LIBRO DECIMOTERZO

La morte di Guglielmo I, e l'innalzamento al Trono di Guglielmo II suo figliuolo fece mutar tantosto in tranquillità lo stato delle cose del Regno; poichè l'avvenenza del fanciullo e la sua benignità trasse di modo a se l'amore e la benevolenza di tutti, che ancor quelli, ch'erano stati acerbi nemici del padre, fecero proponimento di essergli fedelissimi, dicendo bastare con la morte del vecchio Re essersi tolto di mezzo l'autor di tutti i mali, nè doversi all'innocente fanciullo imputar la colpa della tirannia del padre. Intanto la Reina Margherita sua madre, fatti convocar tutti i Prelati e Baroni del Regno, lo fece solennemente coronare nel Duomo di Palermo da Romoaldo Arcivescovo di Salerno: alla qual celebrità, oltre i Prelati ed i Baroni, fuvvi innumerabil concorso del Popolo della città, che accompagnollo, finita l'incoronazione, insino al palagio reale con molti segni d'amore e d'allegrezza. E la Reina, la quale per la tenera età del figliuolo, che appena dodici anni compiva e non era atto a governare il Regno, avea di quello presa la cura, volendo, come saggia, accrescere l'amor dei Popoli verso di lui, fece porre in libertà tutti i prigioni, e rivocò dal bando quelli, che v'erano stati mandati dal Re Guglielmo, richiamando Tancredi Conte di Lecce, e togliendo parimente via molte gravezze imposte da lui, scrisse a tutti i Maestri Camerarj della Puglia e Terra di Lavoro, che per l'avvenire non esigessero più quell'insopportabile peso, chiamato redemptionis, che avea ridotte all'ultima disperazione quelle province[55]. Restituì i Baronaggi a cui erano stati tolti, e ne concedè molti altri di nuovo a diverse persone, donando ancora con larga mano molti beni a varie Chiese.

Ma l'aver ella voluto, contro quel che suo marito avea disposto nel suo testamento, innalzar soverchio Gaito Pietro, e farlo superiore nel Governo a Matteo Notajo, ed all'Eletto di Siracusa, dandogli tutto il Governo nelle mani, cagionò nuovi disturbi nel palazzo reale; poichè gli altri Cortigiani invidiosi della sua grandezza, presa baldanza dalla fanciullezza del Re, e poco stimando il non fermo imperio della donna, cominciarono di nuovo a porre in rivoltura la Casa del Re, consigliere della quale fu Gentile Vescovo d'Agrigento, il quale, resosi carissimo all'arcivescovo di Reggio, cominciò a tender insidie all'Eletto di Siracusa, ed a corrompere insieme Matteo Notajo; e portarono la cosa in tale sconvolgimento, che obbligarono ancora a Gaito Pietro di fuggirsene in Marocco sotto la protezione di quel Re. Ma sedati (dopo varj avvenimenti, che ben a lungo vengon narrati dal Falcando) questi rumori, ed essendo rimaso l'Eletto nel suo luogo, come prima era, giunsero poco da poi in Palermo gli Ambasciadori mandati da Emanuele Imperadore d'Oriente, il quale avendo avuta contezza della morte di Guglielmo, inviò a rinovar la pace col nuovo Re, ed offerirgli per moglie l'unica sua figliuola con l'Imperio in dote: li cui Ambasciadori furon lietamente accolti, e rinovossi di presente la pace; ma il parentato non si potè conchiudere allora per le molte difficoltà, che occorsero nel trattarlo.

Passarono nel secondo anno del Regno di Guglielmo, non meno in Sicilia, che in Puglia alcune turbolenze cagionate, non da forze esteriori, ma dalle discordie di que' del Palazzo, e di alcuni Baroni del Regno, che obbligarono al Gran Cancelliere, ch'era allora Stefano di Parzio, figlio del Conte di Parzio parente della Regina (che lo chiamò di Francia, ed a cui la somma del Governo dopo molti avvenimenti era caduta) di persuadere al Re, che partisse da Palermo, e lo fece andare a Messina, ove più dappresso potesse por quiete alle cose di Puglia. Ma questi moti del Regno, a riguardo di que' maggiori, che si vedeano in Lombardia, ed a petto di ciò, che allora passava tra il Pontefice Alessandro III coll'Imperadore Federico Barbarossa, erano di piccola considerazione, e riputati come di facile componimento: siccome non passò guari, che il tutto fu posto in pace e tranquillità. Erano gli occhi di tutti rivolti all'Imperadore Federico, il quale con grande e poderosa oste era calato in Italia, per far guerra al Pontefice Alessandro, ed a' Romani, i quali avendo voluto combattere senz'ordine alcuno, e con troppa baldanza, furono da Federico posti in rotta, uccidendone, e facendone prigioni grosso numero, essendosi gli altri appena potuto con la fuga salvare entro le mura della loro città. Il Papa e tutto il Popolo si vide in grande afflizione, e l'Imperadore avuta contezza del felice successo, avendo già presa Ancona, e stando in pensiero di passare in Puglia sopra gli Stati del Re Guglielmo, venne prestamente anch'egli col rimanente del suo esercito a Roma[56], ed avendo dato un gagliardo assalto alla porta del Castel S. Angelo, combattè poscia la chiesa di S. Pietro, e non potendola agevolmente prendere vi fece attaccare il fuoco: il perchè smarriti i defensori, la diedero in sua balia, ed Alessandro temendo della furia di lui, abbandonato il palagio di Laterano, si ricovrò nella casa de' Frangipani, e colà si afforzò con tutti i Cardinali entro una torre della Cartolaria.

L'Imperadore nella vegnente domenica fece dal suo Antipapa Guidone da Crema cantar solennemente la messa nella chiesa di S. Pietro, e fece coronarsi colla Corona reale, e 'l lunedì, in cui si celebrò la festa di S. Pietro in Vincula, si fece dal medesimo Antipapa con nobil pompa coronare Imperadore insieme con Beatrice sua moglie.

Il nostro Guglielmo, che seguitando in ciò l'esempio di suo padre continuava con Alessandro la medesima corrispondenza ed unione, tanto che costui non s'offese punto, che Guglielmo si fosse fatto incoronare Re senza sua saputa, come gli altri suoi predecessori avean preteso: avendo inteso l'angustie nelle quali si ritrovava il Papa, e saputo il pensiero di Federico di passare in Puglia sopra i suoi Stati, ritrovandosi, come si è detto in Messina, mandò tosto ad Alessandro due sue galee con molta moneta, acciocchè avesse potuto sopra esse partir di Roma, le quali giunte improvviso al Tevere, consolarono estremamente con la lor venuta Alessandro; il quale non volendo per allora partirsi dalla città, trattenuti seco gli Ambasciadori del Re otto giorni, gli rimandò indietro, rendendo molte grazie al loro Signore di così opportuno soccorso, e diede parte della moneta a' Frangipani, e parte a Pier Leoni, acciocchè con maggior costanza, e valore avesser difesa la città. Ma vedendo poscia, che l'Imperadore tentava di farlo deporre dal Papato, e che i Romani cominciavano a mancargli di fede; vestitosi da peregrino, uscì con pochi de' suoi assistenti di Roma, e si ricovrò a Gaeta, ove essendo prestamente seguito da' Cardinali, ripreso l'abito ponteficale, se n'andò a Benevento.

Ma non passò guari, che Federico fu obbligato tornarsene in Alemagna; perciocchè essendo stato assalito il suo esercito da mortifera pestilenza, fra lo spazio di otto giorni morirono quasi tutti i suoi soldati, e i suoi maggiori Baroni che avea seco, fra' quali furono Federico Duca di Baviera, il Conte di Vastone, Bercardo Conte d'Arlemonte, il Conte di Sesia, Rinaldo Arcivescovo di Colonia con un suo fratello, ed il Vescovo di Verdun; ond'egli con pochi de' suoi arrivò in Alemagna.

Intanto nella Sicilia eran accadute nuove turbolenze, e nuovi tumulti, pure per le medesime cagioni di cortigiani, e degli antichi familiari della Casa del Re, che per non appartenere all'istituto dell'Istoria presente molto volentieri le tralasciamo; tanto più che minutamente furono alla memoria de' posteri tramandate da Ugone Falcando, e modernamente con molta diligenza raccolte da Francesco Capecelatro nella sua Istoria de' Re normanni, e da Agostino Inveges nella sua Istoria di Palermo. Seguì ancora in questi medesimi tempi la famosa congiura fatta da' Siciliani contro il Cancellier Stefano di Parzio, che finalmente l'obbligarono a partirsi da Palermo, e ricovrarsi in Palestina, ove morì, scritta in più luoghi da Pietro di Blois Arcidiacono di Battona, uomo chiarissimo, il quale da Francia passò con lui nell'isola, ed insegnò per un anno lettere al Re Guglielmo, e fu suo Segretario e Consigliere, ed essendo stato eletto Arcivescovo di Napoli per opera de' suoi nemici per allontanarlo con sì fatta cagione dalla Corte, rinunciò il Vescovado. E dimorato per cagion della sua infermità, dopo la partita del Cancelliere, per alcuno spazio in Sicilia, quantunque pregato da Guglielmo a restarvi per sempre, promettendogli di tenerlo in grande stima, perchè avea preso in orrore i costumi de' Siciliani per ciò che aveano fatto al Cancelliere Stefano; non volle a patto alcuno rimanervi. Di lui abbiamo oggi giorno molte sue opere, ed un volume di epistole, e fu uno de' maggiori Letterati, che fiorissero in questo secolo[57]. Fin qui distese la sua famosa Istoria Ugone Falcando siciliano, il quale avendo cominciato la sua narrazione dalla morte del Re Ruggiero seguita nel principio del 1154, e dandole fine nel presente anno 1170, egli ordì un'erudita istoria di 15 anni, con tanta eleganza, ch'è veramente cosa da recar maraviglia, come in tempi così incolti, egli sì politamente la scrivesse.

Era in questo mentre morto in Roma Guido da Crema Antipapa, detto Pascale III, ch'era stato creato in luogo d'Ottaviano per opera dell'Imperador Federico; e perchè non vollero i suoi seguaci cedere al Pontefice Alessandro, ne crearono in quest'anno 1170 tantosto il terzo, che fu un tal Giovanni Ungaro Abate di Strumi, che Calisto III chiamarono; benchè Alessandro che dimorava a Benevento, fosse stato intanto riconosciuto come vero Pontefice da tutti i Cristiani, fuor che da Cesare, e da alcuni suoi Tedeschi. Partissi poscia Alessandro da Benevento per andar in Roma; ma li Romani sdegnati con lui, perchè avea ricevuto in sua grazia il Conte di Tuscolo loro scoverto nemico, non lo vollero ricevere, laonde ritornò in dietro a Gaeta, e quivi molto tempo si trattenne; indi si partì per Alagna, ove fermò sua residenza.

Inviò in questo l'Imperador Emanuele nuovi messi a Guglielmo, i quali conchiusero con lui il maritaggio di sua figliuola nomata Icoramutria, e statuirono il tempo da condurla per mare in Puglia; ed il Re poco stante col fratello Errico Principe di Capua, se ne passò a Taranto per ricever colà la novella sposa; ma il perfido Greco, non sapendosi la cagione, spregiando le pattovite nozze, non curò d'inviar la fanciulla. Altri[58] niente scrivono di questo fatto, anzi rapportano, che Guglielmo per non disgustarsi col Papa, ricusò queste nozze. Che che ne sia, Guglielmo partissi da Taranto, e gitosene a Benevento inviò il Principe suo fratello, ch'era infermato gravemente, a Salerno, acciocchè imbarcandosi sulle galee passasse più agiatamente a Palermo per ricuperar sua salute, la qual cosa non gli giovò; perciocchè gli si aggravò di modo il male, che giuntovi appena, se ne morì nel decimoterzo anno della sua vita, e nell'anno 1172 dell'umana Redenzione. Fu con nobil pompa seppellito nel Duomo presso il sepolcro dell'Avolo Ruggiero, e di là poi trasportato nella chiesa di Monreale, ove si vede sinora il suo avello[59].

In questo Errico finirono i Principi di Capua normanni, i quali tennero questo Principato 114 anni, incominciando dal primo, che fu Riccardo Conte d'Aversa nell'anno 1058, insino ad Errico figliuolo di Guglielmo I in quest'anno 1172, nel quale mancò la lor successione, poichè non essendo a Guglielmo II nati figliuoli, non potè ad esempio di suo padre, e del suo Avolo Ruggieri continuar quest'istituto, che coloro tennero di crear uno de' loro figliuoli Principe di Capua; e quantunque del Re Tancredi, che a Guglielmo II succedette, si dovesse credere, che avrebbe continuato il medesimo costume; nulladimanco, stando questi sempre implicato in continue guerre, e mancandogli figliuoli maggiori, prevenuto egli poco da poi dalla morte, non potè praticarlo. E gli altri Re posteriori estinsero affatto questo Principato, e Dinastia; poichè sebbene ne' pubblici Atti avessero serbato il nome del Principato, come s'osserva essersi praticato insino all'anno 1435 nel Regno di Giovanna II[60], nulladimanco, toltone questo nome, fu in tutto il resto il Principato estinto, e coloro che ne' seguenti anni tennero Capua, non devono così nella dignità, come nel dominio esser paragonati a questi Principi a' quali furono di molto intervallo inferiori.

La morte d'Errico recò a Guglielmo gravissimo cordoglio, il quale poco da poi portossi anch'egli in Sicilia, donde nell'anno 1174 avendo ragunata una grossa armata, la inviò in Alessandria d'Egitto contro il Saladino, per favoreggiare i Cristiani, che colà militavano, sotto il comando di Gualtieri di Moac, che pochi anni da poi fu creato suo Ammiraglio[61]. E volendo il medesimo Re nella pietà superare i suoi maggiori, parte de' tesori, che aveano essi accumulati, impiegò nella fabbrica d'un superbo tempio non guari da Palermo lontano in un colle chiamato Monreale, che ornollo di superbi lavori di marmo e di mosaico; ed avendolo arricchito di grosse rendite consistenti in molte città e castelli, ed in ricchi poderi, e fornitolo di arredi regali e preziosi, lo dedicò a nostra Signora, sotto il nome di S. M. Maria Nuova, dandolo a' PP. dell'Ordine di S. Benedetto. Nè qui deve tralasciarsi, che i primi ch'ebbero la cura di questo tempio furono i Monaci del monastero della Trinità della Cava, che da Guglielmo furono da queste nostre parti richiamati in Sicilia; perchè per la fama della lor santità, essendo sparsa da per tutto, erano da' Principi normanni, e sopra tutti da Guglielmo, in sommo pregio tenuti. Crebbe poi il Santuario, poichè oltre la santità de' Monaci ivi adoperati per li divini Uffici, per consiglio di Matteo Gran Protonotario di Sicilia, creato, come scrive Riccardo da S. Germano, già Vicecancelliere del Regno, Guglielmo impetrò da Papa Alessandro III, che la chiesa suddetta non fosse sottoposta a niuno Arcivescovo, Vescovo o altra persona ecclesiastica, ma solamente al Pontefice romano, ed indi da Lucio III la fece ergere in Arcivescovado. Il tutto si fece da Matteo per dispetto di Gualtieri Arcivescovo di Palermo, nella cui giurisdizione ella era, il quale per le gare solite della Corte era suo fiero nemico, e Gualtieri in processo di tempo ben seppe vendicarsene, e gliene rese il contraccambio, come diremo. Il primo Arcivescovo, che fu creato di Monreale fu Fr. Guglielmo Monaco del monastero della Cava, che n'era stato in prima Priore. Questo luogo, per cagion del famoso tempio quivi edificato, concorrendovi ad abitare molta gente, divenne in breve una famosa e ricca città, ed ora il suo Prelato per le numerose rendite, ch'egli tiene, è un de' maggiori e più stimati della Sicilia.

CAPITOLO I. Nozze del Re Guglielmo II con Giovanna figliuola d'Errico II Re d'Inghilterra. Sconfitta data dai Milanesi all'esercito dell'Imperador Federico; e pace indi conchiusa dal medesimo con Papa Alessandro III.

Intanto l'Imperador Federico di Svevia era calato di nuovo in Italia con grande e poderoso esercito, ed avea cominciata crudel guerra in Lombardia; e mentre quella con varj avvenimenti seguiva, considerando Federico di quanta potenza fosse il Re di Sicilia, tentò di distorlo dall'amicizia e confederazione del Pontefice, e trarlo dalla sua parte; onde per mezzo di Tristano suo Cancelliere gl'inviò in quest'anno 1176 ad offerire la figliuola per moglie, ed a persuadergli, che avesse fatta parimente con lui perpetua lega e compagnia[62]. Ma il Re considerando, che questo maritaggio e questa pace non sarebbero piaciute ad Alessandro, ed avrebbero recato grave danno agli affari della Chiesa, ributtando l'offerta dell'Imperadore non ne volle far nulla. Sdegnato sommamente Federico del rifiuto, tosto scrisse in Alemagna per nuovo soccorso di gente da guerra per domare i Lombardi, che gli facevano valorosa resistenza, e sollecitò Tristano suo Cancelliere, che calasse col suo esercito ad assalire il Reame di Puglia. Giunsero nel principio della state Filippo Arcivescovo di Colonia, con molti altri gran Baroni tedeschi, e grosso stuolo di valorosi soldati, co' quali unitosi Cesare presso l'Alpi, calò nel Milanese per danneggiar que' luoghi; ed affrontatosi con l'esercito de' Collegati, che gli andò all'incontro, vi cominciò crudele ed ostinata battaglia, nella quale furon rotti ed uccisi per la maggior parte gli Alemanni, e Federico abbattuto da cavallo corse gran rischio di lasciarvi anch'esso la vita, e si salvò a gran fatica, fuggendo con pochi de' suoi dentro Pavia, ove giunto consolò l'Imperadrice sua moglie, che per quattro giorni, non avendo di lui novella, l'avea pianto come morto[63]. Tristano, ch'era già venuto con un altro esercito ad assalire il Reame, ed avea campeggiata la Terra di Celle, essendogli giti all'incontro Tancredi Conte di Lecce, che rivocato dall'esilio, era stato già ricevuto in grazia del Re, e Ruggiero Conte d'Andria con molti altri Baroni, e buona mano di soldati Regnicoli, ributtato da loro se ne ritornò anch'egli addietro senza poter far effetto alcuno.

