SCENA IV.
Nerone, poi Egloge.
NERONE
Ei fu gridato
Imperatore... Vindice!—Ed io tremo
Di lui? Stolto! La plebe è mia, m’adora,
E, immane belva dalle mille teste,
Incitarla saprò contro il fellone
Che ardisse di contendermi l’imperio.
(Vedendo comparire Egloge)
Ch’io passi intanto i giorni nel piacere,
Ed eccone la dea!—T’inoltra: ieri
Danzar ti vidi assai leggiadramente,
E mi piacesti.—Il tuo nome?
EGLOGE
Mi chiamano
Egloge.
NERONE
La tua patria?
EGLOGE
Io nacqui in Grecia.
NERONE (guardandola con entusiasmo)
Tu pure Greca! Amabile paese
È il tuo, bionda fanciulla: à il privilegio
Della bellezza. In quella terra tutto
È bello, dall’Iliade al Partenone.
Fin Leonida re co’ suoi trecento
Quando morì, creava la più bella
Delle battaglie.—Oh benedetto il suolo
Dove natura artistica produce
Statue divine e più divine donne!
E gli anni tuoi?
EGLOGE
Interroga il mio volto
E avrai risposta. Io danzo spensierata,
E danzo sempre come vuol mio stato,
E non ò mai contato gli anni.
NERONE
Sei
Libera?
EGLOGE
Sono schiava.
NERONE
Schiava!—Narra
Ciò che conosci de’ tuoi casi.
EGLOGE
I miei
Casi son brevi.—Fanciulletta appena,
Con altre mie compagne atenïesi
Fui rivenduta in pubblico mercato
Ad un padrone astuto nel mestiere
Di offrir giochi e spettacoli alla plebe.—
Costui comprava insieme orsi e fanciulle:
Ei mi fece erudir nell’arte lieta
Delle danze, e danzando trasvolai
Per le città dell’Africa e d’Italia.
Ecco i miei casi.—Qualche volta ai plausi
Aggiunsero le genti una corona,
Ed ànno detto che son vispa e bella.—
NERONE (pigliando un’aria feroce)
Sai chi son io?
EGLOGE (sorridendo)
Nerone imperatore.
NERONE
Abbi un’idea di mia potenza.—Avvenne
Che in certa notte io m’annoiassi:—in queste
Aule ahi sovente penetra la noia,
Tetra visitatrice e non chiamata!
EGLOGE
Io mai non la conobbi.
NERONE
Tu, fanciulla,
Non conosci la noia?
EGLOGE
Io danzo, e rido.
NERONE
E ridi sempre?
EGLOGE
Sempre.
NERONE
Io non t’ò fede;
Anche Giove s’annoia—e in que’ momenti
Sovverte le città, sveglia tempeste,
E par che pensi a scardinare il mondo.
È doppia voluttà: chi crea distrugge,
Ed io, Giove terreno, imitai l’altro
Ch’abita nell’Olimpo. Ardea la lampa
Monotona d’innanzi agli occhi miei
Che cercavano il sonno;—arda una luce
Più vasta, io dissi—e sorsi e bruciai Roma.—
EGLOGE (sorridendo)
Ài terribil potenza.
NERONE
Eppur non giunge
A quella de’ tuoi sguardi, o allettatrice
Bellissima! Oh mai più questo tuo corpo,
Che le mani formaron delle Grazie,
Tenti il desìo ne’ torbidi teatri
D’una plebe villana!—A te fo tempio
Della mia casa.—D’ora innanzi i tuoi
Biondi capelli spargerai d’unguenti
Prezïosi, e le morbide carole
Moverai col tuo piè sopra i tappeti
Alessandrini; plaudirò sol io,
Io, che m’intendo nell’arte di Fidia,
Il tuo compatriota—e questa molle
Voluttà delle giovani tue forme
Eternerò fingendola nel marmo.
Tu mi piaci, o fanciulla.
EGLOGE (sfuggendo dalle braccia di Nerone)
In Grecia intesi
Narrar che una fanciulla piacque a Giove
Quando Giove venìa sopra la terra
In umana sembianza.—Ahi! l’infelice,
Spinta da cieco amor, volle abbracciarlo
Nella fulgente maestà del Dio,
E cadde incenerita.—Uccide adunque
Un amplesso di Giove.
NERONE (vezzeggiandola nei capelli e nel viso)
Queste sono
Istorie vecchie, e niuno più vi crede
Al nostro tempo.
EGLOGE
Un giorno, appena i tuoi
Littori apparver nel teatro, il grido
Universale si levò: Salute
A Cesare!—Febèa, la mia compagna,
Allor mi disse: vedi tu quell’uomo
Che pare un Dio?—Sciagura sulla donna
Ch’egli ama!
NERONE
Così disse?
EGLOGE (guardando maliziosamente e sorridendo)
Io già sapevo
Che avevi ucciso le tue mogli.
NERONE (pieno di meraviglia e scostandosi da lei)
Sai
Questo, mi stai d’innanzi, e mi sorridi?
EGLOGE
E a che dovrei tremare? Un sol tuo cenno
Mi può tôrre la vita—e cosa è mai
La vita, o imperatore? Io vo’ sorridere
Finchè mi brilla in viso giovinezza,
E giovinezza d’una schiava è come
Quella corona che si pone in capo
Il convitato all’ora del banchetto:
Fra l’urto e il fumo delle tazze piene
La povera ghirlanda ecco è caduta
Dalla fronte dell’ebbro, e la raccoglie
Il servo, e via la gitta spensierato
A marcir sulla strada.
NERONE
Tu non sei
Più schiava.
EGLOGE
E il mio padrone?
NERONE
Io son padrone
Di tutti e, se n’ò voglia, sopra un dado
Posso giocare tutte le province
D’un tributario Re.
EGLOGE
Dunque son io
Libera?...
NERONE
Più che libera, tu sei
In queste sale imperatrice; io vesto
La tua persona con la luce mia,
E innanzi a te come d’innanzi a Diva
Roma si prostrerà per adorarti.
Schiava per ora, dal tuo ciglio schiavi
Tutti dipenderanno; e sapïenza
Fu degli antichi se inalzaron templi
E votive corone alla bellezza!
Danza frattanto. Sofocle m’aspetta,
Sofocle ch’ò svegliato dal sepolcro
Perchè con la mia voce un’altra volta
Insegni dalla scena i luttuosi
Fati del figlio di Giocasta.
(Nerone esce)