SCENA VI.
Nerone, poi Egloge
NERONE
La paura?... È meglio
Di securarsi.—E chi lo sa? può forse
Correr da vero tra le stelle e noi
Qualche corrispondenza... Nel creato
Uomini e stelle son misteri.—
(Fermandosi avanti la statua d’Egloge e contemplandola)
Eppure
Cotesta mia scoltura non rivela
La mano d’un artefice possente,
E convien che la emendi.—Ecco, negli occhi
Mancano il lampo e la malizia.—
(dando un colpo collo scarpello sopra la statua)
Sorda
Materia, io vo’ che sotto il mio scarpello
Abbi palpiti e sangue.
EGLOGE (avvicinandosi a Nerone)
Il marmo è sempre
Freddo, o Nerone.
NERONE
Ed il tuo bacio è foco.
Ài ben detto, fanciulla—e scaglio a terra
Questo ferro che crea labbra di marmo
Che non dànno i tuoi baci.
(gitta lo scarpello)
Oh, sei pur vaga,
O tenerezza mia!
EGLOGE
Ti sembro forse
Più vezzosa di ieri?
NERONE
E contemplarti
Una volta potrò senza ch’io trovi
In quel tuo volto una bellezza nova?
EGLOGE
Vuoi che mova una danza?—Oggi son lieta
Più dell’usato, e nel mio cor sorride
Il tempo degli amori e delle rose.
NERONE
Metti, o fanciulla, per quest’oggi in calma
La tua febbre d’assiduo movimento,
E siedi accanto a Cesare.
EGLOGE (circondando con le sue braccia il collo di Nerone)
M’accordi
Una grazia?
NERONE (sorridendo)
E che chiedi? una provincia?
Od ameresti omai ch’io t’innalzassi
Al consolato? Per tutto l’Olimpo,
Ecco una bella idea! La consolare
Lista conta da Bruto fino a noi
Qualch’eroe, molti sciocchi, ed un cavallo:
Mettiamoci una donna.
EGLOGE
Io non mi curo
Di governar province.
NERONE
Ài miglior fato;
Tu governi Nerone.
EGLOGE
Mi donasti
Molte schiave; son belle e giovinette...
NERONE
Ebbene?
EGLOGE
È mio pensiero vendicarle
In libertà; la frase è della legge.
T’incresce?
NERONE
Ciò che dono è tuo; consento
Che tu sperda i miei doni.
EGLOGE
Io non li sperdo;
E dando a libertà quelle innocenti
Fanciulle adoprerò meglio i tuoi doni
Che se le conservassi incatenate
Alla superbia d’un mio cenno.—A prova
La servitù conosco e i suoi dolori,
Ed amo che davanti agli occhi miei
Tutto libero scorra, ed abbia vita
In questa infinità che il sol riempie
D’una ebbrezza di luce.—Io l’ombra abborro
E la catena.—Or dianzi me n’andava
In compagnia del gaio mio pensiero
Per i vïali de la ricca villa
Che circonda di statue e di profumi
Questa tua casa d’oro; era una festa
Nell’aria, e fin dall’ultimo orizzonte
Scintillava nei campi il nato Aprile.
Solo m’addolorò che dentro anguste
Siepi di ferro salutasser tanta
Giocondità di splendida natura
Carcerati augelletti: erano belli
Di penne, di vivezza, e d’armonie,
E lor dischiusi la crudel prigione
Acciò lieti sciogliessero pel cielo
Liberi voli e liberi concenti.
NERONE
Spensierata fanciulla, gli augelletti
Che liberasti torneranno schiavi,
Se non cadranno uccisi; il fato è questo
Di tutta la natura.—Nondimeno
Opra a tuo senno, e le dilette ancelle
Diventino liberte.
EGLOGE
Ecco il più grato
Di tutti i doni tuoi.
NERONE
Non curi adunque
La collana di gemme prezïose
Che ieri ti mandai?
EGLOGE
Non vedi? splende
Sovra il mio petto.
NERONE (toccando la collana)
Crudeltà dei casi!
Quella collana fu cara una volta
A mia moglie Poppea.
EGLOGE
Misera moglie!
La trucidasti.
NERONE
Ma l’amai.
EGLOGE (togliendosi con dispetto la collana e gittandola a terra)
Non voglio
Quest’ornamento della morta.
NERONE
E credi
Ch’ella dall’Orco la sua mano stenda
A ripigliarlo?
EGLOGE
M’è di tristo augurio.
NERONE
Lo caccia adunque, e danza.
EGLOGE
Ài conturbato
Con quel ricordo l’allegrezza mia.—
Oggi non danzo più.
NERONE
Le cose morte
Non tocchino lo spirito che avviva
L’età d’una fanciulla; auspici lieti
Ti dà l’affetto mio.
EGLOGE
Cotesto affetto
L’ebbero molte donne.
NERONE
E niuna seppe
Meritarlo.—Su via, con quei divini
Occhi sorridi, e inspirami la dolce
Vertigine di amore.
(Avvicinandosi a lei)
Ài fatto bene
A spogliar d’ogni gemma il dilicato
Tuo collo,—vi riman più spazio ai baci.
E poter dire che, se n’ò talento,
Un cenno mio basta troncarlo!
EGLOGE (sfuggendo da Nerone)
Brutto
Pensiero!
NERONE
Non temerlo.
EGLOGE (allontanandosi sempre più)
È freddo quanto
Il taglio d’una scure.
NERONE
Ò dato un segno
D’onnipotenza.—Debbo al tuo cospetto
Rammentarmi che sono il regnatore
Delle province, io che dai sguardi pendo
Di debole fanciulla, io che a tua voglia
Opero e penso, e rinnovello Alcide
Che regge la conocchia alla sua donna
Tra i forti vizi ed i sprezzati affetti
Di nostra stoica età. Quando ciò volgo
Nel mio cervello, il prepotente amore
Che mi soggioga si tramuta in ira,
E poichè non m’è dato liberarmi
Dai lacci suoi, vorrei con le mie mani
Cercar nelle tue viscere qual sia
La vera causa del poter tiranno
Ch’esercita su me la tua bellezza
EGLOGE
Or ti conosco... O me infelice!... Aveva
Atte ragione.
NERONE
E che ti disse?
EGLOGE
Nulla.
NERONE
Io vo’ saperlo.
EGLOGE
Non toccarmi!
NERONE
Sei
Ancor più vaga in questo tuo spavento.
Ma non temer più oltre,—il regnatore
Delle province sparve, e non rimane
Che l’uomo che t’adora.
EGLOGE
E se ritorna
L’imperatore?
NERONE
Il lampo del tuo sguardo
Lo vincerà.—Chi giunge?
EGLOGE
Atte!...