Intanto Guglielmo, non avendo avuto alcun effetto il matrimonio maneggiato colla figliuola dell'Imperador d'Oriente, ed avendo rifiutato l'altro della figliuola di quello d'Occidente, trovandosi in età di ventitrè anni e solo, pensò seriamente a non dover differire di vantaggio il suo ammogliamento: onde per consiglio del Papa inviò Elia Vescovo di Troja, Arnolfo Vescovo di Capaccio e Florio Camerota Giustiziero, ad Errico II Re d'Inghilterra a chiedergli Giovanna sua figliuola per moglie; li quali ricevuti lietamente dal Re, e ragunata un'Assemblea de' suoi Baroni con il di loro consiglio gradì la dimanda degli Ambasciadori, e conchiuse il parentado[64]. E tantosto dall'Arcivescovo d'Eborace, e da altri Signori inglesi fece condurre la figliuola insino alla città di S. Egidio, ove si trovarono presti a riceverla Alfano Arcivescovo di Capua, Riccardo Vescovo di Siracusa e Roberto Conte di Caserta con venticinque galee condotte dall'Ammiraglio Gualtieri di Moac, e la condussero a Napoli, ove celebrarono la Pasqua di Resurrezione. Ma infastidita la fanciulla dal mare, per la via di Salerno e di Calabria n'andò per terra, e passato il Faro, in Palermo si condusse, dove fu pomposamente accolta dal Re suo marito, e fatte le nozze fu coronata Regina di Sicilia.

Allora fu, che Gualtieri Arcivescovo di Palermo, per mano di cui passarono queste funzioni, presentandosegli sì opportuna congiuntura richiese al Re, che i delitti d'adulterio fossero castigati da' Vescovi nella diocesi ove eran commessi, e che i delitti dei Cherici fossero conosciuti da' loro Prelati; ond'è, che a sua richiesta fosse stata da Guglielmo fatta quella Costituzione, che ancor oggi leggiamo nel volume delle nostre Costituzioni sotto il titolo de Adulteriis coërcendis, la quale con errore de' nostri s'attribuisce a Guglielmo I suo padre. Ma se deve prestarsi fede ad Inveges[65], questi rapporta un privilegio di Guglielmo fatto alcuni anni prima colla data in aprile dell'anno 1172 e drizzato Comitibus, Justitiariis, Baronibus, et universis Bajulis, qui sunt de Parochia, et Dioecesi Archiepiscopatus Panormi, ove il Re comanda, che il delitto dell'adulterio sia della giurisdizione di Gualtieri Arcivescovo di Palermo. Ed in fatti nel Regno della Regina Costanza vedesi, che la conoscenza di questo delitto per privilegio de' nostri Re s'apparteneva agli Ecclesiastici, ciocchè poi andò in disuso, e solamente loro rimase la conoscenza sopra i delitti de' Cherici delle loro diocesi.

Era a questi tempi costume, che anche i Re soleano costituire i dotarj alle loro mogli, onde Guglielmo costituì alla Regina Giovanna il suo; e nelle addizioni fatte dall'Abate Giovanni alle Cronache di Sigeberto abbiamo la scrittura, nella quale questo dotario[66] fu costituito[67], concedendosi alla Regina a questo nome la città di Monte S. Angelo, la città di Vesti con tutti i suoi tenimenti e tutte le loro pertinenze; ed in suo servigio le concedè ancora de' tenimenti del Conte Gaufrido, Lesina, Peschici, Vico, Caprino, Varano, Ischitella e tutto ciò che il Conte suddetto teneva del Contado di Monte S. Angelo. Di vantaggio le concedè Candelaro, Santo Chierico, Castel Pagano, Bisentino e Conavo. In oltre il monastero di S. Giovanni in Lama, ed il monastero di S. M. di Pulsano con tutti i tenimenti che i suddetti monasteri tenevano del Contado suddetto di Monte Sant'Angelo.

L'Imperador Federico, dopo ricevuta sì grande sconfitta da' Milanesi, seriamente pensando, che mal poteva sostenere la guerra contro i Lombardi nell'istesso tempo, che avea per suoi nemici il Papa ed il Re Guglielmo, si dispose, esortato anche da' suoi Baroni, che si protestavano non volerlo più seguire, se non si riconciliava col Pontefice, di chiedere schiettamente, e senza fraude alcuna la pace ad Alessandro; e poichè i maneggi di questa pace, e l'andata del Papa in Vinegia, variamente sono stati narrati da' moderni Scrittori, i quali avendo di molte favole riempiute le loro istorie, diedero anche la spinta a' dipintori di prendersi queste licenze; però seguitando le orme de' più diligenti Scrittori, e sopra tutto degli accuratissimi Capecelatro ed Agostino Inveges, i quali con più diligenza degli altri rintracciarono questi successi dagli Autori contemporanei, e spezialmente dall'Istoria di Romualdo Arcivescovo di Salerno, il quale a tutto personalmente intervenne come Ambasciadore del Re Guglielmo, non dovrò aver rincrescimento di partitamente narrargli, quali realmente avvennero, giacchè non saranno riputati estranei e lontani dal nostro istituto, anzi a quello molto proprj e confacenti.

Disposto pertanto Federico d'unirsi con Alessandro, inviò ad Alagna, ove dimorava, suoi Ambasciadori a chiedergli la pace: questi furono il Vescovo di Maddeburg, l'Arcivescovo di Magonza, l'Eletto di Vormazia, e 'l Protonotario dell'Imperio, uomini tutti quattro di grandissima stima e più volte adoperati da lui in simili affari. Questi avendo esposto le loro commessioni al Papa, dopo vari trattati, che durarono quindici giorni continui, finalmente diedero qualche sesto alle differenze tra il Papa, ed il loro Signore; ma premendo assai più per la pace d'Italia, che si accomodassero gli affari de' Milanesi e delle altre città di Lombardia, il quali non era convenevole, che si trattassero in loro assenza; e considerandosi ancora, che non potevasi dar perfetto compimento ad una sicura pace senza la persona dell'Imperadore e de' Deputati di quelle città, che v'aveano da intervenire; fu perciò conchiuso, che il Papa passasse tantosto in Lombardia, per abboccarsi con Federico, e che perciò si dasse libero il passaggio e salvocondotto da ciascuna delle parti di potere chiunque volesse liberamente andare ove dovea ragunarsi tal Assemblea e dimorarvi e partirsi a suo piacere. A tal effetto inviò il Papa il Cardinal Ubaldo Vescovo d'Ostia, Rinaldo Abate di Monte Cassino Cardinal di S. Marcellino, e Pietro del lignaggio de' Conti di Marsi a ricevere il giuramento di serbar tal sicurezza da Cesare e dagli altri Collegati, e ad eleggere il luogo, ove s'avea a far l'abboccamento; e fu stabilito di consentimento di ambe le parti, che fosse la città di Bologna. Inviò anche il Papa suoi messi al Re Guglielmo a significargli, che avesse mandati alcuni de' suoi Baroni per assistere a tal bisogno in nome di lui; perciocchè non intendeva conchiudere pace alcuna con l'Imperadore, ove non fosse compreso anch'egli, che così costantemente avea sempre favoreggiati gli affari della Chiesa[68]; la quale ambasciata udita dal Re, v'inviò di presente Romualdo Arcivescovo di Salerno, autore di questa relazione, e Ruggiero Conte d'Andria Gran Contestabile; acciocchè intervenissero in suo nome a tutto quello, che fosse stato mestiere. E dopo questo partì il Pontefice d'Alagna, e per la via di Campagna venne a Benevento e di là passò a Siponto ed a Vesti, ove s'imbarcò su le galee fattegli apprestare dal Re Guglielmo con molti Cardinali, che girono in sua compagnia, e con i suddetti Ambasciadori navigò felicemente a Vinegia, ove a grand'onore ricevuto, albergò nel monastero di S. Niccolò del Lito, e nel seguente giorno fu dal Doge e dal Patriarca e da numeroso stuolo di Vescovi con gran concorso di Popolo condotto nella chiesa di S. Marco, e di là se ne passò al palagio del Patriarca, ch'era stato apprestato con gran pompa per suo alloggiamento.

L'Imperador Federico intesa la venuta del Pontefice a Vinegia inviò colà il Vescovo di Maddeburg, l'Eletto di Vormazia, e 'l suo Protonotario a chiedergli, che gli fosse a grado di stabilire altro luogo per l'appuntato abboccamento, avendo la città di Bologna sospetta, per esser colà entro molti suoi nemici. Alla qual dimanda rispose Alessandro, ch'essendosi quel luogo statuito non solo da lui, ma da' comuni Ambasciadori e da tutti i Collegati lombardi, non poteva senza il voler di ciascuno d'essi cambiarlo in altro; ma che non perciò s'impedirebbe la comune concordia; onde prestamente fece convocar i Deputati di tutte le parti a Ferrara e gitovi anch'egli ragunò una Assemblea entro la chiesa maggiore di quella città dedicata a S. Giorgio, ove convennero tutti, ed egli ragionò lungamente sopra gli affari della pace. Ed essendo sopraggiunti sette Legati da parte di Cesare, si deputarono dal Pontefice altri sette Cardinali; e per la Lega de' Lombardi furon destinati il Vescovo di Turino, e quelli di Bergamo e di Como, l'Eletto d'Asti, Gerardo Pesce milanese, Goezzo Giudice da Verona ed Alberto Gammaro bresciano, i quali dopo vari contrasti, intervenendovi parimente gli Ambasciadori del Re Guglielmo, di comun consentimento statuirono che l'abboccamento si facesse a Vinegia.

Il Pontefice prestamente spedì Ugone da Bologna e Ranieri Cardinali con alcuni altri Lombardi al Doge ed al Popolo vinegiano (essendo a questi tempi la potestà pubblica presso i Nobili ed il Popolo insieme, non come oggi ne' soli Nobili ristretta[69]) a chieder loro, che avesser data sicuranza che potesse egli, e tutti gli altri, ch'eran seco per lo detto trattato di pace entrar nella loro città e dimorarvi, ed uscirne a lor talento senza ricever noia alcuna, aggiungendo che non consentissero, che Cesare contro il voler del Papa vi potesse venire; ed avendo i Vinegiani senza molto riflettere a quest'ultima dimanda conceduto ad Alessandro quel che chiedeva, si partì egli immantenente da Ferrara ed a Vinegia ritornò. Si diede quivi per tanto principio a' negoziati della pace, ma riuscendo per le molte difficoltà e differenze insorte, malagevole a potersi conchiudere, perchè non andasse a vuoto tutto ciò, che fin allora erasi adoperato, pensò Alessandro, che almeno dovesse conchiudersi una triegua, che durasse sei anni con i Lombardi, e quindici col Re di Sicilia; nel che essendo venuti gli altri, s'attendeva solo il consenso di Cesare per istabilirla; e gito il Cancelliere all'Imperadore con tal proposta, prima si sdegnò; ma da poi acconsentì con condizione, che il Papa restituisse all'Imperio lo Stato della Contessa Matilde; ma questa proposta non fu accettata da Alessandro; onde dilungandosi l'affare, perchè l'Imperadore era a Pomposa, luogo di piacere presso Ravenna, e vi voleva molto tempo ad andare e ritornare i messi, che gli s'inviavano per gli affari, che occorrevano in tal bisogno si contentò Alessandro per agevolare il trattato a richiesta del Cancelliere e degli altri Deputati di Cesare ch'esso venisse insino a Chiozza luogo quindici sole miglia lungi da Vinegia e che di là non passasse avanti senza espressa sua licenza. Ma venuto che vi fu Federico, ne girono alcuni de' popolani di Vinegia a ritrovarlo, e dirgli che non indugiasse ad entrare nella città, perchè colla sua presenza avrebbero sicuramente fatta la pace in suo vantaggio, ed essi avrebbero adoperato ogni sforzo per farlo entrare.

Aveva mandato in questo mentre Alessandro a Chiozza suoi Legati a dire a Cesare, che se egli era risoluto di far triegua per sei anni con i Lombardi e per quindici col Re Guglielmo, il giurasse nelle lor mani, perchè poscia con la sua benedizione sarebbe potuto entrar nella città. Ma Federico a cui eran piaciute l'offerte de' popolani, ed aspettava, che l'avesser recate ad effetto, simulando essergli nuovo il trattato, e consumando il tempo in varie consulte, trasportava di giorno in giorno la risposta; onde sospettando i Cardinali che l'Imperadore macchinasse qualche inganno, erano entrati in gran confusione, nè sapean che farsi: ed i popolani di Vinegia volendo porre in opera la promessa fatta a Federico, si ragunarono insieme nella chiesa di S. Marco, e tumultuando contro il Doge, gridavano ch'era cosa molto biasimevole, che Cesare dimorasse travagliato dal calor della stagione, da' pulci e dalle zanzare senza potere entrare in Vinegia, la qual ingiuria riserbando egli nel suo animo, l'avria poscia sfogata a più opportuno tempo contro di loro e contro i lor figliuoli; perlocchè volevano, che invitatovi dalla Repubblica, e di voler di tutti loro v'entrasse di presente: le quali cose avendo con molta baldanza significate al Doge, fu da lui risposto, che s'era giurato al Pontefice di non far entrare l'Imperadore senza sua licenza: ma nulla giovandogli presso il Popolo tumultuante questa scusa, alla fine bisognò cedere, e mandare alcuni de' medesimi a dire al Papa, ch'era loro intendimento di far entrare Cesare in Vinegia, i quali ritrovandolo che dormiva, senza voler soprastare menomo tempo, irreverentemente lo svegliarono ed espostagli con arroganza l'ambasciata, a gran pena si contennero per le parole del Pontefice d'indugiare fino al vegnente giorno a farlo venire.

Sparsasi di repente per la città la novella di tal fatto, temendo i Lombardi e gli altri, ch'erano ivi per lo trattato della pace, che se Federico entrasse contro il voler del Papa, non gli facesse prigioni, avendo già sospetta la corta fede de' Vinegiani, sgombrarono tantosto via, e ne girono a Trivigi. Ma gli Ambasciadori del Re Guglielmo niente spaventati di tal fatto, furono prestamente a ritrovare il Papa, ad avvalorarlo e dargli animo, che di nulla temesse, poich'essi avean quattro galee ben armate; su le quali l'avrebbero eziandio contro il volere de' Vinegiani trasportato ove gli fosse stato a grado, e avrebber saputo farsi attendere la fede data da' Vinegiani; dopo di che ne girono a casa del Doge, e ritrovandolo con molti Vinegiani, cominciarono a rinfacciargli i beneficj, che il loro Signore avea lor fatti, che non meritavano questo tratto, e che se sapessero, che essi permettevano di far entrare Federico nella lor città senza licenza del Pontefice, essi non avriano attesa tal venuta, ma che subito se ne sariano andati via in Sicilia, ed avriano detto al lor Principe ciò che ne conveniva per vendicar questi torti. Ma non montando nulla tai parole col Doge, ancor ch'egli con dolci risposte s'ingegnasse di trargli al suo volere, con assicurargli, che non avesser niun timore della venuta dell'Imperadore, sdegnosamente ritornarono al loro albergo e dissero sul partire dal Doge, che avrebber procacciato, che il lor Signore si vendicasse con convenevol castigo dell'ingiuria che riceveva; e fecero apprestare i legni per partirsi nel seguente mattino. La qual cosa sparsasi tra' Vinegiani, recò loro grandissima paura, temendo, se costoro si fossero andati via così sdegnati, non avesse con tal cagione il Re Guglielmo fatti prigionieri tutti i Vinegiani, che dimoravano nel suo Reame. Il perchè grosso stuolo di coloro, ch'eran congiunti di sangue a que' ch'erano in Puglia, mossi a tumulto ne girono al Doge a dirgli che non era convenevole, che per aggradire a Cesare, dal quale mai non avean ricevuto comodo alcuno, si facesse nimistà, sdegnando in cotal guisa i suoi Legati, col Re Guglielmo, da' cui Stati traean continuamente tante utilità, arrischiando di più la vita ed i beni de' lor parenti che colà dimoravano; e che lor palesasse chi erano stati coloro, ch'avean consigliato a far entrar l'Imperadore in Vinegia prima di conchiudere la pace col Pontefice, ch'erano apparecchiati con l'armi alle mani di farne vendette.

Vedendo il Doge ed il Senato sì ostinata risoluzione e temendo non si movesse grave sedizione e si venisse dentro la città all'armi, inviarono prestamente persone di molta stima a pregare il Papa che lor perdonasse la noia, che gli avean data e che facesse ogni sforzo con gli Ambasciadori di Guglielmo, di non fargli partire: ma mostrando di star saldi nel loro proponimento non ostante le preghiere del Papa e del Doge, fur cagione, che nel seguente mattino si pubblicasse una grida in Rialto d'ordine della Repubblica, che niuno avesse più ardito di favellar dell'entrata di Cesare nella città, se in prima non l'avesse comandato il Pontefice.

