SCENA VI.

Egloge, Atte

ATTE

Una donna!...

(avanzandosi verso Egloge)

Chi sei? Che ufficio è il tuo
In questa sala imperïale?

EGLOGE

Io sono
Egloge saltatrice.—E tu?

ATTE

Non giova
Che tu sappi il mio nome.

EGLOGE

Ti comprendo,
O poveretta, tu sei schiava.

ATTE

Schiava!

EGLOGE

Se tal non sei, meglio per te.—Poc’anzi
Io pure ero una schiava, e occultamente
Piangeva questo mio giovane tempo
Che il padrone spendea siccome il pazzo
Spende la sua moneta; or però sciolgo
Libere danze, e il mio vasto teatro
È la casa di Cesare.

ATTE

A lui devi
La libertà?

EGLOGE

A lui.—Perchè mi guardi
Così?... Quanto son truci gli occhi tuoi!
Tu mi metti spavento.

ATTE

(prendendo affettuosamente per le mani la saltatrice)

Odi! rivela
Ogni tuo detto un’infantile e gaia
Natura—e vo’ salvarti.

EGLOGE

Vuoi salvarmi?...

ATTE

Ritraggi il piede, o folle giovinetta,
E non danzar sull’orlo d’un abisso.
Sai tu bene chi sia questo Nerone
Che ti chiamava a sè? Fidi tu forse
Nelle impromesse sue?—Lieta di fiori
Tu fingi innanzi a’ passi tuoi la strada,
Ed ahi! t’è ignoto che in cotesta casa
I fiori stessi ne’ loro profumi
Accolgono la morte!—Va, fanciulla,
Al tuo Dio salvatore offri un incenso,
Nè rivolgerti indietro a rimirare
L’incantato palagio. Sopra l’uomo
Ch’abita qui, signore delle genti,
Non tiene imperio che una donna sola.

EGLOGE

E cotesta felice?

ATTE

Ti sta innanzi,
O fanciulla; son io.

EGLOGE

Tu dunque sei
Atte liberta?

ATTE

Quella.

EGLOGE

E tu non tremi
Di Nerone, tu sola?

ATTE

Io sola.

EGLOGE

Vengo
A contrastarti questo privilegio.

ATTE

Che dici?

EGLOGE

Io pur non tremo del feroce
Imperatore.

ATTE

Tremerai, ma quando
Giovarti non potrà la tua paura.—
Ascoltami, o fanciulla: al dolce modo
Del tuo parlar conobbi che sei Greca.

EGLOGE

Ài detto il vero.

ATTE

Ebbene, anch’io son nata
Nella patria di Pericle e di Fidia,
E schiava anch’io venni gittata in questo
Meraviglioso ergastolo di schiavi
Che si nomina Roma. Eppur benigna
Provai la sorte: nelle case crebbi
Della gente Domizia, e quel Nerone
Ch’oggi ài veduto imperator del mondo
Io l’incontrai fanciullo, e seco i giochi
Dell’infanzia divisi e l’allegrezza.
Oh! egli allora non sembrò malvagio,
E implorata da lui mi fu concessa
La cara libertà.—Gli anni passaro;
Io rimasi una povera liberta,
Ed ei saliva al paventato seggio
Che fa dell’uomo un Dio; ma tutta intera
La ricordanza non morì di quella
Età felice, e in sua grazia non sono
Esclusa dalla turba a cui vien dato
In ogn’ora del dì goder la diva
Faccia del sommo imperatore. E quante
Stragi non vidi?—La potenza, come
Inebbriante vino, disnatura
L’intelletto,—e quell’indole sì mite,
Ch’adorai nel fanciullo, a poco a poco
Strana ferocia addiventò nell’uomo;
Occulta da principio e rara—e poi
Erompente implacabile su tutti,
E contro tutto. La sua madre, due
Sue mogli, il suo maestro, emuli, amici,
Empia ravvolse una fortuna stessa,
E i delator che inventano congiure,
Seduti presso alle gemonie scale,
Contan monete sanguinose, e scherzano
Sui rotolati capi e sulle orrende
Agonie.—Va, fanciulla spensierata,
E che mai speri qui?... Nerone suole
Incoronar la vittima di rose:
Negagli fede, ancor n’ài tempo—vanne...
Esci di questa casa.

