SCENA II.

Nerone, Cluvio Rufo, Menecrate.

RUFO (avanzandosi verso l’Imperatore)

Il Senato a Nerone invia salute.

NERONE (alzando le spalle e rimanendo seduto)

Grazie agl’Iddii l’abbiamo, e vigorosa.
Ieri nel circo atterrammo il più forte
Pugillatore della Gallia: un Ercole
Vero. In mezzo ai plausi rovesciato
Avea gli emuli tutti un dopo l’altro,
Ma i nostri polsi lo scrollaron quasi
Fosse un fanciullo; i nostri polsi adunque
Stanno bene, o buon Rufo, e fanno a meno
Della salute che c’invia il Senato;
Però t’insegneremo uno che langue
In periglio di vita e ch’à bisogno
Di tutte le cure dei Padri coscritti:
Il nostro erario.

MENECRATE

Le gabelle nove
Guariranno il malato.

RUFO (guardando impensierito Nerone)

E vuoi?...

MENECRATE

Le nostre
Province sono tante e tanto ricche!

NERONE (dopo aver sorriso all’istrione)

Che ne pensi, buon Rufo? L’istrione
Par che s’intenda un po’ di medicina.—

(alzandosi e mutando tono di voce)

Domani sorgerà di nuovo il sole
Illustrator della battaglia d’Azio,
Ed io d’Augusto erede aveva in mente
Di festeggiare il grande anniversario
Con larghezza di giuochi e di conviti;
Feci chiamare il capo de’ bestiari
Del nostro circo massimo, e indovina,
Buon Rufo? Non vi sono più che trenta
Leoni, e poche belve di minore
Conto.

(erompendo in un grido di collera)

Per Giove Statore! Avrei fatto
Io, Claudio Nerone, una bella figura
Al cospetto del popolo romano
Con quella miseria di trenta leoni!

RUFO

Lascia i giuochi del circo, e invita il popolo
A pubblico banchetto.

MENECRATE

Han tanta fame
Questi Quiriti!

NERONE

E vorrei sazïarli,
Inebriarli tutti, ma non posso.

RUFO

Non puoi?

NERONE

Tel dissi: l’erario è malato.

RUFO

Eppure le province...

NERONE

Le province
Dànno lievi tributi, ed io son troppo
Benefico. Perchè mi metti in viso
Gli occhi tuoi spaventati, o mio buon Rufo?
Ti comprendo: nessuno vorrà credere
Che questo imperïal paludamento
Nasconda i cenci d’un mendico e ch’io,
Dominatore della terra tutta,
Seduto innanzi a questa aurea mia casa
Sarò forse costretto di protendere
La mano supplicante ai cittadini
Che passano per via.

(scotendo violentemente per la toga Rufo, che è rimasto attonito ad ascoltarlo)

Pensi il Senato
A sì misero caso e vi provveda.
Io non ò più monete; i pretoriani
Stessi, la guardia della mia persona,
Da tre mesi contemplano l’effigie
Del loro prediletto imperatore
Soltanto nelle insegne.

MENECRATE (sospirando)

Ed anche questo
Conforto sarà tolto ai poveretti,
Se indugi ancora...

NERONE

E come?...

MENECRATE (freddo)

Venderanno
Le insegne.

NERONE

Abbia l’Averno la tua lingua!

MENECRATE

Ahi lingua trista! Essa à parlato il vero.—

(dopo una pausa, a Nerone)

Tu sei ridotto in povertà, ma vivono
Molti ricchi patrizi.

NERONE (dispiacente e fingendo meraviglia)

Odi, buon Rufo?
I patrizi son ricchi!

MENECRATE

Uno ad esempio
Nominerò: Cassio Longino; è questi
Perito nelle leggi e cieco d’occhi;
À quattro ville—due sulla ridente
Piaggia napolitana, una a Pompei,
L’altra ne’ colli tuscolani. Vidi
Quest’ultima ier l’altro. Qual stupenda
Magnificenza! V’è un intero popolo
Di statue.

NERONE (battendosi la fronte con la mano)

Per Giove! in casa mia
V’è penuria di statue.

MENECRATE

Fra quelle
Che adornano il superbo peristilio
Una mi spaventò; tale tal marmo
Mettea fierezza!

NERONE (interrogando con curiosità)

Ed era?

MENECRATE (sorridendo)

Bruto, il vile
Percussore di Cesare.

NERONE

Cotesta
Statua non la vorrei.

MENECRATE (con prontezza)

Nè conservarla
Alcun vorrebbe che non fosse cieco.

NERONE

E il cieco è un uomo per metà già morto.
Non è vero, buon Rufo?