Pervenuta a Federico in Chiozza questa novella, vedendosi fallita ogni speranza, cominciò a parlar benignamente co' Cardinali, che colà dimoravano, degli affari della pace; ed essendogli altresì apertamente detto dal suo Cancelliere, e dagli altri Baroni tedeschi, che bisognava finirla con Alessandro e riconoscerlo per legittimo Pontefice, finalmente alle persuasioni de' medesimi s'indusse ad inviar addietro a Vinegia co' Cardinali il Conte Errico da Diessa a prometter con giuramento, che tosto ch'egli vi fosse entrato avrebbe giurata e confermata la triegua con la Chiesa, col Re di Sicilia, e co' Lombardi nella stessa guisa appunto, ch'era stata trattata per li Deputati d'ambe le parti.

La qual cosa posta ad effetto dal Conte, ne girono d'ordine del Pontefice i Vinegiani con sei galee a levar l'Imperadore, e 'l condussero insino al monastero di S. Niccolò, e nel seguente giorno, avendo Alessandro udita la sua venuta, se n'andò con tutti i Cardinali, con gli Ambasciadori del Re, e co' Deputati de' Lombardi alla chiesa di S. Marco, ed inviò tre Cardinali con alcuni altri a Federico, i quali assolvettero lui e tutti i suoi Baroni dalle censure della Chiesa. Dopo questo andarono il Doge e 'l Patriarca, accompagnati co' primi Nobili di Vinegia, a S. Niccolò, e fatto salir l'Imperadore sopra i loro legni con molta pompa il condussero insino a S. Marco; ove per veder sì famoso spettacolo era ragunata immensa moltitudine di Popolo: e Federico disceso dalla nave n'andò tantosto a' piedi d'Alessandro, il quale coi Cardinali e con molti altri Prelati era pontificalmente assiso nel portico della Chiesa e deposta l'alterigia della Maestà imperiale, levatosi il mantello, si prostrò innanzi a lui con il corpo disteso in terra, umilmente adorandolo: dal qual atto commosso il Pontefice lagrimando, da terra il sollevò, e baciandolo il benedisse: e poi cantando i Tedeschi il Te Deum entrarono ambedue in S. Marco, donde l'Imperadore, ricevuta la benedizione dal Papa, ne andò ad albergare al palagio del Doge, ed il Papa con tutti i suoi ritornò al solito ostello.

Così ne' principj d'agosto di quest'anno 1177 fu conchiusa e confermata la triegua[70] data da Federico a' Lombardi per sei anni, ed a Guglielmo per quindici, che fu giurata da Federico, ed anche dal Conte di Diessa, e da dodici Baroni dell'Imperio in nome di Errico suo figliuolo. La giurarono ancora dalla lor parte l'Arcivescovo Romualdo e Ruggiero Conte di Andria, Ambasciadori del Re, promettendo, che fra due mesi l'avrebbe Guglielmo confermata, e fatta altresì giurare da diece altri suoi Baroni: siccome per tal effetto furono da Federico mandati suoi Ambasciadori in Sicilia, i quali giunti il nono giorno di agosto di quest'anno 1177 a Barletta, quindi si portarono in Palermo, ove furono lietamente accolti dal Re, il quale per Ruggiero dell'Aquila in nome di lui, e per undici altri suoi Baroni diede compimento al dovuto giuramento: e fatto simigliante giuramento dai Deputati delle città di Lombardia, scioltasi l'Assemblea, ritornò ciascuno lieto al suo albergo.

Stabilita in cotal guisa la concordia fra il Papa e Federico, ne corse tantosto la novella a' seguaci dell'Antipapa, i quali anch'essi cedendo, ne vennero ai piedi d'Alessandro, rinunciando lo scisma, e furon da lui benignamente ricevuti in sua grazia: e Giovanni da Struma Antipapa, detto da' suoi seguaci Calisto III nell'anno seguente 1178, uscendo da Monte Albano, ove s'era ricoverato, essendo già il Papa Alessandro partito da Vinegia, ed andato a Tuscolo, venne anche egli a porsi a' suoi piedi, e l'adorò come vero Pontefice, dando fine allo scisma, che per diciassette anni continui era durato, e ne fu Giovanni dal Papa creato Arcivescovo e Governador di Benevento, ove poco da poi morì di dolor d'animo.

Ed intanto il Papa e l'Imperadore erano già partiti da Vinegia, essendosene Cesare, che fu il primiero, andato a Ravenna, ed il Pontefice sopra quattro galee de' Vinegiani passato a Siponto, e di là per lo cammino di Troia e di Benevento portossi ad Alagna: e poco da poi chiamato da' Romani nella lor città, vi entrò il giorno della festa del B. Gregorio, e vi fu con nobil pompa ricevuto. E l'Imperadore dimorato non guari a Ravenna, se n'andò in Lombardia, e di la passò in Alemagna.

Ed in cotal guisa terminarono questi successi, che variamente scritti da' moderni Istorici, e particolarmente da alcuni Siciliani, a' quali l'istesso Agostino Inveges da Palermo non potè prestar fede alcuna, aveano di mille favole riempiuto i lor volumi. Noi intorno a ciò non potevamo aver miglior testimonio, che Romualdo Arcivescovo di Salerno della regal schiatta de' Normanni, e Prelato di grande stima, il quale come Ambasciador del Re Guglielmo personalmente intervenne a tutto, e che nella sua Cronaca lo tramandò alla notizia de' posteri, al quale più che ad ogni altro Scrittore deve prestarsi indubitata fede.

§. I. Dominio del Mare Adriatico.

Favola dunque è tutto ciò, che si narra d'esser Alessandro gito a Vinegia sotto mentito abito di peregrino, e quel ch'è più degno di riso, che quivi per molto tempo si fosse trattenuto, e nascosto con far il mestiere di cuoco. Favola parimente dee riputarsi ciò, che scrissero delle parole dette da Alessandro quando Federico fu ad inchinarsegli, e le risposte da costui date al medesimo. La pugna navale, che si figurò tra l'armata de' Vinegiani con quella finta di Federico, che non avea allora armata di mare, e quel ch'è più, di avervi preposto per capitano Ottone suo figliuolo, che secondo il Sigonio, non potea aver più che cinque anni, e mille altri sognati avvenimenti, infelicemente sostenuti da Cornelio Francipane in quella allegazione, che si vede ora impressa nel sesto tomo dell'opere del P. Paolo Servita.

Ma non meno deve riputarsi vano quel che parimente scrissero, che in quest'incontro Papa Alessandro avesse conceduto a' Vinegiani amplissimi privilegi della superiorità e custodia del Mare Adriatico, e che quindi sia nata quella celebrità, che ogni anno costumasi in quella città nel dì dell'Ascensione di sposar il mare; quasi che ad Alessandro appartenesse conceder il dominio de' mari, siccome gli altri Pontefici lo pretesero della terra. Dalla moderazione d'Alessandro tali esorbitanze non doveano credersi, e gran torto si è fatto alla memoria di quel Pontefice, che conosceva i confini della sua potestà, e se Federico gli fu avverso, e sovente ebbe a contender con lui, non fu per altro, se non perchè a torto non voleva riconoscerlo per vero Pontefice, della qual discordia approfittandosi le città di Lombardia, quindi fu, che sursero le tante contese e travagli che 17 anni tennero miseramente afflitta la Chiesa di Roma.

Conobbe questa verità quel bravissimo istorico Francesco Guicciardino[71], il qual parimente scrive di tal concessione d'Alessandro non apparire nè in istorie, nè in iscritture memoria o fede alcuna, eccetto il testimonio de' Vinegiani, il quale in causa lor propria, e sì ponderosa deve esser pur troppo sospetto. Ma i Vinegiani stessi più saggi, ed intesi delle memorie andate, ben anche han riprovata questa falsa credenza de' loro compatrioti; ed il lor famoso Teologo e Consiglier di Stato, Fr. Paolo Servita, nel Dominio del Mar Adriatico, si è sforzato ben a lungo di pruovare, che i Vinegiani siano padroni del Golfo non già per concessione d'Alessandro, o d'altri Pontefici o Imperadori, ma, come nato insieme colla Repubblica, per altro titolo, che da' nostri Giureconsulti verrebbe chiamato pro derelicto: pretendendo egli, che gli ultimi Imperadori d'Oriente distratti in varie imprese, non avendo potuto per mancanza d'armate mantener la custodia del Golfo, l'abbandonarono, nulla curando che altri l'occupasse, e quindi essere avvenuto, che i Vinegiani resisi da poi potenti in mare, trovando il possesso vacuo; e non essendo allora il Golfo sotto il dominio d'alcuno, se ne fossero impadroniti, e contrastatolo da poi contra chiunque ha voluto tentare di disturbargli.

Ma se mai, siccome della terra, potesse acquistarsi dominio alcuno del mare, e non ripugnasse la natura istessa, come ben a lungo provò l'incomparabile Ugon Grozio in quel suo libro che a tal fine intitolò Mare liberum; e volesse ammettersi ciò che in contrario scrisse Giovanni Seldeno in quell'altro suo libro, che per opporlo a quello di Grozio intitolò Mare clausum; pure con maggior ragione pretesero i nostri maggiori, che il dominio del Mare Adriatico dovesse più tosto appartenere a' nostri Re di Sicilia, che alla Repubblica di Vinegia; non per quel titolo al quale invano ricorrono i Vinegiani; poichè niun Principe ebbe quel Golfo per abbandonato, tenendo sempre in animo di racquistarlo, quando le forze potevan somministrargli il modo; ma per ragion di conquista, che i nostri Normanni fecero sopra i Greci, i quali, declinando l'Imperio di Oriente, furono padroni di tutti questi Golfi, che circondano queste nostre regioni; non potendo (secondo che s'è potuto notare ne' precedenti libri di questa Istoria) porsi in dubbio, che sino a' tempi di Carlo M. gl'Imperadori Greci eran Signori dell'Adriatico, e che quivi spesso mandavano le loro armate per mantenere in Puglia la lor dominazione, contro l'invasione delle Nazioni straniere; anzi sovente i Vinegiani s'univano co' Greci contro gli sforzi di Carlo M. e di Pipino suo figliuolo, che cercavano disturbargli dal dominio dell'Adriatico; di che una volta sdegnato fieramente Pipino, per essere i Vinegiani concorsi a favorire, e soccorrere di denaro, e di gente li Greci: dopo avergli scacciati dall'Adriatico, e distrutta la loro armata, si inoltrò negli ultimi recessi del Golfo contro i Vinegiani, e prese una gran parte della loro città, che si componeva allora di molte isolette; ed avrebbero i Vinegiani patito l'ultimo sterminio, e sarebbero passati sotto la dominazione di Pipino Re d'Italia, se Carlo M. suo padre non avesse tosto riprovato il fatto, e data loro pace, incolpando i Duci loro d'essersi uniti coi Greci, non già i Vinegiani[72]. La qual guerra però fu a' medesimi profittevole, perchè una gran parte di quelle genti, che per tutti que' stagni, e lidi diversi abitavano (ch'erano pure a Vinegia soggette, e come parte, e membri di questa città) lasciando le stanze loro, se ne vennero ad abitare sopra sessanta isolette picciole, ch'erano intorno a Rialto, giungendole insieme con ponti, alle quali poi fu dato aspetto d'una grande e magnifica città, e stabilitavi la presidenza de' Duchi, ed il Consiglio pubblico.

Ed avendo da poi i Normanni discacciati i Greci dalla Sicilia, dalla Puglia e dalla Calabria, non può dubitarsi, che i nostri Principi scorrevano a lor posta con poderose armate l'Adriatico, e tralasciando cento altre occasioni, ch'ebbero di navigarvi con armate, nell'anno 1071, quando il famoso Duca Roberto Guiscardo fu chiamato in ajuto da Ruggiero suo fratello mentr'era nell'assedio di Palermo, v'accorse egli con poderosa armata di 58 navi traversando l'Adriatico, come scrisse Lupo Protospata[73]. E ne' tempi, che seguirono, essendo passate sotto la dominazione di essi Normanni tutte queste province, il famoso Ruggiero I Re, non contento di tanti e sì sterminati acquisti, resosi potente in mare assai più che non erano gl'Imperadori istessi d'Oriente, portò le sue vittoriose insegne non pur in Dalmazia, nella Tracia, e fin alle porte di Costantinopoli, ma corsero le sue poderose armate insino all'Affrica, ove fece notabili conquiste di città e di province. Nè vi fu Principe al Mondo in questi tempi, che lo superasse per forze marittime, e d'armate navali, le quali sovente combattendo con quelle dell'Imperadore d'Oriente, anche potente in mare, ne riportò sempre trionfi e piene vittorie. Ciò si è potuto anche conoscere dalle tante armate, che mantenevano, tanto che non bastando un Ammiraglio per averne cura; fu d'uopo crearne molti, a' quali prepose un solo, che perciò fu chiamato Admiratus Admiratorum; siccome era appellato Giorgio Antiocheno Grand Ammiraglio ne tempi di Ruggiero, e Majone ne tempi di Guglielmo suo figliuolo. E fu ne' tempi di questi Re normanni così grande la loro potenza in mare, che non vi era lido, o porto ne' loro dominj, che (oltre d'esser provista ciascuna provincia d'Ammiraglio) non avessero questi ancora altri Ufficiali minori a lor subordinati, alla cura de' quali si apparteneva la costruzione de' vascelli e delle navi, di reparargli, e disporgli per mantener libero il commercio e di tener li Porti in sicurezza, e ciò in tutta l'estensione de' loro Reami, e in tutti i lati marittimi, ed avendo l'Adriatico molti Porti nella Puglia, e per tutta quell'estensione, ch'è la più grande di quel Golfo (ne' quali sovente anche l'armate, che venivano da Sicilia solevano ricovrarsi) nel Regno di Ruggiero, dei due Guglielmi, e degli altri Re suoi successori, fu quel Golfo sempre guardato, e ripieno di navi e d'armate de' Re di Sicilia; anzi in congiunture di viaggi e di espedizioni navali, i Porti più frequentati e scelti a tal fine erano que' di Vesti, di Barletta, Trani, Bisceglia, Molfetta, Giovenazzo, Bari, Mola, e di Monopoli, oltre a quelli di Brindisi, d'Otranto, di Gallipoli, e di Taranto posti quasi tutti nell'Adriatico; ed i pellegrinaggi per Terra Santa in Soria, sovente per l'Adriatico si facevano. L'armate di Federico, e d'Errico Imperadori indifferentemente ne' Porti dell'Adriatico si fermavano: per l'Adriatico si trasportava l'oste per Soria, ed in fine tutte l'altre imprese della Grecia, e di Levante per questo Golfo si disponevano.

E se bene nel Regno degli Angioini non fosse stata tanta la potenza in mare de' Re di Sicilia, nulladimanco non è, che i due Carli d'Angiò, e gli altri Re di quella stirpe, non avessero mantenute poderose armate di mare, tanto che non avessero potuto disporre di quel Golfo a loro arbitrio e piacere, siccome quando dall'occasione si richiedeva il facevano.

Ne' tempi posteriori, e particolarmente sotto gli Aragonesi, per essere a' nostri Re mancate tante forze di mare, ed all'incontro cresciute quelle de' Vinegiani, nacque, che navigando essi nel Golfo a lor piacere, senza temer d'armata di Principe vicino, avessero essi preteso il dominio di quel Golfo, ed avessero da poi preteso d'impor legge a coloro, che vi navigavano: di non permettere che entrassero in quello armate navali: di vendicar le prede, che in esso si facevano, e con loro licenza permettersi il trasporto delle merci; e per la debolezza de' Principi vicini, giunsero insino a non permetter che altre armate potessero navigare il Golfo, siccome con non piccol scorno de' Spagnuoli avvenne, quando essendosi casata Maria con Ferdinando Re di Ungheria figliuolo di Cesare, sorella del Re Filippo IV e con numeroso stuolo di galee, e con pompa degna di tanti Principi, giunta a Napoli, per passare per l'Adriatico a Trieste con la stessa armata Spagnuola: i Vinegiani per non pregiudicare al loro preteso dominio di quel Mare, s'opposero con tal ostinazione, che si dichiararono, che se gli Spagnuoli non accettavano la loro offerta, di condurla essi colla loro armata, stassero sicuri, che converrebbe alla Reina tra le battaglie, ed i cannoni passare alle nozze; tanto che bisognò vergognosamente cedere, e la Reina per la strada d'Abruzzi giunta in Ancona, fu ricevuta da Antonio Pisani con tredici galee sottili, che la sbarcò a Trieste[74]. In tanta declinazione si videro le nostre forze marittime a tempo degli ultimi Re di Spagna; ma se si voglia aver riguardo a' secoli andati, e spezialmente a questi tempi de' Re Normanni con maggior ragione potevano vantar il dominio di quel Mare i Re di Sicilia, che i Vinegiani. Quindi è che presso di noi, tra' manuscritti della regal giurisdizione rapportati dal Chioccarello[75], si trovi notato per uno de' punti controvertiti, se il dominio del Mare Adriatico sia dei Vinegiani, o più tosto de' Re di Napoli.

(Si conferma tutto ciò dal vedersi, che le scritture che uscirono a' tempi del Re Filippo III de' Veneziani per sostenere questo dominio, siccome quella del P. Paolo Servita (dove nell'ultima parte si risponde a' Dottori napolitani, infra i quali al Reggente de Ponte) e del Francipane, furono composte per rispondere ad alcune Scritture date fuori in contrario da' Napolitani; siccom'è manifesto dall'ultima Edizione dell'Opere del P. Paolo stampate in Venezia in 4.º ancorchè colla data di Halmstat, dove nel frontispizio nell'Allegazione del Francipane si legge: contra alcune scritture de' Napolitani).

§. II. I Veneziani sono stati Soggetti degli Imperadori d'Oriente e d'Occidente.