EGLOGE (sorridendo sempre)

Io vi rimango.

ATTE

Tu vi rimani!

EGLOGE

E perchè no? La tetra
Storia che mi narrasti erami nota,
E al tuo consiglio, o amica, debbo solo
Una risposta.

ATTE

E quale?

EGLOGE

Tu sei viva.

ATTE

E che intendi?

EGLOGE

Sfavilla novamente
L’ira dagli occhi tuoi... Perchè t’incresce
Che qui rimanga?—Oh lasciami ch’io goda
Di questa cara gioventù che fugge
Almeno un’ora! Al labbro mio la tazza
Io porsipôrsi appena del piacere, e vuoi
Che via la getti senza inebbriarmi?
L’imperatore stesso m’à donata
La libertà; qui per la prima volta
In queste sale rilucenti d’oro
Trovo un’idea di cielo nella terra,
E tu, cattiva amica, mi consigli
A ritornar sotto l’amara sferza
Del mio padrone? Predicesti un’alba
Fosca alla notte de’ miei folli sogni:
Ebben, che importa? Un’ora di tal vita
Vale ben più di molti anni trascorsi
In servitù.—Godiam, godiamo adesso
Che la gioconda Venere ci bacia
Con l’odorata bocca sulla fronte;
Vecchiezza ne sta dietro e il regno morto
Ove più non si danza e non si gode!

ATTE

Il mio consiglio, o semplice fanciulla,
Non è di farti schiava un’altra volta.
Dimmi: da che lasciasti il bel paese,
Non t’assalse giammai la tormentosa
Febbre di rivederlo?

EGLOGE

È ver, talvolta,
Bench’io tenti scacciarla, in fondo al core
Mi siede una crudel melanconia,
E in que’ momenti come in visïone
Di sogno mi sorride un altro cielo,
E una città bellissima, e i suoi templi
Eleganti. Ma dura breve tempo
L’illusione, perocchè lontani
E confusi ricordi ò della sacra
Città dove son nata... Ero bambina
Quasi, allorchè dalla fuggente nave
Volsi al Pireo gli ultimi sguardi. Rido
Allora di me stessa, e in più serena
Cosa fermo il pensiero. Mi domandi
Se ò mai desìo di rivedere la patria:
E a che dovrei vederla? Alcuna porta
Non s’aprirebbe innanzi a questa nova
Peregrina, nè un coro di compagne
Mi verrebbe d’intorno a farmi festa.
Come in ogn’altro loco della terra,
Sono straniera anche in Atene.

ATTE

Io posso
Mutar la tua fortuna, e troverai
Con essa le compagne, e quella vasta
Turba di parassiti e adulatori
Che s’accalca devota intorno al ricco.
Va, ritorna in Atene,—avrai tesori
Quanti finora immaginar non seppe
La tua povera mente.

EGLOGE

Li promise
A me l’imperatore.

ATTE

Egli!... Nè vuoi
Partir?...

EGLOGE

Tel dissi, io rimango abbracciata
Alla fortuna mia.

ATTE

Su te sciagura,
O malaccorta!

EGLOGE

Oh, che vuoi dire?...

ATTE

Io dico
Che dall’impuro stato ove giacevi
I tuoi provocatori occhi levasti
Fino al trono di Cesare, fidando
Nel reo potere della tua bellezza;
Ma non vi perverrai, stolta fanciulla;
Distruggere saprò con le mie mani
La turpe tua bellezza.

(leva un pugnale e corre sopra Egloge)

EGLOGE (mandando un grido e fuggendo)

Oh, chi mi salva
Da questa furibonda?

ATTE (inseguendola)

Non mi fuggi!