SCENA VIII.

Nerone, Atte

NERONE

Che da questo nappo,
Come dai labbri d’una cara donna,
Mi sia dato di suggere l’obblio
D’ogni uman fastidio!... Il nappo pieno
È il maggior dei poeti—e dagli acuti
Effluvi della magica bevanda
Si crea nell’aria il sogno dilettoso
Ch’inebria la mente e ingiovanita
L’eleva al regno della poesia!—
Mi piace la taverna; quando ride
Il mio pensiero, anch’essa mi risplende
Come il triclinio imperïale.

(Volgendosi, e vedendo Atte
ch’è rimasta sempre silenziosa in fondo della scena
)

E stai
Lì muta?

ATTE

Ascolto.

NERONE

E non mi lodi?

ATTE (avanzandosi)

Io piango
Su te, Nerone!

NERONE

Non ti pigli l’estro
Di darmi lezïone di morale
Filosofia; da Seneca già n’ebbi
Troppe, sebben lo stoico traesse
Non conforme la vita ai fieri scritti;
Pur morì fieramente. Oh l’opportuna
Morte che gli mandai! Quell’ostinato
Declamator mi deve la sua fama.—

(Porgendola ad Atte)

Io t’offro questa tazza: un inno al Dio
Del piacere!

ATTE (ricusa la tazza; Nerone alza le spalle e la tracanna)

Insensato, il Dio che invochi
È il tuo peggior nemico.—Io vo’ parlarti,
Unir dovessi la parola estrema
All’estremo sospiro; e s’ascoltavi
Pur or codardamente le rampogne
Del primo ch’incontrasti nella via,
Ascolterai me pure.—E sei tu forse
Il successor dei Cesari?—Gli oppressi
Popoli di Germania, ancor non vinti,
Fasciano i corpi sanguinosi, e nuove
Nel fondo dei lor boschi impenetrati
Preparano battaglie: alla congiura
Tendon gli orecchi gli altri confinanti,
E l’odio stesso del romano nome
Unisce i Galli che ne son vicini
Ai remoti Brittanni.—A tanti esterni
Nemici dell’imperio aggiungi i tuoi
Eserciti, rissosi, malcontenti,
E questa plebe che ti sta d’intorno
Piena d’odio e di fame. E tu, Nerone,
Che fai? Come provvedi alla ruina
Che ti minaccia? Tu canti; e allorquando
È d’uopo di mostrarsi eroe sul campo
Ti piace meglio il plauso tributato
All’eroe della scena. Oh, per gli Dei
Tutelari di Roma e dell’imperio,
Vergognati, Nerone! Esci di questo
Ozio una volta, e non per prodigate
Vane magnificenze ma per grido
Di fatti generosi in te risorga
La maestà del popolo di Roma.

NERONE (dando in uno scoppio di riso)

La maestà di Roma! Io ne conosco
Una soltanto, e si dimostra al guardo
Dai teatri ch’ò alzato e dalle terme;
Solida maestà, tormento ai ferri
De’ barbari venturi.—In me pur troppo
Finisce il sangue della casa Giulia,
Ma non degenerai.—Taccio d’Augusto,
L’istrïone più abile che mai
Recitasse una parte imperïale
Sulla scena del mondo; a lui successe
Tiberio—un furbo che gittò sugli altri
I suoi delitti, e si nascose in Capri
Beffatore di Roma e de’ Quiriti.
Che dire di Caligola? Volea,
Endimïone novo, innamorare
La luna, e poi fe’ console un cavallo,
E il Senato approvò—forse credendo
Che in mezzo a tante bestie consolari
Stesse bene un quadrupede.—Mio zio
Claudio è un proverbio: istorico e filosofo,
Spinse la vista fra gli antichi Etruschi,
Ma non seppe gli affari di sua casa.
Lui vivo, la sua moglie si sposava
Ad un altro, e poichè l’ebbe ammazzata
Stupidamente l’aspettava a cena.—

(Riempie un’altra tazza e beve)

Ecco i miei quattro antecessori!

ATTE

L’ombra
Degli altri giovi al tuo splendore; puoi
Aver gloria immortale, e ti procuri
L’infamia?

NERONE

Ignori cosa sïano i morti?
Fantasmi ciechi e sordi.—È ver, nel vecchio
Mondo abitava la virtù; lo giurano
Gli storici, ma quel povero mondo,
Com’è destino delle vecchie cose,
Più non si trova, e il suo maggior campione
A Filippi si dolse amaramente
Di morir virtuoso.—In quanto a’ boschi
Impenetrati di Germania, abbiamo
Aquile da mandare a farvi il nido,
E punirem l’ingiuria onde fu reo
L’esercito di Gallia. La minuta
Plebe, lo so, soffre la fame e impreca,
Ma con vôte parole; essa nel core
M’ama perchè conosce che non sono
Io ch’ò bruciato i campi di Sicilia
E dell’Egitto; negherà gl’incensi
A Giove Pluvio.—Oh, ancora un altro nappo,
Ò sete.—

ATTE

Bevi—inebriati, fanciullo,—
E uguale al pazzo esulta della casa
Che ti crolla sul capo!—Vuoi vedere
L’imperio tuo? lo guarda ne’ frantumi
Di questa tazza.

(Piglia dalle mani di Nerone la tazza e la getta per terra)

Fate saturnali
Sopra tutta la terra, o genti schiave,
E alzate l’inno della gran vendetta.
La terribile via del Campidoglio,
Che i vostri re salivano in catene,
È divenuta via d’una taverna,
E la spada di Cesare cadeva
Di mano all’ubbriaco successore!

NERONE (tentando di alzarsi e traballando)

Dunque raccogli quella spada; al fianco
La cingerò domani, ora m’abbaglia
Il lampo suo.—Cacciato ò fuor di sella
La brutta cura, che il poeta Orazio
Fa galoppar compagna al cavaliero,
E mille fantasie tutte gioconde
Mi scherzano d’intorno. Atte, va, scegli
Le più candide rose, e d’odorata
Corona adorna le mie tempie; i fiori
Nascondono le rughe, e in questa notte
Qual mi chiamasti vo’ parer fanciullo
Ed un fanciullo pazzo e innamorato:
Spirante voluttà dai cari sguardi,
E stanca di sue danze, ella m’aspetta...
Egloge!...

ATTE

Di te, pubblico istrïone,
Degna è la saltatrice! I baci tuoi
Li raccogli dal fango.

NERONE

È così bella
Egloge...

ATTE

Bella!

NERONE

E tu, Atte, mi sei
In ogni giorno più odïosa.

ATTE

E ardisci
Di dirlo a me?

NERONE

Perchè stupirne? il vero
Emerge dalle spume del Falerno,
Come Venere un tempo uscì da quelle
Del mare... Ma non farne grave conto;
Benchè odïosa, eserciti dominio
Sulla mia volontà.—Tu ridi?—Ancora
Non ò potuto ucciderti!

ATTE (andando con impeto d’ira verso Nerone)

Malnato,
Ed ài fidanza che non sorga alcuno
Che possa uccider te?

NERONE (retrocede spaventato)

Quale maniera
D’argomentare è questa?... Ed io son solo,
Per Ercole! e potresti... Olà, soldati!...
È strano, mi si muove sotto i piedi
La terra... E niuno m’ode...—I pretoriani...
Menecrate!...

ATTE

Codardo!...