Chiunque attenderà lo stato delle cose di quei tempi, secondo che ce lo rappresentano non meno gli antichi Annali, e Monumenti estratti dalla voracità del tempo, che gli Storici contemporanei, si accorgerà, che le province di Venezia e d'Istria col seno del mare Adriatico, che le bagna, nella decadenza dell'Imperio di Occidente, ubbidivano agl'Imperadori di Oriente. Quando Giustiniano Imperadore riunì al suo Imperio di Oriente tutta l'Italia per lo valore di quei due celebri Capitani Belisario e Narsete, non è dubbio, che l'Istria e le regioni de' Veneti erano appartenenze dell'Orientale Imperio. Le Regioni marittime de' Veneti dall'Istria si stendevano sino alla città di Ravenna: siccome ce n'assicura Procopio scrittor contemporaneo, il quale descrivendo queste regioni, così ne parla[76]: Sequitur, cui Dalmatiae nomen, et quae cum ipsa Occidentalis Imperii finibus comprehenduntur: proxima Liburnia, huic Istria; dein Regio Venetorum, ad Ravennam urbem porrecta.

Quando la prima volta i Franzesi sotto que' loro famosi Capitani Leutario, e Buccellino invasero questa parte d'Italia, ed occuparono i luoghi terrestri dei Veneti, tenendo i Greci i luoghi marittimi, siccome ci rende testimonianza lo stesso Procopio[77]; Narsete mandato da Giustiniano in Italia in luogo di Belisario gli scacciò da tutti que' luoghi terrestri del tratto Veneto, siccome fece anche dalla Liguria, avendo sconfitto interamente i Franzesi; a segno che in Italia non gli restò nè pur un picciolo castello.

Queste province dopo la morte di Giustiniano passarono al suo successor Giustino: e questi avendo istituito in Italia l'Esarcato di Ravenna, non vi è dubbio, che gran parte del territorio Veneto fosse porzione dell'Esarcato, giacchè Procopio ci descrive, che la Region Veneta si distendeva fin alla città di Ravenna: Regio Venetorum ad Ravennam urbem porrecta. Ciocchè per antichi monumenti fin'all'ultima evidenza dimostrano Girolamo Rubeo[78] e Ludewig[79], il quale nella vita di Giustiniano M.[80], non ebbe difficoltà di dire esser cosa chiara: Venetum agrum vel territorium portionem fuisse Exarchatus non infimam.

Ma avendo da poi Carlo M. interamente scacciati da questa parte d'Italia non meno i Greci, che i Longobardi, e fatto Re d'Italia Pipino suo figliuolo, le Venezie sottratte dall'Imperio d'Oriente, furon rese province del Regno Italico, siccome con verità scrisse Costantino Porfirogeneta[81], dicendo, che d'indi in poi le Venezie non soggiacquero all'Oriente, ma furon fatte Provincia Italici Regni. Quindi gl'Imperadori di Oriente per reintegrare all'Imperio, da questa parte, i lor confini, ebbero con Carlo M. or guerre, or tregue, or convenzioni e paci, per le quali finalmente, siccome rapporta Eginardo[82], fu convenuto, che a Carlo fossero aggiudicate le due Pannonie, l'Istria, le Venezie, la Liburnia, e la Dalmazia, lasciandosi all'Imperadore costantinopolitano le città marittime della Puglia, la Calabria e la Sicilia. Carolus, scrive Eginardo, utramque Pannoniam, et appositam in altera Danubii ripa Daciam, Histriam quoque et Liburniam, atque Dalmatiam, exceptis maritimis Civitatibus, quas ob amicitiam, et junctum cum eo foedus Constantinopolitanum Imperatorem habere permisit, adquisivit.

Ma per i luoghi terrestri di quelle province rimasti a Carlo, e per le città marittime lasciate a gl'Imperadori greci; non durò fra medesimi ed i Re francesi lungo tempo buona armonia; poichè nell'anno 806. Paolo Principe di Zara, ed i Legati di Dalmazia, non meno che i Duchi di Venezia, che riconoscevano per loro Sovrani gl'Imperadori di Oriente, mal sofferendo la potenza de' Francesi, come troppo lor vicina, ricorsero all'Imperadore Niceforo, perchè gli prestasse ajuto per non essere da quelli oppressi, siccome leggesi negli Annali Laurisheimensi ad An. 806 de' quali non si dimenticò Simone Stanh. Histor. Germ. in Carolo M. che ne rapporta varj pezzi: Statim post Natalem Domini (si legge ne' medesimi) venerunt Wilharius et Beatus Duces Venetiae; nec non et Paulus Dux Jaderae, atque Donatus, ejusdem civitatis Episcopus, Legati Dalmatorum, ad praesentiam Imperatoris cum magnis donis, et facta est ibi ordinatio ab Imperatore de Ducibus et Populis tam Venetiae, quam Dalmatiae.

Ed in effetto l'Imperadore Niceforo non tardò in gennaro del seguente anno 807 di mandar una classe marittima ne' porti di Venezia sotto il comando di Niceta, per ricuperar la Dalmazia, siccome si aggiunge negli Annali stessi: Classis a Nicephoro Imperatore, cui Niceta Patricius pracerat, ad recuperandam Dalmatiam mittitur. Ma giunta che fu questa flotta ne' porti di Venezia, Pipino costituito Re d'Italia da Carlo suo padre, fatta tregua con Niceta fino al mese d'agosto, tanto fece sicchè l'indusse a ritornarsene, come soggiungono gli Annali stessi ad An. 807 Niceta Patricius, qui cum Classe Costantinopolitana in Venetia se continebat, pace facta cum Pipino Rege, et induciis usque ad Augustum constitutis, regreditur.

Ma i Veneziani e i Dalmatini, che desideravano, che sempre fosse accesa guerra tra' Greci e' Franzesi, per profittare nel torbido, nutrendo per ciò fra di loro gare e contenzioni, indussero l'Imperadore Niceforo nel 809 che mandasse la seconda volta in Dalmazia e Venezia un'altra armata sotto Paolo: la quale spedizione ebbe varj successi: nel principio giunta l'armata a Venezia, si rese padrona dell'Isola di Comiaclo, ma attaccata poi l'armata da Pipino e fugata; fu obbligata ritirarsi ne' Porti di Venezia, come dicono gli Annali suddetti Laurisheimensi ad An. 809 Classis de Constantinopoli missa, primo Dalmatiam, deinde Venetiam adpulit, cumque ibi hiemaret pars ejus Comiaclum Insulam accessit, commisso praelio, victa atque fugata Venetiam recessit.

Paolo Prefetto dell'armata, vedendo non poter resistere alle forze di Pipino, cominciò a trattar di pace col medesimo; ma i Duchi di Venezia Wilhario, e Beato, i quali di mala voglia soffrivano, che Paolo volesse trattar di pace con Pipino, fecer ogni sforzo per impedirla, anzi con frodi ed inganni tentarono d'insidiar la di lui persona: sicchè avendo Paolo conosciute le loro insidie e frodi l'obbligarono a partire; come soggiungono gli annali stessi: Dux autem, qui Classi praeerat, nomine Paulus, cum de pace inter Francos et Graecos constituenda, quasi sibi hoc esset injunctum, apud Pipinum, Italiae Regem, agere moliretur, Wilhario et Beato Venetiae Ducibus, omnes conatus ejus impedientibus, atque ipsi etiam insidias parantibus, cognita illorum fraude discessit.

Il Re Pipino conosciuta la perfidia de' Duchi di Venezia, i quali proccuravano fomentar gare e guerre irreconciliabili tra Greci e Franzesi per sottrarsi in questi torbidi dagli uni, e dagli altri, si risolse di soggiogarli affatto; e mossa la sua armata per mare, ed il suo esercito per terra; soggiogata Venezia, li obbligò a rendersi, e di passare, come tutti gli altri Popoli d'Italia, sotto il suo dominio, come narra il Monaco Egolismense pag. 63 scrivendo Pipinus Rex, perfidia Ducum Venetiarum incitatus, Venetiani bello, terra marique jussit adpetere subjectaque Venetia, ac Ducibus ejus in deditionem acceptis etc.

Ma il generoso e magnanimo Carlo suo padre, non volendo rompere gli antichi patti e convenzioni per le quali s'erano lasciati questi luoghi marittimi di Dalmazia e di Venezia all'Imperio greco, trattò egli la pace coll'Imperadore Niceforo, e nel seguente anno 810 gli ristituì Venezia, siccome rapportano gli annali di Francia ad An. 810 Carolus pacem cum Nicephoro Imperatore fecit, et ei Venetiam reddidit. E di vantaggio, avendo fatto imprigionare, e privato di tutti gli onori Wilhario per la sua perfidia, dovendo mandare suoi Legati in Costantinopoli a confermar questa pace, nell'anno seguente 811 co' Legati suddetti fece condurre Wilhario Duca di Venezia all'Imperadore, perchè come suo Signore il riconoscesse, siccome portano gli Annali Laurisheimensi ad An. 811 dicendo: Pacis confirmandae gratia Legati Costantinopolim mittuntur.... et cum eis.... Wilharius, Dux Venetorum... qui propter perfidiam honore spoliatus, Constantinopolim ad Dominum suum duci jubetur.

Quindi è, che degl'Imperadori d'Oriente successori di Niceforo, e spezialmente di Lione V Armeno restano ancora monumenti d'aver esercitata la loro piena sovranità sopra i Veneziani, ridotti ad abitare in quelle Isolette negl'ultimi recessi di quelle Lagune: i quali sebbene avessero loro Duchi, che gli governavano, questi però non eran riputati, che Ufficiali dell'Imperadore, decorati dell'onore d'Ippato, ch'era una dignità Imperiale; e tutte quelle insegne, come il Manto, il Corno ducale, e gli altri ornamenti, onde sono fregiati, tutti erano onori, che gli provenivano dalla Corte di Costantinopoli.

Quindi i Veneziani vestivano alla greca con abiti talari, che ancor ritengono, a differenza degli altri popoli d'Italia, come all'Imperio d'Oriente sottoposti.

Onde quel Monumento, che prima si conservava nell'Archivio del Monasterio delle Monache di S. Zaccheria di Venezia, e che ora insieme con altri consimili leggiamo impresso in un libro stampato in Venezia stessa con licenza de' superiori nell'anno 1678 intitolato, il silenzio di S. Zaccheria snodato: non dee sembrar cotanto ingiurioso a' Veneziani: sicchè severamente, proibiscano il tenerlo proccurando di sopprimerlo, perchè non ne resti vestigio.

In questo Libro si legge un Attestato di Giustiniano Participatio Doge di Venezia, a' tempi dell'Imperadore Lione V Armeno, che sedè nell'Imperio d'Oriente dopo Niceforo intorno l'anno 813, nel quale la fondazione, o sia ampliazione di quel Monasterio si attribuisce a Lione, chiamato dal Doge suo Signore, con obbligo alle Monache d'incessantemente pregare Dio per la salute dell'Imperadore, e suoi Eredi: Eccone le parole: Cognitum sit omnibus CHRISTI, et Sancti Romani Imperii Fidelibus tam praesentibus, quam ex illis, qui post nos futuri erunt, tam Ducibus quam Patriarchis, atque Episcopis, seu caeteris Primatibus. Quod ego Justinianus Imperialis Hippatus et Venetiarum Dux, per revelationem Domini nostri Omnipotentis, et jussione Domini Serenissimi Imperatoris pacis seu, et Conservatoris totius Mundi LEONIS: Post multa nobis beneficia concessa, feci hoc Monasterium Virginum hic in Venetia, secundum quod ipse jussit edificare de propria Camera Imperiali, et secundum quod iussit mihi, statim cuncta necessaria auri, sive argenti dari jussit. Tum etiam nobis Reliquias Sancti Zaccariae Prophetae, et lignum Crucis Domini, atque Sanctae Mariae pannum, sive de vestimentis Salvatoris et alias reliquias Sanctorum nobis ad Ecclesiam Sanctam consecrandam dari fecit. Ad necessaria hujus operis etiam Magistros tribuit, ut citius opus explerent, et expleto opere congregatio sancta incessanter pro salute Serenissimi Imperatoris et suorum heredum orarent. De Thesauro vero, quod manifestat sua carta cum litteris aureis, et totum donum, quod in hoc loco ipse transmisit, in ipsa Camera salvum esse statuimus: Tamen ipsam cartam in Camera nostri Palatii volumus, ut semper permaneat, et ut non valeat aliquis hoc dicere, quod illud Monasterium Sancti Zaccariae de alicujus Thesauro esset constructum, nisi de Sanctissimi Domini nostri Imperatoris LEONIS.

Nè l'aver mandato l'Imperadore quelle reliquie, perchè si riponessero nella Chiesa, adombra punto l'autenticità della scrittura, come se ciò non potesse attribuirsi a Lione V creduto Iconoclasta; perchè i Greci aveano tutta la venerazione a reliquie cotanto insigni; ma volevano, che per ciò non segli prestasse Culto Religioso; oltre che dopo il Concilio II di Nicea celebrato nell'anno 787 favorevole alle Reliquie e Imagini, i Greci furon divisi, e chi stava per lo Concilio Costantinopolitano, che le proibiva, chi per questo II Niceno; e Lione si adattò al costume d'Italia, dove non soleva consecrarsi Chiesa senza qualche Reliquia di Martire, o di Santo.

I savj e dotti Veneziani, che non si lasciano trasportare dall'enfatico stile de' loro moderni Storici, e singolarmente del Nani, con quelle ampollose frasi di Libertà nata colla Repubblica stessa, non riputano tali monumenti apocrifi, o strani, anzi riguardandosi ai passati tempi, sono ben proprj e conformi allo stato delle cose d'allora: poichè ad una Repubblica nuova stabilita negli ultimi tempi, non può certamente adattarsi quella innata Libertà, che vantano: se non fosse caduto dal Cielo in Terra un pezzo di Luna, o di altro Pianeta, sopra il quale da' nuovi uomini si fosse stabilita libera; ma sempre che si parla di nuova Repubblica fondata nell'Imperio, duopo è che riconoscano i loro maggiori la subordinazione degl'Imperadori sian d'Oriente, ovvero d'Occidente.

Anzi i Veneziani non meno degli uni che degli altri devono confessarla; poichè in decorso di tempo sempre più decadendo le forze dell'Imperio Greco in Italia, i successori di Carlo M. profittando della sua ruina, tornarono ad aggiunger Venezia al Regno Italico, sicchè Lodovico e Lotario, se ne reser padroni, e v'esercitarono sovranità, sino a far battere le loro monete col nome di Venecias, come facevano delle altre città d'Italia da lor possedute.

Di queste Monete più Musei ne conservano le originali d'indubitata fede, ed antichità. L'Autore dello Squittinio della Libertà Veneta, nella Giunta non se ne dimenticò. Il Sig. Petau Consigliere nel Parlamento di Parigi, fece imprimere quella dell'Imperadore Lodovico il Buono, dove da una parte si legge HLVDOVICUS IMP. e dall'altra VENECIAS. Il Sig. le Blanc ha altresì fatto stampare una moneta di Lotario, che porta da una parte VENECIAS. Ecco quella di Lodovico.

Ma da poi nella decadenza dell'Imperio d'Occidente ne' Successori di Carlo M. i Veneziani cominciarono, non essendo chi potesse resistergli, a stabilire la Sovranità sopra la lor città, e luoghi marittimi intorno sopra le ruine dell'Imperio d'Oriente, non meno che di Occidente, decaduto ed avvilito anche esso ne' successori di Carlo M. prima che facesse passaggio a' Germani sotto il grande, e poderoso Ottone.

Questo Imperadore ristabilendo l'Imperio d'Occidente nello stato primiero, e volendo essere riputato non meno che Carlo M. Signore di tutte quelle Province, che costituivano il Regno Italico: sopra i Veneziani esercitò pure la Sovranità, e tutte le alte ed Imperiali sue preminenze: concedendo privilegj ed immunità alle loro Chiese co' loro precetti, chiamati a que' tempi Mundiburdj, a richiesta de' Veneziani stessi.

Quindi non dee sembrargli strano, se nel Libro medesimo del Silenzio di S. Zaccheria snodato, si leggono de' consimili Mundiburdj, conceduti a petizione di quelle Monache da varj Imperadori Germani d'Occidente, continuati da Ottone I sino all'Imperadore Federico Barbarossa. Trascriveremo solamente quello di Ottone, istromentato nell'anno 963 poichè gli altri susseguenti non sono che conformi di questo primo, secondo il costume di que' tempi, che le Chiese secondo si rifaceva un nuovo Imperadore, ricorrevano dal medesimo per ottener la conferma de' precedenti: Eccone le parole.

In nomine Sanctae et individuae Trinitatis. Otto, divina favente Clementia, Imperator Augustus.

Si petitionibus Servorum, et Ancillarum, justis et rationalibus acquiescimius, ad animae nostrae salutem proficere non diffidimus. Idcirco omnium fidelium Sanctae Ecclesiae nostrorum praesentium, ac futurorum devotio noverit. Qualiter Joanna Abbatissa de Monasterio Sancti Zachariae in finibus Venetiarum constructo, prope Palacium de Rivoalto, et Joannes Presbyter, et Monachus noster Fidelis suggesserunt nostrae Clementiae, quatenus pro Dei amore, et remedio animae nostrae, cum cunctis facultatibus, rebusque mobilibus, et immobilibus, seu familiis utriusque sexus ad eundem Monasterium Sancti Zachariae juste pertinentibus, scilicet infra ditionem Regni nostri consistentibus, tam per loca denominata, quae ibi contulit per Cartulas offeritionis Ingelfredus Comes Filiusque Grimaldi, et Ildeburga Comitissa Uxor Adalberti Comitis, cum suis haeredibus, sicut in textu ipsorum Cartulae legitur: Videlicet, Curtem unam cum omnibus suis pertinentiis, in finibus Montis Siricani positam in villa quae Petriolo nuncupatur, similiter, et in Cona, et in Sacco, et in Lupa, et in Liquentia, et Laurentiaca, una cum Terris, Vineis, Campis, Olivetis, Pratis, Massaritiis, Piscariis, Silvis, Casis, Capellis, Pascuis, Aquis, aquarumque decursibus, Montibus, Vallibus, Servis, et Ancillis, ad ipsam Curtem de Petriolo aspicientibus in integrum, ut pars praedicti Cenobii, cui nunc Joanna Ravennalis Venerabilis Abbatissa praeesse videtur, cum omni integritate in usu, et sumptu Monacharum inibi per tempora Deo famulantium perpetualiter permaneant, et sub nostrae tuicionis, ac defensionis Mundiburdio consistant.