MENECRATE

(allegro d’aver dato nel gusto dell’imperatore)

Che gli Dei
Mi perdano s’io pur non feci questo
Ragionamento! Quel Bruto di pietra,
Dissi, rivela nel suo possessore
Il desiderio d’adorarlo vivo:
È dunque un pompeiano.

RUFO (sorridendo)

Ma in ritardo.

MENECRATE

E che importa? È ribelle nel pensiero,
E reo di lesa maestà.

NERONE (battendo sulla spalla del buffone)

Per questa
Volta do lode alla tua lingua.

MENECRATE

À detto
il falso?

NERONE

O mio buon Rufo, apri gli orecchi,
E sia tua cura che li tenga aperti
Il nostro buon Senato: esso è il custode
Delle leggi, e accusar deve i nemici
Dell’imperio e punirli;—io non pretendo
Che i diritti del fisco.

MENECRATE

I più odïati.

NERONE

Amo l’odio patrizio perchè figlio
Della paura.—Da quel dì che Silla,
Quasi fanciul stizzoso, gittò via
I fasci della truce dittatura
Come rotti giocattoli, moriva
Il patriziato, e sulle sue ruine
Surse il genio di Cesare, l’ardito
Vendicator di Mario e della plebe;
E per noi successori nell’imperio
Plebe romana non fu già quel pugno
Di valorosi che da questi colli
Un astuto Senato avventò sopra
I più lontani popoli;—romana
È per noi quanta gente abita il mondo.—

MENECRATE

Ieri due Sciti andavano pel fôro:
Scommetto che imparavano il mestiere
Del roman cittadino.

RUFO (a Nerone)

È a te ben noto
Che veglia alla salvezza del tuo capo
La mente del Senato. Ti ricorda
Della congiura de’ Pisoni: estremo
Era il periglio, ma la veneranda
Autorità de’ Padri ti coverse;
Ed acclamata scese la tua scure
Sul collo dei ribelli. Avrà tal pena
Qualunque sconsigliato in Roma osasse
Di tentar novità. Sol non vorrei
Gittar il peso di tributi novi
Sulle province: lettere venute
Di Gallia dànno annunzio che tra quelle
Legioni v’è tumulto.

NERONE (spaventandosi)

V’è tumulto?...
E che chiedono? Vindice dovea
Decimar le legioni.

MENECRATE

A tanto uffizio
Non saranno bastati i suoi littori.

NERONE

Bada, buffone, per te basta un solo.

MENECRATE (tastandosi il collo)

Ed è troppo.

NERONE

Di’ dunque, o mio buon Rufo,
Che chiedon que’ soldati?

RUFO

Una coorte
Ardìa di salutare imperatore
Vindice, ma s’opposer l’altre.

NERONE (sempre più spaventandosi)

Il vero
Narri?... Per tutti i Numi dell’Olimpo
E dello Stige io qui dichiaro Vindice
Nemico della patria! Ei ceda tosto
L’esercito e ritorni a render conto
Di sua perduellione... Ma fidarmi
Posso di te?... Via, parla: io sono ancora
L’imperatore?

RUFO

Tal sei, nè il Senato
Volle ordinare per la tua salvezza
Supplicazioni pubbliche, sì lieve
Cosa stimò que’ gridi militari
Della Gallia—e ad offrirti un lieto augurio
Ti chiede in grazia che cotesto mese
Di Aprile sia chiamato in avvenire
Dal nome tuo Neroniano.

NERONE

Ed io
V’acconsento.

MENECRATE

Nerone è generoso!

NERONE

Anzi mi sembra che sarebbe giusto
Dal nome mio chiamare non l’Aprile
Ma Roma.

MENECRATE

E in ver Neropoli è parola
Di gran magnificenza!

NERONE

Ed ò diritto
Incontrastato a così grande onore.—
Romolo fabbricò poche capanne,
E mura da saltarsi per trastullo;
Meglio di Augusto, sui tuguri antichi
Io portici distesi, archi, teatri,
E terme, dove forzeremo il mare
A portare il tributo.

RUFO

Il desiderio
Tuo sarà legge al Senato.

NERONE

Va dunque,
Buon Rufo, e sappia il popolo ch’io stesso
Oggi darò spettacolo, cantando
Nel pubblico teatro... Ammireranno
L’Edipo Re.—Che artista sovrumano
Quel Sofocle! Che limpida armonia
Di concetti e di versi!...

(correndo dietro a Rufo che sta per uscire)

Una parola,
Ancor, buon Rufo: Vindice sia tosto
Richiamato... M’intendi?—Il traditore
Troverà la sua croce.

(Rufo esce)