SCENA II.

Nerone, Atte, Epafrodito

NERONE

Frattanto, Atte, potrei
Dare un po’ di quïete alle mie membra;
Ò sonno.

ATTE

Un letto è qui.

NERONE (andando verso il letto ed osservandolo)

Qui v’è un covile
Più buono per le bestie che per l’uomo,
Ma la necessità mi persuade
A non sdegnarlo.

ATTE

Vi distendo il mio
Manto.

(Si toglie il manto e lo distende sul letto)

NERONE (adagiandosi sul letto come persona stanca)

La bianca veste del convito
Avvolge il morituro... Egregio tema
Per un poeta! Epafrodito, in guardia
Rimani di quell’uscio e con l’orecchio
Scopri qualunque più lontan rumore
S’alzi per via.—

(Epafrodito esce)

(Ad Atte)

Tu recami quei due
Pugnali; amo sentirli sotto il capo
Che s’addormenta.

(Atte prende i due pugnali e li dà a Nerone)

NERONE (declamando e scotendo la testa)

«L’uom giusto e tenace
Del proposito suo non lo sgomenta
Nè il fulmine di Giove
Nè di fiero tiranno
La faccia a lui vicina...
Se con estremo danno
Si rompe il mondo, costui non si move,
E impavido lo schiaccia la ruina
».

(Sorridendo tristamente ed alzando di più la voce)

Un gran buffone è quel poeta Orazio!
Vorrei vederlo qui, lui che a Filippi
Per ruggir meglio buttò via lo scudo!
E poi quei versi son proprio noiosi...
E la noia dà sonno...

(S’addormenta)

ATTE

E mai tu possa
Risvegliarti, o infelice!

(Dopo una lunga pausa)

Io non credeva
Che mi regnasse in cor così profonda
Virtù di affetto... Ahi l’indomata angoscia
M’astringe al pianto!—Finch’egli sul trono
Degli Augusti regnò vile e beato,
Come tutti gli oppressi anch’io sentia
il diritto d’odïarlo, ma lo vedo
Ora prostrato nella sua sventura,
Nè più ricordo i patimenti antichi
E i turpi oltraggi, e nel mio sen riarde
Il primo amore, il mio diletto amore,
Speranza della dolce giovinezza.
E inganno della vita.—Oh, ben feroci
Son questi Dei che chiedono gli altari
Al gener nostro, vittima di affetti
Da lor creati, per goder nel cielo
Dei mille inferni ch’ànno i petti umani!

(Ritornando verso il letto ove dorme Nerone)

Come agitato è il sonno suo!

EPAFRODITO (rientrando pieno di sgomento)

Deh, resta
Silenzïosa!

ATTE

E che avvenne?

EPAFRODITO

Scalpore
Di cavalli s’avanza per la via.

ATTE (accorrendo verso l’uscio)

È ver, l’odo—più cresce—è trapassato—

NERONE

Galba!...

ATTE

Si sveglia...

NERONE (balzando spaventato dal letto)

Galba è qui?...

ATTE

Nol vedi?
Qui non v’è alcuno.

NERONE

Ma colui ben stava
Dentro il mio sonno... Eppur non vo’ tristezza.
Tocca, o donna, le corde alla mia cetra,
Come solevi un tempo—io vo’ cantare,
Io, poeta maggior di quanti illustri
Ebbe il mondo latino... Ecco il teatro
Suona di plausi... Datemi corone,
E sian di rose; il lauro è pianta vecchia,
Nè dà più onore.

ATTE

È fuor di sè.

EPAFRODITO

Dagli occhi
Manda paura.

NERONE

Quanta folla! E dove
M’aggiro?—Mi s’accalcano d’intorno
Gl’importuni... Scostatevi... Littori,
Date loco al mio passo... È vano: i morti
Uccider non si ponno un’altra volta...
Sei tu, mia madre?—Non m’ascolta, sfibbia
Dalle mie spalle il manto imperïale,
Sorride—e fugge.—E tu, Cassio Longino,
Da me che chiedi? e come puoi guardarmi?
Nella vita eri cieco: e che? fa tali
Miracoli la tomba?—E tu qual nome
Avevi? la tua fronte è laureata,
Il volto ài scarno, e le nudate braccia
Verso di me agitando, lento, lento
Goccia il tuo sangue dalle rotte vene...
Ti ravviso, o cantor della Farsaglia,
E perchè mi sogghigni sulla faccia?
Credi che il tuo poema abbia vittoria
Sopra i miei versi?—Stolto! È ver, cantasti
Nel supremo momento di tua vita,
Ma che perdevi? la vita—ed io perdo
Vita ed imperio, e nondimeno canto.
Dunque il poeta e l’uomo è assai più forte
Di te. Sgombra, e non ridere!

ATTE (circondandolo amorosamente con le sue braccia)

Nerone,
Ài d’uopo di tua mente, in te ritorna.

NERONE (fissandola senza riconoscerla)

In me?... Perchè ridevi?

ATTE

Io?

NERONE

Sì, ridevi.

ATTE

Io piangeva.

NERONE (riconoscendola)

Piangevi!... E col tuo pianto
Vuoi forse anticiparmi il funerale?

EPAFRODITO

Ecco Faonte.