Nos autem saluberrimas earum petitiones inspicientes hoc nostrae immunitatis praeceptum fieri jussimus, per quod sancimus, ut jam dictum Monasterium; cum suis rebus mobilibus, et immobilibus, omnibusque mancipiis, et Colonis, Idventitiis et Peregrinis, Servis et Ancillis, super terram ipsius praedicti Monasterii, infra Regni nostri fines residentibus, sub nostra maneat immunitatis defensione; ita ut nullus Marchio, Comes, vel quislibet pubblicus Actionarius, seu alia, magna, parvaque persona, ex rebus saepe dicti Monasterii modo juste, et legaliter vestita esse videtur, aut in antea ibidem divina pietas amplificare voluerit, abstrahere aliquod, aut minuere, quandoque praesumant; sed liceat supradicti Monasterii Abbattissae, ejusque Successoribus in perpetuum res ejusdem Monasterii, sub nostrae immunitatis defensione, quieto ordine possidere, cum omnibus ad se pertinentibus, vel aspicientibus, tam rebus, quamque et mancipiis liberis, et servis, super res jam dicti Monasterii residentibus. Nullusque audeat eas injuste distringere, neque ab eis ullas illicitas redibitiones, aut publicas angarias exigere. Ante omnia autem Abbatissa ejusdem Monasterii, ejusque Successores, et omnes Monachae ibidem Deo servientes, sub nostrae defensionis quiete perenni vivere permaneant. Nullusque Reipublicae Minister eas per placita ventilare pertemptet, nisi in praesentia Abbatissae quae per tempora ibi praeesse visa fuerit, quatenus ipsas Ancillas Dei, quae ibidem Deo famulantur, pro nobis statusque Regni nostri jugiter exorare delectent. Si quis igitur hoc nostrae auctoritatis praeceptum et Mundiburdium infregerit, sciat se compositurum auri optimi libras centum, medietatem Camerae nostrae, et medietatem praedictae Abbatissae Joannae, vel ejus Successoribus. Quod, ut verius credatur, et diligentius ab hominibus observetur, manu propria roborantes, Annulo nostro sigillari jussimus. Signum Domini Ottonis Invictissimi, ac Magni Imperatoris Augusti.

Lyurtgerius Cancellarius ad vicem Vidonis Episcopi Barda Cancellarii recognovi et subscripsi.

Acta 7. Kal. Septembris. Anno Dominicae Incarnationis 963. Indictione 6 Anno Imperii Ottonis Magni Imperatoris Augusti secundo; Actum Monte Feretrano ad Petrum S. Leonis.

Dopo gli Ottoni, sotto gli Errici, come sono varie le vicende mondane, cominciò l'Imperio occidentale altra volta a decadere. L'Imperadore Federico Barbarossa, pensava ristabilirlo; ma distratto nella guerra di Soria, e dalle brighe, che gli diedero le città di Longobardia, ed i Pontefici romani, non potè ridurre a fine la magnanima impresa; e molto meno poteron tentarla i di lui successori, Errico e Federico II per le gare e contenzioni, ch'ebbero colle città medesime, e co' Papi, e co' loro Emoli dell'Imperio.

Morto Federico II, e contrastando i Germani fra di loro per l'elezione del successore si vide nell'Imperio quel lungo interregno, che ciascun sa; ed allora i più Potenti, e più città d'Italia cominciarono a scuotere il giogo, e porsi in libertà, poichè non era chi potesse validamente opporsi. Così i Veneziani che ne aveano gettati già i fondamenti, stabilirono la sovranità sopra la loro città e luoghi marittimi intorno, la quale poi col correr degli anni con lunga prescrizione se la resero più stabile e ferma, non altrimente che fecero gli altri Principi d'Italia sopra le ruine dell'Imperio d'Occidente. Queste mondane vicende recarono a' Veneziani la loro libertà, non già patto, o convenzione alcuna, siccome alcuni sognarono, esser seguita tra gl'Imperadori greci, e que' di Occidente della linea di Carlo M., dicendo, che questi per porre fra di loro un confine stabile e fermo, avessero dichiarati immuni, e liberi i Veneziani dall'uno, e dall'altro Imperio, siccome scrisse il Sigonio[83]; Venetos inter utrumque Imperium positos, liberos atque immunes, et ab utroque Imperatore securos vixisse: e nell'anno 812 novo pacto libertati atque immunitati Venetorum imprimis cautum. Nè fin qui è stato chi avesse potuto mostrarci documento alcuno di questa nuova convenzione e patto. Nè tante Collezioni, Cronache, ed antichi annali, che a' tempi nostri sono stati impressi; nè Scrittore alcun contemporaneo fa memoria d'una tal convenzione passata tra gl'Imperii d'Oriente e que' di Occidente; nè si sa il Sigonio onde l'abbia tratta.

CAPITOLO II. Spedizione de' Siciliani in Grecia: nozze tra Costanza ed Errico Re di Germania; e morte del Re Guglielmo e sue leggi.

Ma ritornando al nostro Guglielmo, molto poco ci rimane da notare de' fatti di questo savio Principe; poichè terminando qui l'istoria dell'Arcivescovo Romualdo, e non essendovi altri autori di que' tempi, fuor che la Cronaca dell'Anonimo Cassinense, che si conserva in Monte Cassino, alla quale Camillo Pellegrino fece alcune note, l'altra di Riccardo da S. Germano, Roberto del Monte, e Niceta autor Greco, che alcune cose brevemente scrivono di Guglielmo, rimangono tutti gli altri avvenimenti del Reame con l'opere di sì buono e glorioso Re per lo spazio di undici anni poco men che nascose fra le tenebre dell'antichità. Alcune cose andarono rintracciando con somma diligenza Capecelatro, e l'accuratissimo Inveges, l'orme de' quali come più sicure, a noi piace di seguitare.

Intanto il Pontefice Alessandro ristabilito in Roma, volendo dare a' disordini passati qualche riparo, nel seguente anno 1179 come notarono l'Anonimo Cassinense e 'l Pellegrino[84], fece convocare in Roma un general Concilio nella chiesa di S. Giovanni Laterano, ove intervennero ben trecento Vescovi, oltre agli Abati e grosso numero d'altri Prelati[85]. Si dannarono in esso molte eresie, che eran surte fra' Cristiani: si fecero molti decreti attinenti a reprimere l'avidità di coloro, che davano denari in prestanza con pattuir grosse usure, stabilendo i modi legittimi in queste contrattazioni; ed altri decreti furon statuiti bisognevoli a ristorar delle passate confusioni la Chiesa di Roma.

Ma nell'anno seguente 1180 ad impresa più gloriosa rivolse Alessandro i suoi pensieri: egli scrisse a tutti i Principi cristiani, ed a' Vescovi e Prelati della Chiesa, esortandogli a passar in Palestina, e contrastar con l'armi in que' santi luoghi al Saladino Soldano di Babilonia, Principe non men savio, che valoroso, ch'era al padre Saracone nella Signoria succeduto, e travagliava i Cristiani che colà dimoravano. I primi, che si disposero con grande e poderosa oste a passar oltre mare, furono Errico Re d'Inghilterra, e Filippo Re di Francia; ma Alessandro, che così lodevolmente avea mossi i Principi cristiani a quest'impresa, non potè vederne i successi; poichè verso la fine dell'anno seguente 1181 il settimo giorno di settembre passò di questa vita in Roma, dopo aver per ventidue anni retto il Ponteficato. Fugli tantosto dato il successore, che fu Ubaldo da Lucca Cardinal d'Ostia, il quale si nomò Lucio III.

Era poco prima in Costantinopoli accaduta parimente la morte dell'Imperador Emmanuele, e gli succedette nell'Imperio il suo figliuolo Alessio. Ed intanto il nostro Guglielmo avendo per l'occasione, che rapporta Roberto del Monte[86], fatta tregua per dieci anni col Re di Marocco, se ne passò nell'anno 1183 da Palermo in queste nostro parti, ed avendo visitato Monte Cassino, ritornando in S. Germano, andò da poi in Capua, donde poi a Palermo restituissi[87].

Intorno a questi tempi nacque in Assisi città della Umbria da Pietro Bernardone, uomo d'umil condizione, Francesco, quegli che acquistossi fama d'un gran Santo, e diede stabile fondamento alla Religion de' Frati minori, e che fu pianta così fertile, che in progresso di tempo empiè il nostro Reame di tanti monasteri di Frati del suo Ordine, che non fu il lor numero inferiore a quelli che vi si erano già fondati per la fama e santità de' Monaci di S. Benedetto; di che ci sarà data occasione di ragionare, quando della politia ecclesiastica di questo secolo tratteremo.

Morì poco tempo da poi in Palermo nell'istesso anno 1183 la Reina Margherita, la quale essendo stata donna di molto avvedimento, ebbe gran parte nel governo del Reame, così mentre visse il marito, come da poi che gli succedette il figliuolo. Fu ella con nobil pompa fatta seppelire dal Re Guglielmo in Monreale nella chiesa novellamente da lui edificata a lato alle sepolture de' suoi due figliuoli Ruggiero ed Errico. Donna d'incomparabile pietà, che oltre aver fondato una Badia in Sicilia alle falde del Monte Etna, che arricchita di molti beni diede a' Padri di S. Benedetto, accolse caramente in Palermo i compagni di Tommaso Arcivescovo di Cantuaria, i quali erano stati dal Re d'Inghilterra sbanditi dal suo Regno.

Intanto il Saladino stringeva aspramente i Cristiani in Palestina avendogli con la continua guerra ridotti in pessimo stato; onde vennero in Roma il Patriarca di Gerusalemme e l'Arcivescovo di Tiro, con altri Ambasciadori del Re Baldovino e degli altri Principi, che colà dimoravano, a chieder presto e potente soccorso contro sì fiero nemico. Questi essendo stati caramente ricevuti dal Pontefice Lucio, furono da lui con altre sue lettere inviati per tale effetto ad Errico Re d'Inghilterra, ed a Filippo Re di Francia, i quali avendo presa la Croce bandita dal Papa per opra sì pia, si posero di presente all'ordine con Guglielmo Re di Scozia, e con altri gran Signori e Baroni di Francia e d'Inghilterra per passare in Siria. Ma mentre il Papa sollecitava ciascun giorno frettolosamente il passaggio, sorpreso da grave infermità passò da questa vita in Verona li sette di dicembre del 1183, e fu nel Duomo di quella città onorevolmente sepolto, essendo stato tantosto eletto per suo successore Uberto Crivello milanese, il quale si nomò Urbano III.

Erano seguiti intanto nella città di Costantinopoli gravi movimenti e revoluzioni contro i Latini, che vi albergavano, per opra di Andronico tiranno, il quale tolto di voler de' Greci l'Imperio ad Alessio, entrando con oste armata dentro la città, investì furiosamente i Latini, facendene strage grandissima, ed incendiando i loro alberghi, ove perirono crudelmente abbruciate le donne, i vecchi, ed i fanciulli, senza perdonar nemmeno alle chiese, nè a' Preti, nè a' Frati, il tutto mandando indifferentemente a fuoco ed a fiamma. Questi avvenimenti ed oltraggi fatti dal Tiranno a' Latini, mossero il nostro Guglielmo a prender vendetta d'Andronico, il quale non contento di ciò, aggiungendo fallo a fallo, avea fatto morire strangolato con una corda d'arco il giovanetto Alessio, e n'avea occupato l'Imperio; perciò Guglielmo in quest'anno 1185 ragunò una ben grande armata in Sicilia, e v'ordinò Capitano il Conte Tancredi, che fu il quarto Re di Sicilia[88], inviandolo a' danni della Grecia sotto la scorta di Margaritone suo Ammiraglio, il quale prese e saccheggiò Durazzo e Tessalonica con molti altri luoghi[89], ove gli adirati Siciliani commisero ogni sorta di crudeltà senza aver riguardo a cos'alcuna, non avendo ardire Andronico d'uscir loro all'incontro, e porger alcun riparo a tanti danni. I Greci vedendosi così crudelmente da' Siciliani assaliti, e che Andronico mostrava di non molto curarsi de' loro travagli, cominciarono ad odiarlo in maniera, che tumultuando in Costantinopoli, tosto lo deposero dall'Imperio, e l'irata moltitudine, che non sa rattenersi fino che non pervenga all'ultima estremità, non contenta d'averlo deposto, avventossegli furiosamente sopra, e con gravi tormenti obbrobriosamente l'uccise. Surse tosto ad occupar la Signoria Isaac Angelo, il quale ragunate, come potè meglio, le forze de' Greci, diede sopra i Siciliani con tanto impeto, che postigli in fuga, gli discacciò alla fine da quelle regioni, come rapporta Niceta Coniate lor Scrittore.

Trovavasi però il Re Guglielmo assai più afflitto, ch'essendo già passati nove anni da che sposossi la Regina Giovanna, nè per la di lei sterilità vedendo di quella prole alcuna, cominciò a pensar seriamente ai mali, che dopo la sua morte, sarebbero accaduti nel Reame, se anticipatamente non provedesse, e pensasse al successore. Non vi era altro del suo sangue legittimo de' Re normanni, che Costanza postuma del Re Ruggiero suo avolo, poichè di Tancredi, ch'egli molti anni prima avea richiamato dalla Grecia, ed investito del Contado di Lecce, che fa di Roberto suo avolo materno, non si teneva alcun conto, riputandolo bastardo, come nato da Ruggiero figliuolo sì del Re Ruggiero, ma d'illegittimo matrimonio, come si è detto. Perciò questa Principessa era da molti ricercata; e narra il Sigonio, che a quest'istesso anno 1185 Federico Imperadore, il quale fin dall'anno 1177 avea con Guglielmo fermata per 15 anni la pace, mandò a richiederla per Errico suo figliuolo, e Re di Germania. Guglielmo, che si vedea senza speranza d'aver figliuoli, piegò l'animo alla dimanda, confortato ancora da Gualtieri Arcivescovo di Palermo; il quale covando odio grandissimo contro Matteo Vicecancelliere della Sicilia, per la cui opera era stata sottratta dalla sua giurisdizione la chiesa di Monreale dal Re Guglielmo, come dicemmo, pensò non d'altra maniera potergli venir fatto di porre a terra la potenza di Matteo suo emolo, come scrive appunto Riccardo da S. Germano, se non che dovendo il dominio del Regno passare ad altra famiglia per mezzo di Costanza, a cui di ragion toccava di proccurare che le nozze già diliberate, si conchiudessero con Errico di Svevia Re d'Alemagna figliuolo dell'Imperador Federico, acciocchè avendo egli a succedere nella Sicilia, riconoscesse tal beneficio da lui, e ponesse a terra la potenza di Matteo. In effetto si adoperò egli tanto, che finalmente indusse Guglielmo a pattovir le nozze con Errico, ed in quest'anno 1186 stando Costanza custodita nel palagio reale, non avendo più che trentuno anno, fu fatta partir da Palermo, e condotta in Milano, ove era Errico, ivi con nobil pompa furono le nozze celebrate.

Ma essendo questo un passo d'istoria, che gli Scrittori moderni l'han intralciato di molte favole, sarà bene, che per maggior chiarezza si scuoprano qui tutti i loro errori. Alcuni narrano, che Costanza fu Monaca lungo spazio d'anni nel monastero di San Salvatore in Palermo, postavi dal padre Ruggiero per una profezia fattale dal cotanto famoso Abate Giovachino calabrese, alla quale, essendo ella ancor fanciulla, disse che per cagion di lei si sarebbe acceso un gran fuoco in Europa, e che sarebbe stata la ruina della sua schiatta.

Altri[90], considerando, che questo racconto mal si adattava a ciò che gli Autori di quei tempi concordemente scrissero, che Costanza nacque dopo la morte di Ruggiero, onde non poteva l'Abate Giovachino predir nulla di lei a richiesta di Ruggiero, quando non era ancor nata: dissero, che il presagio fu fatto non già a richiesta del padre, ma di Guglielmo I suo fratello, il quale atterrito dell'infausto vaticinio, pensò per ischivarlo di chiuder la fanciulla nel soprannomato monastero.

Bernardo Giustiniano[91] nipote del Beato Lorenzo, pur disse, che il Re maritò Costanza con Errico per instigazione e comandamento di Alessandro III quando Alessandro era già morto sin dall'anno 1181. S. Antonino Arcivescovo di Fiorenza[92], non ostante che Clemente III non era ancor Papa, e cominciò a seder l'anno 1188 scrisse, ch'essendo Costanza invecchiata nel monastero, il Pontefice Clemente III per escluder Tancredi dalla successione del Regno, e gratificar Errico, l'avesse fatta cavar di furto dal monastero, e dispensando al monacato, l'avesse maritata già vecchia con Errico per torre il Regno a Tancredi. Peggiore fu l'error del Fazzello, che rapporta, nell'Archivio romano, e ne' pubblici decreti, leggersi ancora i diplomi, ed i decreti di Celestino Papa, co' quali dispensò al monacato, e voto di virginità fatto da Costanza; quando Celestino ascese al Ponteficato nell'anno 1191, ed il Papa favorì sempre Tancredi contro Errico, come diremo da qui a poco. Ma questi favolosi racconti ben si convincono di menzogna dal considerare, che niuno degli Autori di que' tempi fan menzione di questi fatti, per altro da non tacersi.

