di legno, lo che porge esempio della più completa demenza. Cajo Curione, che morì nella guerra civile, seguendo la fazione di Cesare, in occasione dei funerali del padre, volle dare al popolo uno spettacolo così straordinario, da lasciarsi addietro Scauro e di far ciò che questi fatto non avesse. Ma come avrebbe egli potuto per opulenza misurarsi col genero di Silla e col figlio d’una Metella, il qual s’era fatto aggiudicare a vil prezzo i beni de’ proscritti, e aveva avuto a padre quel Marco Scauro, tante volte a capo della città e che pel sodalizio suo con Mario aveva potuto rapinar le provincie? Scauro stesso s’era già sorpassato, traendo partito dall’incendio della sua casa, per riunire in un sol luogo le più peregrine cose dell’universo, sì che nessuno potesse in demenza sopravvanzarlo. Fu dunque a Curione mestieri di dar le spese al proprio ingegno; ed è prezzo dell’opera esporre quanto ebbe a immaginare, onde felicitarci de’ costumi presenti e chiamarci, come usiamo di fronte agli andati, noi piuttosto che essi di tempra antica.
«Fece egli costruire in legno due eguali e grandissimi teatri, girevoli entrambi su pernii, così che nelle ore antimeridiane si trovassero a dosso rivolti in modo che l’uno non nuocesse alla schiena dell’altro, poi d’un tratto i teatri girando sovra sè stessi, si volgevan di fronte, congiungendosene le estremità e fornivano un anfiteatro per gli spettacoli de’ gladiatori, movendo con esso il popolo romano che vi si trovava.
«Ma che è più a maravigliarsi in tutto ciò? dell’inventore, o del trovato, dell’artefice o dell’autore, di chi questo escogitò, o di chi l’accolse, di chi comandò, o di chi obbedì? ecc.»[116]
In Dione poi leggesi altro anfiteatro essere stato fabbricato di legno; ma essendosi sfasciato e rovinato, aver tratto con sè molta uccisione di gente. Giulio Cesare stesso, già dittatore, ne eresse alla sua volta uno in campo di Marte; onde chiaro si vede che molti e frequenti fossero tali costruzioni in legno, come frequenti erano gli spettacoli gladiatorii o di fiere, che per feste religiose, per gloriosi politici avvenimenti, ed anco per elezioni di magistrati o di capitani si venivano offerendo.
Ma sotto Augusto la smania dei ludi circensi e massime delle caccie, venationes, venne fuor misura aumentando, ed importanza pur s’accrebbe alla loro degnità. Fosse eccesso di ricchezza, o inclinazione di principe, a istigazione d’Augusto, nell’anno 725 di Roma, Statilio Tauro, amico di lui, costruì a propria spesa il primo anfiteatro di pietra, i cui ruderi, nella sua distruzione, hanno poscia formata quella piccola eminenza, su cui poggia di presente la piazza di Monte Citorio, ove fu eretta adesso la Camera dei Deputati.
In molta fama ed in uso durò tale anfiteatro, finchè sotto Nerone divampò in fiamme e sebbene si fosse procacciato di ristaurarlo; così non lo fu che non venisse a Vespasiano in pensiero d’altro erigerne più degno. E vi pose mano infatti nell’ottavo suo consolato; nondimeno solo compiuto da Tito figliuol suo e da lui dedicato. Venne la ingente mole denominata Flavia, perchè della famiglia Flavia questi due imperatori: ma più comunemente è noto sotto il nome di Colosseo o di Coliseo, a cagione d’una statua colossale, che la volgar diceria esagerò di certo dicendola dell’altezza di cento venti piedi, la quale fu ritrovata nelle vicinanze e per alcun tempo stata nella casa aurea di Nerone. E dura esso tuttavia ne’ pur suoi maestosi avanzi, avendo resistito alle ingiurie del tempo e degli uomini; abbenchè, rispettato da’ Barbari che invasero l’Italia e devastarono più volte l’immortale città, patisse gli oltraggi d’un cardinal Barberini, che, a sfruttarne il molto bronzo che ne teneva unita la gigante costruzione, contribuì alla demolizione di tanta parte, sì che avesse a meritare che del vandalismo suo si dicesse: Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barbarini[117]. — Ma corre antico il vaticinio, riferito da Vida, che finchè duri il Colosseo, abbia a durare anche Roma.
Dell’altezza di questo gigantesco monumento, scrisse Ammiano Marcellino, essere stata tanta che l’occhio umano vi giungesse a mala pena alla sommità; e circa la vastità, Publio Vittore afferma contenesse commodamente seduti ottantasette mila spettatori, e nell’àmbito superiore, e sotto i portici altri dieci o dodici mila ancora.
Ma prima assai dell’Anfiteatro Flavio di Roma, esisteva quello di Pozzuoli, dove già riferii aver Augusto trovata occasione di far leggi per distinzioni delle classi nei teatri, per irriverenza usata a un Senatore, e dove Nerone festeggiò Tiridate, re dell’Armenia, con giuochi gladiatorj, ed apparato grandissimo[118]; ed esisteva pur quello di Pompei, edificato in pietra.
Il lettore che mi ha seguito ne’ capitoli della storia deve rammentare come io abbia coll’autorità di Tacito narrato della festa degli accoltellanti datasi da Livinejo Regolo a quest’ultimo anfiteatro, e nella quale Pompejani e Nocerini vennero fieramente alle mani, nè avrà dimenticato allora che ciò avvenisse a’ tempi di Nerone, il quale a punir quel sanguinoso fatto ebbe ad inibir per dieci anni gli spettacoli dell’anfiteatro in quella città. Ciò accadde nell’anno 812 di Roma e 59 dell’era cristiana; ma le due lapidi rinvenute, l’una presso la principal porta meridionale dell’anfiteatro, e l’altra presso l’uno de’ vomitori respicienti la città dal lato occidentale e recanti una medesima iscrizione, forniscono i dati per farne rimontare la fabbrica ad assai tempo anteriore.
Ecco l’iscrizione:
C . QVINCTIVS . C . F. VALGVS
M. PORCIVS . M. F. DVO VIR .
QUINQ . COLONIÆ HONORIS
CASSA SPECTACVLA DE SVA
PEQ. AG. COER . ET COLONEIS
LOCVM IN PERPETVVM DEDER[119].
Questa iscrizione attribuisce la fondazione dell’anfiteatro a Cajo Quinzio Valgo e Marco Porcio; gli stessi che avevano fatto edificar e collaudato l’Odeum e i quali necessariamente non potevano aver concesso il luogo alla stessa che dopo l’invio della colonia per parte di Silla; ma dove poi si ponga mente alle altre iscrizioni rinvenute nell’anfiteatro stesso e che più innanzi riferirò, e per le quali si veggono costruiti de’ nuovi cunei o scomparti di gradinate da altri magistrati e da maestri, magistri, del sobborgo, pagus, Augusto Felice e una contribuzione per parte di costoro alle spese, è allora concesso d’inferirne che la completa costruzione dell’anfiteatro pompeiano seguisse intorno al tempo in cui venne mandata da Augusto una compagnia di Veterani, che vi costruì appunto il Pagus Augustus Felix, cioè verso l’anno 747 di Roma, e il P. Garrucci infatti nelle sue Questioni Pompejane stabilì con irrecusabili argomenti che essa fu di poco posteriore ad un tal tempo.
L’anfiteatro fu costruito nella parte meridionale della città presso le mura che guardavano a Stabia, ed anche oggidì, appare meglio conservato che tutti gli anfiteatri che ho superiormente ricordati, quelli di Roma, cioè, di Verona, e di Pola; tanto esso venne solidamente fabbricato, che neppure il tremuoto e gli altri cataclismi, onde fu desolata Pompei, non poterono nuocerne le fondamenta, poco la muraglia che lo recingono, poco la gradinata della cavea, e solo vedesi danneggiato nella parte superiore; conservate per altro la prima e la seconda precinzione, benchè spogliate de’ marmi ond’erano rivestite.
L’architettura esteriore, semplice e senza alcun ornamento, non presentando che più ordini d’arcate l’una all’altra sovrapposte, come si vede praticato negli altri congeneri edificj, e non senza un certo effetto nel suo complesso, è di pietra vesuviana.
Pur esternamente si osservano cinque grandi scalinate, per le quali si ascendeva ad un deambulacrum, o gran terrazza scoperta, che corrisponde al giro esterno della seconda cavea, donde si saliva alle logge superiori di archi laterizii, destinate per le donne e per la plebe. Da questo deambulacrum, non è superfluo al visitatore delle rovine di Pompei il sapere come si goda del più delizioso orizzonte, poichè rimpetto si abbia il Vesuvio, a settentrione i monti Irpini, ad oriente i monti Lattarj, sulla china dei quali posa Sorrento, e a mezzodì Napoli e le sue isole avvolte come da una rosea nebbia trasparente.
Forse a diminuzione di spesa, e forse anche a renderlo proprio agli spettacoli di naumachia, se si avessero voluti offrire, ma che però il fatto d’essere città marittima esclude che vi si avessero a dare, perchè certo sarebbero riusciti inferiori ad ogni aspettazione ed a quelli che offerir si potevano sul mare stesso, l’edificio era stato costruito in una specie di bacino, scavato in parte artificialmente, per modo che l’arena si trovasse tanto al di sotto del livello del suolo per quanto le mura si elevavano al disopra.
Vien misurato il più gran diametro dell’anfiteatro di 130 metri, il più piccolo di 102. La direzione dell’ovale è da N. a S.: alle sue estremità si trovano i due principali ingressi, i quali mettono all’arena di forma elittica.
Appunto per la suindicata ragione, che l’arena era incavata nella terra, l’ingresso settentrionale che riesce a quella e che forma un breve porticato a vôlta, ha il pavimento lastricato di pietra vulcanica in declivio, ed ha nei lati l’incanalatura per ricevere le acque.
Due grandi nicchie sono a destra ed a sinistra di tale ingresso, le quali dovevano contenere le statue di due benemeriti cittadini, e di chi fossero ce lo rivelano le opportune iscrizioni che sotto di esse si leggono.
Quella a destra è così concepita:
C . CVSPIVS C . F . PANSA PONTIF
D . VIR . I . D .[120]
Quella a sinistra, così:
C. CVSPIVS . C . F . PANSA PATER D . V . I . D .
IIII QVINQ . PRAEF ID . EX D . D . LEGE PETRON .[121]
Più avanti fornirò gli schiarimenti intorno a questa legge Petronia, della quale si fa nella iscrizione cenno, riservandoli essi all’argomento degli spettacoli gladiatorii.
Il marchese Arditi, nel trattare della legge Petronia, saviamente opina che l’iscrizione e la statua del prefetto Cuspio Pansa siano state collocate nell’anfiteatro prima del tremuoto dell’anno 63, ed anche prima della sospensione degli spettacoli ordinata da Nerone nel 59.
Avanti d’entrare nell’arena, o sia nella gran piazza de’ combattimenti e delle caccie, detta appunto arena, dalla sabbia che vi era sempre sparsa, onde il sangue che si versava dagli uomini e dalle fiere, a scanso di ribrezzo, avesse presto a iscomparire, trovasi a destra e a manca l’entrata in un criptoportico, o corridojo circolare sotterraneo rischiarato da numerosi spiragli, da cui per diversi vomitorj si ascendeva a’ gradini della prima e seconda cavea, dove sedevano i magistrati e i più cospicui cittadini e i collegi. Questo sotterraneo, che girava tutt’all’intorno dell’anfiteatro, è degno di considerazione per la sua forma intatta e per non riscontrarsi in alcun altro anfiteatro. Le pareti di questo portico hanno tuttavia iscrizioni scritte in rosso ed in nero, che accennano a nomi de’ magistrati, forse benemeriti dei ludi al circo, e leggonsene altre contenenti officiosità pel loro indirizzo e tal altra eziandio che suona ingiuria, o lode a talun combattente. Ho già notato come fosse insito nel costume de’ Pompejani di dare sfogo ai sentimenti proprj, esprimendoli sui muri delle case o di qualunque altro edificio.
Ma eccoci nell’elissi dell’anfiteatro. Appena entrato, io sperimentai, alzando la voce, l’eco che vi regna, e che già rammentai al lettore quando dipingendogli l’estrema catastrofe, affermai, come essa avesse contribuito a rendere maggiore l’orrore della situazione. L’arena, tutta recinta d’un parapetto, o podio dell’altezza di circa due metri, sul quale alzavasi eziandio un graticcio di ferro, per tutelare gli spettatori dal furore delle fiere che, istigate dal combattimento, avrebbero potuto gittarsi su di essi. Siffatto parapetto era tutto dipinto a soggetti convenienti al luogo; ma l’azione dell’aria ve li ha fatti tutti sparire. Si rammenta da chi si trovò all’epoca della scoperta di questo monumento, che fu il 16 novembre 1748[122], che fra tali dipinture una vi fosse che raffigurava un lanista o maestro de’ gladiatori, che in mezzo a questi, armato di bacchetta (rudis) era in atto di giudicare cui spettasse colla vittoria nella lotta il premio del vincitore, sul quale svolazzavano due genii alati recanti corone nelle mani.
Ma non si smarrirono le iscrizioni, che nel parapetto stesso si lessero, dedicate a memorare i nomi di que’ magistrati che meglio avevano contribuito alla restaurazione dell’anfiteatro, rifacendo i cunei e riparando le altre rovine, che erano stati altresì i sovrintendenti, o prefetti degli spettacoli.
Eccole, quali sono riferite dalle Guide e dagli illustratori di Pompei.
MAG . PAG . AVG . F . S . PRO . LVD . EX . D . D .
T . ATVLLIVS . C . F . CELER . II . VIR . PRO . LVD . LV . CVN
C . F . C . EX . D . D
L . SAGINIVS . II . VIR . I . D . PRO . LV . LV . EX . D . D . CVN
N . ISTACIDIVS . N . F . CILIX . II . VIR . PRO . LVD. LVM
A . AVDIVS A . F . . RVFVS . II . VIR . PRO . LVD .
P . CAESETIVS . SEX . F . CAPITO . II . VIR . PRO . LVD . LVM
M. CANTRIVS. M F. MARCELLVS. II. VIR. LVD LVM CVNEOS. III F. C.
EX. D D.[123]
Importa che io qui traduca una nota che Bréton appone a queste interessanti iscrizioni.
«Queste iscrizioni, scrive egli, presentano un enigma assai difficile a sciogliere. Che vogliono esse dire queste parole PRO LVD, pro ludis? Si è creduto dover tradurre per i giuochi, e scorgere quindi nell’iscrizione la menzione dei giuochi che venivan celebrati nell’anfiteatro[124] da certi magistrati. Questa interpretazione sarebbe stata accettabile, se nella terza iscrizione non si trovassero le parole PRO LVD . LVM . che il P. Garrucci legge pro ludorum luminatione, per l’illuminazione dei giuochi, e Mommsen pro ludorum luminibus; per i lumi dei giuochi. Questa spiegazione non essendoci sembrata in tutto soddisfacente noi abbiamo consultato uno de’ nostri dotti colleghi, il signor Léon Rénier, noto per gli studj speciali che ha fatti dell’epigrafia antica. I nostri lettori saran lieti di trovar qui le sue risposte, delle quali abbiamo creduto adottare le conclusioni così ben motivate.
«L’interpretazione del P. Garrucci, e quella di Mommsen, dice Léon Rénier, proverebbero, se si fosse costretti d’attenervisi, che si davan dei giuochi con illuminazione nell’anfiteatro di Pompei, ciò che non mi pare da ammettere. Ecco come io interpreto il passo dell’iscrizione: Marcus CANTRIVS, Marci Filius MARCELLVS duum VIR PRO LVDis LVMinatione, CVNEOS III Faciendos Curavit EX Decreto Decurionum. PRO LUDis, LVMinatione, cioè in luogo dei giuochi e dell’illuminazione, ch’ei doveva dare nell’occasione della sua elezione alle funzioni di Duumviro. L’elissi della congiunzione et non ha nulla che debba sorprenderci: era essa di regola nello stile epigrafico. (Ved. Morcelli, De Stylo inscr. p. 4486 ed. Rom.) Gli onori municipali si pagavano ordinariamente con giuochi, spettacoli, distribuzioni di sparsioni, ecc.: spese improduttive che si scontravano talvolta come qui, con altre spese equivalenti il cui effetto era più durevole. In una iscrizione di Djemilah (l’antica Colonia Cuiculitanorum), che io ho pubblicato in una memoria che fa parte dell’ultimo volume della Società degli Antiquari di Francia, si vede un magistrato di questa città erigere una basilica, in luogo d’uno spettacolo di gladiatori ch’ei doveva dare. Si potrebbero citare molti esempi analoghi.
«Le interpretazioni del P. Garrucci e di Mommsen sono affatto congetturali; la mia si appoggia sopra esempj che mi sembrano concludenti. Il primo ne è fornito da un’iscrizione di Roma edita dal Fabretti Inscript. Domestic. p. 243 n. 556, e da Orelli p. 3324, la quale termina così: POPVLO VISCERATIonem GLADIATORES DEDIT LVMINAtionem LVDOS Junoni Sospitæ Magnæ Reginæ SOLIS FECIT.
«Il secondo si trova in un’iscrizione della raccolta di Muratori pl. 652. n. 6, nella quale si legge:
..... VS . SPORTVLAS ITEM FIERI ET
..... PVERIS NVCES SPARGI DIE Suprascripto ET
LVMINATIONE
«Quest’ultima iscrizione è un’iscrizione funeraria, nella quale non v’ha questione nè di giuochi nè di spettacoli, ciò che mi fa pensare che in quella dell’anfiteatro di Pompei non vi sia connessità fra le parole LVD e LUM; queste parole designano due spettacoli differenti, che i nuovi magistrati dovevano dare al popolo e da cui un decreto dei decurioni gli aveva dispensati, loro imponendo l’obbligo di applicare alla costruzione dell’anfiteatro una somma almeno equivalente a quella ch’essi avevano così economizzata»[125].
Per quanto ragionate codeste conclusioni, non mi so risolvere ad accettarle; perocchè fin quando io trovi, come in questa iscrizione di Marco Cantrio, che cuneos tres faciendos curavit, che, cioè, veggo menzionata un’opera, allora ben posso spiegarmi il pro ludis del modo che interpretò Rénier, vale a dire in sostituzione dei giuochi; ma quando trovo il pro ludis come nell’iscrizione
M . OCULATIUS M . F . VERVS II VIR PRO LUDIS
che ho riferita nel Capitolo precedente del Teatro Comico e che stava sulla soglia del medesimo in lettere di bronzo, senz’altra indicazione che m’additi cosa siasi dato o fatto in luogo dei giuochi, allora mi è permesso di dubitare che l’interpretazione di Rénier abbia sciolto l’enigma e di credere piuttosto che possa intendersi il pro ludis, come magistrato sopra i giuochi, cioè sovrintendente degli spettacoli.
E tanto più mi confermo in ciò, in quanto io non abbia rinvenuto autorità che mi convinca che gli spettacoli dati dai nuovi magistrati, fossero un verace obbligo inerente alla loro nomina; anzi che una liberalità, quantunque forzata, e che però potesse intervenire decreto di decurioni a sostituire ad una spesa obbligatoria un’altra spesa.
Ritornando ora alla difesa del podio, vuolsi osservare come anche un canal d’acqua vi corresse lungh’esso; onde così non fosse permesso alle fiere di accostarvisi di troppo.
La cavea era regolata e distribuita del modo stesso che accennai, parlando de’ teatri, nei capitoli antecedenti, partita cioè in tre zone col mezzo di due gallerie. La più bassa riserbata, come pur testè ho detto, ai principali magistrati, ai capi della colonia, a’ sacerdoti e sacerdotesse ed il posto che ognun d’essi occupava sopra i gradini era circoscritto in due linee col corrispondente numero distinto in rosso; e quel numero doveva corrispondere alla tessera che si presentava entrando all’impiegato denominato Locarius, o pigionante di sedili. Il quale occupava prima i posti negli spettacoli, o li accaparrava per cederli poi a chi giungesse tardi, contro determinato prezzo.
L’affaccendarsi di costui era singolarmente per le dame, imitate pur dalle moderne, che ultime sempre giungevano allo spettacolo, trattenute dalle lunghe e studiate toelette; onde il nostro Savioli, facendo allusione nella sua Ode Il Teatro a siffatta consuetudine, cantava:
Tardi ai roman’ spettacoli
L’altera Giulia venne,
Ma i primi onor del Lazio
Su l’altre belle ottenne.
Marziale, ne’ suoi epigrammi, parla di questi locarii nel verso:
Hermes divitiæ locariorum[126];
ed io, tenendo conto di tali inservienti de’ pubblici trattenimenti, addito origini di pratiche pur oggidì sussistenti, e riconfermo il concetto del Savio, che disse nulla essere nuovo sotto il sole.
Questa prima cavea dell’anfiteatro era divisa da una precinzione di pietre di tufo dall’altra cavea superiore e conteneva diversi muri traversali che ripartivano il podio stesso. Così aveva quattro ripartimenti, due verso le porte di cinque gradini, e due altri nel mezzo del giro di quattro gradini assai più larghi e spaziosi, aventi poi ognuno le proprie porte separate.
La media, o seconda cavea era assegnata ai cittadini distinti, e più agiati, ai diversi collegi e ai militari ed aveva trenta gradini.
Termina finalmente colla summa cavea costituita di diciotto fila di gradini ed era riserbata al popolo e dietro di esso si collocava la plebe, dopo la quale, in bell’ordine di archi sorgevano le logge per le donne, che si formavano degli archi stessi sorretti da colonne, alle quali logge, per essere coperte, Calpurnio chiamò col nome di cattedre ne’ versi in cui rammenta di aver dovuto ascendere fin su su nell’ultima fila dell’Anfiteatro, per essere la infima e media cavea occupate da magistrati e cavalieri:
Venimus ad sedes, ubi pulla sordida veste
Inter femineas spectabat turba cathedras,
Nam quæcumque patent sub aperta libera cœlo,
Aut eques aut nivei loca densavere tribuni[127].
Tutta la cavea ha quaranta scaglioni con altrettanti vomitorj per i quali gli spettatori entravano ed uscivano ordinatamente; solo le donne avevano una separata gradinata onde accedere ai loro posti; lo che dinota ancora un riguardo che a’ dì nostri non si serba al gentil sesso ne’ teatri, e ciò malgrado che allora fosse dal diritto romano considerata la donna poco più di cosa, e adesso si pretenda che i costumi illeggiadriti ne abbiano senza confronti migliorate le condizioni.
Abbiamo già veduto nel precedente capitolo, come a temprare agli spettatori del Teatro Tragico gli ardori canicolari, fosse stato in Pompei e nelle altre città della Campania, prima che altrove, immaginato il velario, cagione di tanto scandalo a’ puritani scrittori di allora: or bene l’Anfiteatro pompeiano usava esso pure il più sovente di questa salutare costumanza. Dirò di più: la distesa del velario era tanto desiderata e voluta, che il Theatropola, od impresario di teatro, o chi dava le feste, si affrettava, nel pubblico annunzio che scrivevasi sui muri delle principali vie o de’ luoghi più affluiti di gente ad indicare che le vele e le tende non sarebbero mancate. Ho già recato nel capitolo nel quale parlai delle vie e degli affissi, quello in cui Valente Flamine perpetuo di Nerone, avvertendo che ai 28 marzo (V. Kal. aprilis) si darebbe una caccia, si dà premura di soggiungere che vi sarebbero i velarii, et vela erunt: ora, a meglio constatare la buona usanza, ne recherò due altri.
Un Ottavio, od un Onesimo, procuratore, poichè gli scrittori non sanno leggere che questi due nomi sotto la lettera O della seguente iscrizione, così annunzia una caccia, venatio, che darebbe a’ 29 di ottobre la famiglia gladiatoria di Numerio Popidio Rufo, che a’ 20 Aprile si alzerebbero le antenne, mala, ed i velarii, vela, nell’anfiteatro.
N . POPIDI
RVFI . FAM . GLAD . IV . K . NOV . POMPEIS
VENATIONE ET . XII . K . MAI
MALA . ET . VELA . ERVNT
Q . PROCVRATOR . FELICITAS .[128]
Si argomenta da tale avviso che i velarii si rizzassero nell’anfiteatro appena che il caldo incominciasse vivamente a farsi sentire e a dar fastidio la sferza del sole e che, se si credeva avvertire una caccia gladiatoria, ancorchè lontana, perchè più spettacolosa, non toglieva che prima si facessero altri minori divertimenti nell’anfiteatro; senza di che non avrebbe senso il dirsi che si rizzerebbero antenne a vele nell’aprile, per una caccia che dovesse seguire sei mesi nell’ottobre.
L’altro manifesto che si lesse su d’un muro della Basilica si esprime così:
N . FESTI AMPLIATI
FAMILIA . GLADIATORIA . PVGNA . ITERVM
PUGNA . XVI . X IVN VENAT . VELA.[129]
Or bene, nel cornicione dell’anfiteatro sì avvisano ancora alcune pietre aventi dei fori, ne’ quali si infliggevano le aste od antenne (mali, o mala come è scritto nella surriferita iscrizione) a cui venivano raccomandati i capi del velario e le funi che lo sostenevano.
Abbiam veduto superiormente come alle due estremità della elissi dell’anfiteatro vi fossero due porte: noterò ora che un’altra più piccola ve ne fosse, la quale era detta Libitinense, il cui scopo avverrà di conoscere più avanti, parlando de’ gladiatori.
Per questa porticina entravano poi le bestie feroci, le quali, per l’angustia di essa, non avrebbero potuto ritornare indietro o volgersi dai lati. Una cameretta vi è presso, forse lo spoliario, luogo nel quale i gladiatori uccisi venivano spogliati delle loro armi e delle loro vestimenta, come troviam ricordato in Seneca ed in Lampridio[130]: in essa si trovarono le ossa d’un leone. Questa circostanza e l’altra che già ricordai di eguali avanzi di leoni rinvenuti nelle vicinanze avvalorano l’affermazione di chi scrisse che il cataclisma sorprendesse i Pompejani intenti ai giuochi dell’anfiteatro. Per lo meno ci provano che recenti ne dovessero essere stati i divertimenti.
In quanto a me, non sono alieno del dividere l’opinione di coloro che osservarono che il novissimo giorno fosse pure un dì a’ ludi circensi destinato, confermandone altresì il fatto d’essersi trovati verso l’ingresso e ne’ corridoi dell’anfiteatro sei scheletri, a fianco di essi due braccialetti, due anelli, una moneta ed altri frammenti d’oro, quattro belle monete di bronzo, un involto di drappi ed una lampada. Perchè avrebbero dovuto rinvenirsi questi scheletri e questi oggetti in luogo ordinariamente chiuso, oltre che all’estremità della città, se non per essere stato in quel giorno aperto a pubblico divertimento? Non si potranno ad ogni modo per questi dati abbastanza significanti, avere per sognatori coloro che la detta opinione sostennero.
Altre piccole camere vi sono ai lati delle due porte principali ed erano i cataboli, o stalle in cui le belve attendevano d’essere lanciate nell’anfiteatro.
Finalmente chiuderò la descrizione dell’anfiteatro pompejano col far cenno del triclinio, che di contro al principale ingresso di esso si vede. Era uso presso gli antichi che il giorno innanzi l’esecuzione dei condannati a morte si imbandisse loro un publico banchetto, chiamato libero. In cotale occasione si largheggiava ad essi di ogni ricercata vivanda. Chateaubriand, che di tal costume favella ne’ suoi Martyrs, non può trattenersi dallo scagliarsi contro di esso, come di raffinamento della legge e come brutale clemenza del paganesimo; l’una, perchè voleva rendere la vita cara a quelli che dovevano perderla; l’altra, che non considerando l’uomo che fatto per i piaceri, ne lo voleva colmare nel mentre che spirava. Anche i gladiatori, devoti a morte, poichè non avvenisse mai che talun d’essi non restasse sull’arena, avevan diritto, prima del giorno dello spettacolo, a questo publico pasto. Era poi nella piazza cinta di muro, in prossimità al triclinio, che i gladiatori attendevano l’ora di entrare alla lotta nell’anfiteatro.
Ora poichè conosciamo il luogo che in Pompei serviva d’arringo a’ giuochi circensi, e coll’anfiteatro di questa città, possiam dire di conoscere quelli pure delle altre e anche quello più famoso di Roma; passiamo a trattare de’ ludi, che più frequentemente solevano celebrarsi in essi, e delle persone che vi pigliavano parte.
I più consueti e desiderati spettacoli dell’Anfiteatro erano le corse, che prima si facevano, come già vedemmo, nel Circo; i ludi gladiatorj e le cacce, che son le venationes che abbiamo in più affissi veduto annunziate in Pompei. Le danze, le pantomime, i canti e i suoni dei tibicini e dei fidicini erano divertimenti minori a’ quali prestavasi bensì l’anfiteatro, ma piuttosto a riempire gli intermezzi e ad illudere l’impazienza del publico che stava attendendo i principali spettacoli annunziati, anzi che a costituire di per sè un vero trattenimento.
Le Corse, o fazioni degli Auriga, il lettore s’è accorto essere state introdotte fin dai primordj di Roma, per aver io al principio ricordato il giuoco de’ Trojani: il qual non fosse infatti che un armeggiamento a cavallo. Molto più in onore in Grecia erano tenute le Corse, dove i vincitori ne’ giuochi olimpici vennero consegnati alla immortalità dagli inni di Pindaro. Colà, per responso della Pizia, a’ siffatti giuochi annettevasi la salute della Grecia. Furono perfino misurate le epoche dalle olimpiadi, ogni olimpiade essendo lo spazio de’ quattro anni che scorrevano fra due celebrazioni de’ giuochi olimpici. Dall’una all’altra olimpiade si contavano cinque anni, benchè non fossero se non se quattro compiuti. Presso gli storici la prima olimpiade comincia nel 776 prima di G. C. e 24 avanti la fondazione di Roma. Dopo la 340.ª olimpiade, che finì coll’anno 440 dell’Era Volgare, più non si trovano gli anni calcolati per mezzo delle olimpiadi.
Or si fu nella vigesima quinta olimpiade che presso quella nazione ebbe luogo la corsa del carro a due cavalli; nella ventottesima quella dei cavalli da sella; nella novantottesima corse con due cavalli da maneggio nello stadio, e nella susseguente si attaccarono ad un carro due giovani puledri condotti a mano ed un’altra corsa di un puledro montato a guisa d’un cavallo da sella.
In Roma e nelle città italiane, dove massime negli ultimi tempi della republica ed in quelli dell’impero si grecizzava, era più che ovvio che que’ giuochi si importassero con quelle discipline e seguissero nel circo dapprima e poi nell’anfiteatro e s’introducessero le corse dei cocchi o de’ carri, currus, detti anche bighe se tirate da una coppia di cavalli, quadrighe se da quattro. Dione nel lib. XXIX, cap. 28, parla delle corse dei cavalli che fecero parte dei giuochi famosi che diede Pompeo e de’ quali dirò ancora più avanti.
Le fazioni degli auriganti che si vennero presto istituendo e le quali aspiravano alla palma nei ludi circensi, erano quattro in Roma, distinte dal vario colore delle vestimenta loro, cioè verde, ceruleo, rosso o bianco, onde appellavansi Prasinæ, Venetæ, Russatæ, Albatæ. Svetonio ne fa sapere essersene di poi aggiunte altre due, l’una di stoffa aurata, e l’altra di panno porporino. I principi perfino si onoravano d’esserne i capi; così Caligola della Prasina, Vitellio della Veneta. I guidatori (agitatores) montarono in prezzo e i poeti li celebrarono, come ne fanno fede, oltre que’ di Marziale, anche i vecchi epigrammi di M. Aurelio Dione, di Diocle, di Pompeo Eusceno e di Fuseo. Così rimasero ricordati i nomi di Incitato caro a Caligola, di Prasino caro a Nerone, di Passerino e Tigri diletti a Domiziano e di Scorpo a Nerva; del quale Scorpo dettò Marziale il seguente pomposo epitaffio:
Ille ego sum Scorpus, clamosi gloria Circi
Plausus, Roma tui deliciæque breves:
Invida quam Lachesis raptum trieteride nona,
Dum numerat palmas, credidit esse senem[131].
L’interessamento generale, la division delle opinioni, il parteggiar di tutti per questa o quella fazione d’auriganti, e le scommesse furon tali e tante, che parve fino un delirio. Giovenale così della fazion Prasina attesta la propria simpatia e predilezione:
Totam hodie Romam circus capit et fragor aurem
Percutit, eventum viridis quo colligo, panni[132];
e più tardi a’ tempi di Giustiniano, per la contenzione delle fazioni Prasina e Veneta, tanta nacque sedizione in Bisanzio che il monaco Zonara, nel suo libro Degli Imperatori Greci, scrisse essersene occasionata la strage di quasi quarantamila uomini; d’onde poi si avesse ad abolire la designazione delle fazioni.
I vincitori nelle corse de’ giuochi circensi, proclamati per tali dal Pretore, come ne ammonisce Giovenale in que’ versi:
. . . . similisque triumpho
Præda caballorum Prætor sedet[133],
uscendo dalla porta trionfale del circo fra le ovazioni frenetiche del popolo, colle palme raccolte e della corona di lentischio recinta la fronte, spesso assisero conviva alla mensa imperiale.
Passo rapido ora da questo subbietto, perocchè fosse, a mio sentimento, mal propria l’arena dell’anfiteatro pompeiano a siffatto genere di ludi, e vengo invece più distesamente a dire de’ gladiatorj, che tutto attesta essere stati assai frequenti in Pompei.
Ed è a questo punto ch’io pongo dapprima la descrizione del Ludo Gladiatorio che esisteva e che venne discoperta dagli scavi in Pompei.
Ma non pensi il lettore ch’io m’intenda parlare di quella taberna, che da parecchie Guide vien detta la Scola dei Gladiatori, la quale fu scoperta il 12 aprile 1847 ed a cui valse un tale titolo unicamente perchè nell’esterno di essa si trovò un’insegna dipinta che rappresentava un combattimento di gladiatori. L’angustia di questa esclude assolutamente ch’essa potesse servire allo scopo al quale si vorrebbe destinata, poichè la scuola de’ gladiatori suppone che abbia un locale atto all’esercizio della scherma e capace di contenere, oltre i duellanti, anche il lanista, o loro maestro. Ora una tale taberna non era atta a tanto. Più probabile è invece ch’essa appartenesse a qualche theatropola, o impresario di pubblici spettacoli, il quale vi tenesse ricapito per la vendita delle tessere teatrali, o per l’allestimento dei ludi o per l’ingaggio dei gladiatori. Tale insegna, comunque difesa da un piccolo tetto, è pressochè tutta omai cancellata: sotto di essa vi si lesse in addietro la seguente iscrizione:
ABIAT (HABEAT) VENERE (VENEREM) POMPEIIANA (M) IRADAM (IRATA)
QVI HOC LAESERIT[134].
Queste scorrezioni di dizione ci rivelano però il linguaggio volgare e l’approssimazione fin d’allora all’italiano.
Ma del resto farò osservare che il soggetto dell’insegna non può in alcun modo forzarci a ritenere a qualunque costo che la taberna dovesse aver un’attinenza coll’arte gladiatoria e con ispettacoli, da che sembri che il combattimento di due gladiatori fosse tema assai frequente delle insegne, se Orazio, nella satira settima del Lib. 11, potè lasciare scritto:
. . . . . atque ego, cum Fulvi, Rutubæque,
Aut Placideiani contento poplite miror
Prœlia, rubrica picta aut carbone: velut si
Re vera pugnent, ferient, vitentque moventes
Arma viri[135].
Il Ludo Gladiatorio piuttosto e veramente, a quante le ricerche diligenti fatte hanno condotto a ritenere, è quell’edificio al fianco orientale del Foro triangolare, del quale parlando, ho già mentovato, che per tanto tempo si continuasse a designare per quartiere di soldati. Tale designazione non era stata, siccome avvenne di tanti altri edifici di Pompei, determinata dal capriccio, ma sì dall’esservisi trovate alcune armature e ceppi entro i quali costrette ancora le ossa dei piedi di varii scheletri, che s’era supposto essere stati di soldati in punizione, i quali erano stati sorpresi dalla estrema eruzione del Vesuvio e dalla finale catastrofe senza potersi svincolare da essi. Questi ceppi si conservano al Museo Nazionale di Napoli e costituisconsi di una lunga e duplice barra di ferro, avente ad eguali intervalli venti perni rialzati che sulla cima finiscono in anelli. Tra l’uno e l’altro di questi perni il colpevole doveva collocare i piedi, che vi venivano serrati da un ferro traversale, che passava per quegli anelli, ed a fianco stava la serratura a chiave che assicurava un tal ferro.
In tutto questo edificio, scoperto nel 1766 e completamente sbarazzato nel 1794, si contarono al momento delle prime indagini, non meno di sessantatrè scheletri e si è questo considerevole numero di scheletri che farebbe persistere taluno scrittore, — cui pare improbabile che una città di non molta importanza per popolazione come Pompei potesse contare un numero sì forte di gladiatori, — a voler ravvisare in questo edificio una caserma di soldati; tanto più che una piazza forte come questa dovesse invece avere una guarnigione e per conseguenza una appropriata caserma.
Ma il P. Garrucci stabilì in una sua memoria, inserita nel tredicesimo numero del Bollettino Archeologico Napoletano del gennaio 1823, che quest’edificio non potesse essere che un Ludo de’ gladiatori. Nè del resto può sembrare improbabile in Pompei il numero suddetto di gladiatori, da che si avverta, e noi l’apprendemmo dalle iscrizioni che riprodussi, come l’epoca dell’ultima eruzione che seppellì Pompei coincidesse colla stagione ordinaria degli spettacoli più strepitosi dell’anfiteatro, e che doveva pur esser quella in cui i più doviziosi romani, che possedevan ville nel delizioso golfo napolitano, solevano ritrovarsi nelle loro villeggiature. D’altronde se la questione numerica della popolazione dovesse essere non solo un irrecusabile argomento, ma ben anco un semplice argomento od una seria congettura, non si saprebbe, per egual titolo, trovar la ragione d’essere del vasto anfiteatro. Ma ho già notato invece che agli spettacoli di Pompei intervenissero pure dalle vicine terre e castella e, i fatti storici alla mano, ciò si è incontrovertibilmente da me stabilito.
Questo Ludo adunque è un vasto parallelogramma, nel quale i gladiatori venivano istruiti a combattere da un lanista o maestro di scherma. Era questi o il proprietario d’una compagnia di tali uomini, che li locava a chi volesse offrire uno spettacolo gladiatorio; od anche solo l’istruttore de’ gladiatori appartenenti allo stato, e perciò detti cæsarei. Tale parallelogramma era tutto circondato di portici e d’architettura dorica a due piani, sostenuti da sessantaquattro colonne di tufo rivestite di stucco e scannellate nella parte inferiore.
Nel giro del portico terreno vi sono molte camere, ed in quelle verso il lato occidentale si trovarono i suddetti istrumenti di punizione. Nell’interno del portico, sulle colonne e nelle camere erano graffite parecchie iscrizioni, fra le quali è riportata da tutti e non per anco decifrata con soddisfazione, e per me affatto di colore oscuro, la seguente:
VHI . K . FEBR .
TABVLAS POSITAS
IN MVSCARIO
CCC . VIIII . SS . CCCC . XXX .
Dal pianterreno si ascendeva per mezzo d’una scala in angolo presso le camere ad uso di prigione al piano superiore. Non fa ora all’argomento mio di tener conto degli oggetti, fra’ quali molti muliebri, qui rinvenuti negli scavi: perocchè debba affrettarmi ad entrare più spiccio nel tema di questi gladiatori.
Roma aveva parecchi di questi ludi, e furon noti il Ludus Gallicus, il Dacicus, il Magnus, il Mamertinus, l’Æmilius. A questi non eran preposti soltanto i lanista ma de’ procuratores, tratti dalle classi cittadine più distinte, ed avevano inoltre proprj medici e chirurghi per curarne l’esistenza e la prestanza, come farebbesi di polli che si vengano nutricando per le delizie de’ banchetti. Tacito però non a torto chiamò il ludo sagina gladiatoria[136], ingrassamento gladiatorio. Nè meno celebri furono i ludi di Capua e di Ravenna; dal primo eruppe Spartaco e sappiam com’egli fosse il capo della rivoluzion servile: al secondo, di proprietà dello stato, appartiene il Gladiatore che è il protagonista della bella tragedia dell’Halm, tradotta dall’egregio prof. dott. Giuseppe Rota, d’alcun brano della quale, a chiarimento del mio soggetto, infiorerò tra poco queste pagine.
Quale si avessero origine i Gladiatori, esporrò sotto brevità.
I funerali e la religione li produssero. Gli Etruschi gli usarono ne’ funerali, essendo loro credenza che l’anime de’ morti coll’uman sangue si propiziassero. Epperò i captivi di guerra, gli schiavi tristi e colpevoli, comperati, si immolavano nelle funebri pompe. Dagli Etruschi venne il costume a’ Romani, prima però che a questi, passò con determinate modificazioni ne’ riti, a’ popoli della Campania.
Fu nell’anno 490 della fondazione di Roma, che Marco e Decimo Bruto offersero pubblicamente in Roma nel Foro Boario spettacolo di gladiatori, in occasione della morte di Giunio, loro padre: i tre figli di Emilio Lepido, augure, ne fecero lottare undici coppie nel foro per tre giorni, poi venticinque i figliuoli di Valerio Levino; indi crebbero vieppiù. Già vedemmo di Lucio Silla, come i ludi gladiatorii ordinasse per testamento nelle sue esequie. Cesare, in memoria della figlia, ne presentò seicentoquaranta; Tito, delizia del genere umano, continuò tali conflitti per cento giorni; il buon Trajano, l’amico di Plinio, per centoventitrè, offerendo duemila combattenti.
Nè fu più ragione il funerale o la religione soltanto a siffatti spettacoli; ma i gladiatori si diedero ben anco a semplice titolo di divertimento, e i magistrati primarj entrando in carica, a ingrazianarsi il popolo, glieli offrivano a spettacolo; onde perfino tale divertimento stesso gladiatorio si appellasse munus, sia che intender si volesse dato gratuitamente, sia perchè dato per l’officio.
È fatto menzione da Svetonio, nella vita di Claudio, come questo Cesare, prima di disseccare il lago Fùcino, vi volesse dare uno spettacolo di naumachia, e che i gladiatori che vi dovevano combattere, passando prima d’innanzi all’imperatore gridando: Ave, Imperator, morituri te salutant: — Salve, o Imperatore, que’ che vanno a morire ti salutano, — Claudio lor rispondesse: Avete vos, — state sani; ond’essi, il saluto interpretando come un perdono e una dispensa dal battersi, più non volessero infatti pugnare; tal che Claudio, indegnato, rimanesse in forse se farli tutti perire di ferro e di fuoco; ma poi lanciandosi dal suo seggio e girando intorno il lago d’un passo tremante e ridicolo, un po’ con minacce, un po’ con promesse, li obbligasse a combattere.
Era dunque una vera frenesia per codesti giuochi e così fu spinta, che tali combattimenti diventarono presto un mestiere, e il popolo sovrano a pagarli e fin le dame a carezzarne i campioni.
Or chi erano questi sciagurati che mettevano a prezzo il loro sangue, la loro vita?
Due specie vi avevano di gladiatori: la prima di coloro che venivano astretti ad assumere siffatto mestiere; l’altra di coloro che volontariamente lo esercitavano. Venivano essi, cioè, della prima specie, trascelti fra diverse classi della società, o erano schiavi che a tal uopo vendevansi o prigionieri di guerra, che dopo aver servito a decorare i trionfi de’ comandanti vittoriosi, riservavansi ai pubblici giuochi; o finalmente colpevoli di crimini o condannati per causa di ribellione.
Tuttavia accadde, — ed ecco come avvenisse che vi fossero atleti della seconda specie, — che si vedessero scendere ne’ circhi a combattere co’ gladiatori anche liberi cittadini, sia che fossero spinti a così degradarsi dall’ingordigia del danaro, ed appellavansi auctorati, sia che fossero mossi da una stolta ambizione.
La degradazione era necessaria conseguenza della professione da chiunque venisse essa abbracciata; perocchè, comunque liberi, questi auctorati erano tenuti ad un solenne giuramento, che ben valeva una verace schiavitù. La formula di tal giuramento si può leggere nei frammenti di Petronio Arbitro: In verba juravimus, uri, vinciri, verberari, ferroque necari, et quidquid aliud Eumolpus jussisset: tanquam legitimi gladiatores, domino corpora animosque religiosissime addicimus[137]. Essere uccisi dal ferro, cioè, quando cadevano vinti che dovevano allora sommettersi all’ultimo e mortale colpo del vincitore; abbruciati o flagellati, quando avessero timidamente pugnato o si fossero vilmente sottratti al ferro. A questo fine nell’arena e sulla scena erano sempre i Lorarii, o Mastigofori altramente detti, schiavi destinati ad infliggere loro le summentovate pene.
Erano inoltre diverse le classi de’ gladiatori. V’erano i secutores, inseguitori addestrati a combattere coi retiarii, prendendo il nome dal modo onde inseguivano l’avversario, che avendo tentato di gittar su di essi la sua rete, senza esservi riuscito, era costretto fuggire, finchè gli fosse dato di ricuperar la rete, di cui si valeva. Così sappiamo de’ retiarii, altri gladiatori che, oltre la rete colla quale cercavano avvolgere i secutores, erano pure armati d’un forcone a tre rebbi, tridentes. — Myrmillones chiamavansi que’ gladiatori che ponevansi a pugnare contro i retiarii o contro i Traci, thraces, gladiatori pur questi armati di coltello con arma ricurva, come Spartaco che vuolsi appunto nativo di Tracia, che combattevano alla foggia del loro paese. I Myrmillones portavano l’elmetto gallico con l’immagine d’un pesce per cresta. In una tomba presso la porta Ercolano in Pompei si trovò scolpita una figura di essi. Giovenale così delle prime tre sorta di gladiatori fa cenno, staffilando i nobili degenerati del suo tempo, che spudoratamente a questo infame mestiere si erano dati.
. . . hæc ultra quid erit nisi ludus? Et illud
Dedecus Urbis habes: nec mirmillonis in armis
Nec clypeo Gracchum pugnantem, aut falce supina
(Damnat enim tales habitus; sed damnat et odit):
Nec galea frontem abscondit: movet ecce tridentem,
Postquam librata pendentia retia dextra
Nequidquam effudit, nudum ad spectacula vultum
Erigit et tota fugit agnoscendus arena.
Credamus tunicæ, de faucibus aurea quum se
Porrigat, et longo jactetur spira Galero.
Ergo ignominiam graviorem pertulit omni
Vulnere, cum Graccho jussus pugnare secutor[138].
Gli scavi di Pompei offersero del pari, in un basso rilievo in istucco su d’una tomba, la figura d’un’altra specie di gladiatori, detti Samnites, la cui origine ci è svelata da Tito Livio in quel passo cui già accennai nel capitolo della Storia: Campani odio Samnitium gladiatores eo ornatu armarunt, samniticumque nomina appellarunt[139].
Questi Sanniti credesi anche si chiamassero col nome di hoplomachi, se pure non fossero designati con questo nome altri differenti atleti: ed erano essi gladiatori codesti che pugnavano armati da capo a’ piedi.
Essedarii dicevansi coloro che combattevano dall’essedo, veicolo da me già spiegato nel capitolo Le Vie; Andabati quelli che battevansi sui cavalli; Dimachœri che usavano di due gladii, o spade; Laquearii che cercavano abbattere il proprio competitore col laccio; Supposititii o surrogati, che subentravano al gladiator vinto, misurandosi col vincitore per contendergli la definitiva vittoria; Pegmares quelli che servivano nell’anfiteatro a subitanee trasformazioni, da pegma ch’erano appunto macchinismi scenici; Postulatitii coloro ch’erano dati nello spettacolo in soprappiù del numero regolare indicato nell’annuncio, a fine di soddisfare la richiesta (postulata) del publico; e Meridiani, finalmente, certi gladiatori armati alla leggiera, che combattevano per modo d’interludio, a mezzo giorno, dopo terminati i combattimenti colle fiere.
Nè certo ho con questi menzionati i nomi tutti delle tante specie di gladiatori, che nella frenesia di que’ spettacoli si vennero studiosamente immaginando.
Più tardi adunque, come già ci avvertirono i succitati versi di Giovenale, superando ogni ritegno e pregiudizio, scesero nell’arena cavalieri perfino e senatori. Come s’è veduto avvenire che uomini dell’ordine equestre montassero la scena sotto di Giulio Cesare; fu pur sotto di esso che in Roma primi obliassero il decoro del loro ordine Furio Leptino e Aulo Caleno, senatori; ma rotto il freno e precipitando ognor più la pubblica moralità in basso, si vedevano offerirsi a indecente e brutto spettacolo di nudità e di degradazione nel circo nani e pigmei, donne e fra queste anche matrone.
Il perchè Giovenale così flagella l’inverecondo costume:
Endromidas Tyrias et femineum ceroma
Quis nescit? vel quis non vidit vulnera pali?
Quem cavat assiduis sudibus scutoque lacessit,
Atque omnes implet numeros, dignissima prorsus
Florali matrona tuba; nisi si quid in illo
Pectore plus agitat, veræque paratur arenæ.
Quem præstare potest mulier galeata pudorem
Quæ fugit a sexu? Vires amat[140].
Pare, ed a ragione, così di troppo conculcata la dignità umana; ma che si dirà dinanzi il fatto di Nerone che fe’ pugnare in un giorno nell’Anfiteatro 40 senatori e 60 cavalieri? Dopo l’umiliazion della donna, succedeva quella dell’autorità. Che rimaneva omai di venerando e sacro?
Quelli nondimeno che fra tutti costoro destavano maggior pietà, erano indubbiamente i prigionieri di guerra, ai quali Tertulliano concede l’epiteto d’innocenti, per distinguerli da’ gladiatori di mestiere.
Nessuna guerra, dice Giusto Lipsio, non fu giammai più distruttiva pel genere umano quanto i giuochi del circo. Infatti si sa da Plinio il Giovane che fin da’ suoi tempi e da lui e da altri prestantissimi uomini se ne gridasse all’abolizione.
L’universale delirio per questi giuochi giadiatorj, l’affluenza del pubblico, l’intervento del principe e de’ magistrati, la descrizione di queste pugne e l’interessamento dovunque ad esse per parte d’ogni classe di persone, non escluso il sesso che suolsi appellare gentile, io dirò meglio colla viva dipintura che ne fa l’illustre poeta tedesco Federico Halm, ossia, per togliergli il velo della pseudonimia lacerato non ha guari da morte, il barone Münch Bellinghausen, nella sua tragedia Il Gladiatore di Ravenna, la quale abbiamo la fortuna d’avere egregiamente recata in italiani versi da quel chiarissimo letterato che è il prof. dottor Giuseppe Rota:
Allor che Roma pompeggiando lieta
Come a festivo dì tutta s’adorna,
E Cesare e il Senato e i cavalieri
In solenne corteo traggono al circo,
Onde gli spazii smisurati occupa
Di figure e di voci all’ondeggiante
Pelago fragoroso; allor che al cenno
Aspettato di Cesare le sbarre
S’aprono ai combattenti e un tal silenzio
Sorge improvviso che nessun più vedi
Trar fiato, bocca aprire, o batter occhio;
Ed ecco il segno squilla, i colpi cadono,
L’uno innanzi si fa, l’altro retrogrado
Gitta all’elmetto del rival con rapido
Moto la rete, cotestui districasi,
Poi di nuovo s’intrica, i colpi accumula,
Poi percosso egli pur vacilla e sanguina,
Presenta il petto, anche cadendo, all’emulo,
Riceve il colpo e muore; e allor che i soniti
D’immensi plausi a quella vista scoppiano
Simile a folgor che scoscende nuvola,
E par la terra vacillar dai cardini,
Sull’ebbro capo al vincitore piovono
Rose e lauri a gran nembo, accenna Cesare
Del viva il segno e mille bocche il suonano
Al vincitor sì che vi echeggia l’aere....[141]
Quando un gladiatore aveva ferito il suo avversario, gridava: habet, cioè l’ha tocco. Il ferito, gettando l’arme allora, si portava presso gli spettatori, alzando il dito per supplicare la grazia. Dov’egli avesse ben combattuto, il popolo l’accordava premendo il pollice e lo salvava: in caso diverso, od anche dove gli spettatori non si sentisser disposti a di lui favore, essi abbassavano il pollice e il gladiatore vittorioso imponeva senz’altro al vinto: recipe ferrum, ricevi il pugnale, e questi veniva immolato. A tale barbarico uso del popolo di abbassar il pollice perchè valesse d’ordine al gladiatore vincitore di dar il colpo di grazia, segando la gola al vinto, han tratto questi versi dello stesso Giovenale nella satira terza:
Quondam hi cornicines et municipalis arenæ
Perpetui comites, notæque per oppida buccæ,
Munera nunc edunt, et verso pollice vulgi
Quem libet occidunt populariter[142]
Questo crudel decreto di morte osava, — tanta era l’efferatezza dei tempi — la vergine vestale stessa bene spesso pronunciarlo, come Prudenzio, De Vestalibus, ce lo attesta:
. . . . . . . pectusque jacentis
Virgo modesta jubet, converso pollice, rumpi[143]
Stava tuttavia ne’ precetti dell’arte gladiatoria il saper cader bene ed atteggiarsi pittorescamente nel presentare la gola o il petto ond’essere trafitto dal vincitore; e cosiffatto artificio poteva conciliar talvolta al gladiatore il perdono della vita. Nella succitata tragedia di Halm, ecco come Glabrione, rettore della scuola gladiatoria in Ravenna, ciò rammenti a Tumelico, il protagonista del componimento, insieme ad altri consigli.
GLABRIONE.
Non io di sferza
Nè di buone parole a te mi parco:
Tu dunque bada a farmi onor: m’intendi?
Impassibile mostrati e sicuro:
La coscïenza di vittoria è mezza
Già la vittoria: tieni gli occhi agli occhi
Del tuo rivale e dove intenda avverti
Pria ch’ei muova la man.
TUMELICO.
Lo so, il so bene,
GLABRIONE.
Un altro avviso ancora.
TUMELICO.
E qual?
GLABRIONE.
Nel caso....
Intendi ben.... ciò non sarà, ma pure
Esser potria.... nel caso che abbattuto,
Gravemente ferito.... egli è un supposto...
Tu ti sentissi, allor fa di cadere
Sovra il manco ginocchio e fuor protesa
La destra gamba e del sinistro braccio
Fatto puntello, declinato indietro,
Grazïoso a vedersi e pittoresco,
Statti aspettando il colpo estremo[144].
Talvolta il popolo era tanto feroce che dava tumultuosi segni d’impazienza quando il combattimento durava un po’ più dell’usato, senza che alcuno dei due campioni fosse rimasto ucciso o ferito.
V’eran tuttavia degli intervalli di riposo in queste lotte di gladiatori e si chiamavano deludia: Orazio usò nell’Epistola XIX la frase deludia posco, per dire chieggo un armistizio, togliendola a prestanza dallo stile gladiatorio e dall’anfiteatro.
La presenza dell’imperatore faceva d’ordinario accordare la vita al vinto, e fu ricordato come un esempio di crudeltà il fatto di Caracalla, che a Nicomedia, in uno spettacolo gladiatorio, avesse licenziato coloro che eran venuti ad implorarne la vita, sotto pretesto d’interrogarne il popolo; lo che si ritenne quanto l’ordine di trucidarli.
Byron, l’immortale poeta del Corsaro, di Lara e di Don Juan, nel Pellegrinaggio di Childe-Harold, dinnanzi al capo d’opera di Ctesilao, il Gladiatore morente, da lui veduto in Roma, e del quale Plinio il Vecchio aveva detto che l’artefice vulneratum deficientem fecit in quo possit intelligi quantum restat animæ[145], così lo descrisse e gli prestò tal sentimento da sembrare che le barbare orde settentrionali e le sventure tutte piombate poi sull’Italia e Roma, non altro fossero che la giusta espiazione del sangue sparso da’ poveri e innocenti prigionieri di guerra condannati in sollazzo pubblico a’ cruenti spettacoli dell’Anfiteatro.
Così alla meglio tento di rendere in italiano i bellissimi versi inglesi:
Ecco il vegg’io prostrato in sul terreno,
Colla man regge il capo il gladiatore:
Col guardo esprime, di fierezza pieno,
Ch’ei frena l’ineffabile dolore;
La testa piega e il lacerato seno
Geme l’ultime stille del suo core,
Che ad una ad una cadon lentamente
Come le prime di uragan fremente.
Romba l’arena intorno a lui..... ma spira
Prima che il plauso al vincitor suo cessi:
Egli lo intende e non per ciò sospira;
L’occhio ed il cor lungi di qui son essi;
La vittoria o la vita non l’attira,
Ma come avanti a lui li abbiano messi,
Vede il Danubio, la capanna e i suoi
Presso la madre folleggiar figliuoi.
Ed ei frattanto, a rallegrar le feste
Della superba Roma, è presso a morte....
Questo pensier si mesce a le funeste
Strette dell’agonia orrendo e forte....
— Ma non avran vendetta mai codeste
Supreme angosce?.... Or su, genti del Norte,
Su levatevi tutte e qui correte
Del furor vostro a soddisfar la sete.[146]
Nè la morte dell’infelice gladiatore bastava a calmare bene spesso l’immane ferità del pubblico, perocchè fosse accaduto che esso ingiungesse senza pietà la ripetizione de’ colpi sui vinti e l’inferocir contro i cadaveri, per tema di essere frodato dall’artificio di simulata morte, come ce lo attesta Seneca: injuriam putat quod non libenter pereunt[147]; nè mancò talvolta chi osasse mettere la mano dentro la ferita e perfino ne bevesse il sangue ancora caldo e fumante, tratto da superstizioso pensiero che fosse a certi mali, come l’epilessia, farmaco salutare e certo.
Il cadavere del gladiatore veniva tratto di poi, come ricorda Lampridio nella Vita di Commodo, col mezzo d’un gancio nella camera, che pur si vede nell’anfiteatro di Pompei, la quale veniva detta lo spoliario: gladiatoris cadaver unco trahatur et in spoliario ponatur[148].
Ogni anfiteatro poi aveva la porta Libitinense, dalla dea Libitina, nel cui tempio custodivansi gli apparati funebri, e da cui, collocati dentro la sandapila, o bara, escivano, a spettacolo compiuto, i morti corpi per trasportarsi al carnajo.
I gladiatori invece ch’erano riusciti vittoriosi nell’arena ottenevano duplice premio: la palma e il denaro: altri ne avevano pur dai privati, massime per le vinte scommesse, e a tale crebbero che dovette il principe intervenire a moderare le donazioni.
Ai veterani concedevasi la bacchetta, rudis, quasi in segno di magistero: anche a’ nuovi era essa accordata per alcun fatto cospicuo e per acclamazione di popolo, impetrata spesso dal gladiatore medesimo. Effetto della stessa era d’essere liberati nello avvenire dall’obbligo della arena, e gli auctorati d’essere restituiti alla prima libertà. Questi privilegiati della bacchetta denominavansi Rudiarii; ed assolti da’ combattimenti ulteriori, sospendevano le loro armi nel tempio di Ercole, che si reputava essere il nume che presiedeva ai gladiatori.
Un’altra razza di gente che offerivasi in ispettacolo nel circo erano le Ambubaje. Oriunde queste della Siria, o come qualche altro scrittore pretende, derivate da Baja nel golfo di Napoli, onde avessero dedotto il nome, perchè le donne di quel luogo, — celebre per le sue terme, a cui nella state affluivano le eleganti e lussuriose femmine dell’Urbe e gli uomini più rotti alla scostumatezza, — solevano pur concorrere in Roma ad esercitarvi la lascivia e sonando e cantando[149] campavano la errabonda vita, suonando cioè le tibie, e cantando ballate. La bellezza e procacità loro, cui lo spettacolo aggiungeva rilievo e prestigio maggiori, del modo stesso che ballerine e mime pur oggidì sono meglio appetite da’ nostri ricchi fanulloni, le rendeva ambite dalla libidine de’ facoltosi, cui e nel circo e in posti di pubblico ritrovo si concedevano, ed a questa passione per esse allude il seguente passo della Satira III di Giovenale, che già ne occorse di conoscere come il pittore più accentuato dei costumi romani del proprio tempo:
Quæ nunc divitibus gens acceptissima nostris,
Et quos præcipue fugiam, properabo fateri;
Nec pudor ostabit. Non possum ferre qui vites,
Græcam urbem: quamvis quota portio faecis Achei?
Iam pridem Syrus in Tiberim defluxit Orontes,
Et linguam et mores et eum tibicine cordas
Obliquas, nec non gentilia tympana secum
Vexit et ad Circum jussas prostare puellas.
Ite, quibus grata est picta lupa barbara mitra.[150]
Orazio, prima ancora di Giovenale, aveva le ambubaje ravvolte tra la spregevole canaglia, nella Satira II del Lib. 1.
Ambubajarum collegia, pharmacopolæ,
Mendici, mimi, balatrones; hoc genus omne
Mœstum ac sollicitum est cantoris morte Tigelli.
Quippe benignus erat[151].
Le quali Ambubaje vogliono essere distinte dalle Ludie, che erano bensì donne che ballavano e recitavano in pubblico, ma non nei circhi e anfiteatri, sibbene nei teatri, come l’uomo ludius, che vedemmo nell’antecedente capitolo. Ricordo per altro qui ancora le ludie in altro senso, perchè più tardi infatti esse significassero le mogli de’ gladiatori, essendo che la scuola di costoro si appellasse, come ho già più d’una volta notato, ludus. Giovenale ancora in questo senso parla della ludia, nella Satira VI.
Dicite vos neptes Lepidi, coecive Metelli,
Gurgitis aut Fabii, quæ ludia sumserit umquam
Hos habitus?[153]
Un breve cenno or debbo fare dei giuochi Florali, i quali si celebravano in Roma nelle Calende di marzo di ciascun anno. Se può esser vero che non egualmente si festeggiassero in Pompei, nondimeno, siccome ho detto che lo studio di questa città ci trae a conoscere la vita romana, parmi così non dover passare sotto silenzio questi giuochi speciali, che nel quadro dei giuochi circensi reclamano indubbiamente un posto, per il forte rilievo che danno al degenere costume di quel popolo.
I Sabini, da cui tanto dedussero di costumanze e di riti i primi Romani, ebbero in onore il culto di Flora, questa ninfa che, sposa a Zeffiro, ebbe da lui in dote l’impero de’ fiori. Essi lo trasmisero ai Romani a’ tempi di Tazio loro re, e se la gentilezza e purità del regno di questa Dea avrebbe dovuto informare i suoi adoratori a leggiadri riti, vuol esser detto perchè invece fossero essi in Roma non meno impudici ed osceni de’ Lupercali, che per le sue vie in altro tempo venivano celebrati in onore della Lupa, ossia della cortigiana Acca Larenzia, con quel nome designata per cagione de’ suoi sfrenati costumi, la qual raccolse ed allattò Romolo e Remo.
Una cortigiana venuta di poi, denominata Flora, che volle appropriarsi il nome d’Acca Larenzia, in memoria della prima, chiamava erede de’ molti suoi beni, frutto di sua vita sciupata, il popolo romano, il quale riconoscente la collocò nel novero delle sue divinità, e le eresse un tempio rimpetto al Campidoglio; onde avvenne che, istituendosi a suo onore de’ pubblici giuochi quali si dissero florali, venissero facilmente confusi con quelli innocenti della prima Flora.
Invocata nelle intemperie delle stagioni, o quando lo imponevano i libri sibillini, se ne celebravano i giuochi, i quali poi nel 580 di Roma, in occasione di calamitosa sterilità durata per molti anni, diventarono annuali, per decreto del Senato.
Come i Lupercali, che ho testè ricordati, celebravansi pure i Florali dapprima a notte al chiaror delle faci, nella strada Patrizia, ove trovavasi un circo di sufficiente grandezza. Quivi erano cantate le più oscene canzoni; quivi cori di ignude cortigiane, che con procaci movimenti compivano svergognate le più ributtanti lascivie e si prostituivano, plaudente il popolo, a uomini brutali che, parimenti ignudi, si erano a suon di trombe precipitati nell’arena.
Narrano le storie come un giorno Catone, l’austero, fosse comparso nel circo in occasione appunto che stavano i giuochi florali per incominciare, perocchè gli edili avessero già fatto dare il segno. La presenza del gran cittadino impedì che l’orgia scoppiasse: le meretrici, per reverenza si strinsero nelle vesti loro, tacquero le trombe, il popolo ammutì. Chiedea Catone onde sì improvvisa sospensione, e avutone in risposta esserne causa la sua presenza, egli alzatosi prontamente allora e recatosi alla fronte il lembo della toga, uscì dal circo. Il popolo applaudì, caddero subito le vesti alle sciupate, squillarono le trombe e lo spettacolo ebbe il suo corso.
Fu per avventura ad una di queste feste, che, regnando Nerone, venne offerto l’infame spettacolo nel circo, che Svetonio ricorda e che Marziale fe’ subbietto al sesto Epigramma del Lib. I. che basterà di per sè a stigmatizzare il costume di quel tempo.
Iunctam Pasiphaën Dictaeo credite tauro,
Vidimus: accepit fabula prisca fidem.
Nec se miratur, Cæsar, longaeva vetustas:
Quidquid fama canit, donat arena tibi[154].
Per l’eguale ragione che mi parve dover intrattenere il lettore de’ Giuochi Florali, credo qualche parola consacrare eziandio agli spettacoli di Naumachia.
La circostanza d’essere Pompei città in riva al mare, siffatti spettacoli davanti all’imponente maestà della pianura equorea sarebbero apparsi così meschini, da non eccitare interesse di sorta; e però non posso ritenere che naumachie si tentassero mai nell’anfiteatro pompeiano. La misura della sua elissi non credo fosse tampoco propria a congeneri ludi. Se tal sorta quindi di divertimento da magistrati o doviziosi si fosse voluto dare, siccome d’altronde per lo più gli spettacoli dati da costoro erano, come vedemmo, gratuiti, avrebbero a teatro eletto il mare stesso e con sicurezza di miglior effetto.
Non era così altrove e massime in Roma. Che le naumachie fossero nei gusti de’ maggiorenti e del popolo non può recarsi in dubbio; superiormente trattando de’ Gladiatori, menzionai quella offerta da Claudio sul lago Fùcino. Svetonio, nel dire di essa, ricorda la particolarità che si vedessero l’una contro l’altra urtarsi una flotta di Sicilia ed un’altra di Rodi, composta ciascuna di dodici triremi, fra lo strepito della tromba d’un tritone d’argento che un congegno praticato nel mezzo del lago faceva a un tratto scattar fuori[155].
Naumachia, derivanda dalle due voci greche ναῦς, nave, e μαχη, pugna, esprime già di per sè il proprio significato. A questi navali combattimenti si trovò modo di dar luogo, facendo entrare ne’ teatri, a mezzo di celati condotti, le acque, e così vi si poterono far figurare mostri marini, flotte e simulate battaglie di navi.
Lo Storico de’ Cesari summentovato fa cenno della naumachia data da Nerone in Roma, dove pare si fosse all’uopo eretto apposito luogo, ed anzi, se si vuole stare a Frontino, nell’opera sua sugli Acquedotti, sin cinque o sei naumachie si sarebbero contate nel circondario di Roma. In quella adunque offerta da Nerone si videro appunto nuotare nell’acqua marina de’ mostri: exhibuit naumachiam, marina aqua innantibus belluis[156]. Un’altra battaglia navale ne rammenta, data nella vecchia naumachia da Tito, con intervento di Gladiatori[157] ed una ancora offerta da Domiziano[158]. Era forse di quest’ultima che Marziale intese parlare nel 31 Epigramma del lib. degli spettacoli, e la quale egli chiamò superiore a tutte le antecedenti:
Quidquid et in Circo spectatur et Amphiteatro
Dives Caesarea præstitit unda tibi.
Fucinus et pigri taceantur signa Neronis:
— Hanc norint unam sæcula Naumachiam[159].
Il suddetto storico Svetonio attribuir vorrebbe ad Ottaviano Augusto il vanto d’essere stato il primo a dare ai Romani spettacolo di un finto combattimento navale in un bacino scavato appresso al Tevere[160]; ma Servio, scoliaste di Virgilio, ne ammonisce avere i Romani, al tempo della prima guerra Punica, istituita la naumachia, dappoichè si fossero accorti che le nazioni straniere avessero nelle pugne navali non leggiero valore[161].
Ma forse prima d’Augusto queste naumachie potevano limitarsi ad esercitazioni de’ classiarii, o militi appartenenti alle flotte, nell’intento appunto di addestrarli a’ navali combattimenti, e solo averli poi questo Cesare ordinati a pubblico divertimento.
Ma basti intorno ad esse.
Or mi resta a parlare delle cacce di animali, venationes, che si davano così spesso negli anfiteatri romani e che sì frequenti pure ci dicono i surriferiti affissi seguissero in quello di Pompei.
Desiderosi coloro che davano gli spettacoli di solleticare con isvariate illecebre gli appetiti del publico, immaginarono, a rendere più interessanti queste cacce, di convertire l’Arena in selva, presentando, cioè, la più illudente immagine delle cacce germaniche, che si volevano arieggiare. Facevasi dunque a tale intento sollevare ne’ boschi da’ soldati delle grosse piante fino dalle radici e trasferire nell’Anfiteatro, dove confitte nel suolo e assicurate con travi e sovrapposta la terra si mutava l’arena in una foresta. Nè l’arena così conformavasi soltanto, ma anche i cataboli, stanze di custodia, da cui, come da antri e spelonche, sbucavano, quasi da’ naturali lor covi, le fiere. La natura era pertanto fedelmente imitata.
E quel che in Roma facevasi ed era in voga, afferma Giusto Lipsio essersi nelle provincie subitamente emulato, e le caccie dovevano però tosto adottarsi e suscitare il più vivo interesse.
In due maniere si compivano queste cacce: o facendo combattere fra loro le fiere, o facendole combattere con gladiatori o con condannati. Eranvi però delle volte in cui per la rarità dell’animale, che non si voleva uccidere, limitavansi ad ammaestrarlo facendolo passare avanti gli spettatori, o stretto in catene, ovveramente chiuso in una gabbia. Le cacce più consuete, perchè meno dispendiose, erano di orsi e cinghiali. Erano straordinarie e di lusso quelle di leoni, elefanti, pantere ed altre belve rare.
I combattimenti degli animali vorrebbe Seneca che avessero luogo per la prima volta in Roma, nel settimo secolo di sua fondazione, al tempo di Pompeo. Questi medesimo, nella inaugurazione del suo teatro, fece combattere nel circo gli elefanti, che Plinio dice essere stati in numero di venti, e i quali diedero tal prova d’intelligenza da destare perfino la compassione: strana cosa in vero, da che non la sapessero eccitare gli uomini in quel tempo! Così Cicerone infatti parla di quelle feste scrivendone a Marco Mario, alleato di sua famiglia:
«Per cinque giorni v’ebbero stupende cacce, e chi lo nega? Ma un uomo serio qual piacere può avere dal vedere o un uomo debole sbranato da una fortissima belva, o una superba fiera trapassata da un cacciatore? L’ultimo giorno comparvero gli elefanti, di cui il volgo e la turba fecero le maraviglie: ma voluttà non vi fu, anzi destò una tal qual compassione e si pensò che quell’animale avesse una cotale affinità colla stirpe umana»[162].
Ma Seneca nella summentovata sua sentenza è smentito da altri non meno autorevoli scrittori. Tito Livio, a cagion d’esempio, ne fa sapere che, fin dall’anno 568 della fondazione di Roma, Marco Fulvio celebrasse giuochi che passarono famosi nella storia, per compiere un voto fatto nella guerra d’Italia, e ne’ quali si fecero combattere pantere e leoni: et venatio data leonum et pantherarum[163].
Diciasett’anni dopo, cioè nel 585, gli edili curuli P. Cornelio Scipione Nasica e P. Lentulo, per la guerra contro Perseo, facevano combattere nei giuochi del Circo sessantatrè tigri, e quaranta orsi ed elefanti. Quinto Scevola, nel 689, fe’ combattere leoni; e Lucio Silla, per la prima volta, due anni dopo, offrì combattimento di cento leoni, della varietà che si chiamava giubbata, o colla chioma non ricciuta.
Lucio e Marco Lucullo, essendo essi pure edili curuli, nel 678, fecero combattere elefanti contro tori, per aizzare i quali ultimi conveniva far uso del fuoco, come Marziale ci avverte:
Qui modo per totam flammis stimulatus, arenam,
Sustulerat raptas taurus in astra pilas,
Occubuit tandem cornuto ardore petitus,
Dum facile tolli sic elephanta putat[164].
Passata questa caccia di tori, combattuta però dagli uomini, come nelle altre provincie dell’orbe romano, così eziandio nella Spagna, anche quando la civiltà tolse affatto di mezzo questi barbari divertimenti, essa non se ne volle disfare non solo, ma tanto la smania delle caccie del toro si è innestata al suo costume, che pure a’ nostri giorni si continui tra la frenesia di pubblici entusiasmi, i plausi e le dimostrazioni di leggiadre dame; e toreros e matadores, picadores e banderilleros e tutto il gregge gladiatorio insomma che partecipano a queste se la campano egregiamente e son ben anco tenuti in conto. Si potrebbero in oggi citare più nomi di celebri toreri, come a Roma in antico si ripeteva da ognuno il nome de’ più famosi gladiatori, conservati poi alla memoria de’ posteri dagli storici e da’ poeti.
Ma rivengo a dire delle caccie romane.
Cento orsi della Nubia e cento cacciatori venuti dall’Etiopia combatterono l’anno 693 per cura di Domizio Enobarbo edile; e tre anni dopo, Marco Emilio Scauro, tra’ vari altri giuochi circensi, quello spettacolo offerì pure dello scheletro di enorme cetaceo, lungo quaranta metri, più alto di un elefante indiano, che si spacciò dai ciurmadori essere stato quello medesimo al quale era stata esposta Andromeda: un ippopotamo, che Plinio afferma essere stato il primo veduto in Roma, di cinque coccodrilli e di centocinquanta tigri di ogni specie.
Ritornando sulla caccia data agli elefanti sotto Pompeo, che Plutarco dice essere riuscito uno spettacolo di spavento, Dione Cassio reca le seguenti particolarità, che piacemi riferire. «Si fecero combattere con uomini armati 18 elefanti; gli uni perivano nel combattimento, altri più dopo; perchè il popolo anche in onta a Pompeo, ebbe pietà di alcuni, quando li vide fuggire colpiti di ferite, percorrenti l’arena, colle trombe dirette verso il cielo e mandando lamentevoli grida: il che fece credere che essi non agivano così per avventura, ma che attestavano coi loro barriti la violazione della promessa fatta loro con giuramento nel trasportarli dall’Africa, e che imploravano la vendetta celeste. Si narra veramente che essi non avessero consentito a salire sulle navi, se non dopo che i conduttori ebbero loro promesso con giuramento di preservarli da qualunque duro trattamento. Il fatto è certo, o non l’è? È quanto ignoro.»
Del resto si sa, soggiunge Mongez, che tal passo riporta pure in una sua memoria, di cui mi son valso, che gli antichi credevano che gli elefanti avessero un’anima intelligente, e tale opinione si è conservata fra i popoli dell’India.
In questi giuochi da Pompeo dati per cinque giorni, a solennizzare la dedica del suo teatro, fra le molte fiere cacciate nel circo, oltre i suddetti elefanti, Plinio ricorda seicento leoni, dei quali trecentoquindici giubbati, e quattrocentodieci tigri d’ogni specie.
Giulio Cesare nel 708 volle superare nella magnificenza de’ suoi giuochi quelli dati dal suo emulo e mostrò per la prima volta in Roma le giraffe e i combattimenti dei tori e fe’ comparire nel circo due eserciti composti di fanti, di cavalieri e di elefanti. «Si diedero cacce per cinque giorni, scrive Svetonio, e per terminare lo spettacolo si divisero i combattenti su due schiere composte ciascuna di cinquecento fanti, di venti elefanti e di trecento cavalieri, si fecero combattere gli uni contro gli altri»[165].
Succedutogli Augusto, a lui si volle dar vanto d’aver fatto uccidere, a divertimento del popolo, tremila e cinquecento animali.
Sarebbe lungo soverchio parlare degli animali nostrali e addomesticati; ma si può argomentarlo dalla passione che si aveva per tali divertimenti. Non lascerò tuttavia di narrare come il più volte citato Plinio abbia scritto che nei giuochi dati da Germanico si vedessero alcuni elefanti moversi in cadenza a guisa di danzanti[166]; Svetonio in quelli dati da Galba comparissero elefanti funamboli[167], in quelli di Nerone, Sifilino dice di un elefante che salì sulla cima della scena, camminando sopra una corda e portando sopra di sè un cavaliere[168]; e Marziale parla dell’aquila addestrata a portar in sull’aria un fanciullo, nel seguente distico di un suo epigramma:
Æthereas aquila puerum portante per auras
Illæsum timidis unguibus hæsit onus[169]
e altrove sullo stesso fatto:
Dic mihi quem portes, volucrum regina? Tonantem[170]
perchè il fanciullo era vestito da Giove.
Le cacce e gli spettacoli gladiatorii si facevano nel circo nelle ore mattutine; ma, nell’814, Domiziano volle invertire l’ordine consueto e celebrò tali giuochi a notte, collo splendore delle faci; e Svetonio che ciò racconta nella vita di questo Cesare, aggiunge che in questi combattimenti di bestie e di gladiatori prendevano parte non uomini soltanto, ma femmine benanco[171].
Le caccie più ordinarie erano, giusta quanto già dissi, d’orsi e di cignali, come quelle più favorite e di cui anche in Pompei si ha argomento di prova per pitture e bassorilievi rinvenuti: e i cacciatori, venatores, vi figuravano a piedi ed a cavallo. Usavano costoro di apposita lancia, venebalum, dell’arco, arcus, dei cani, canes venatici.
Le lotte degli uomini colle fiere venivano eseguite da appositi gladiatori, designati piuttosto col nome di bestiarii e considerati meno de’ gladiatori proprii e spesso anche da infelici schiavi a ciò costretti da snaturati padroni. Dapprima si accordò a tale effetto ad essi elmo, scudo, spada o coltello e schiniere o schermi alle gambe; poscia, sotto il regno di Claudio, non si videro combattere che difesi da fasciature attorno alle gambe ed alle braccia armati di spiedo o di spada soltanto, con un brandello di stoffa colorata, il più spesso in rosso, nella manca mano.
Di queste caccie e lotte diverse coi diversi animali ci lasciò memoria ed intrattenne lungamente Marziale nel suo Libellus De Spectaculis: io non vi spicco ora che il seguente epigramma, il quale volge intorno alla pugna delle donne colle fiere, perchè si vegga come ne’ ludi gladiatorj il così detto sesso gentile, non pago pure di misurarsi cogli uomini in quegli esercizj efferati, non volesse anche nel resto rimaner addietro degli uomini in alcun modo:
Belliger invictis quod Mars tibi sævit in armis;
Non satis est Cæsar: sævit et ipsa Venus.
Prostratum Nemes et vasta in valle leonem,
Nobile et Herculeum fama canebat opus.
Prisca fides taceat: nam post tua munera, Cæsar,
Hæc jam feminea vidimus acta manu[172].
Così si ebbero anche le bestiariæ.
Eppure il lettore non ha certo obliato come sotto la porta principale dell’anfiteatro di Pompei nella iscrizione a sinistra dedicata a Cajo Cuspio Pansa padre, si faccia cenno d’una legge Petronia, della quale l’illustre magistrato pompejano sarebbe stato rigido osservatore.
Questa legge, così chiamata da Petronio Turpiliano suo autore, che era console in Roma, nell’anno 813 (61 dell’E. V.), unitamente a Cajo Giunio Cesonio Peto, soccorse alla misera condizione de’ servi, provvedendo che dove accadesse una eguale disparità di voti in un giudizio intorno la manumissione di un servo, decretar si dovesse in favore della sua libertà (L. 24. ff. de manumiss.), e proibendo agli inumani padroni di condannare a loro arbitrio i servi al combattimento colle bestie feroci, se prima non fossero stati giudicati meritevoli di questa pena con un formale giudizio. Ma intorno a questa legge, perchè memorata nella pure da me riferita lapide pompejana, lungamente dissertò il marchese Arditi, che fu ne’ primi anni del secolo sovrintendente agli scavi di Pompei, ed alla quale rinvio chi desideri saperne di più.
È implicitamente così detto che al combattimento colle fiere venissero condannati unicamente servi ed altri colpevoli. Ma, oltre ciò, altri, rei di parridicio o d’empietà, venivano condannati alla esposizione delle fiere nell’anfiteatro; ragione per cui la storia dei primitivi tempi del Cristianesimo segna a migliaja cosiffatte condanne dei neofiti cristiani, che gli imperatori si ostinavano a considerare come nemici dello Stato, malgrado pur sapessero che nelle loro agapi e catacombe e in ogni istituzione avessero in obbligo la preghiera per essi, l’obbedienza alle leggi e il perdono a’ nemici. Codeste persecuzioni durarono a questi miti ed entusiasti credenti, che da noi sono chiamati martiri della fede e però designati alla venerazione nostra.
Uno de’ precetti della filosofia stoica era: non ammirate gli spettacoli; i Cristiani, nello ispirarne l’aborrimento, avevano così una ragione maggiore.
Ecco un esempio di codesti ludi pantomimici, nei quali la catastrofe aveva veramente umani sagrificj, combinando così l’applicazione d’una vera pena col pubblico divertimento.
Ancora il più volte citato Marziale, nel suddetto Libellus, descrive di tal guisa lo spettacolo pantomimico, nel quale, Laureolo, schiavo, che per aver ucciso il padrone, era stato, come colpevole di parricidio, condannato alla croce ed alle fiere, era lo sventurato protagonista:
Qualiter in scythica relegatus rupe Prometheus
Assiduam vivo viscere pascit avem:
Nuda Caledonio sic pectora præbuit urso,
Non falsa pendens in cruce Laureolus.
Vivebant laceri membris stillantibus artus,
Inque omni nusquam corpore corpus erat
Denique supplicium dederat necis ille paternæ;
Vel domini jugulum foderat ense nocens,
Templa vel arcano demens spoliaverat auro,
Subdiderat sævas vel tibi, Roma, faces.
Vicerat antiquæ sceleratus crimina famæ,
In quo, quæ fuerat fabula, pœna fuit[173].
Il Colosseo di Roma fu singolarmente teatro a questi barbari spettacoli, dove un popolo sitibondo di sangue forzava la mano al principe sovente, massime quando erano incominciate le persecuzioni cristiane, gridando contro i nuovi credenti: alle fiere! alle fiere! perocchè al nuovo culto e ai nuovi credenti, dagli astuti sacerdoti pagani si attribuissero le publiche calamità per lo sdegno degli offesi Numi.
Nè da meno inoltre attendere si doveva in un’epoca di piena degradazione morale. Non paga la prostituzione d’esercitarsi ne’ lupanari, nelle case de’ privati, nella reggia e pubblicamente, perfino nei cómpiti e quadrivii, essa versavasi ne’ teatri e nei circhi, dove più copiosa trovava la messe. Legga il lettore Marziale, legga Giovenale, poeti che son pur troppo forzato a citar di soverchio, e raccapriccierà dall’orrore di tanta spudoratezza e bassezza di popolo. I lupanari divennero quasi parte integrante di questi clamorosi ritrovi, vi si fabbricavano all’uopo apposite celle, e vi si eressero temporaneamente alla evenienza di grandi spettacoli, e le sciupate traevano però all’anfiteatro, più certamente in cerca di lussuria che di altro spettacolo.
Ma si oda su di ciò il Dufour.
«Non v’era eccezione nelle ore assegnate alla libera pratica dei pubblici luoghi e piaceri, che nei giorni di festa solenne, quando il popolo era invitato agli spettacoli del circo. In tali giorni la prostituzione veniva trasportata dov’era il popolo, e mentre i lupanari chiusi restavano deserti nella città, quelli del circo si aprivano nel tempo stesso dei ludi; e sotto ai gradini ove affollavansi gli spettatori, i lenoni organizzavano cellette e tende, ed ivi era una continua processione di cortigiane e di libertini attirati da queste al loro seguito. Mentre le tigri, i leoni e le bestie feroci mordevano le barriere delle loro gabbie di ferro; mentre pugnavano e morivano i gladiatori; mentre l’uditorio scuoteva l’immenso edifizio con grida ed applausi, le meretrices, adagiate sopra sedie particolari, distinte per l’alta pettinatura e per le vesti corte, leggiere ed aperte, facevano appello continuo alle brame del pubblico, e non aspettavano per soddisfarle che gli spettacoli fossero terminati. Tali cortigiane lasciavano non interrottamente il posto loro, succedendosi a vicenda durante tutto il tempo de’ giuochi. I portici esterni del circo non più bastando a quest’incredibile mercato di prostituzione, tutte le taverne, tutte le osterie delle vicinanze rigurgitavan di gente. Bene inteso che la prostituzione in quei giorni era libera assolutamente e che gli apparitori dell’edile non osavano inquisire sulle qualità delle femmine che esercitavano colà l’infame mestiere. Ecco perchè Salviano dicesse di queste orgie popolari: si offre un culto a Minerva nei ginnasi; a Venere nei teatri, ed altrove quanto v’ha di osceno, si pratica nei teatri; quanto v’ha di disordinato, nelle palestre... Gli edili quindi non si dovevano occupare della prostituzione dei teatri, come se tale prostituzione completasse i ludi dati al popolo. Generalmente d’altronde (può almeno supporsi da’ varii luoghi della Istoria Augusta), i teatri erano messi in opera da una specie di femmine, che alloggiavano sotto i portici e nelle gallerie arcate di questi edifizj: avevano per mezzani, o per mariti, i banditori del teatro, i quali vedevansi circolare incessantemente di gradino in gradino durante la rappresentazione. Questi banditori non si contentavano di vendere al popolo, o distribuire gratuitamente alle spese del personaggio che dava i giuochi, acqua e ceci: servivano principalmente di messaggieri e d’interpreti per agevolare la dissolutezza. Con ragione dunque il cristiano Tertulliano chiamava il circo e il teatro concistoria libidinum»[174].
Come allora maravigliarsi dei sanguinarj giuochi dell’anfiteatro; come sorprendersi della generale ferocia degli spettatori?
Parini, il poeta mio concittadino, filosoficamente e a tutta ragione ebbe a cantare:
Così, poi che dagli animi,
Ogni pudor disciolse,
Vigor dalla libidine
La crudeltà raccolse[175].
Ma la gloria di far iscomparire dalla terra queste vere vergogne dell’umanità, che furono i giuochi gladiatorj, in cui la vita dell’uomo era offerta al ludibrio ed al capriccio della plebe, spettar doveva alla nuova dottrina del Cristo, che si andava per l’orbe diffondendo. Sarei nel dire di questo importantissimo argomento fuori veramente dell’epoca cui deve restringersi l’opera mia; ma, come dissimularlo? come, dopo avere turbato l’animo del lettore col ricordo di tanti strazii, non segnalargli poi il tempo in cui ebbero fine, e più ancora come non segnalare il principio, al quale andò debitrice di tanto beneficio la povera e depressa umanità?
Il Cristo era venuto a spezzar la catena dello schiavo, a proclamare il suo codice di libertà, d’eguaglianza, d’amore, e santificando col proprio supplizio la croce, segno dapprima d’infamia, l’aveva reso un oggetto di gloria. Sparso il buon seme della nuova dottrina, fruttificata dal sangue di tante migliaja di martiri, che spesso in onta alle debolezze dell’età o del senso, incontravano fra i più barbari tormenti la morte senza pur dar un gemito, ma salmodiando a Dio e benedicendo a’ loro persecutori, mentre i più efferati ladroni mandavano sempre fra gli spasimi bestemmie ed urli, doveva necessariamente riformarsi il costume e dovevano tornare in obbrobrio i cruenti spettacoli del circo e dell’anfiteatro.
Fu Costantino imperatore, nell’anno 1067 di Roma, che in omaggio a’ cristiani principj, ch’egli aveva abbracciato, bandì la legge santissima che i gladiatorj ludi in tutto il romano impero aboliva. Pur nondimeno, diradicare d’un tratto e per sempre sì inveterate e glorificate abitudini non fu possibile, e un cotal poco fecero ancora esse capolino sotto Costante, e poscia sotto Teodosio e Valentiniano imperatori, ed anche sotto Onorio si aprì ai gladiatori in Roma il Coliseo. — Fu in siffatta occasione che avvenne scena in cui tutto si pare il coraggio e l’entusiasmo cristiano.
Era l’anno 404 dell’Era Cristiana, quando questi ludi si offerivano nell’Anfiteatro Flavio in Roma. Quivi, venuto dall’Asia, era un monaco di nome Telemaco, e avuto notizia che il sanguinoso spettacolo seguiva in un determinato giorno, vi si recava animato dal più santo zelo, e quando essi appunto fervevano, immemore d’ogni umano riguardo, precipitatosi nell’arena e gittatosi fra le coppie de’ combattenti, in nome del suo Divino Maestro e della cristiana carità, tentava disgiungere i gladiatori e farli cessare dal sangue. Sollevavansi a quell’atto furibondi gli spettatori, che si vedevano sturbato il loro migliore divertimento, e dato di piglio alle pietre, lapidarono colà il monaco generoso. — Di ciò si valse appunto l’imperatore Onorio, perchè, proclamato Telemaco martire della fede, si avesse a richiamare alla più severa osservanza l’editto di Costantino.
I gladiatori adunque scomparvero di tal modo, quantunque le caccie degli animali feroci durassero sino alla caduta dell’impero d’occidente[176], e cessarono pure le persecuzioni contro i credenti del Cristo. «Voi che vi lagnate — sclama Cesare Cantù — perchè i simboli della passione del Cristo oggi sfigurino il Coliseo, ricordate quanto sangue v’abbiano quelli risparmiato»[177].
A compir le notizie che riguardano i ludi del Circo e dell’Anfiteatro, mi resta a dire delle sparsiones e missilia, che accompagnavano quasi sempre gli spettacoli che offerivansi in essi, quando chi ne sosteneva le spese erano il principe, o i maggiorenti della repubblica o dell’impero.
Queste missilia e sparsiones erano doni che si facevano al popolo da chi dava i giuochi. Distribuivansi a mezzo di tessere di legno, sulle quali stavano scritte le cose cui davano diritto, lo che recherebbe l’idea d’una gratuita lotteria, quando però non fossero gli oggetti stessi, i quali allora si venivano con gran tafferuglio disputando. I valori e la spesa per siffatti regali quali fossero, possiam raccogliere da Svetonio, là dove tratta delle missilia e delle sparsiones, distribuite da Nerone. «Nei giuochi, scriv’egli, per l’eternità dell’impero che Nerone appellò massimi, persone dei due ordini e dei due sessi sostennero parti divertenti. Un notissimo cavalier romano sedendo su d’un elefante trascorse su d’una corda distesa (cathadromum) in direzione obliqua. Si recitò una commedia d’Afranio intitolata L’incendio e si abbandonò agli attori il saccheggio d’una casa divorata dalle fiamme. Ogni giorno si facevano al popolo tutte sorta di larghezze (sparsa et populo missilia), si largheggiavano a lui buoni pagabili in grani, vestimenta, oro, argento, pietre preziose, perle, quadri, schiavi, bestie da soma, animali addomesticati, e finalmente si giunse per pazza liberalità a regalare vascelli, e perfino isole e terre[178].»
E così fece dopo anche Tito, ammanendo ludi e feste per cento giorni, nella dedica dell’Anfiteatro Flavio da lui compito; come prima di essi, un semplice privato, Annio Milone, quello stesso che fu difeso da Cicerone, sprecò tre patrimonj per gli stessi dispendj. Probo, figlio di Alipio, pretore; Simmaco pretore del pari, per non dir di tutti, profusero, al medesimo scopo di Claudio di blandire il popolo, infiniti tesori.
Come visitando il Coliseo e gli anfiteatri di Verona e di Nola; così pure vedendo quello di Pompei, il quale ne è il meglio conservato, e che tutto ciò che ho in questa pagina brevemente passato in rassegna rammenta, dinanzi a cosiffatte superbe costruzioni, non puoi disgiungere dal sentimento d’ammirazione, quello della compassione per le miriadi di vittime umane che dentro di essi vennero sagrificate, e per la sciagurata condizione che è fatta dalla fortuna agli uomini d’essere gli uni di ludibrio e spettacolo agli altri, questi destinati a servire d’incudine, quelli a valer da martello.