Ugone Falcando, favellando due volte di Costanza, in un luogo parla di lei come educata e nudrita nel regal palagio, non già in alcun monastero: Sic et Constantia primis a cunabulis in deliciarum tuarum affluentia diutius educata, tuisque instituta doctrinis, et moribus informata, tandem opibus suis barbaros ditatura ditescit. E nell'altro luogo della sua istoria, narrando che i Messinesi credevano, quando si rivoltarono contro Odone Querello, e gli dieder morte, che i partiggiani del Cancelliere Parzio la volessero dare per moglie a Gaufrido Parzio fratello del Cancelliere, per dargli convenevol cagione di occupare il Reame, dice: Et Constantiam Rogerii Regis filiam uxorem ducere, inde sibi dandam occasionem existimans, ut videretur Regnum justius occupare; nè dice cos'alcuna del Monacato, del quale se fosse stato, era mestiere favellare in amendue i luoghi.

Arnaldo Abate Autor di que' tempi, che scrisse particolarmente la magnificenza, con che fur celebrate queste nozze in Milano, nemmeno ne fa parola. L'Arcivescovo Romualdo, il Neubricense, le Appendici all'Abate Uspergense, Papa Innocenzio nel 3 libro delle sue Epistole, ove più volte fa menzione di Costanza, di ciò non ne dicon parola; e pure come cosa sconvenevole, nè mai intesa, che una Monaca prendesse marito, era mestieri, che ne favellassero. Al quale fatto apertamente anche repugna il dire, che si facesse il matrimonio di voler del Pontefice, ritrovandosi tutto in contrario; perciocchè il Pontefice favoreggiò Tancredi all'acquisto del Regno; e non disapprovando il fatto de' Siciliani, che l'incoronarono Re, gliene diè tosto l'investitura, come innanzi vedremo.

Goffredo da Viterbo Autor di veduta, parlando di Costanza, per cagion della pace fatta tra Cesare ed i Lombardi, dice esser nata postuma del Re suo padre, ed essersi maritata di trenta anni con Errico: ecco i suoi versi:

Fit Regis Siculi filia sponsa sibi.

Sponsa fuit speciosa nimis, Costantia dicta.

Posthuma post patrem materno ventre relicta,

Jamque tricennalis tempore virgo fuit.

E fatto il conto dall'anno, nel qual morì Ruggiero, che fu di Cristo il 1154 come scrive Roberto Abate ed il Fazzello, vedesi, ch'essendo ella nata dopo la morte del padre, quando prese marito, che fu in quest'anno 1186 non poteva avere, che trentuno anno in circa. E secondo il conto d'Inveges, che nell'anno 1185 dice esser conchiuse queste nozze, non avea più che trent'anni.

E finalmente Riccardo da S. Germano, la cui Cronaca non capitò alle mani del Baronio, parlando di tal maritaggio, dice chiaramente Costanza esser dimorata nel real palagio e non nel monastero di S. Salvatore, nè favella cos'alcuna del Monacato; e dice essere stata data ad Errico per opera dell'Arcivescovo Gualtieri, e non del Papa: ecco le sue parole: Erat ipsi Regi amita quaedam in Palatio Panormitano, quam idem Rex, de consilio jam dicti Archiepiscopi, Henrico Alamannorum Regi filio Federici Romanorum Imperatoris in conjugem tradidit. Il qual Autore aggiunge, che per consiglio dell'istesso Arcivescovo Gualtieri anche si stabilì la dote, che fu l'indubitata successione del Regno di Sicilia: Quo etiam procurante factum est, ut ad Regis ipsius mandatum, omnes Regni Comites Sacramentum praestiterint, quod si Regem ipsum absque liberis mori contingeret, amodo de facto Regni tanquam fideles ipsi suae Amitae tenerentur, et dicto Regi Alemanniae viro ejus. Onde il Re mandò Costanza da Palermo a Rieti, accompagnata con gran corteggio di Conti e Baroni, ove il Re Errico per suoi Ambasciadori pomposamente la ricevè, e condotta a Milano, fu ivi dall'Imperador Federico suo suocero ricevuta, e negli orti di S. Ambrogio con splendidissimo apparato fecero celebrare le nozze in quest'anno 1186.

Così avendo Guglielmo conchiuse queste nozze con Errico, credette aver dato qualche sesto alle cose del suo Reame; ma d'altra più remota parte venner queste disturbate coll'infauste novelle de' progressi, che Saladino faceva nella Siria. Questi avendo ragunata un'immensa moltitudine di soldati prese a forza la città di Tiberiade; ed indi affrontandosi con l'esercito cristiano il ruppe e pose in fuga, e prese il santo legno della Croce. Fece prigioniero il Re di Gerusalemme con orribil uccisione di Cavalieri Templari, e dell'Ospedale, e di altri soldati minori, campando a gran fatica con la fuga Fr. Terrico Gran Maestro dei Templari, il Conte di Tripoli e Rinaldo da Sidone, con alcuni altri pochi soldati. Col favor della quale vittoria prese il Soldano Accone[93], Cesarea, Nazarette, Bettelemme e tutti gli altri circonvicini luoghi, ed assediò strettamente la città di Tiro; ed indi a poco diviso il suo esercito, n'andò con una parte di esso sopra la città santa di Gerusalemme e quella prese il secondo giorno d'ottobre dell'anno di Cristo 1187. Ed ecco come i giudizj del Signore sono inarrivabili: questa città, che da Goffredo Buglione, con altri illustri Capitani italiani, tedeschi e francesi erasi con tanta gloria sottratta dall'indegna servitù degl'Infedeli, ora dopo lo spazio d'ottanta sette anni, ritorna di nuovo in man de' Barbari, senza che abbiasi speranza mai più liberare dalla loro dura e crudele dominazione.

Nè terminarono qui i mali d'Oriente ma, per maggior danno de' Fedeli, si collegò Saladino con Isaac Angelo Imperadore di Costantinopoli, il quale ricevendo in dono da lui tutta la Terra di promissione, gli promise all'incontro d'aiutarlo nella guerra con cento galee armate, e di dare impedimento a tutti i Latini che passavano per guerreggiare in Siria: onde il Pontefice Urbano udita la rea novella della perdita del Sepolcro di Cristo e del santo legno della Croce, della presura del Re di Gerusalemme e della Lega del Soldano coll'Imperador di Costantinopoli, si afflisse sì gravemente, d'esser ciò avvenuto a' suoi tempi, che ne cadde perciò in una grave malattia, della quale in breve si morì in Ferrara il decimo sesto giorno di novembre[94], 44 giorni appunto dopo la perdita di Gerusalemme, e nel dì seguente fu tosto in suo luogo creato Papa Alberto Cardinal di S. Lorenzo in Lucina e Cancelliere di Santa Chiesa, nato in Benevento della famiglia Mora, che si volle nomare Gregorio VIII. Fu questi un uom santissimo, nè altro fece in quel breve tempo, che e' visse Papa, che sollecitare i Principi cristiani, che con grossa armata gissero in Palestina a soccorrere i Latini; e mentre era tutto rivolto a così lodevole opera si morì anche egli in Pisa, ove dimorava, avendo men di due mesi retto il Ponteficato; e venti giorni dopo la sua morte fu eletto Pontefice nella medesima città Paolino Scolari romano, nato d'umil condizione, Cardinal di Palestrina, che fu detto Clemente III.

Questo Pontefice, calcando le medesime orme dei suoi predecessori, s'adoperò efficacemente, che con effetto si gisse al soccorso di Terra Santa, confermando l'indulgenze, che per tal cagione concedute avea Papa Gregorio; laonde, e per la sua diligenza, e per quella di Guglielmo Arcivescovo di Tiro, che era andato in Francia, si ragunò un'Assemblea tra Gisorzio e Trie, ove convennero Filippo Re di Francia ed Errico Re d'Inghilterra co' Prelati e Baroni de' lor Regni, e Filippo Conte di Fiandra, i quali presa dalle mani dell'Arcivescovo Guglielmo la Croce, subito nell'anno 1188 s'incamminarono per così santa e lodevol impresa, e per conoscersi fra di loro con particolar segno, presero il Re Filippo ed i suoi Franzesi la Croce rossa, il Re Errico e gl'Inglesi la bianca, ed i Fiamenghi con Filippo lor Conte la preser verde. L'Imperador Federico, che non meno degli altri volle in quest'occasione mostrar la sua pietà, racchetatosi col Papa, col quale era stato in qualche discordia, prese anch'egli per mano d'Errico Cardinal di Albano la Croce, per passare in Palestina, e si apprestò al passaggio sì frettolosamente, che fu il primiero a girvi.

Nè deve altrui recar maraviglia, se fra tanti Principi illustri, ch'erano esortati da' Pontefici a gire in Gerusalemme, non s'annovera mai il nostro Re Guglielmo[95], il quale per la ricchezza de' suoi Reami e per la vicinanza d'essi alla Grecia, donde si facea comunalmente il passaggio, e più per le sue poderose armate di mare, era sopra ogni altro atto a passarvi potentissimo; perciocchè (siccome disse di lui l'Arcivescovo Romualdo favellando in Vinegia a Cesare) attendeva egli continuamente a così lodevole opera, aiutando con sue galee i peregrini, che givano al Sepolcro, e porgendo soccorso a' Fedeli, che colà militavano; onde non era mestieri sollecitarlo a tal bisogna, alla quale egli continuamente badava.

Con tale occasione narrasi che Federico, prima di passare in Palestina, avesse scritto quella lettera minatoria al Saladino, ordinandogli con gravi e pesanti parole, che restituisse tosto i luoghi da lui ingiustamente occupati in Siria; e che all'incontro il Soldano con non disugual orgoglio gli avesse risposto, burlandosi di lui, e de' suoi Collegati, e de' suoi vanti e minacce, ond'era ripiena la sua lettera. Amendue queste epistole si leggono negli Annali d'Inghilterra di Ruggiero e di Matteo Paris; e furono anche inserite da Capecelatro nella sua Istoria de' Re normanni. Che che sia della lor verità, egli è costante che Cesare avendo ragunato un grande esercito, che giungeva a cento cinquantamila soldati con un armata di mare di cinquantacinque navi, s'avviò in Terra Santa nel seguente anno 1189, ma per le frodi dell'Imperador greco (che oltre alla Lega fatta col Soldano, temea, siccome gli era stato falsamente predetto da Dositeo Monaco, che Federico fingendo d'andare in Palestina, non poscia si volgesse sopra Costantinopoli, ed occupasse quella città) dimorò a giungervi un anno intero, avendo sofferto nel passar per le regioni de' Greci, secondo i lor costumi rapaci e senza fede, danni ed ostacoli gravissimi.

Ma ecco che nuovo ed inaspettato turbine pose in gravi sconvolgimenti e rivolture i Reami del Re Guglielmo. Questo Principe, che appena giunto a perfetta età avea con tanta prudenza e giustizia governato i suoi Regni, assalito in Palermo da grave malattia nel più bel fiore di sua età, non giungendo più che a trentasei anni, vien a noi rapito da troppo acerba ed immatura morte nel mese di novembre di quest'anno 1189[96] dopo ventitrè anni di Regno. Fu egli con nobil pompa sepolto nella chiesa di Monreale a piè della tomba del Re suo padre. Nè si può esprimere quanto fosse stato grande il dolore de' suoi vassalli, i quali per le molte e lodevoli virtù ch'erano in lui, aveano nel suo Regno goduto con rara felicità una ben tranquilla e lieta pace. A ciascuno fu lecito intender le cose come volle, e dirle come l'intese: nè eran gravati d'esorbitanti ed eccessive taglie, come in tempo del Re Guglielmo suo padre; tanto che non solo Federico II, ma, ne' tempi posteriori, Carlo II d'Angiò volendo dar tranquillità e pace al suo Regno, non seppe farlo in altra forma, se non di comandare, che si vivesse senza gravezze, siccome al tempo di questo buon Guglielmo. Egli trapassò per le sue egregie virtù non solo tutti gli altri Re, che allora furono, ma parimente Roberto Guiscardo e Ruggiero suoi Avoli, Principi di fama magnifica. Era, come scrive Riccardo da S. Germano, i! fiore de' Re, corona de' Principi, specchio de' Romani, onore dei Nobili, confidanza degli amici, terrore de' nemici, vita e virtù del Popolo, de' poveri e de' peregrini salute, e fortezza de' travagliati: il culto della legge e della giustizia nel suo tempo fioriva nel Regno, ognuno era della sua sorte contento, in ogni parte vi era pace e sicurtà, il viandante non temeva le insidie de' ladroni, nè il navigante i pericoli de' corsari. Ma assai più deplorabile e funesta sperimentarono i suoi Regni la di lui acerba morte, perchè mancando egli senza prole, si videro assorti da infinite calamità, che sotto il governo d'Errico Svevo soffrirono, onde tanto maggiormente apparve chiara, e si fece desiderabile la sua bontà. Non avendo egli generato prole alcuna da Giovanna figliuola d'Errico Re d'Inghilterra, lasciò che gli succedesse nella Signoria Costanza sua zia[97] la quale, da ch'egli era in vita, avea fatta giurare erede insieme col marito Errico in un'Assemblea tenuta per tal cagione a Troja di Puglia.

§. I. Leggi del Re Guglielmo II.

Poche leggi di questo Principe ci lasciò Pietro delle Vigne nella compilazione, che fece d'ordine di Federico delle nostre Costituzioni, ma tutte sagge e prudenti.

La prima è quella, che si legge nel libro primo sotto il titolo de Usurariis puniendis, ove si comanda, che tutto le quistioni attinenti a' contratti usurarj s'abbiano a diffinire secondo i decreti modernamente stabiliti in Roma dal Pontefice Alessandro nel Concilio, che tenne in Laterano; ond'è, che tal Costituzione non a Guglielmo I ma a lui ed alla sua pietà debba riferirsi, come abbiamo sopra notato trattando delle leggi di suo padre.

La seconda, che leggiamo nel medesimo libro sotto il titolo Ubi Clericus in maleficiis debeat conveniri, riconosce parimente questo Guglielmo per suo Autore. Fu quella, come si è detto, da Guglielmo stabilita a richiesta dell'Arcivescovo di Palermo, colla quale ordinò, che la cognizione de' delitti de' Cherici, per quanto s'appartiene alle lor persone, sia degli Ordinarj, i quali possano giudicargli secondo i canoni ed il diritto canonico, eccettuando i delitti di fellonia ed altri atroci, la cognizione de' quali fosse riserbata al Re ed alla sua Gran Corte.

La terza ed ultima, che abbiamo di questo Principe è quella che si legge nel libro terzo sotto il titolo de Adulteriis coërcendis. Fu questa insieme colla precedente ordinata da Guglielmo a richiesta parimente dell'Arcivescovo di Palermo. Si concedeva per quella la cognizione de' delitti d'adulterio, quando non vi era violenza, parimente agli Ordinarj de' luoghi; la quale ebbe per lungo tempo il suo vigore ed osservanza in ambedue i Reami di Sicilia; e nel Regno di Costanza abbiamo una carta della medesima rapportata dall'Ughello, nella quale s'ordina il medesimo. Ma in progresso di tempo con disusanza venne quella a mancare, ed oggi presso noi i delitti d'adulterio vengono indifferentemente, o vi sia violenza o non vi sia, conosciuti da' Giudici secolari, e nemmeno si concede agli Ecclesiastici di riputargli come di misto Foro, come più a lungo vedrassi, quando della politia ecclesiastica degli ultimi secoli parleremo.

Queste poche leggi sono a noi rimase di così saggio e buon Principe, nel Regno del quale nemmeno le leggi delle Pandette di Giustiniano ebber forza ed autorità di legge, ma duravano ancora nel lor vigore le leggi longobarde, a tenor delle quali nel Foro venivano le cause decise. Bella testimonianza, siccome altrove fu notato, ce ne somministrò a noi il diligentissimo Pellegrino, il quale tra le reliquie dell'antichità cavò fuori un istromento di sentenza, siccome allora praticavasi, profferita a' tempi di questo Guglielmo nell'anno 1171 sopra una controversia insorta tra i cittadini di Sessa, ed il Vescovo e cittadini di Teano per un corso d'acqua; la quale si decise a favor de' Suessani, secondo le leggi longobarde, le quali l'accuratissimo Pellegrino si prese la cura additare nella margine di quella.

Fu la morte di Guglielmo non guari da poi seguita da quella dell'Imperador Federico, il quale dopo aver superati i tanti ostacoli frappostigli da' Greci, e dopo aver più volte felicemente combattuti i Turchi, e notabilmente sconfittigli, prese per forza d'arme, e diede a ruba la città d'Iconio; ma pervenuto poi nella minore Armenia, ed albergato un sabato da sera in un luogo detto Jaradino, s'avviò poi verso il fiume Calep, ove a gran disagio per asprissimi monti giunse la vegnente domenica nel quarto giorno di giugno; ed avendo desinato in riva del fiume, dove trovò una piacevole valle, fastidito dalla noja delle continue battaglie e del viaggio, che per un mese intero patito avea, volle ristorarsi alquanto con bagnarsi nuotando; il perchè entrato ignudo nel fiume, che rapido e profondo correva, miseramente vi s'affogò; ed il suo corpo raccolto dall'acque, fu in processo di tempo condotto da' suoi in Alemagna, ed ivi onorevolmente sepolto. Ma l'Arcivescovo di Tiro, seguitato dal Sansovino[98], rapporta in una maniera più verisimile questa morte; che volendo Federico passare quel fiume, inciampò il cavallo, ed essendo egli vecchio, cadde giù con tanta ruina, che fu portato in braccio da' suoi, ed indi a poco morì, e fu sepolto in Tiro; non avendo niente del verisimile, che un Imperadore così grave d'anni, deposto il suo decoro, si spogliasse, ed andasse a nuotare nel fiume per rinfrescarsi, e s'affogasse.

(Le varie relazioni degli Scrittori intorno a questa morte di Federico, possono leggersi presso Struvio[99]).

Ecco come muore questo glorioso Principe: muore per maggior danno de' Cristiani di Palestina, e della nostra religione in quelle parti; e vedi intanto quanto siano incomprensibili i divini giudizj. Egli con felicissimo corso di vittoria, siccome avea già incominciato, avrebbe agevolmente ricuperati dalle mani del Saladino tutti que' santi luoghi, che novellamente avea presi, ed avrebbe fatto correr la Croce di Cristo in più remote regioni ove non era adorata; all'incontro quando favoreggiava lo scisma contro Alessandro III e perseguitava gli altri romani Pontefici, visse per incomodo della Chiesa di Dio, ed ora, ch'era rivolto a così pietoso passaggio, e così giovevole al Cristianesimo, per morte pur troppo acerba ed immatura venne a' Fedeli involato.

Fu Federico (toltane quella boria, nella quale l'avean posto i nostri Giureconsulti, d'essere Signore del Mondo, non altrimente che vantavano essere gli antichi Imperadori romani, ciò che fece parer gravoso e duro il suo Imperio alle città di Lombardia, ed a' Pontefici romani) un grande e valorosissimo Principe, e sopra tutto amator delle lettere e degli uomini letterati di que' tempi. Quindi fu, che col suo favore s'accrebbe in Italia lo studio della giurisprudenza, e sursero quei tanti Giureconsulti, che cominciarono, tratti dalla novità ed eleganza delle Pandette e degli altri libri di Giustiniano, ad esporle nelle loro Accademie; e scrive Ulrico Uber[100] che Federico Barbarossa fosse stato il primo, che all'Accademie, oltre la nozione, avesse conceduto anche la giurisdizione, ed imperio ne' suoi[101]. E furono da lui i Giureconsulti favoreggiati in guisa, che ad esempio degli antichi Imperadori romani, erano fatti partecipi delle maggiori deliberazioni ed assunti al suo Consiglio, e sovente preposti al Governo e Consolati di molte città d'Italia.

CAPITOLO III. Della compilazione de' libri feudali; e loro Commentatori.

In questi tempi si fece da' Giureconsulti di Milano quella compilazione de' libri feudali, che con progresso di tempo acquistò in Europa, ed in tutte l'Accademie e Tribunali del Mondo cristiano tanta autorità e vigore, che fu riputata, come una delle parti della ragion civile; essendo stati aggiunti i libri de' Feudi alle leggi romane, i quali dopo le Novelle di Giustiniano, costituiscono oggi la decima Collazione: non che veramente i libri feudali fossero del corpo della ragion civile, e perciò se ne fosse formata la decima collazione, come reputarono Giasone e Bartolo, ed altri nostri Dottori, ripresi perciò da Molineo[102]; ma perchè la loro autorità fu tanta, che meritarono essere uguagliati a' libri delle leggi civili de' Romani.

Ma poichè da' nostri Scrittori questa parte non fu trattata con tutta quella diligenza e dignità che si conveniva, tanto che infinite controversie sono perciò in fra di loro poscia nate; perchè non bene han saputo distinguere i tempi, ne' quali questi libri acquistarono vigor di legge in queste nostre province; perciò, essendo ciò particolar nostro istituto, sarà bene, che qui se ne ragioni con tutta quella maggior esattezza, che possono promettere le nostre deboli forze, con l'avvertenza, che per non tornar di nuovo a favellar dell'uso e della varia fortuna di questi libri, qui si porrà insieme tutto ciò, che anche ne' tempi posteriori avvenne de' medesimi.

Da' precedenti libri di quest'Istoria ha ciascuno potuto comprendere, che introdotti in Italia i Feudi, non vi fu per essi, prima di Corrado il Salico, alcuna legge scritta, che regolasse le loro successioni, la lor naturalezza, e tutto ciò che ad essi s'apparteneva. Essi secondo gli usi e costumi introdotti nella città, così si regolavano; e poichè, siccome nell'altre cose, i costumi delle città sono varj e diversi, così ancora avvenne de' Feudi, che in una città d'Italia si regolavano d'una maniera; ed in un'altra, di un altro modo. Così in Cremona, Pavia e Milano il vassallo senza la volontà del Signore poteva alienare il Feudo, ma in Mantua, in Verona, ed in alcuni altri luoghi non poteva farlo senza il consenso del padrone[103].

In Piacenza colui, che investiva alcuno d'un Feudo con questa legge, che passasse al successore, non poteva, essendo vivo il vassallo, senza la sua volontà di quel medesimo Feudo investirne un altro; ma in Milano, ed in Cremona si praticava altrimenti.

Ne' Regni di Sicilia e di Puglia, aveano pure i nostri Re particolari Consuetudini intorno a' Feudi differenti da' costumi dell'altre città di Lombardia. Erano queste Consuetudini notate in certi libri, che chiamavansi con corrotto vocabolo Defetarj; ed erano conservati dal Re nel suo regal palagio; e quando a' tempi di Guglielmo I tumultuò Palermo, e fu dato a ruba il regal palazzo, fra l'altre perdite, che deplorava il Re Guglielmo, fu quella che si era fatta di questi libri: e perchè Matteo Notajo era di essi espertissimo, e quasi gli avea in memoria, fra l'altre cagioni, per le quali fu egli tratto di prigione, fu questa, ch'essendo pratico degli affari della Corte e della Camera del Re, poteva con facilità rifar que' libri, ne' quali, come dice Falcando, Terrarum, Feudorumque distinctiones, ritus, et instituta Curiae continebantur: siccome in fatti si rifecero. Ed Inveges[104] per l'autorità dello stesso Falcando rapporta, che i famigliari del Re Guglielmo I che trattavano gli affari della sua Corte, li quali erano allora Riccardo Eletto Vescovo di Siracusa, Silvestro Conte di Marsi, ed Errico Aristippo Arcidiacono di Catania, non avendo cognizione della distinzione delle Terre e de' Feudi, de' riti, ed istituti della Corte, nè de' libri delle Consuetudini feudali, che appellavano Defetarios, essendosi tutte queste scritture e libri smarriti dopo il sacco del palazzo, persuasero al Re, che Matteo Notajo fosse scarcerato e reintegrato nel primo Ufficio; poich'essendo egli antico Notajo, ed avendo sempre assistito al fianco di Majone, avea gran perizia delle Consuetudini del Regno; e che poteva comporre novos Defetarios.

Ed in questa maniera insino a questi tempi di Federico I si era vivuto nelle città di Lombardia, e nei Regni di Sicilia e di Puglia. A queste costumanze furono aggiunte da Corrado il Salico, e da altri Imperadori alcune loro Costituzioni appartenenti a' Feudi, come abbiamo di sopra notato, le quali non ancora erano state raccolte in certo volume. Venne dunque in pensiero a' tempi di Federico ad alcuni Giureconsulti di Milano, con privato studio di ridurre insieme queste Consuetudini e Costituzioni, e così unite, alla memoria de' posteri tramandarle; e raccogliendo, ancorchè alla rinfusa e con molta confusione, gli usi di varie città di Lombardia, ne formarono in prima due libri a' quali, secondo che quelle costumanze venivano o approvate o ampliate o moderate dalle Costituzioni imperiali, promulgate insino a' loro tempi intorno ai Feudi, così essi vi aggiunsero le sentenze, o il contenuto di quelle colle loro interpretazioni, non già le intere Costituzioni.

Chi fossero stati questi Giureconsulti, e quale il lor nome, non è di tutti conforme il sentimento. Prima di Cujacio comunemente da' nostri Scrittori si credea principal Autore di questa Compilazione Oberto de Orto grand'Avvocato del Senato di Milano, e Console di quella città[105], il quale coll'aiuto di Gerardo del Negro, altrimente detto Capagisto, anch'egli Console di Milano e Giureconsulto non ignobile, si fosse accinto a quest'impresa.

Ma l'incomparabile Cujacio ha ben provato, che Oberto non fu Autore del primo libro, poichè in quello alcune sentenze si leggono, che dispiacquero, e furono riprovate da Oberto stesso. E perchè quelle sentenze s'attribuiscono a Gerardo del Negro, ha egli per questa conghiettura reputato, che del primo libro ne fosse stato autore, non già Oberto, ma Girardo. Alcuni, e fra gli altri il nostro Montano[106], non ben persuasi della conghiettura di Cujacio, dicono sì bene non esser di quello Autore Oberto, ma che resti ancora dubbio ed incerto se veramente fosse stato Gerardo, o pure altro Autore anonimo, il quale dalle sentenze di Gerardo l'avesse compilato. Che che ne sia, non si è dubitato da niuno, che il secondo libro fosse di Oberto, il quale lo compilò per privata istruzione di Anselmo suo figliuolo.

Ma poichè questo secondo libro, secondo l'antica divisione, abbracciava non pur le sentenze d'Oberto, ma di altri Giureconsulti di questi tempi, le quali erano contrarie a quelle d'Oberto, onde non era credibile, che di tutto quel libro Oberto ne fosse il solo Autore; perciò molto dobbiamo noi all'industria, e somma diligenza di Cujacio, che togliendo questa confusione, l'abbia diviso in più libri. Ciò fu anche avvertito dai nostri Giureconsulti antichi, ma s'astennero di mutargli per timore, che nelle citazioni si sarebbe poi cagionata maggior confusione; imperocchè trovandosi già questa compilazione in due libri distinta, volendo il secondo in più altri dividerlo, non avrebbero le citazioni corrisposto all'antica divisione.

Ma per sì lieve cagione non dovea lasciarsi così confuso, ond'è che Cujacio saviamente reputò di distinguergli, e dividere il secondo in quattro libri. Così secondo la divisione del medesimo, il primo libro è di Gerardo. Il secondo insino al vigesimo quinto titolo è di Oberto. I rimanenti titoli egli divide in due altri libri, cominciando il terzo libro dal titolo 23 ivi: Obertus de Orto, Anselmo filio suo salutem. Il quarto, che comincia dal titolo 25 ivi: Negotium tale est, è chiaro dall'istesso titolo 25 che sia compilato da vari ed incerti Autori, nel che e Cujacio e Montano consentono. E nel quinto unì tutte le Costituzioni degl'Imperadori attenenti a' Feudi, di che più innanzi ci tornerà occasione di favellare.

§. I. Dell'uso ed autorità di questi libri nelle nostre province.

La compilazione di questi libri fatta da' Giureconsulti milanesi non ebbe in queste nostre province niuna autorità di legge, siccome in questi tempi nemmeno l'ebbe nell'altre parti d'Europa; ma dopo il corso di molti anni, più tosto per uso e Consuetudine de' Popoli, che per Costituzione d'alcun Principe, acquistò quell'autorità, che oggi vediamo. Ma l'autorità, che acquistarono questi libri feudali, non fu assoluta, ma solamente in quelle cose, che non ripugnavano alle proprie leggi delle Nazioni, ed a' particolari loro costumi.

Certamente presso di noi quest'autorità non l'acquistarono nel Regno di Guglielmo, nè degli altri suoi successori normanni. Seguì questa compilazione intorno l'anno 1170 come ben pruova l'accuratissimo Francesco d'Andrea[107], non già circa l'anno 1152 che fu il primo dell'Imperio di Federico I, come scrisse Arturo Duck[108], quando tra il nostro Re Guglielmo, e Federico ardeva crudele ed ostinata guerra, e quando tra noi, ed i Lombardi era interdetto ogni commercio per le guerre intestine, che sin da' tempi di Lotario ebbero sempre i nostri Principi con gl'Imperadori di Alemagna. Nè prima dell'anno 1177 si conchiuse tra Guglielmo e Federico quella tregua, della quale si è parlato, che non fu pattovita, che per soli quindici anni; ed avendo questi Regni proprie e particolari Consuetudini notate in que' libri chiamati Defetarii, non vi era questa necessità di ricorrere a' costumi dei Lombardi, quando vi erano i propri, per li quali i Feudi si regolavano.

Egli è credibile, che questa compilazione cominciasse a farsi nota a' nostri Giureconsulti dopo l'anno 1187 quando il nostro buon Guglielmo per quiete de' suoi sudditi conchiuse le nozze di Costanza sua zia con Errico Re di Germania; onde vennero a cessare le occasioni delle discordie con gl'Imperadori di Occidente. Ma questo non bastò, perchè più fiere ed ostinate guerre non seguissero, poichè morto poco da poi Guglielmo, i Baroni del Regno abborrendo la dominazione d'Errico come forastiero, elessero in loro Re Tancredi, il quale anche dal Pontefice romano ottenne l'investitura del Regno, come diremo. Per la qual cosa è da credere che questi libri cominciassero ad esser conosciuti da' nostri da poi che Errico nell'anno 1194 discacciati i Normanni, si rese padrone del Regno per le ragioni dotali di Costanza sua moglie.

Furono ben presso di noi conosciuti, ma non già acquistarono allora autorità alcuna di legge. Nemmeno l'acquistarono quando Federico II suo figliuolo promulgò le sue Costituzioni fatte compilare da Pietro delle Vigne; nè quando, ad esempio dell'altre città d'Italia, avendo ristabilita in Napoli l'Università degli studj, introdusse, che nelle nostre Scuole si leggessero le Pandette, e gli altri libri di Giustiniano; poichè non è vera la costante opinione de' nostri Autori, che questi libri da Federico II acquistassero forza ed autorità, e che questi fosse il primo Imperadore che gli approvasse, mandando il libro in Bologna a' Professori di legge di quella città affinchè ivi pubblicamente nelle Scuole si leggesse, e ch'egli fosse stato l'Autore, per comandamento datone ad Ugolino, della decima Collazione, nel che vaglionsi della testimonianza d'Odofredo[109].

A torto i nostri Scrittori ciò imputano ad Odofredo, il quale non mai scrisse, che Federico mandasse il libro de' Feudi in Bologna; e qual bisogno vi era mandar questo libro in Bologna, quando in questa città da molti anni era conosciuto, e non pur letto da' Bolognesi, ma anche molto prima vi avea scritte le sue glose Bulgaro, che per più anni professò legge in Bologna sin ne' tempi di Federico I, da chi anche fu fatto Prefetto di quella città? Quando parimente era notissimo in tutte l'altre città di Lombardia, come in quelle nato, e molti Scrittori d'Italia più antichi di Federico II aveano già cominciato a farvi le glose, come oltre a Bulgaro, fece Pilco, ed altri rapportati da Arturo[110], e notati anche dal nostro Andrea d'Isernia[111].

Odofredo nel luogo additato non scrisse altro, se non che Federico II mandò a' Dottori bolognesi, non già il libro de' Feudi, ma le Costituzioni sue, e di quelli Imperadori d'Occidente, che furono dopo Giustiniano, affinchè siccome Irnerio dalle Novelle avea inserito nel Codice ciò, che parvegli essersi per quelle di nuovo aggiunto o corretto: così essi anche facessero di quelle Costituzioni, e l'aggiungessero al Codice, non già al libro de' Feudi, sotto que' titoli, che pareva loro convenire; siccome in fatti ragunati a S. Petronio da quelle Costituzioni estrassero molte cose, che aggiunsero, e adattarono alle leggi del Codice sotto i titoli convenienti; e quindi è che nel Codice, oltre all'Autentiche d'Irnerio, si leggano ancora l'Auth. cassa, et irrita, C. de Sacr. Eccl. presa dalla Costituzione dell'istesso Federico de Statut. et Consuet. L'Auth. Sacramenta puberum, C. si adver. vendit. cavata dalla Costituzione di Federico I de pace tenenda. L'Auth. habita, C. ne filius pro patre, presa da un'altra Costituzione del medesimo Federico I de privil. bonor. art. ed alcune altre[112]. E questa fu l'incumbenza data da Federico ai Professori di Bologna e non altra. Ma soggiunge Odofredo, che da poi Ugolino, uno di que' Professori, di suo capriccio al corpo delle Novelle di Giustiniano, già diviso in nove collazioni, onde veniva chiamato la nona Collazione, aggiunse il libro feudale, e raccolte insieme tutte quelle Costituzioni degli Imperadori, che s'appartenevano a' Feudi, l'inserì in quel libro, secondo l'ordine che oggi abbiamo, e che i nostri antichi chiamarono per ciò, sin da' tempi d'Odofredo, decima Collazione, il qual parimente testifica, che ai suoi tempi pochi erano coloro, che aveano quelle Costituzioni così ordinate, come le avea disposte Ugolino.

Così mal credono i nostri, che Federico II avesse data autorità e forza di legge al libro de' Feudi, e che sino da' suoi tempi avesse acquistato tal vigore nel nostro Regno e negli altri Reami: comunemente tutti i più eruditi Scrittori han dimostrato, che non fosse stato quello ricevuto per qualche Costituzione di Federico, o di qualche altro Principe: ma che non altrimenti che avvenne de' libri di Giustiniano, tutta la forza l'avesse molti anni da poi acquistata per l'uso e consuetudine de' Popoli, e per connivenza de' Principi, i quali permisero che nell'Accademie pubblicamente s'insegnasse, da' loro Giureconsulti con Commentarj s'illustrasse e ne' loro Tribunali per le controversie forensi s'allegasse; come ben provò Molineo[113], riputato il Papiniano della Francia, il qual però a torto riprende Odofredo, quasi ch'egli avesse data occasione agli altri d'errare, quando questo Autore mai disse, che Federico avesse data forza di legge a quel libro, nè che quella compilazione d'Ugolino si fosse fatta per suo ordine: siccome ancora a torto riprende Bartolo[114], quasi ch'egli fosse stato il primo, che quella raccolta di Ugolino avesse appellata decima Collazione. Questo nome è pur troppo antico e più di cento anni prima di Bartolo così era dal comun uso chiamata, come lo testifica il medesimo Odofredo, e la chiamarono tutti gli altri Scrittori prima di Bartolo.

Nè perchè fosse appellata decima Collazione, ed in progresso di tempo per l'uso e consuetudine dei Popoli avesse cominciato ad acquistare qualche vigore negli dominj de' Principi cristiani, era la sua autorità tanta, che potesse abbattere e derogare i propri instituti e le particolari leggi di quelle Nazioni; poichè fu ricevuta ed approvata in quanto non s'opponeva alle proprie leggi e costumi. Così Cujacio attesta del Regno di Francia, che ricevè quelle leggi feudali, delle quali si vale l'Italia, ma in ciò che non ripugnava alle leggi e costumi di quel Regno; non altrimenti che usavano i Romani della legge Rodia, la quale nelle cose nautiche era da essi abbracciata, nisi qua in re juri publico Pop. Rom. adversaretur, come testificò l'Imperador Antonino. E nel nostro Regno più d'ogni altro, ancor che fosse una delle più ampie e preclare parti d'Italia, non si cominciò di questa Collazione ad aver uso, se non da poi, che Federico ebbe promulgate le sue Costituzioni fatte compilare da Pietro delle Vigne, dove furono molte Costituzioni da lui stabilite riguardanti a' Feudi, alla lor successione, ed a tutto ciò che stimò a quelli convenire. Ma non ricevè, nè approvò ciò che in quella veniva compreso, se non quanto non ripugnasse alle Costituzioni, o non fosse stato per quelle provveduto, ma omesso; in maniera, che presso di noi fu prima l'autorità delle Costituzioni, e da poi quella de' libri de' Feudi, non altrimenti che prima fu l'autorità delle leggi longobarde, che quella de' libri di Giustiniano; anzi osserviamo che dopo pubblicate le Costituzioni nell'anno 1231 vi fu tra' nostri Giureconsulti gran litigio nella Gran Corte, se questi libri feudali, anche in quelle cose, che non ripugnavano alle nostre Costituzioni, avessero presso noi forza di legge, siccome lungamente disputò la glosa[115]: donde si raccoglie, che anche a questi tempi era dubbio, se questi libri aveano acquistata forza di legge, e se ciò era incerto, per quest'istesso, non potevan riputarsi di tanta autorità, che avessero uguagliata quella delle leggi. E se Roffredo[116] nostro Beneventano, che fiorì in questi medesimi tempi di Federico II parlando di queste Consuetudini feudali, disse, servari in Regno Apuliae, non fu per altro, se non perchè egli portava quest'opinione opposta agli altri Periti del Regno, che sostenevano il contrario; oltre che non si niega, che in questi tempi si fossero osservate, non già per autorità di legge, ma di ragione e per quanto non si opponevano e non erano contrarie alle nostre Costituzioni.

Ma siccome ciò è vero, così anche è verissimo, che dopo Federico ne' tempi degli altri Re suoi successori e degli Angioini più d'ogni altro, non si fosse più di ciò disputato, essendo chiaro, che avessero acquistata da poi nel nostro Regno tutta la lor forza ed autorità, in ciò che non s'opponevano alle nostre Costituzioni, siccome l'acquistarono in tutti gli altri dominj de' Principi d'Europa; ed anche i Pontefici romani ne' loro Tribunali ecclesiastici, gli diedero pari autorità e vigore; anzi in decorso di tempo fu lo studio di questa parte di giurisprudenza presso di noi cotanto coltivato, e tenuto in pregio, che i nostri superarono tutti i Giureconsulti dell'altre Nazioni, così d'Italia, come d'oltre i monti; ed oggi giorno questo è particolar vanto del nostro Regno, che in niun'altra parte si sia saputo, e si sappia tanto della dottrina feudale, quanto da' nostri Giureconsulti. Testimonio ben chiaro ne fu il contrasto, ch'ebbe il nostro Andrea d'Isernia con Baldo, il quale chiamato a Napoli dalla Regina Giovanna I a consiglio in concorso d'Isernia, mostrossi così ignaro della materia feudale, che non senza discapito della sua fama, bisognò che nella vecchiaja s'applicasse a questo studio, per ristorare la sua perduta stima[117]. E si vide da poi colla sperienza, che le quistioni più ardue e difficili, che mai avessero potuto insorgere in questa materia, non si siano trattate più sottilmente, e con tanta accuratezza e dottrina, quanto da' nostri Autori. Nè niun'altra Nazione può vantarsi aver avuti tanti Scrittori, intorno a questo soggetto, quanto il Regno di Napoli.

§. II. Autori che illustrarono i libri feudali.

Cominciarono prima ad illustrar questi libri con semplici glose, Bulgaro, Pileo, Ugolino, Corradino, Vincenzo, Goffredo, ed altri[118]: ma poi Giovanni Colombino superò tutti, in guisa che dice Giasone[119], che dopo lui niun altro ebbe ardimento di scriver glose sopra que' libri.

Altri si presero la briga di comporre Somme, e particolari trattati de' Feudi, ed i primi furono Pileo, Giovanni Fasoli, Odofredo, Rolandino, i due Giovanni, Blanasco e Blanco, Goffredo, Giovanni Lettore, Martino Sillimano, Giacomo d'Arena, Giacomo de' Ravanis, Ostiense, Pietro Quessuael e Giacomo Ardizone, seguitati poscia da Zasio, da Rebuffo, da Annettone, da Rosental e da infiniti altri moderni.

Ma tra quelli, che con pieni Commentarj illustrarono questa parte, s'innalzarono sopra tutti i nostri Giureconsulti. È vero che Giacomo di Belviso fu il primo, ma da poi il nostro Andrea d'Isernia oscurò il costui vanto, il quale negli ultimi anni del Regno di Carlo II che morì nel 1309 scrisse sì copiosi Commentari sopra i Feudi, che oscurò quanti mai prima di lui s'eran accinti a quest'impresa. Scrisse ancora, dopo aver professato quaranta sette anni di legge civile, i Commentari sopra i Feudi Baldo da Perugia, e poco da poi Giacomo Alvarotto da Padova, Giacobino di S. Giorgio e Francesco Curzio juniore, ma sopra gli altri surse il nostro Matteo degli Afflitti, il quale oscurò la costoro fama. Scrisse egli i Commentari sopra i Feudi sotto Ferdinando I, allora che con pubblico stipendio ed universale applauso insegnava nella nostra Accademia gl'interi libri feudali co' Commentari d'Isernia, ciò che niuno ardì di farlo nè prima, nè dopo lui; e cominciò a scrivergli nell'anno 1475 com'egli medesimo testifica[120], quando era di trentadue anni: ciò che è stato necessario avvertire per non lasciarci ingannare da Camerario, da cui furono ingannati i nostri Autori, che credette Afflitto avere scritto questi Commentari, quando era già vecchissimo e che perciò non bene avesse penetrato la mente d'Isernia. Taccia per tutti i versi da non comportarsi di quell'insigne Giureconsulto; poichè oltre che gli scrisse nella età sua più verde e florida niente anche vi sarebbe stato che riprendere, se pure gli avesse scritti in età di 80 anni, nella quale morì. Egli trapassò nell'anno 1523 e fu sepolto in Napoli nella Chiesa di Monte Vergine, ove ancora s'addita il suo sepolcro, nel qual ancora si legge, che ancorchè carco d'anni, fu però in età senile cotanto vigoroso di mente che potè sostenere tanti studj insino all'ultima vecchiaja. Ciocchè i suoi domestici, che ebbero la cura d'ergergli quel sepolcro, vollero fare scolpire in quel marmo, per manifestare essere stato tutto livore de' suoi nemici, i quali dando a sentire al Re cattolico, che in quella età decrepita sentisse dello scemo, fecero sì che il Re lo privasse della dignità di Consigliero di S. Chiara, della quale era adorno, e morisse senza toga; ond'è, che nel suo testamento non si vegga nominato Consigliero, ma semplice Dottore. E quanto sopra gli altri s'innalzasse in commentando i Feudi, non è da tralasciarsi il giudicio che ne diede il nostro incomparabile Francesco d'Andrea[121], il quale non ebbe difficoltà di dire, che fra tutti coloro, che prima e da poi scrissero i Commentari sopra i Feudi, pochi sono coloro, che potranno con lui compararsi, ma niuno che a lui si possa preporre.

Sursero, dopo questi lumi della giurisprudenza feudale, fra noi, altri Scrittori un Camerario, un Sigismondo Loffredo, un Pietro Giordano Ursino, un Bammacario, un Revertero, un Pisanello, un Montano e tanti altri, de' quali nojosa cosa sarebbe tesserne qui lungo catalogo; tanto che niun'altra Nazione può vantar tanti Scrittori in materia Feudale, quanti il Regno di Napoli.

Ma non possiamo infra gli esteri fraudar della meritata lode l'incomparabile Cujacio. Egli fu il primo, che rifiutando gli altri come barbara questa parte della nostra giurisprudenza, l'accolse e le apparecchiò una abitazione più elegante, e quando prima tutta squallida ed incolta andava, egli coll'aiuto de' libri più rari, e degli Scrittori di que' tempi, le diede altra più nobile ed elegante apparenza; tanto che gli altri Eruditi, che prima come barbara la discacciarono, s'invogliarono dal suo esempio ad impiegarvi ancora i loro talenti, come fecero Duareno, Ottomano, Vultejo ed altri nobili ingegni; ond'è che oggi la vediamo esposta ed illustrata non meno dagli uni, che dagli altri Professori.

Cujacio accrebbe in prima i libri feudali co' frammenti e capitoli, che furono prima restituiti da Ardizone e da Alvarotto, e gli divise in cinque, in quella maniera che si è detto di sopra. Prima di lui Antonio Mincuccio di Prato vecchio, Giureconsulto bolognese, per comandamento di Sigismondo Imperadore intorno l'anno 1436 avea disposto questi libri in altra forma; ed avendogli divisi in sei, gli offerì all'Università di Bologna, perchè proccurasse da Sigismondo la conferma di questa sua Raccolta; ma non costa, che l'Imperadore l'avesse loro data; onde non essendo stata da tutti ricevuta, richiesero i Bolognesi di nuovo la conferma dall'Imperador Federico III, il quale loro la diede; onde avvenne, che questi libri nell'Accademia di Bologna pubblicamente si leggessero, ma non acquistarono giammai autorità pubblica; la qual Raccolta fu da poi data alla luce da Giovanni Schiltero[122]. Un'altra tutta nuova ne fece Cujacio, il quale non solo con somma diligenza diegli altro miglior ordine e ridusse que' libri alla vera lezione; ma anche con pellegrina erudizione gli commentò, spiegando il vero sentimento di quelli. E sopra tutto accrebbe di molte Costituzioni imperiali il quinto libro, le quali da Ugolino furono tralasciate, dandogli miglior ordine e disposizione.

§. III. Costituzioni imperiali attenenti a' Feudi e legge di Federico I.

Il primo che promulgasse leggi riguardanti la successione feudale, fu, come più volle si è detto, Corrado il Salico. Errico IV ne stabilì dell'altre; sieguono in terzo luogo quelle di Lotario III ma sopra gli altri Imperadori niuno ne stabilì tante, quante Federico Barbarossa; e colle Costituzioni di questo Imperadore Cujacio termina il libro; onde se bene nelle vulgate edizioni se ne leggono anche di Federico II, dovrebbero quelle togliersi; poichè di Federico II come Imperadore non abbiamo Costituzioni attenenti a' Feudi; ne abbiamo sì bene moltissime nelle Costituzioni del Regno, ma queste non han che farvi, non essendo Augustali, ma furono da lui stabilite come Re di Sicilia, e solo per questi suoi Regni ereditarj non per altri. Quelle Costituzioni di Federico II che si leggono nella fine del libro secondo de' Feudi, secondo l'antica compilazione, sotto il titolo de Statutis, et Consuetudinibus circa libertatem Ecclesiae editis, etc. non han niente che fare co' Feudi; onde a torto furono quivi aggiunte, e per questa cagione dice Cujacio[123] non averle egli unite coll'altre feudali, come affatto impertinenti; siccome per l'istessa cagione le due altre di Errico VII poste sotto il titolo di Estravaganti, come non appartenenti a' Feudi, non meritano quel luogo.

Di questi Imperadori niuno quanto Federico I promulgò tante Costituzioni feudali, del quale otto se ne leggono.

La prima è sotto il titolo de Feudis non alienandis, ove tre o quattro cagioni si propongono, per le quali si perde il Feudo, proibendosi con maggior rigore di quello avea stabilito Lotario, le alienazioni dei Feudi. La seconda sotto il titolo, de Jure Fisci, ovvero de Regalibus, ristabilisce in Italia le regalie, le quali per disusanza andavano mancando, di che abbiam parlato nel libro precedente. La terza, sotto il titolo de pace tenenda, appartiene alla pubblica pace di Germania, onde da' Germani volgarmente s'appella Fried-brief, cioè Breve di pace; e fu promulgata in Ratisbona dopo sedate le intestine guerre tra' Principi di Germania, i quali lungamente aveano infra di lor guerreggiato per lo Ducato di Sassonia e di Baviera tolto da Corrado Imperadore ad Errico il Superbo, e poich'in essa alcune cose attenenti a' Feudi ed a' Baroni, ed alla pubblica pace si stabiliscono, perciò tra le Costituzioni feudali di questo Principe fu annoverata. La quarta, sotto il titolo de incendiariis, et pacis violatoribus, che Cujacio prese dall'Abate Uspergense, parimente appartiene alla pubblica pace di Germania, ed alcune cose de' Feudi dispone; oltre che anche se de' Feudi non parlasse, i nostri maggiori, come ben osserva Cujacio, han tenuto costume di congiungere co' Feudi tutte quelle Costituzioni, che trattavano della pace pubblica, per motivo, che quella non mai potrà aversi, se non dalla fede e costanza de' vassalli. La quinta sotto il titolo de pace componenda et retinenda inter subjectos, appartiene alla pubblica pace d'Italia, e fu stabilita in Roncaglia co' Milanesi nella prima guerra, che ebbe Federico co' medesimi, della quale abbiam parlato nel precedente libro. La sesta sotto il titolo de pace Constantiae, appartiene anch'ella alla pace d'Italia. La precedente fu promulgata in Roncaglia, questa nell'anno 1183 in Costanza: poichè Federico già stanco delle tante guerre avute co' Lombardi, volle intimare a tutti una Dieta in Costanza per poter quivi componere questi affari. Vi intervennero molti Principi e Baroni; ed i Deputati delle città di Lombardia, de' quali in detta Costituzione si legge un ben lungo catalogo. Furono in essa accordati molti articoli e stabilite le condizioni delle città di Lombardia intorno a' servizj, che devono prestare all'Imperadore, oltre a' quali non potessero esser gravati di vantaggio: concedè Federico per questa Costituzione alcune regalie alle città suddette ed alcune altre egli si ritenne, massimamente Fodrum et investituram Consulum, et Vassallorum, ed aggraziò Opizo Marchese di cognome Malaspina.

Sieguono per ultimo dell'istesso Imperadore due Costituzioni de Jure protimiseos, il qual diritto al sentir di Cujacio (che che ne dica il nostro Reggente Marinis[124]) competendo non meno agli agnati, che a' padroni de' Feudi; perciò egli volle anche inserirle nel quinto libro de' Feudi; alle quali parimente aggiunse una Novella greca dell'Imperador d'Oriente Romano Lecapeno, che tratta del medesimo diritto, donde Federico prese ciò che si vede stabilito nella prima sua Costituzione attenente al Jus protimiseos. Nel che non possiamo tralasciar di notare, che questa Costituzione Sancimus, de Jure protimiseos, dai nostri Dottori con gravissimo errore è creduta, che fosse Costituzione di Federico II, e sopra tal supposizione disputano, se abbia a reputarsi come sua Costituzione Augustale, ovvero come una delle Costituzioni del nostro Regno, stabilita solo per li Regni di Sicilia e di Puglia; ed alcuni sostengono, che come tale abbia forza di legge nel nostro Regno. E l'errore è nato, perchè la veggono unita insieme coll'altre Costituzioni e Capitoli del nostro Regno[125]; ed anche perchè han veduto, che il nostro Matteo d'Afflitto, che commentò le nostre Costituzioni, fece anche sopra la detta Costituzione un particolar Commento, tratto nella sua maggior parte da un altro non impresso, che ne fece prima di lui Antonio Caputo di Molfetta, dal quale, come dice Giovan-Antonio de Nigris[126], soppresso il nome, Afflitto prese tanto, sì che ne distese quel suo trattato; onde vedendola commentata da' nostri antichi Scrittori, la riputarono come una Costituzione del Regno nostro. L'errore è gravissimo ed indegno di scusa; onde non possiamo non maravigliarci esservi incorso anche il Cardinal di Luca[127], il quale da questa credenza, che tal Costituzione fosse di Federico II, fa nascere mille inutili quistioni, le quali cadono per se stesse, come appoggiate sopra un falso fondamento; poichè non Federico II, ma Federico I la promulgò, il quale niuna autorità avea di far leggi ne' Reami di Sicilia e di Puglia; onde non poteva obbligar con quella i sudditi di Guglielmo ad accettarla. Acquistò ella sì bene da poi presso di noi forza di legge, non già per autorità del Legislatore, ma per l'uso e consuetudine dei Popoli, i quali dopo lungo corso di tempo la ricevettero, non altrimente che fu fatto delle istesse Pandette, e degli altri libri di Giustiniano, e di questi libri ancora de' Feudi; ond'è, che oggi abbia tutto il suo vigore nel Regno, ma non già nella città di Napoli, ove intorno a ciò si vive con particolare e propria Consuetudine. Le altre leggi di Federico I, così le Militari, stabilite nel 1158 in Brescia nell'Assemblea de' Principi dell'Imperio, come le Civili; non appartenendo punto a' Feudi, nè a noi, volentieri tralasciamo, potendo ciascuno osservarle presso Goldasto[128], che le raccolse tutte ne' suoi volumi.

FINE DEL LIBRO DECIMOTERZO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI