LIBRO DECIMOQUARTO

Quanto la morte di Guglielmo il Malo, e l'innalzamento al trono del suo figliuolo, fece quietare i disordini e i mali, onde il Regno era involto, altrettanto l'acerba e dolorosa perdita di Guglielmo II, recò al medesimo molto maggiori e più fiere turbulenze. Non videro queste nostre regioni tempi più miserabili di quelli, che corsero dalla morte di questo buon Principe insino a Federico II, il quale colla sua virtù e grandezza d'animo seppe abbattere i perturbatori del Regno, e dar a quello una più tranquilla riposata pace.

L'esser Guglielmo mancato senza lasciar di se prole alcuna, pose molti nella pretensione di succedere al Reame. Ancorch'egli avesse dichiarata erede del Regno Costanza sua zia, ed in vita in un'Assemblea tenuta per tal cagione in Troja avesse fatto giurar da' suoi vassalli fedeltà a Costanza e ad Errico suo marito; nulladimanco abborrendo i Siciliani la dominazione d'Errico, come di Principe straniero, e ritrovandosi costui lontano in Alemagna colla sua moglie Costanza, cominciarono i Siciliani a pensare di sorrogar altri al soglio di quel Reame, ed a Tancredi Conte di Lecce erano gli occhi di tutti rivolti. I Baroni del Regno, ed i famigliari della Casa reale erano perciò entrati in grande discordia; perciocchè tutti coloro ch'erano del regal legnaggio, o che possedevano grossi Baronaggi, non volendo l'uno all'altro cedere, aspiravano alla Corona[129], e que' ch'erano in minore stato, aderendo a' più potenti, posero il tutto in rivolta e contrasto, dimenticandosi tosto del giuramento di fedeltà fatto a Costanza e ad Errico in Troja.

Vi è ancora chi scrive[130], che il Pontefice Clemente III, vedendo mancata la stirpe legittima dei Normanni, avesse preteso, che il Reame come suo Feudo fosse devoluto alla Chiesa romana, e che a questo fine avesse unite sue truppe per ridurvelo. Ma questa è una favola molto mal tessuta: non erano a questi tempi i Pontefici romani entrati ancora in simili pretensioni: essi a passi corti e lenti s'inoltravano, e per allora eran contenti dell'investiture, le quali in progresso di tempo, secondo le congiunture propizie, che si sarebbon offerte, ben conoscevano, che potevan lor recare maggiori vantaggi, come ben se ne seppero profittare da poi Innocenzio IV e Clemente IV. La situazione presente delle cose non permetteva di farlo, essendo i pretensori per forze formidabili, come Errico: gli animi de' Siciliani erano tutti rivolti a Tancredi, ed i principali Baroni tutti aspiravano per se stessi al Regno. Non v'era chi potesse somministrare al Papa aiuto, e per se medesimo era pur troppo debole, e di soldati, e di denari, in modo che avesse Clemente potuto imprender questa novità. Ed era ciò tanto lontano da' pensieri di Clemente, che subito ch'egli ebbe la notizia d'aver i Siciliani innalzato al trono ed incoronato Tancredi, tosto gli mandò la solita investitura: rendendo a lui miglior conto, che al Reame di Sicilia fosse acceduto Tancredi, che Errico Re di Germania.

Ma i Siciliani, e que' particolarmente, che seguivano il partito di Matteo Vice-Cancelliere contro l'Arcivescovo Gualtieri, liberi dal timore de' Ministri reali, cominciarono a gridar per loro Re Tancredi: ed essendosi ad essi unita la fazione del Vice-Cancelliere, per abbattere l'Arcivescovo Gualtieri e suoi seguaci, che favorivano Costanza, innalzarono al trono Tancredi, onde finalmente ottennero, che si chiamasse al Regno Tancredi Conte di Lecce, il qual venuto in Palermo, ne fu prestamente con pubbliche acclamazioni gridato Re, ed incoronato con solenne celebrità nel principio di quest'anno 1190[131]. Nè tutto ciò essendo bastato a' Siciliani, spedirono prestamente in Roma al Pontefice Clemente, il quale per maggiormente stabilirlo nel Trono, gli mandò la solita investitura: come per cosa indubitata scrissero il Neubrigense, Riccardo da S. Germano e la Cronaca, che si conserva in Monte Cassino: il perchè fu Matteo dal grato Re creato Gran Cancelliero del Regno, e 'l suo figliuolo Riccardo, Conte d'Ajello.

Nacque Tancredi di illegittimo, come si disse, da Ruggiero Duca di Puglia figliuolo primogenito di Ruggiero il Vecchio, I Re di Sicilia, e da una figliuola di Roberto Conte di Lecce; perciocchè usando il Duca Ruggiero in casa del Conte Roberto, gli venne per avventura veduta la figliuola, bella ed avvenente giovane, della quelle s'innamorò focosamente, ed ella similmente di lui, nè guari di tempo passò, che al desiderato fine del loro amore pervennero; ed andò di modo la bisogna, che ingravidando colei due volte, ne partorì Tancredi e Guglielmo[132]. Ma continuando troppo Ruggiero negli amorosi diletti con l'amata sua donna, cadde per questo in una grave malattia: perlaqualcosa il padre il fece ritornare a lui, e risaputa la cagione del suo male, s'adirò grandemente contro il Conte, credendosi, che il tutto fosse stato sua opera; e poco da poi essendo Ruggiero morto, nel prese sì fattamente a perseguitare, che fu forzato il Conte a fuggirsene in Grecia, ritenendosi seco il Re Ruggiero, racchiusi nel suo Palagio a guisa di prigionieri, i due fanciulli, ove dimorarono finchè succedette la congiura del Bonello contro il primo Guglielmo, ed iti in Grecia, essendo quivi morto Guglielmo suo fratello, fu da poi Tancredi richiamato da Guglielmo II, e graziosamente accolto e rinvestito del Contado di Lecce, che fu di Roberto suo avolo materno.

Non è mancato chi scrisse[133], che il Duca Ruggiero avesse finalmente ottenuto dal Re suo padre licenza di sposarsi la sua amata donna, ma che prevenuto dalla morte non potè eseguirlo, e che niente altro vi mancasse per render legittimo questo congiungimento, che la celebrità della Chiesa essendovi già preceduto il vero e legittimo consenso; onde è che Tancredi dovesse reputarsi non bastardo, ma legittimo; e quindi esser avvenuto che da Guglielmo il Buono fosse stato rinvestito del Contado di Lecce, che fu del suo avolo, e che Clemente gli avesse perciò data la solita investitura del Regno. Ma questi racconti, come non appoggiati a verun fondamento, meritamente da' più gravi e diligenti Scrittori sono stati reputati favolosi; e Clemente per opporlo ad Errico fu mosso a concedergli l'investitura, non già che lo reputasse legittimo. Quindi è che Federico II reputasse sempre gli atti di questi Principi, cioè di Tancredi e di Guglielmo III, suo figliuolo, per nulli e illegittimi, e come di Principi intrusi ed invasori del Regno, che dopo la morte di Guglielmo II, a Costanza sua madre per successione e per volontà di Guglielmo II, si dovea.

Nè faceva ostacolo a Costanza esser donna; poichè se bene in Italia prima di Federico II, le femmine, non altrimenti che i mutoli ed i sordi, venivan escluse dalla successione de' Feudi, ne' quali solamente i maschi succedevano, per quella ragione, acciocchè il Feudo dalla lancia non passasse al fuso; nondimeno nella succession de' Regni presso i Normanni (che che altrimenti avessero reputato i Longobardi) le femmine non si stimavano incapaci della Corona; tanto maggiormente perchè, regolandosi la successione secondo l'investiture de' Pontefici romani, nelle quali venivano compresi così i maschi, come le femmine, dandosi le investiture per gli eredi e successori indifferentemente: venivan perciò ammessi alla successione così i maschi, come le donne, in mancanza di quelli; e la prima investitura d'Innocenzio II, fatta a Ruggiero così fu conceputa: Rogerio illustri, et glorioso Siciliae Regi, ejusque haeredibus in perpetuum; ed in quella data da Adriano IV, a Guglielmo I, chiaramente si concede haeredibus nostris, qui in Regnum pro voluntaria ordinatione nostra successerint; siccome da poi seguirono tutte le altre. Tanto che perciò Federico II, soleva chiamar sempre il Regno di Sicilia ereditario, e che a lui era dovuto come ereditario per le ragioni di Costanza sua madre: nè la successione de' Regni si è giammai regolata colle massime e con quelle leggi, colle quali si regolano i Feudi, come ha bene provato l'incomparabile Francesco d'Andrea in quella sua dotta scrittura della successione del Brabante: e quindi è nato che a' Regni di Sicilia indifferentemente sian succeduti così i maschi, come le donne, e salvo che negli ultimi tempi del Re Alfonso e degli altri Re aragonesi, per li mali cagionati a questo Regno dalle due Regine Giovanna I e II, non si pensò a darvi rimedio, come al suo luogo noteremo. Fu questo costume non solo in Sicilia ed in Puglia da lunghissimo tempo introdotto; ma in quasi tutti gli altri Regni d'Europa, la quale perciò dagli Asiani e dalle altre Nazioni del Mondo vien chiamata il Regno delle femmine; non solo perchè alle medesime rendiamo quegli onori ed adorazioni, come se fossero nostri idoli, contro il costume degli Orientali, ma ancora perchè le veggono innalzate sopra i più alti sogli delle Monarchie e de' Reami. Anzi presso i Normanni, se bene le medesime erano escluse dalla successione dei Feudi, non era però, che sovente i Re non le investissero di Baronie e di Contadi, siccome presso Ugone Falcando abbiamo veduto di Clemenzia figliuola naturale di Ruggiero I, la quale fu investita del Contado di Catanzaro da suo padre.

Tancredi adunque non altro titolo più plausibile poteva allegar per se, se non la volontà de' Popoli, i quali l'aveano proclamato Re ed innalzato al trono di Sicilia; ma molti Baroni per opra dell'Arcivescovo Gualtieri gli negavano ubbidienza, e particolarmente quelli del nostro Regno di Puglia; onde bisognò a Tancredi usar tutte le arti per ridurgli alla sua parte. Teneva egli per moglie Sibilia, sorella di Riccardo Conte della Cerra[134]; onde mandò al medesimo grossa somma di denaro, acciocchè ragunasse gente armata per debellar chi gli avesse contrastato, e procacciasse insieme amichevolmente, e con preghiere, e con premi di trarre il maggior numero de' nostri Regnicoli dalla sua parte. Fu l'opera del Conte Riccardo così efficace, che in breve tempo, posto insieme grosso esercito, sottopose al Re quasi tutti i Baroni del Principato e di Terra di Lavoro, e pose a ruba ed a ruina i castelli del monastero di Monte Cassino, infinchè Roffredo Abate di quel luogo non gli giurasse fedeltà anch'egli. Ma ciò non ostante gli fecero resistenza le città di Capua e di Aversa. E Ruggiero Conte di Andria e Gran Contestabile (colui che da Guglielmo, come abbiam detto, fu mandato suo Ambasciador in Vinegia) non cedendo di nulla a Tancredi, e sdegnando, che gli fosse stato anteposto nella corona del Regno, con Riccardo Conte di Calvi, e con molti altri suoi partigiani, e con grosso stuolo d'armati ne andò a fronteggiar le genti del Conte Riccardo, acciocchè non avesse occupata la Puglia; e scrisse ad Errico in Alemagna, che venisse ad acquistarsi il Regno di Sicilia, che a sua moglie di ragion perveniva, togliendolo al Conte di Lecce, che l'avea ingiustamente occupato. Scrisse ancora ad Errico l'Arcivescovo Gualtieri dandogli parte di quanto era accaduto in Sicilia: ma soprastando Errico a venire ed a mandar gente, Tancredi tosto personalmente venne a queste nostre province, e felicemente soggiogò la maggior parte della Puglia, non ostante il contrasto fattogli dal Conte Ruggiero.

Intanto Errico avea spedito per Italia con numeroso esercito Errico Testa Maresciallo dell'Imperio, il quale giunto in Italia dopo i progressi fatti da Tancredi in Puglia, per lo cammino dell'Aquila entrò in Terra di Lavoro con abbruciare, dar a saccomanno tutti i luoghi, ch'e' prese; e congiuntosi col Conte Ruggiero passò prestamente in Puglia, ove disfecero altresì molti castelli, tra' quali abbatterono sino dai fondamenti Corneto, luogo sottoposto all'Abate di Venosa, in dispetto di costui, perchè avea aderito a Tancredi. Intanto l'esercito del Re non volendo arrischiarsi a far giornata in campagna con i soldati tedeschi, s'afforzò entro la città d'Ariano, ed in alcuni altri castelli circonvicini, ed avvedutamente temporeggiando, vide in breve disfarsi l'oste nemica; perciocchè Errico Testa, assediato per alcun tempo Ariano, essendo il maggior fervor della State, tra per la noia del caldo, e per lo mancamento delle cose da vivere, infermando e morendo i suoi soldati, fu costretto alla fine dal timor di non rimaner del tutto disfatto a partirsi di là, e senza aver fatto alcun progresso notabile a ritornarsene indietro in Alemagna.

Ma Ruggiero Conte d'Andria, troppo nelle sue forze confidando, volle mantener la guerra; onde munita la Rocca di S. Agata, si ritrasse in Ascoli per difendersi colà entro dal Conte della Cerra; il quale, ripreso ardire per la partita de' Tedeschi, gli era andato addosso, e cintolo d'uno stretto assedio, nè potendolo recare al suo volere, nè con preghiere, nè per forza, si rivolse agl'inganni; onde chiamatolo sotto la sua fede un giorno a parlamento fuori della Terra, ove tese gli avea l'insidie, il fece prigione, e poco stante il privò crudelmente di vita. Dopo la qual cosa andò a campeggiar Capua; i cui cittadini, smarriti per la morte del Conte Ruggiero, se gli resero con troppo precipitoso consiglio, perciocchè Errico Re d'Alemagna, le cui parti seguivano, era già con grande e potente esercito entrato in Italia per l'acquisto del Reame.

Erano in questo mentre, essendo morto Errico suo padre, Riccardo Re d'Inghilterra e Filippo Re di Francia con grossa armata partiti da' loro Stati per andare in Palestina; e giunti, benchè per diverso cammino amendue a Messina su la fine del mese di settembre, sopraggiunti ivi dal verno, fu di mestiere, che v'albergassero sino alla vegnente primavera per potere proseguire la navigazione. Il Re Riccardo vi si trattenne ancora per dar sesto ad alcune differenze, che eran nate fra la Reina Giovanna sua sorella vedova del Re Guglielmo, e Tancredi Re di Sicilia, ed avendole composte, Tancredi promise di dar per moglie ad Arturo Duca di Brettagna nipote del Re inglese e successor nel Reame, per non aver Riccardo prole alcuna, una sua figliuola ancor fanciulla, venuta che fosse all'età convenevole al maritaggio, con ventimila oncie d'oro di dote[135].

(Le differenze eran insorte per lo Dotario della vedova Regina, e per alcuni tumulti accaduti in Messina fra gl'Inglesi ed i Messinesi, mentre Riccardo fu di passaggio a Messina; e l'istromento di questa pace stipulato nell'anno 1190 è rapportato da Lunig[136]; dove si leggono pattuiti gli sponsali tra Arturo e la figliuola di Tancredi, e costituita la Dote di ventimila oncie d'oro).

Era in questi tempi disseminata per tutta Europa la fama di Giovacchino Calabrese Monaco Cisterciense, ed Abate di Curacio, riputato comunemente per Profeta, onde venne curiosità al Re Riccardo di favellargli, il quale dalle sue parole s'avvide incontanente, ch'era un cianciatore, e quello ch'egli disse dovere fra pochi anni avvenire in Terra Santa, succedette tutto al contrario. Fu egli però di uno spirito molto vivace, accorto e scaltro, e sopra tutti que' della sua età, intendentissimo delle sacre scritture, e dalla somma perizia, che avea delle medesime col suo gran cervello pronto e vivace, imposturava la gente facendosi tenere per Profeta. Dagl'infiniti libri che compose tutti con titoli speziosi e stravaganti, ben si conosce, che sopra i Teologi di que' tempi fu riputato d'alto e di sottile accorgimento e dottrina[137]. Se la prese con Pietro Lombardo, uomo anch'egli rinomato in questi tempi, detto il Maestro delle Sentenze, trattandolo con molta acerbità, nè ebbe riparo di chiamarlo in un suo libro, che gli scrisse contro, eretico e pazzo; ma perchè la dottrina di Pietro era tutta cattolica, che non meritava tali rimproveri dal Calabrese, Innocenzio III, nel Concilio che celebrò in Laterano, condannò il libro dell'Abate, e trattò come eretici coloro, che ardiranno di difendere la sua dottrina in questa parte contro il Lombardo.

Non è però, che per la sua grande perspicacia e talento, non fosse stato anche da uomini dotti riputato saggio e dotato di spirito, se non di profezia, almeno d'intelligenza, come scrisse di lui Guglielmo parisiense Vescovo di Parigi, che fiorì intorno all'anno 1240. Ed il nostro Dante non ebbe difficoltà di metterlo nel Paradiso e di celebrarlo ancora per Profeta:

Raban è quivi, e lucemi da lato,

Il Calabrese Abate Giovacchino

Di spirito profetico dotato[138].

Siccome la Cronaca di Matteo Palmieri, Sisto Sanese, Errico Cornelio Agrippa, il Paleotto e moltissimi altri riportati dall'Autor della Giunta alla Biblioteca del Toppi.

Intanto Errico Re d'Alemagna, essendogli in questo mentre arrivata la novella della morte di Federico Barbarossa suo padre, che, come si disse, morì nella minore Armenia, volendo acquistarsi il buon volere de' Tedeschi, restituì ad Errico Duca di Sassonia, ed a ciascun altro, ciò che l'Imperadore suo padre gli avea tolto; e racchetati in cotal guisa gli affari di Alemagna, inviò suoi Ambasciadori in Roma al Pontefice Clemente ed a' Senatori della città, dando loro avviso, che egli era per calare in Italia a torre la Corona imperiale nella prossima Pasqua; ed entrato l'anno di Cristo 1191, mentre si stava attendendo la sua venuta, morì Papa Clemente, il quarto giorno di aprile, e sopraggiunto intanto il Re Errico in Roma, fu creato suo successore Giacinto Bubone romano nato di nobil sangue e vecchio di 85 anni, il quale si nomò Celestino III. Con questo nuovo Pontefice fu accordata l'incoronazione d'Errico, il quale nella chiesa di S. Pietro con la solita pompa insieme con la moglie Costanza fu coronato Imperadore[139].

Il Re Tancredi era da Palermo passato di nuovo in Puglia, ove ragunato un Parlamento di suoi Baroni a Termoli, e dato sesto a molti affari del Regno, se n'andò poi in Apruzzi; e debellato il Conte Rainaldo il costrinse venire alla sua ubbidienza. Indi passato a Brindisi conchiuse il maritaggio tra Ruggiero suo figliuolo primogenito, ed Ircoe, detta ancora talvolta Urania, figliuola d'Isaac Imperador greco[140]; e poco stante, venuta da Costantinopoli a Brindisi, si celebrarono nella medesima città pomposamente le nozze. Fece ancora Tancredi coronar quivi Ruggiero Re di Sicilia; onde riflette Inveges[141], che questo fu il primo Re coronato fuori di Palermo; e fatta l'incoronazione se ne tornò Tancredi lietamente a Palermo, avendo conceduto prima del suo partire a Roffredo Abate di Montecassino la Rocca di Evandro e la rocca di Guglielmo.

Ma l'Imperador Errico, tosto che fu coronato in Roma raccolse il suo esercito, ed accompagnato da Costanza sua moglie per la via di Campagna assalì il Reame per conquistarlo; ma Celestino fece tutti i suoi sforzi per frastornarlo dall'impresa, e si sdegnò assai, che per tal cagione movesse guerra a Tancredi, quando del Regno n'era investito da Clemente suo predecessore[142]. Niente però valse l'opera di Celestino, poichè i Tedeschi pervenuti alla Rocca d'Arce, luogo fortissimo posto alle frontiere dello Stato della Chiesa, lo presero per forza d'arme in un subito: il qual avvenimento, siccome rincorò, e diede baldanza a' soldati dell'Imperadore, così all'incontro scemò in gran parte il valor de' Regnicoli; onde Sorella, Atino e Colle, sbigottite, senza aspettar altro assalto, se gli diedero; e Roffredo Abate di Monte Cassino, che gravemente era infermo in letto, con quelli di S. Germano, inviarono a giurargli fedeltà anch'essi; e poco stante Cesare e Costanza ne girono a quel monastero a visitar quel Santuario. Seguitando poi il lor cammino, se gli diedero il Conte di Fondi, e quel di Molise, e passando in Terra di Lavoro si rivolse alla lor parte Guglielmo Conte di Caserta, e le città di Teano, Capua ed Aversa; nè ritrovarono resistenza alcuna sino a Napoli, ove essendosi ricovrato il Conte della Cerra, e non volendo que' cittadini mancar di fede a Tancredi, s'apprestarono francamente alla difesa. Si governava allora questa città da Aligerno, di cui fu quel privilegio spedito agli Amalfitani, come si disse; e sebbene riconoscesse per suo Signore Tancredi, siccome conobbe tutti gli altri Re normanni suoi predecessori, riteneva però quella forma stessa di Governo, che avea prima, che da Ruggiero fosse manomessa. Entrato ora in sua difesa il Conte Riccardo, potè far valida resistenza ad Errico; il quale inviata l'Imperadrice Costanza a Salerno, che in questo mentre era passato sotto la sua dominazione, cinse Napoli d'uno stretto assedio da tutti i lati; ma non perciò fu bastevole a prenderla a patto alcuno, così per la valida difesa del Conte e de' Napoletani, com'ancora perchè negli eccessivi ardori di quella state, infermando per lo soverchio mangiar de' frutti, e per l'intemperie dell'aria in que' luoghi paludosi, i Tedeschi, ne cominciarono a morire in grosso numero, fra' quali morì l'Arcivescovo di Colonia, il cui corpo portarono i famigliari a seppellire in Alemagna; ed ammalatosi alla fine il medesimo Imperadore, veggendo non poter venire a capo della sua impresa, dato a saccomanno tutto il Contado, ed abbruciato ogni sorta d'alberi fruttiferi, lasciò la città libera dall'assedio. Ed avendo lasciata Costanza in Salerno, ed un suo Capitano chiamato Mosca in Cervello, alla guardia del castel di Capua, Diepoldo Alemanno alla Rocca d'Arce, e Corrado di Marlei alla Terra di Sorella; e presi gli ostaggi da que' di S. Germano, i quali recò seco con l'Abate Roffredo, per lo cammin delle terre di Pietro Conte di Celano uscì dal Reame, e s'avviò verso Lombardia per girsene in Alemagna.

Riccardo Conte della Cerra avendo intesa la partita d'Errico, uscì prestamente con suoi soldati da Napoli, e con molti Napoletani, che parimente li seguirono, ed essendo andato a Capua, que' cittadini tosto se gli diedero, uccidendo grosso numero di Tedeschi, che in essa dimoravano, ed assediato il castello, non potendovisi Mosca in Cervello mantenere per difetto di vettovaglie, glielo rese, uscendone libero con tutti i suoi[143]. Indi prese il Conte Atino, Aversa, Teano, e S. Germano con tutte le terre della Badia di Monte Cassino; e richiesto Adenolfo da Caserta Decano del monastero, che v'era rimasto in guardia per l'assenza di Roffredo, a darsegli, non potè a patto alcuno, nè con preghiere, nè per forza recarlo al suo volere. Soggiogò poscia Riccardo Mandra Conte di Molise, e pose in guardia di S. Germano, e di S. Angelo Teodico Masnedam. Per li cui felici progressi sgomentato Riccardo Conte di Fondi, il quale avea comperato dall'Imperadore Sessa e Teano, abbandonando il suo Stato si fuggì in Campagna di Roma: e Tancredi volendo gratificar Aligerno napoletano per li servigi resigli nella difesa di Napoli, donogli il Contado di Fondi, che a Riccardo era stato confiscato.

Ma tutti questi progressi niente sbigottirono Adenolfo Decano Cassinense, il quale non ostante, che Papa Celestino l'avesse perciò scomunicato, ed avesse parimente interdetto il suo monastero[144], pur volle ostinatamente co' suoi Monaci mantenersi nella parte imperiale. Tutto al contrario de' Salernitani, i quali volendo ricuperar la grazia del Re Tancredi, gli dieron presa la Imperadrice Costanza, la quale egli con animo generoso avendo a grand'onore raccolta in Palermo, non molto da poi a richiesta del Papa in libertà la ripose, e con molti doni in compagnia d'Egidio Cardinal d'Aragona al suo marito in Alemagna la rimandò[145].

Fu però con dubbia sorte lungamente guerreggiato in Terra di Lavoro; poichè Adenolfo Decano di Monte Cassino, unite alquante truppe de' suoi, e de' Tedeschi, ricuperò tutte le terre sottoposte al suo monistero; ed avendo da poi l'Imperadore Errico rimandato in Italia l'Abate Roffredo col Conte Bertoldo, e buona mano di soldati Tedeschi, si congiunse l'Abate col Decano, ed insieme uniti fecero notabili progressi; ed entrato poscia il Conte Bertoldo nel Reame con molti soldati Alemanni e Fiorentini, che 'l seguirono, pose sossopra questa provincia, ed il Contado di Molise, con distruggere la città di Venafro, e gli altri castelli intorno, ove fecero prigionieri molti soldati del Re Tancredi.

Mentre in cotal guisa si travagliava nel Regno, Riccardo Re d'Inghilterra, il quale con Filippo Re di Francia era passato in Soria, ed avea preso Accone[146], venuto in discordia col detto Re Filippo, fu di tutti il primiero a concordarsi col Saladino, facendovi tregua per tre anni: il che conchiusero nell'anno 1192. E dato il titolo di Re di Gerusalemme al nipote Errico, ed a Guido da Lusignano, invece del detto Reame, che a lui apparteneva, l'isola di Cipri, sciolse l'armata da que' lidi per ritornare al suo paese; ma sopraggiunto da grave tempesta nel mare Adriatico, corse rischio di sommergersi, ed appena con pochi de' suoi giunse a salvamento in terra. E camminando occultamente per Alemagna per passare in Inghilterra, fu vicino Vienna per revelazione de' suoi familiari conosciuto, e da Leopoldo Duca d'Austria fu dato prigioniere in poter dell'Imperadore, ch'era suo nemico, dal quale, dopo varj avvenimenti, essendo dimorato un anno, e poco men che due mesi prigione, per mezzo di molta moneta, ch'egli pagò, fu riposto in libertà, e rimandato nel suo Regno. Non aveva intanto mancato il Pontefice Celestino per tal presura scomunicare così l'Imperadore, come il Duca d'Austria, pretendendo non poter essere da quella assoluti, se non restituivano i denari, che per isprigionarlo aveano estorti dal Re; onde non volendo quelli rendergli a patto veruno, amendue così scomunicati com'erano si morirono.

Ma ritornando agli avvenimenti del nostro Reame, il Conte Bertoldo proseguendo i suoi acquisti in Terra di Lavoro e Contado di Molise, e concorrendo a lui ogni giorno grosso numero di Regnicoli, che bramavano il dominio de' Tedeschi, tutte queste cose obbligarono il Re Tancredi per dubbio, che non si mettesse in rivoltura tutto il Regno, di passare da Palermo di nuovo in Puglia; onde avendo ragunato numeroso esercito, andò a fronteggiar il Conte[147]; ed affrontatosi amendue sotto Montefuscolo, furono per venire a battaglia; ma consigliato il Re, che non era convenevole arrischiar la sua persona reale in un fatto d'arme contro Bertoldo, che non era che un semplice condottiere, sfuggì di combattere[148]; la qual cosa al Conte, che avea gente men di lui, sommamente aggradì, e partitosi da Montefuscolo ritornò nel Contado di Molise, dove campeggiando il castel di Monte Rodano, fu, mentre il combattea, ucciso da una palla scagliata da que' di dentro con una manganella, ch'era una macchina da trar pietre, che in vece dell'artiglierie s'usava in que' tempi, e fu in suo luogo eletto lor Duca da' Tedeschi Mosca in Cervello. E Tancredi partito anch'egli da Montefuscolo riprese la Rocca di S. Agata, e tutti i luoghi di quella provincia, e passato poscia in Terra di Lavoro tosto a lui si resero Guglielmo Conte di Caserta, e la città d'Aversa con alcuni altri luoghi. Ed avendo in cotal guisa ridotti in pace i confini di Puglia e di Campagna ritornò in Sicilia, con aver prima del suo partire con ogni suo potere, ma invano, tentato di trarre alla sua parte Roffredo Abate Cassinense, che quasi presago di quel che poi avvenne, nè per le preghiere del Re, nè per le minaccie del Pontefice volle a patto alcuno scompagnarsi da' Tedeschi.

Ma tosto si rivoltarono in lutto questi fortunati avvenimenti di Tancredi; poichè non guari dopo questo suo ritorno in Palermo, s'infermò Ruggiero suo figliuol primogenito, dal quale, quando attendeva numerosa prole, avendolo ammogliato con Irene, per esser sano, ed ajutante della persona, essendo fallaci i disegni di questa vita, con pur troppo acerba ed immatura morte fugli involato. Una perdita cotanto grave trafisse sì amaramente l'animo del Re suo padre, che poco stante, avendo fatto coronar Re Guglielmo suo secondo figliuolo[149], infermò anch'egli per grandissimo dolor d'animo, nè ritrovando rimedio valevole a superar la forza del male, uscì medesimamente di vita in Palermo l'anno 1193 secondo Riccardo da S. Germano Scrittor contemporaneo, e fu con pompose esequie nel Duomo sepolto nello stesso avello, ove era in prima stato seppellito il figliuolo Ruggiero, siccome egli, avanti che morisse, comandato avea.

Fu il Regno di questo Principe non men breve, che pieno di travagli e di rivolture; nè gli fu dato spazio, che avesse potuto d'altre leggi in miglior forma ristabilirlo, non permettendogli gli affari più premurosi della guerra di poter pensare a quelli della pace; perciò leggi di questo Principe non abbiamo; nè se pure ne avesse promulgate, avrebbe sofferto Federico II d'unirle colle sue, e con quelle di Ruggiero, e de' due Guglielmi. Riputò egli così Tancredi, come Guglielmo suo figliuolo che gli succedette, per intrusi, e volle che qualunque concessione, privilegio o donazione, che si trovasse de' medesimi, come di tiranni ed invasori, non avessero niun vigore, nè fermezza[150]; non altrimenti che stabilì Giustiniano Imperadore dei Re goti, il quale approvò tutti gli atti e le gesta di Teodorico, e d'Atalarico suo figliuolo, ma non già quelli di Teodato, Vitige e degli altri Re successori, i quali reputò tiranni, ed invasori del Regno d'Italia.

Ebbe Tancredi, di Sibilia di Medania figliuola di Roberto Conte della Cerra fratello uterino di Ruggiero da Sanseverino figliuolo di Trogisio normanno, i due maschi che di sopra abbiam mentovati, ed alquante femmine; delle quali sopravvissero al Re solamente Albirnia e Mandonia, che col fratello Guglielmo, e con la madre Sibilia languirono lungo tempo in Alemagna prigioniere di Errico, come appresso diremo; e secondo che rapporta Inveges[151], ebbene una altra chiamata Costanza moglie di Pietro, zio del Doge di Venezia.

CAPITOLO I. Guglielmo III Re di Sicilia succede al padre Tancredi. L'Imperador Errico gli muove guerra, gli toglie il Regno e lo fa suo prigione.

Succeduto adunque al morto padre il figliuol Guglielmo, III di questo nome nell'ordine de' Re normanni, che dopo la morte di Ruggiero suo fratello avea Tancredi in sua vita fatto incoronare Re di Sicilia, e pervenuta di ciò la novella in Alemagna, mosse immantenente Errico a calar di nuovo in Italia per conquistar il Regno, giudicando (morto Tancredi) non aver altro ostacolo per recare a fine il suo intendimento. Inviata adunque l'armata nelle maremme del Reame, egli vi venne per lo cammino di S. Germano, ed andossene a Monte Cassino, ove fu a grande onor accolto dall'Abate Roffredo, essendo parimente stato incontrato sino a' confini dello Stato della Chiesa da' suoi Tedeschi, e dal Conte di Fondi, e da molti altri Baroni regnicoli suoi partigiani[152].

Passato in Campagna, ed avute in balia tutte le terre circonvicine, fuor che Atina, Rocca Guglielmo, Capua ed Aversa, le quali nè si resero, nè furono assalite, n'andò sopra Napoli. Avea questa città, prima che vi giungesse Errico, patteggiato co' Pisani, che con buona armata Errico v'avea mandati, di rendersi, onde appena vi sopraggiunse Errico, che subitamente gli aprì le porte.

Indi campeggiò Salerno, che si volle difendere, temendo della ira di Cesare, che sdegnato per la prigionia di Costanza, non la distruggesse: ma non potendo resistere a tante forze, fu da Errico presa e crudelmente saccheggiata; e degli abitatori alcuni uccise, altri fece porre in cruda prigione, ed altri mandò in esilio, lasciando in cotal guisa desolata quella nobil città in vendetta dell'ingiuria a lui fatta. Così delle città più magnifiche di questo Regno, Benevento, essendo pervenuta in poter della Chiesa romana, perdè tutto il suo lustro, e cadde dal suo antico splendore; e quando prima era capo d'un vasto Principato, da poi il suo territorio non si stese più che poche miglia fuori delle sue mura. Bari per l'indignazione di Guglielmo I abbattuta: Salerno ora va in desolazione; e Capua tuttavia scadendo, avea perduta la sua antica magnificenza. Non dovrà dunque parere strano, se per la declinazione di quelle illustri città, qui a poco vedremo Napoli sorgere sopra tutte le altre del Regno, che col favore di Federico II e più per Carlo I d'Angiò si rese capo e metropoli di sì vasto e nobil Reame.

Così Errico, trionfando felicemente in queste province, con non minor felicità entrò nella Puglia, la quale, senza trovar alcun contrasto, soggiogò tutta; indi spedì in Sicilia l'Abate Roffredo suo fedelissimo, dandogli autorità di poter ricevere in suo nome tutti i luoghi, che se gli volessero dare. Questi passando per la Calabria, a gara tutte le città e castelli di quella regione gli aprirono le porte, e valicato il Faro, se gli diedero anche Messina, Palermo, e quasi tutte le altre terre di quell'isola senza trovar alcuno, che se gli opponesse.

La Reina Sibilia veggendo l'infedeltà de' Siciliani e temendo di se stessa, e de' suoi figliuoli, uscita dal regal palagio, si ricovrò nel castel di Calatabellotta luogo fortissimo, ed atto a far lunga difesa; ed intanto i Palermitani prestamente invitarono l'Imperadore, che in questo mentre era passato anch'egli in Sicilia, ad entrar nella loro città. Ma Errico non volendo perder tempo in combatter Calatabellotta, si dispose di voler con frode ottener il suo intendimento; onde inviati suoi Messi alla Regina, patteggiò con lei che cedendogli ella le ragioni del Regno, egli a lei darebbe il Contado di Lecce, ed al figliuolo Guglielmo il Principato di Taranto; la quale, vedendosi abbandonata da ciascuno, si contentò di tale accordo; ed essendo Cesare entrato con gran pompa in Palermo, non guari da poi venne a' suoi piedi l'infelice Guglielmo a cedergli la Corona di Sicilia, come appunto scrivono la Cronaca che si conserva in Monte Cassino, e Riccardo da S. Germano.

Ecco come questi Regni da' Normanni passarono ai Svevi, non per conquista, come passarono da' Greci e da' Longobardi a' Normanni, ma per successione, per la persona di Costanza ultima del legnaggio legittimo de' Normanni. Egli è vero, che niente avrebbe giovato ad Errico questa ragione, se non l'avesse sostenuta colle armi; ma non potrà negarsi, che Federico suo figliuolo, non per altro titolo, che per quello, sovente nelle sue Costituzioni si dichiara esserne egli padrone. Perciò il Regno di Sicilia lo chiama suo Regno ereditario[153]; ed altrove[154] eredità sua preziosa.

Errico avendo trionfato de' suoi nemici, e posto in cotal guisa sotto la sua dominazione i Regni di Puglia e di Sicilia, con imprudente consiglio si volse, per meglio stabilirsi in quelli, alla crudeltà ed al rigore; poichè avendo prima rimunerato l'Abate Roffredo con donar al suo monastero il castel di Malveto, e concedergli di nuovo Atino, e la Rocca di Guglielmo, congregò nel giorno di Natale nel regal palagio di Palermo una general Assemblea, ove avendo a coloro, che ivi s'erano ragunati, esposto, che per lettere di Pietro Conte di Celano, era stato avvertito d'una congiura, che si meditava contro di lui, contro il tenor dell'accordo, e della fede data, fece prigionieri il giovanetto Guglielmo, la Reina Sibilia, e le sue figliuole, Niccolò Arcivescovo di Salerno, con Riccardo Conte d'Ajello, e Ruggiero suoi fratelli, tutti e tre figliuoli di Matteo Gran Cancelliero, da lui fieramente odiato, per essere stato cagione, come si disse che fosse da' Siciliani creato lor Re Tancredi; ma ritrovandosi Matteo già di questa vita passato, il mal talento, che contro il padre avea conceputo, volle sfogarlo co' suoi figliuoli. Prese parimente i Vescovi di Ostuni e di Trani con altri molti Prelati, Conti e Baroni. E vie più infierendo; con crudeltà barbara fece molti di loro abbruciare, ed altri impiccar per la gola, e fece abbacinare, e tagliare i testicoli all'infelice Guglielmo. Ebbe Papa Celestino notizia di queste crudeltà, e gli spedì un Legato appostolico, affinchè si trattenesse di tante crudeltà, a preghiere anche di Eleonora Reina d'Inghilterra, madre della nostra vedova Regina Giovanna, che scrisse all'istesso Celestino[155]; ma l'Imperadore dispregiò questi avvisi; ed aggiunge Ruggiero ne' suoi Annali, che non bastandogli l'aver co' vivi sfogata la sua barbarie, non volle nemmeno perdonare a' morti; poichè fece trar di sotterra i cadaveri del Re Tancredi, e del figliuolo Ruggiero, e fece lor torre le corone reali, con le quali erano stati sepolti, dicendo che l'avean prese illegittimamente. Non difformi sentimenti ebbe l'Imperador Federico suo figliuolo, il quale per ciò annullò tutti gli atti, privilegi, concessioni, ed ogni altro contratto fatto sotto nome di questi Principi, riputandogli per Tiranni, ed invasori del Regno, non già per Principi legittimi, come all'incontro ebbe Ruggiero, ed i due Guglielmi, i quali soli perciò chiama sempre suoi predecessori.

Ma mentre in quest'anno 1195 tal cose s'adoperavano da Errico in Sicilia, Costanza, che da Alemagna era partita per trovar suo marito, per essergli consorte anche nel Regno, eredità sua paterna, giunta in Italia e propriamente in Esi città posta nella Marca d'Ancona, partorì un figliuol maschio, al quale per presagio forse di quel che dovea riuscire, ovvero per maggior stimolo di virtù, posero due nomi de' suoi grand'avi, e lo chiamarono Federico Ruggiero, ed altri Ruggiero Federico. Nacque quest'Eroe in quest'anno 1195[156], ed in questa oscura città della Marca anconitana, come scrivono la Cronaca, che si conserva in Monte Cassino, Riccardo da S. Germano, ed Alberto Abate di Stada; ed in ciò fu eguale il destino del luogo della nascita, a quello della morte, che fu Fiorentino, città parimente oscura della Puglia. Inveges[157] come che per tutti i versi lo vuol nato nel suo Palermo, ha voluto seguitar l'opinione de' moderni contro l'autorità di Riccardo da S. Germano, e de' più antichi Scrittori; e sopra un falso supposto, che Costanza insieme con Errico fossero stati incoronati in Palermo l'anno 1194 gli par incredibile, che avesse di questo parto potuto sgravarsi in Esi nell'anno seguente. E certamente direbbe vero; ma Costanza non passò in Sicilia, se non in questo anno 1195 come questi antichi Autori rapportano. Egli nacque mentre Costanza sua madre non avea che 37 o al più 39 anni; e nato tra gl'incomodi del viaggio, per non esporlo a maggiori perigli, fu dalla madre dato ad allevare alla Duchessa di Spoleti, e lasciato sotto la cura della medesima, e d'Alberto, da altri chiamato Corrado, Duca di Spoleti e Conte d'Assisi suo marito[158], il quale tre anni da poi lo fece battezzare solennemente nella città d'Assisi in presenza di quindici Vescovi, e di molti Cardinali, e fu nominato Federico Ruggiero, in memoria de' suoi grand'avoli. E questa celebrità così tardi usata nel suo battesimo con tanto concorso di Cardinali e di altri Prelati, e la voce che vanamente era insorta nel volgo, che vi fosse stata frode nel parto, e che fosse stato supposto, diede cagione alla favola scritta dal Cranzio nel libro composto da lui della metropoli di Sassonia, e seguitato poi da altri moderni Scrittori, che per la vecchiezza dell'Imperadrice, non essendo atta a generar figliuoli, per essere, secondo ch'egli scrisse, di 55 anni, o come altri han detto di sessanta, quando generò Federico, partorisse in mezzo la piazza entro un padiglione, in presenza di tutte le donne della terra, che vi vollero intervenire, e ch'ella poi per la città di Palermo, per tor via ogni sospetto, andasse con le mammelle nude e discoverte distillando latte, come non si è ritenuto di scrivere l'Autor della prefazione de' Capitoli del Regno di Sicilia. Per togliere tra il volgo questo sospetto d'essere il parto supposto, bisognò, che il Pontefice Celestino, prima d'investir Federico del Regno di Sicilia, ricercasse da Costanza, ch'ella giurasse, che l'avea procreato dal suo marito Errico; e la cagion di questo giuramento non fu perchè non era riputata allora abile per vecchiezza a generar figliuoli, ma per torre tra il volgo la fama disseminata di supposizion di parto; e quando Malcovaldo da Menuder, guerregiando contro Federico in Sicilia, scrisse perciò a Papa Innocenzio, a Celestino succeduto, che volea tal frode far chiaramente provare: il buon Pontefice, che giudicò pruova bastante il giuramento della madre, non volle far mettere tal cosa in giudicio, e rifiutò l'offerta di Marcovaldo. E quindi ebbe poscia origine la novella, che Costanza era d'età canuta, e non atta a generare quando partorì Federico, e che per essere stata, mentr'era fanciulla, ne' primi anni, educata nel monastero delle Monache greche Basiliane di Palermo, fosse stata Monaca sacrata, con altre favole, che abbiam riprovate di sopra.

Intanto l'Imperador Errico avendo investito del Contado di Molise Mosca in Cervello, che tolto avea a Ruggiero Mandra, il quale scacciato dal Reame poco da poi se ne morì, volendo tornarsene in Alemagna, giunto in Puglia fece ivi convocar un'Assemblea, ove anche intervenne Costanza, la quale poco da poi passò in Sicilia, ed Errico prese il cammino per Alemagna, conducendo seco Guglielmo, e tutti gli altri prigionieri nomati di sopra, per la cui liberazione s'era adoperato indarno il Pontefice Celestino. Portossi ancor seco tutto l'oro e le gemme che potè raccogliere; avendo rapiti i tesori ed il mobile della casa regale consistente in vasi d'oro e d'argento purissimo, e panche e lettiere e tavole dell'istesso metallo, e panni intessuti di porpora e d'oro, ragunati in molti anni dalla magnificenza de' passati Re; de' quali caricò centocinquanta somieri con grave rammarico de' Siciliani, che vedeano in cotal guisa condur via le spoglie del soggiogato Reame da genti nemiche e rapaci nella lor terra straniera. Questi mali de' Siciliani, ed altri maggiori, che poscia gli avvennero per opera de' Tedeschi e d'Errico lor Signore, ben a lungo descrisse e compianse Ugone Falcando nel proemio della sua istoria, che indirizzò a Pietro Arcivescovo di Messina.

Partito che si fu Errico per Alemagna, Riccardo di Medania Conte della Cerra, cognato del morto Re Tancredi, volendo passar in Campagna di Roma per campar dalla crudeltà di lui, fu in cammino per tradimento d'un Frate fatto prigione da Diepoldo Alemanno, il quale, fattolo custodire strettamente nella Rocca d'Arce, attendeva il ritorno dell'Imperadore in Italia per darlo in poter del medesimo[159]. Aveva intanto Errico mandato nel Regno per suo Legato il Vescovo di Vormazia, il quale venuto in Napoli con l'Abate Roffredo, e con molti soldati regnicoli e tedeschi fece abbattere a terra le sue mura, ed il simigliante fece alla città di Capua, siccome scrive Riccardo da S. Germano. E ragunata poi Cesare una grande e poderosa oste in Alemagna di Svevi, Bavari e Franconi, e di altre Nazioni, di ben sessantamila soldati, sotto pretesto d'inviargli all'impresa d'oltre mare, ma in effetto, secondo che dice Arnoldo Lubecense, per isterminare tutti i Normanni, e particolarmente quelli, che avean favoreggiato contro di lui il Re Tancredi, se ne calò in Italia; e dimorato alcuni giorni a Ferentino, ne andò poi a Capua, dove essendo ragunati tutti i Baroni regnicoli per celebrare una generale Assemblea, gli fu dato in balìa da Diepoldo Alemanno il Conte Riccardo, il quale egli fece obbrobriosamente legare alla coda d'un cavallo, e strascinare per tutte le strade più fangose, ed alla fine impiccar per i piedi; nel qual tormento vivuto il Conte due giorni, gli fu per ordine dell'Imperadore da un suo buffon tedesco legato al collo una fune, da cui pendeva una grossa pietra, ed in cotal guisa fu iniquamente strangolato[160]. Celebrato poi il Parlamento, impose una taglia a tutti i Popoli del Reame, e creò Diepoldo Alemanno Conte della Cerra, ed inviò Oddo fratello di Diepoldo ad espugnar Roccasecca, ove si eran ricoverati Rinaldo e Landolfo due fratelli della famiglia Aquino per difendersi da così crudo nemico, ed egli se ne passò in Sicilia, ove fece aspramente morire con inaudite maniere di morte, non perdonando nè anche a' fanciulli di tenera età, tutti i Normanni, e que' particolarmente ch'eran di più stima, e di real sangue, ad alcuni de' quali, in vendetta, che avean fatto coronar Re Tancredi, fece porre una corona in testa, e conficcarla con chiodi di ferro acutissimi, privandogli in cotal guisa acerbamente di vita. Fece anche imprigionare Margaritone famoso Capitano, Duca di Durazzo, Principe di Taranto, e Grand'Ammiraglio, e gli fece cavar gli occhi, e tagliare i testicoli.

L'Imperadrice Costanza, veggendo le cattività barbare usato dal marito contro i suoi Normanni, ed il suo mal talento di voler estinguere il suo real legnaggio, non potendo più cotal malvagità soffrire, se gli rivolse contro[161]; e collegatasi co' Grandi del Regno, se n'andò a Palermo, e posto mano a' tesori reali ragunò soldati contro di lui, onde divenuti perciò più animosi i Baroni suoi partigiani, fatta scoverta rivoltura uccisero tutti i Tedeschi, che lor capitarono alle mani; e sarebbe stato anche l'Imperadore ucciso, se fuggendo non si fosse salvato in una forte Rocca. Ma volendo di là girsene in un luogo più sicuro, fu di maniera da tutti i lati cinto d'assedio da' Siciliani, che non potendo in guisa alcuna campare, gli convenne, per torsi da quel pericolo, ricever le condizioni, che sua moglie dar gli volle; che furono, che egli uscendo libero, posta dall'un de' lati la marital concordia, ne gisse via prestamente in Alemagna. Ma non volendo poi con la guerra intestina impedir l'imprese straniere, ch'egli intendea di fare, s'adoperò in guisa tale, che alla fine si racchetò con sua moglie e co' sollevati Baroni; onde imbarcato il suo grande esercito sopra molti navili per passar in Soria, pose grandissimo timore ad Alessio Angelo, il quale avendo tolta la Signoria ad Isaac, era divenuto Imperador di Costantinopoli; perciocchè fattogli dire da' suoi Ambasciatori, che voleva che gli desse tutte le terre, che avea già conquistate in Grecia il Re Guglielmo, che contenevano da Epidauro a Tessalonica, ovvero gli pagasse un tributo che gli voleva imporre, il Principe greco non osando rifiutar, per tema della sua potenza, la condizione offertagli, pregò solo moderarsegli la grossezza del pagamento chiestogli per ciascun anno; ed inviò per tutto il suo Imperio uomini sagacissimi per ragunare tutto l'oro, che aver potessero, togliendolo non solo da' particolari uomini, ma anche da vasi sacri delle chiese e da' sepolcri de' morti, ove secondo l'uso di que' tempi non piccola somma in onor di coloro che vi giacevano, si soleva riporre; e questo per mettere insieme sedici talenti, che tanti ne volea Errico per tributo.

E mentre tal cosa si trattava in Grecia partì da Messina l'armata imperiale verso Oriente, essendo suo General Capitano Corrado Vescovo d'Idelma, e Cancelliere dell'Imperio, il quale in assenza di Cesare avea governata la Sicilia; e con felice navigazione giunse in Palestina, e prese porto in Accone[162].

Nel medesimo tempo andò l'Imperadore a campeggiare Castel Giovanni, il quale con Guglielmo Monaco, che l'avea in governo, se gli era ribellato, e colà gravemente infermato si ritirò a Messina, ove se gli aggravò di modo il male, che poco stante, e propriamente a' 29 di settembre dell'anno 1197 passò di questa vita[163], liberando con la sua morte dal gravissimo timore, che s'aveva della sua crudeltà, non solamente l'Imperador di Costantinopoli, ma anche tutti i Popoli di Sicilia e di Puglia.

Morì Errico VI nel 1197 non senza sospetto, che la Regina Costanza sua moglie lo avesse fatto avvelenare, siccome narrano Giovanni Vito Durano Chron. pag. 5 ed Alberico ad An. 1197. Ma Corrado Wespergense pagin. 318 ciò rifiuta, dicendo: Quod tamen non est verisimile. Et qui cum ipso eo tempora erant familiarissimi hoc inficiabantur. Audivi ego idipsum a Domino Chunrado, qui postmodum fuit Abbas Praemonstratensis, et tunc in seculari constitutus, in camera Imperatoris extitit familiarissimus. Vedasi Struvio[164]. In questo anno si rapporta da Goldasto[165] una Costituzione del medesimo tratta da Giovanni Monaco, per la quale unì all'Imperio la Sicilia e la Puglia; ed ottenne da alcuni Principi assenso, che l'Imperio fosse ereditario, come la Sicilia e la Puglia, e si deferisse per successione; ma ripugnando i Principi della Sassonia, non ebbe tal Costituzione alcun effetto, talchè l'istesso Errico assolvè que' Principi, che gliene avean dato consenso, e gli sciolse dal giuramento, come rapporta Gobelino Persona riferito da Struvio[166]. E Lunig rapporta un Diploma de' Principi di Germania, dato in Francfort nell'anno 1220 col quale dichiarano, che il Regno di Sicilia non fu mai annesso all'Imperio: Ita quod Imperium nihil cum dicto Regno habeat unionis, vel alicujus jurisdictionis in illo: come sono le parole del Diploma, che si legge Tom. 2 Cod. Ital. Diplom. pag. 814.

Fu Errico, secondo che scrive Goffredo da Viterbo, di vago e signoril sembiante; ma per quel che dalle sue laide opere si vede, di costumi oltre modo biasmevoli e crudeli, spergiuro, e senza fede, ed avidissimo di moneta, e sopra tutto nemico de' romani Pontefici, da' quali scomunicato per la presura di Riccardo Re d'Inghilterra, e per la moneta tolta dal medesimo per riporlo in libertà, e per la presura di Niccolò d'Ajello Arcivescovo di Salerno, e morto perciò in contumacia della Chiesa, non si voleva dar sepoltura in terra sacra. Ma dal testamento che poi si trovò di lui, e dall'aver egli subito che cominciò ad ammalarsi inviato il Vescovo di Bettane al Re Riccardo a portargli la ricompensa de' denari, che gli aveva pagati[167], si rese da poi manifesto, ch'esso si pentisse de' passati misfatti.

L'Imperatrice Costanza, morto suo marito, inviò subito l'Arcivescovo di Messina al Pontefice, a chiedergli, che avesse data licenza, che si fosse potuto sotterrare il suo cadavero in chiesa; e di più, che avesse fatto tor l'assedio d'attorno a Marcovaldo da Menuder tedesco, e Gran Giustiziero dell'Imperio, il quale era stato strettamente assediato da' Romani in una terra detta la Marca di Guarniero; e che avesse fatto parimente coronar il figliuolo Federico Re di Sicilia, con dimandargli la solita investitura[168]. Alla primiera delle quali domande rispose il Papa, che non fosse data sepoltura al corpo dell'Imperadore insino a tanto, che si fosse accomodato il tutto col Re d'Inghilterra. Alla seconda, rispose, che non potea far liberar Marcovaldo senza il voler de' Romani; ed alla terza, ch'egli avrebbe fatto coronar Federico Re di Sicilia, purchè i suoi fratelli Cardinali vi avesser parimente dato il lor consentimento; i quali non ripugnando, fu l'incoronazione accordata con pagar mille marche d'argento per servigio de' Cardinali; e volle di più il Pontefice, che giurasse Costanza sopra i Santi Evangelj, che Federico era nato di legittimo matrimonio contratto tra lei ed Errico.

Fece l'Imperadore prima del suo morire testamento, parte del quale pone ne' suoi Annali il Cardinal Baronio; il quale dice averlo cavato dalla vita di Papa Innocenzio inviatagli dal Cardinal Carlo de' Conti, da lui ritrovata nell'Archivio d'Avignone, mentr'era colà Legato, scritta da antichissimi tempi, nella quale scrittura si narra, che nella fuga di Marcovaldo, in una rotta che da' Romani gli fu data, non già nella Marca d'Ancona, ma in una battaglia, della quale avremo occasione di favellare nel libro che siegue, tra gli arredi suoi fu tal testamento trovato. È questo testamento molto pio; e' mostra pentirsi delle passate sue colpe, le quali non potendo ricompensar d'altra maniera in quell'estremo di sua vita, mostra volontà, che almeno fossero emendate dal suo erede. In virtù del qual testamento fu, dopo sua morte, restituita da sua moglie Costanza alla Chiesa, siccome scrive Ruggiero ne' suoi Annali d'Inghilterra, la maggior parte di Toscana, la quale egli, ed i passati Imperadori le avean tolta, cioè Acquapendente, Santa Crispina, Monte dei Falisci, Radicofano e S. Quirico con tutti i lor Contadi, e più altri luoghi appartenenti alla giurisdizione del Pontefice.

Narra ancora Matteo Paris, che Errico lasciò ai Frati del Monastero Cisterciense tremila marche d'argento de' denari pagati dal Re Riccardo per farsene incensieri del medesimo metallo per tutto il lor Ordine; ma che l'Abate di quel luogo rifiutasse tal dono, come di moneta acquistata con cattivo modo.

E finalmente avendo il Papa data licenza, per essersi composti gli affari d'Inghilterra, che si desse sepoltura al cadavere di lui, fu trasportato al Duomo di Palermo, ed ivi riposto in un ricco avello di porfido, il qual sinora si vede: e la sua gente, ch'era non guari prima del suo morire giunta in Soria sotto la condotta del Vescovo Corrado, avendo avuta contezza, ch'egli era morto, e ch'era giunto in Palestina contro di loro il figliuolo del Saladino, smarriti per sì cattive novelle, si posero tutti i Principi dell'oste vergognosamente in fuga, non ostante, che i lor soldati fosser disposti a valorosamente combattere, rimanendo soli fermi nel campo i Vescovi di Verdun e di Magonza; de' quali poscia quel di Magonza n'andò d'ordine del Pontefice a coronar il Re d'Armenia, che avea tal cosa instantemente richiesta.

Ma ecco, che dopo questi avvenimenti Papa Celestino, che sette anni avea governata la Chiesa, si morì in Roma l'ottavo giorno di gennajo dell'anno 1198, ed in suo luogo fu eletto Giovanni Lotario Cardinal di S. Sergio e Bacco, di nobilissima stirpe, giovane di non più che trenta anni, ma di grande avvedimento, ed il maggior Letterato, e Giureconsulto di que' tempi, che Innocenzo III nomossi.

CAPITOLO II. L'Imperadrice Costanza prende il Governo del Regno. Sua morte; e fine del regal legnaggio de' Normanni.

Intanto l'Imperadrice Costanza, vedendo quanto erano odiati dai suoi vassalli i soldati tedeschi, ed il lor Capitano Marcovaldo, uomo di perduta vita, ed oltre modo crudele e rapace, volendo tener in pace il suo Regno, loro diede bando, con ordine che tantosto sgombrassero la Puglia e la Sicilia, nè ardissero d'entrarvi senza sua licenza[169]; onde tutti ne girono via, e Marcovaldo passato al Contado di Molise, che morto Mosca in Cervello, gli era stato donato da Errico, con lettere di salvo condotto dell'Imperadrice, acciocchè non fosse offeso dagli adirati Regnicoli, ed assicurate anche da Pietro Conte di Celano e da' Cardinali, che dimoravano in Regno, lasciati suoi Castellani nelle Rocche del suddetto Contado, se n'andò alla Marca d'Ancona, della quale era stato fatto Marchese da Errico, e colà dimorò fin che morì Costanza, ritornando poscia in Puglia, ove poi, come diremo, commise gravissime malvagità.

Innocenzio III tosto che fu coronato Pontefice, impegnossi con ogni suo potere, che si riponessero in libertà la Regina Sibilia, suo figliuol Guglielmo, e le figliuole, l'Arcivescovo Niccolò di Salerno, i suoi fratelli, e gli altri Baroni siciliani e regnicoli, che benchè fosse morto l'Imperadore, erano ancor sostenuti nelle prigioni d'Alemagna, e si leggono perciò tre sue epistole, la prima indrizzata agli Arcivescovi di Spira, d'Argentina e di Vormazia, ove dice loro, che debbiano scomunicare tutti coloro, che teneano in prigione l'Arcivescovo di Salerno, se nol rimettean di presente in libertà, inviandolo onorevolmente a Roma, ed anche tutta la provincia, ove egli fosse stato imprigionato; la seconda al Vescovo di Sutri, ed all'Abate di S. Anastagia, ordinando loro, che assolvessero Filippo Duca di Svevia, e fratello d'Errico, dalla scomunica, nella quale era incorso per aver assalito, ed occupato lo Stato della Chiesa, pur ch'egli procacciasse di riporre in libertà il Prelato suddetto; e la terza a' medesimi Vescovi ed Abati, imponendo loro, che se non fossero posti in libertà la Reina Sibilia, Guglielmo e le sorelle, e tutti gli altri prigioni, dovessero scomunicare tutti coloro, che gli avesser sostenuti ed interdire i loro Baronaggi[170]. Per la qual cosa il Duca Filippo, che avea per moglie Irene greca, vedova già del giovanetto Ruggiero Re di Sicilia, mosso a pietà di quelle donne illustri così acerbamente trattate dalla fortuna, e per obbedir parimente ad Innocenzio, essendo poco innanzi morto in prigione Guglielmo, le ripose in libertà e le inviò a Roma al Pontefice; ma di quel che poscia avvenne loro, ed al Duca Gualtieri di Brenna, che si ammogliò con una di quelle fanciulle, ed entrò ostilmente con grosso stuolo d'armati in Terra di Lavoro, scriveremo nel seguente libro di quest'Istoria. Furono ancora posti in libertà l'Arcivescovo Niccolò, il Conte Riccardo e Ruggiero suoi fratelli, che tornati in Salerno vissero poi lungamente.

Intanto l'Imperadrice Costanza, dimorando ancora il suo figliuol Federico in poter di Corrado Duca di Spoleti, lo fece condurre dal Conte di Celano e da Bernardo Conte di Loreto nel Reame, ed indi in Sicilia; e non guari dapoi dimandò al Papa l'investitura, per se e per Federico, la quale gli fu molto contrastata, non volendo darla nella maniera, che Papa Adriano la diede a Guglielmo I, e con tutto che Costanza gli avesse offerte larghe ricompense, non fu possibile piegarlo, se non si cassassero quattro capitoli, de' quali parleremo appresso, accordati prima con Guglielmo, onde rivocati questi, ottenne dal Papa per lei, e per lo figliuolo l'investitura del Regno per mano del Cardinal d'Ostia, che andò a Palermo, Legato di Santa Chiesa a coronargli amendue, e riceverne il giuramento di fedeltà, e la promessa del censo annuo di 600 schifati per la Puglia e per la Calabria, e di 400 per la Marsia. L'investitura la rapporta il Baronio, ove si leggono le seguenti parole: Quoniam Regnum Siciliae in Apostolicae Sedis fide adhuc permansit, et Rogerius quondam pater tuus, et Willelmus frater, et Willelmus nepos Reges Apostolicam Sedem, et praedecessores nostros summa constantia coluerunt, etc. concedimus Regnum Siciliae, Ducatum Apuliae, et Principatum Capuae, Neapolim, Salernum, Amalfim, Marsiam cum iis, quae ad horum singula pertinent. Viene anche rapportata dal Chioccarelli[171], e da Rainaldo[172], e riferita dall'istesso Innocente III in una sua epistola[173]. Scrisse ancora Innocenzio all'Imperadrice una sua epistola, o sia Breve, prescrivendogli il modo, che osservar si dovea nell'elezione de' Vescovi in tutti i suoi Stati, restringendogli molto quell'autorità, che in vigore di antichissimi privilegi e de' concordati che passarono fra Guglielmo I ed il Pontefice Adriano, ebbero nell'elezione de' medesimi i Re di Sicilia; di che ci tornerà occasione di far parola più innanzi trattando della politia ecclesiastica; perlaqualcosa soleva dolersi Federico II, che Innocenzio trattando con una donna, mentr'egli era fanciullo, avea saputo ingannarla, ma che egli non avrebbe sofferto, che si fosser in minima cosa derogate l'antiche ragioni e privilegi de' Re di Sicilia; onde avvenne, che si rese odioso ai Pontefici romani, e che fosse ciò una delle cagioni delle tante discordie e guerre, che lungamente travagliarono l'Europa, come diremo, quando di tali avvenimenti ne' seguenti libri dovremo ragionare.

Ma ecco finalmente l'Imperadrice Costanza, ultima degli eredi legittimi del Re Ruggiero, ammalandosi gravemente in Palermo, passò di questa vita il quinto giorno di dicembre di quest'anno 1198. Fu sepolta nel Duomo della stessa città in un sepolcro di porfido a canto a quello del marito, le cui iscrizioni, secondo che scrive il Baronio[174], fatte novellamente scolpire da un tal Ruggiero Paruta Canonico palermitano poco inteso della verità di questi avvenimenti, contengono la favola del Monacato di Costanza, che sacrata e canuta divenisse moglie d'Errico.

Lasciò ella nel suo testamento, che fece due giorni prima della sua morte, il figliuol Federico, ed il suo Reame sotto la cura e baliato d'Innocenzio III[175] con pessimo e pernizioso consiglio, poichè questo fatto, oltre d'aver partoriti disordini gravissimi e d'essersi aperta ben larga strada a' Pontefici romani d'intraprendere molte cose sopra il Reame, come si vedrà nel seguente libro, fece nascere l'altra pretensione dei medesimi, in congiuntura di minorità, di dover essi assumere il governo e l'amministrazione del Regno, anche se nel testamento dell'ultimo defunto non fosse loro conferito il Baliato, pretendendo che di ragione, come diretti padroni, a loro si appartenga durante la minorità del Re, siccome in fatti Clemente IV ciò pose per ispezial patto nell'investitura, che diede a Carlo d'Angiò; e nel corso di quest'Istoria si leggeranno molti disordini, e contese accadute in questo nostro Regno per queste pretensioni.

Ecco come in Costanza ebbe fine il real legnaggio de' Normanni, i quali da che Ruggiero prese la Corona in Palermo nell'anno di Cristo 1130 avean sessantotto anni con titolo reale dominato gloriosamente il Regno di Puglia e di Sicilia: Principi per le lor degne e lodevoli azioni meritevoli di chiara ed immortal memoria, i quali in mezzo a due Imperi stabilirono in Italia il più possente e nobil Regno, che vi fosse in que' tempi in tutta Europa, e che sotto Ruggiero, e i due Guglielmi fece tremar non men l'Occidente, che l'ultime parti dell'Oriente. Ma non perciò s'estinse in queste nostre province il sangue normanno. Rimasero molti Baroni e Conti normanni, che per lunga serie d'anni trasmisero co' Contadi l'illustre lor sangue nei posteri; nè senza fondamento a' dì nostri vantano alcuni Baroni trarre la lor origine da sì illustre e generosa prosapia. E vedi intanto come sì nobil Reame da' Normanni per diritto di successione non già per ragion di conquista, passasse a' Svevi dopo la morte di Costanza ultima di quell'illustre legnaggio. Noi colla morte della medesima, dopo aver narrata la politia ecclesiastica di questo secolo, daremo fine a questo libro, già che l'alte e generose gesta di Federico suo figliuolo richiamandoci a più nobili e magnifiche imprese, daranno ben ampio e luminoso soggetto a' libri seguenti di questa Istoria.

CAPITOLO III. Politia ecclesiastica di queste nostre province per tutto il duodecimo secolo, insino al Regno de' Svevi.

Lo Stato ecclesiastico si vide in questo secolo in un maggior splendore e floridezza. I Pontefici romani innalzati sopra tutti i Re della terra stendevano la lor mano in ogni Regno e provincia: ed i Re istessi rendevansi a sommo favore dichiararsi loro ligi, e rendere i loro Regni tributari alla Sede Appostolica. Stabilirono in questo secolo la loro sovranità in Roma, e la lor independenza dall'Imperadore; e fecero valere la lor pretensione di concedere la Corona imperiale. Roma erasi renduta la Reggia universale, dove si riportavano non solo tutti gli affari delle Chiese di Europa, ma ancora i più rilevanti interessi delle Corone di quella, dipendendo i Principi con gran sommessione da' cenni de' romani Pontefici; e sotto Innocenzio III il Ponteficato si vide nella sua maggior grandezza. I Concilj per la maggior parte erano convocati da essi, ovvero da' loro Legati, dove vi stabilivano regolamenti, che giudicavano più confacenti per la loro grandezza; ed a' Vescovi niente altro era rimaso, che di prestarvi il loro consenso. Le appellazioni di tutte le sorte di cause e d'ogni sorta di persone erano divenute tanto frequenti, che non v'era affare alcuno, che subito non fosse portato a Roma. I Papi s'aveano appropriata gran parte nel conferire i Vescovadi, perch'erano Giudici della validità dell'elezioni, ancorchè queste si fossero lasciate al clero, e le ordinazioni ai Metropolitani. A questo fine si proccurò innalzare la dignità de' Cardinali, elevandogli a tal grado, che furono considerati, non solo superiori a' Vescovi, ma eziandio a' Patriarchi ed a' Primati; e sopra tutto ristringendo ad essi il potere d'eleggere il Papa. Per mostrare maggiormente la loro sterminata potenza, e ricavarne insieme profitto, non vi era cosa, che ricorrendosi in Roma, con facilità non si dispensasse, onde la disciplina ecclesiastica venne ad indebolirsi; ciocchè mosse S. Bernardo a declamare contro l'abuso di queste dispense, come uno de' gran disordini introdotti nella Chiesa.

Ma quello che sopra ogni altro rendè il Ponteficato sublime, si fu perchè non accadeva contesa fra' Principi d'Europa, nè controversia d'ampj Stati e di grandi preminenze, che non si ricorreva a Roma, con sottoporsi i litiganti alla decisione del Pontefice, di che ne possono essere ben chiari documenti le tante epistole, e le tante decretali d'Innocenzio III. I Re di Inghilterra, que' di Francia e di Spagna rispettavano quella Sede con profondo ossequio: ed i nostri Re normanni sopra tutti gli altri erano loro ossequiosissimi. Gli affari più grandi de' loro Stati si maneggiavano da' Prelati. Si è veduto che ne' Reami di Puglia e di Sicilia, gli Arcivescovi di Palermo, di Salerno, di Messina, di Catania, e tante altre persone ecclesiastiche trattavano i maggiori, e più rilevanti interessi della Corona. L'ambascerie più cospicue ad essi erano appoggiate; e la Casa regale si reggeva da loro. Essi erano del Consiglio regale, e nelle deliberazioni più serie e gravi si ricercavano i loro pareri.

Le maggiori loro occupazioni non erano perciò più per lo governo spirituale delle loro Chiese, ma tutti i loro pensieri erano negli affari di Stato, ed indirizzati ad ingrandire le loro Chiese di giurisdizione, di prerogative e d'onori, e sopra tutto di beni temporali.

Crebbe perciò, per lo favore de' Principi, la loro conoscenza nelle cause; poich'essendo i Vescovi per lo più assunti per Consiglieri del Re, fu cagione di accrescere in immenso l'autorità del Foro episcopale; ed abbiam noi veduto, che l'Arcivescovo di Palermo ottenne dal Re Guglielmo di potere i Giudici ecclesiastici conoscere del delitto d'adulterio e l'Imperadrice Costanza, Regina di Sicilia, drizzò un editto ai Conti, Giustizieri, Baroni, Camerarj ed a' Baglivi della diocesi del Vescovo di Penne, nel quale espressamente proibisce loro di procedere ne' delitti d'adulterio, ma che lascino procedere in quelli la Giustizia ecclesiastica; e quando accadesse che negli adulterii, si fosse usata violenza, il Giudice ecclesiastico conoscerà dell'adulterio, ed il Magistrato secolare della violenza, siccome si legge nell'editto dato in Palermo l'anno 1197, e rapportato dall'Ughello nella sua Italia sacra[176]. A questo s'aggiunse, che gli Ecclesiastici, come quelli che meglio de' laici s'intendevano di lettere, erano riputati migliori, e più sufficienti ad amministrar giustizia, onde con facilità s'inducevano ad avergli per Giudici, e di vantaggio, non potendo la Chiesa condennare a pena di sangue, nè anche all'ammenda, ciascuno, per essere più dolcemente trattato, non solo non sfuggiva, ma desiderava sottoporsi al giudicio di quella. Ma sopra ogni altro si accrebbe la loro conoscenza, perchè i Re e i Signori temporali, ed i loro Giudici non badavan molto allora a mantenere la lor giurisdizione nelle cause, le quali non erano lucrative, e di gran rendita per essi, com'è oggi, ma più tosto eran loro di peso, perchè le loro cariche erano esercitate gratuitamente, e senza poter dalle Parti esigere emolumento alcuno. Ed oltre a ciò quando s'entrava in contenzione di giurisdizione con gli Ecclesiastici, le scomuniche fulminavano, di che eravi presso di noi vestigio, che tutte le domeniche ne' sermoni delle Messe parrocchiali si scomunicavano coloro, che impedivano la giurisdizione della Chiesa.

Questo accrescimento dell'autorità del Foro episcopale, e l'applicazione de' Vescovi in cose maggiori e più rilevanti, fece che quando prima per ufficio caritatevole erano essi impiegati per via d'amicabile composizione a decidere i piati tra' Fedeli, e vennero poi ad acquistare per privilegio de' Principi la giurisdizione, esercitando da se stessi la giustizia a' litiganti: finalmente se n'esentarono in tutto, e cominciarono a crear Ufficiali per amministrarla; onde eressero Tribunali con particolari Giudici, ed in decorso di tempo a crear anch'essi Notaj, che avessero il pensiero, e la cura degli atti e de' processi. Quindi sgravandosi ancora del peso d'insegnare i misterj della nostra fede, stabilirono Professori di teologia per insegnare nelle Chiese cattedrali la teologia, e tenendo a vile gli esercizj delle cose sacre, tutta la loro applicazione era nelle cose del secolo, e negli affari politici e di Stato. Da ciò nacque, che bisognò provvedere il Foro episcopale d'un nuovo Corpo di leggi ecclesiastiche, onde surse il decreto di Graziano, per istabilir meglio la giustizia ecclesiastica, e la grandezza Pontificia.

§. I. Nuove collezioni de' canoni, e del decreto di Graziano.

Le raccolte, che si fecero nel precedente secolo, furono delle prime dove i canoni si videro distribuiti per via di materie; ma quasi tutte furon contaminate dalle varie cose suppositizie d'Isidoro, che in quelle furono inserite. Burcardo Vescovo di Vormes ne distese una divisa in venti libri, che intitolò Magnum Canonum Volumen[177]. Ad Anselmo Vescovo di Lucca se ne attribuisce un'altra; ma quantunque porti il suo nome, si vede altri esserne stato l'Autore, poichè vi sono racchiusi alcuni decreti d'Urbano II, e d'altri Pontefici suoi successori, li quali vissero dopo Anselmo[178]. Ve n'è un'altra di Adiodato Cardinale del titolo di S. Eudossia fatta intorno l'anno 1087 per comandamento di Vittore III.[179] L'altra del Prete Gregorio, intitolata Policarpus; siccome quella di Bernardo di Pavia, che s'intitola Populetum, non han mai veduta la luce del Mondo, ma manuscritte si conservano nella Biblioteca Vaticana[180]. Ma quella che compilò Ivone di Sciartres nel fine del precedente secolo, oscurò tutte l'altre. Egli la divise in diciassette parti, e l'intitolò Decretum. Dell'altra intitolata Pannomia ovvero Panormia attribuita al medesimo Ivone, sono alcuni, che ne fanno autore Ugone catalano[181]. Queste Collezioni erano a quei tempi le più rinomate, e delle quali valevansi le nostre Chiese, insino che surgesse quella cotanto famosa di Graziano, che tolse lo splendore a tutte l'altre, e che ricevuta con applauso da' Canonisti, meritò d'essere insegnata nelle pubbliche Scuole, ed in poco tempo ebbe tanti Commentatori, che fu riputata la principal parte della ragion canonica.

Graziano fu un Monaco dell'Ordine di S. Benedetto, il quale nel Ponteficato d'Alessandro III insegnò teologia in Bologna. E' nacque in Chiusi città della Toscana, e fu fama che fosse procreato d'adulterio insieme con Pietro Lombardo chiamato il Maestro delle sentenze, e con Pietro Comestore Scrittore dell'Istoria Scolastica, creduti suoi fratelli; narrasi ancora, che la loro comune madre non potè mai ridursi ad aver pentimento degli adulterj commessi quando gli generò, dicendo esserne ben paga, per aver dato al Mondo tre preclari e grandi uomini; e corretta dal suo Confessore, non potè ridurla, imponendole alla fine, che almeno si pentisse di questo suo non potersi pentire. Ma Guido Pancirolo[182] rifiutò come favole questi racconti, massimamente, perchè non fu una la patria di coloro, essendo Graziano di Chiusi, Pietro Lombardo di Novara, e 'l Comestore fu Franzese.

Compilò egli questa Raccolta in Bologna nel monastero di S. Felice intorno l'anno 1151 nel Ponteficato d'Eugenio III[183], e l'intitolò Concordia discordantium Canonum. La divise in tre parti. La prima contiene i principj, e ciò che riguarda il diritto canonico in generale, ed i diritti e ragioni delle persone ecclesiastiche, sotto il titolo di Distinzioni. La seconda, la decisione di diversi casi particolari, coll'occasione de' quali si risolvono molte quistioni; ed è intitolata le Cause. La terza ha per titolo della Consecrazione perchè riguarda quanto appartiene al ministerio ecclesiastico, a' sacramenti, a' riti, alle ordinazioni, e consecrazioni. La presentò egli a Papa Eugenio, ma non costa, che ne avesse da costui ottenuta conferma alcuna: ma non perciò che da' Pontefici non si fosse con pubblica legge approvata, rimase ella senza autorità e vigore. Fu ricevuta con tanto applauso, che gl'istessi romani Pontefici se ne valsero, e tacitamente per innalzare la loro autorità, ed abbassare quella dell'Imperadore e degli altri Principi la promossero; quindi sotto Federico Barbarossa sursero i Decretisti di fazione Guelfa, i quali difendendo le ragioni del Papa, si opponevano a' Ghibellini[184]. Ed ancor che quest'opera contenesse infiniti errori, fosse fatta senz'ordine, ed in una somma confusione, in guisa che fu d'uopo poi emendarla, nè bastò l'industria e la diligenza di tanti insigni Professori per poterla affatto pulire[185], con tutto ciò acquistò tanta autorità, che tirò a se tutti i Letterati, i maggiori Teologi di que' tempi ad impiegarvi i loro talenti in farvi glosse e commenti; e nel Foro ebbe gran peso la sua autorità nelle decisioni delle cause; tanto che Graziano era comunemente appellato il Maestro; e nell'Accademie il suo Decreto era pubblicamente insegnato, e coloro, che l'insegnavano erano decorati col titolo di Dottore, prendendo tal dignità per mezzo d'una bacchetta, onde si dissero Baccellieri[186]. Accrebbe ancora la sua autorità la fama dell'Accademia di Bologna, la quale in que' tempi sopra tutte l'Accademie d'Italia e di Francia teneva il vanto; ed il gran numero de' Glossatori.

I primi furono Lorenzo da Crema, Vincenzo Castiglione di Milano gran Canonista, ed Ugone da Vercelli. Seguitarono le costoro vestigia Tancredi da Corneto Arcidiacono di Bologna, il quale intorno l'anno 1220 vi fece le chiose; Sinibaldo Fieschi, il quale innalzato al Ponteficato fu detto Innocenzio IV e Giovanni Semeca detto il Teutonico. Costui reformò tutte le chiose prima fatte ed aggiungendo le sue, fece al Decreto, ciò che Accursio fece alle Pandette[187]. Sursero da poi infiniti altri Glossatori, Bernardo Bottone, Goffredo, Egidio da Bologna ed altri; fra' quali s'estolse Bartolomeo da Brescia discepolo di Vincenzo Castiglione, il quale intorno l'anno 1256 aggiunse le sue chiose a quelle di Giovanni Teutonico, le corresse, le riformò ed in gran parte le mutò. Quando Gregorio XIII ordinò l'emendazione del decreto di Graziano, i romani Espurgatori ebbero molto che fare, non solo in pulendo il corpo del decreto, ma anche per espurgarlo dagli infiniti spropositi ed assurdi, che questi Canonisti Glossatori v'aveano aggiunti; tanto che surse quel proverbio: Magnus Canonista, magnus Asinista[188].

Si credette a questi tempi, che il Decreto di Graziano bastasse per innalzare l'autorità pontificia al sommo dove potesse ascendere; ma in decorso di tempo, mutate le cose, questa compilazione non fu riputata sufficiente; onde al Decreto successe il Decretale, che poi anche non ha soddisfatto: ma secondo, che di tempo in tempo li Pontefici si sono andati avanzando in autorità, si sono formate nuove regole, onde ad emulazione del Corpo delle leggi civili, perchè si vedesse come, ed in qual maniera dentro un Imperio potesse fondarsene un altro, alle Pandette opposero il Decreto: al Codice, il Decretale: alle Novelle, il Sesto, le Clementine, e le Estravaganti; e perchè niente mancasse, Paolo IV comandò a Gio. Paolo Lancellotto che ad imitazione delle Istituzioni di Giustiniano compilasse anche le Istituzioni Canoniche, come fu fatto.

§. II. Elezione di Vescovi ed Abati.

Ebbe in questo secolo grande incremento la potestà de' Pontefici romani intorno alla creazione de' Vescovi ed Abati; ed ancorchè al Clero ed a' Monaci si lasciasse l'elezione, nè apertamente s'impedisse a' Principi il loro diritto che v'aveano per gli assensi; nulladimanco essendosi i Pontefici resi Giudici della validità d'ogni elezione, inventò la Corte romana altri modi, co' quali spesse volte la collazione de' Vescovadi e Badie si tirassero a Roma. Furono stabilite perciò molte condizioni da dover'essere necessariamente osservate prima di venirsi all'elezione; altre nella celebrazione di essa; ed infinite qualità erano ricercate nella persona dell'eletto; aggiungendo che quando alcuna di quelle non fosse osservata; gli elettori fossero privati allora della potestà d'eleggere, la quale si devolvesse a Roma. Accadeva perciò e per diversi altri rispetti e cagioni, che sovente nascevano difficoltà sopra la validità dell'elezione; il perchè una delle parti appellava a Roma, dove per lo più si dava il torto ad ambedue; ed era l'elezione invalidata e tirata la collazione del Vescovado o Badia per quella volta a Roma.

Quando ancora si sapeva in Roma vacare qualche buon Vescovado o Badia, era spedita subito una Precettoria, ordinandosi in quella, che non si procedesse all'elezione senza saputa del Papa; e con onesto colore di aiutare o prevenire i disordini, che potessero occorrere, si mandava persona che assistesse e presedesse all'elezione, per opera della quale con diverse vie e maneggi, si faceva cader l'elezione in colui che dovea essere di maggior beneficio di Roma. Per queste cagioni poche elezioni di Vescovadi e Badie erano celebrate, che per alcuni di questi rispetti non fossero esaminate in Roma; onde i Pontefici romani quasi in tutte s'intromettevano, coprendosi ciò con onesto titolo di devoluzione per servizio pubblico: perchè gli elettori ordinari mancavano di quello, ch'era debito loro. Questi modi usati variamente secondo l'esigenza de' casi, non furono a questi tempi stabiliti in maniera, che avessero forza di legge, ma più tosto di consuetudini o di ragionevolezza; insino che Gregorio IX ridotti in un corpo tutti li rescritti, che servivano alla grandezza romana, ed esteso ad uso comune quello, che per un luogo particolare e forse in quel solo caso speziale era statuito, cacciò fuori il suo Decretale, che principiò di fondare e stabilire la Monarchia romana.

Questa medesima soprantendenza si pretese da' Pontefici romani esercitare nelle nostre Chiese e monasteri, e metter mano a quella parte che nell'elezioni s'apparteneva a' nostri Principi, e si tentò escludergli anche dall'assenso ricercato in quelle. Ma il Re Guglielmo I nella pace fatta con Papa Adriano, volle ciò pattuire con Capitolazione particolare, in vigor della quale, siccome altrove fu narrato, fu l'assenso del Re stabilito per necessario in tutte l'elezioni delle nostre Chiese, in guisa, che se l'eletto non fosse piaciuto al Re, o perchè fosse persona a lui odiosa e che per qualunque altra cagione non volesse assentire, non potesse quegli intronizzarsi e consecrarsi[189].

Ma non mancarono in Roma di dire, che quelle Capitolazioni accordate da Guglielmo con Adriano, fossero state estorte per violenza e colle armi alle mani; tanto che quando lor veniva in acconcio, abusandosi della bontà o debolezza di qualche Principe, sotto onesto colore di prevenire i disordini o che i nostri Re s'abusassero di questa facoltà, si facevano i Papi ben sentire, pretendendo di più, che riconoscendo tal prerogativa per beneficio e privilegio lor conceduto dalla Sede Appostolica, avvertissero a ben servirsene perchè altrimente sarebbe stata lor tolta. E nel Regno di Guglielmo il Buono, essendosi questo Principe valso di questa ragione nell'elezione del Vescovo d'Agrigento, pure incolparono quell'innocente Principe d'eccesso; ed oggi giorno si legge una epistola tra quelle di Pietro di Blois[190], dirizzata al Cappellano regio di Sicilia, dove dolendosi che nella Chiesa d'Agrigento, il Re, dissentendo il Capitolo, vi avea posto per Vescovo il fratello del Conte di Loritello, l'inculca, che per l'ufficio suo ammonisca il Re a non darlo a persona indegna.

Ma caduto il Regno di Sicilia in mano di femmina sotto la Reina Costanza, allora parve ad Innocenzio III tempo opportuno di alterare i patti accordati da Papa Adriano con Guglielmo I. Egli si dichiarò in prima, che non avrebbe conceduta l'investitura del Regno, se non si moderassero que' Capitoli, ed in effetto bisognò a Costanza di contentarlo, e nell'investitura che diede a lei ed al suo piccolo figliuolo Federico, ancorchè serbasse loro l'assenso, nulladimanco quasi lor impose necessità di darlo, sempre che ne fossero ricercati, e l'elezione si fosse canonicamente fatta[191].

Ma ciò non bastando ad Innocenzio, volle egli regolare e dar norma all'elezioni che dovean farsi in questi Regni, prescrivendo per un suo particolar Breve spedito a' 19 novembre dell'anno 1198 e drizzato a Costanza il modo da tenersi, il qual era che nella sede vacante il Capitolo denunzierà al Re la morte del Prelato, e congregatosi insieme procederà all'elezione di persona idonea, la quale eletta, la denunzieranno al Re, e ricercheranno da lui l'assenso; e prima che il Re non sarà ricercato dell'assenso, non s'intronizzi l'eletto, nè si canti la solennità delle laudi; nè avanti che dal Papa sarà confermato ardisca d'intromettersi nell'amministrazione[192]. Consimile Breve inviò poi a tutti gli Arcivescovi, Vescovi, Prelati e Cleri delle Chiese del Regno, perchè stassero informati di quanto egli avea stabilito sopra l'elezioni con Costanza, il qual Breve si legge pure fra le epistole d'Innocenzio[193].

Morta Costanza nell'anno 1199 lasciando Federico suo figliuolo infante, ed il Regno sotto il Baliato di Innocenzio stesso, unendosi nella sua persona ambo le potestà papale e regia, dal suo cenno pendevano tutte l'elezioni; ma non per ciò nel tempo del suo Baliato fu pregiudicato all'assenso, perchè Innocenzio lo dava in tutte l'elezioni, spiegandosi che lo faceva vice regia, cioè come Balio, ch'era del fanciullo Re Federico, siccome si vede chiaro dalle sue epistole dirizzate al Capitolo e Canonici di Capua per l'elezione del lor Vescovo: al Capitolo di Reggio: al Capitolo di Penne e ad altri[194]. E finchè Federico stette sotto il suo Baliato e quando ancor giovanetto cominciò egli ad amministrare e che fu in pace con Innocenzio, si continuò il medesimo istituto; anzi presso Rainaldo[195] si legge un suo diploma dirizzato ad Innocenzio, ed istromentato a Messina nell'anno 1211 ove prescrive il modo dell'elezioni nell'istessa guisa appunto, che Innocenzio avea prescritto a Costanza. Oltre Rainaldo, è rapportato il Diploma suddetto anche da Lunig[196].

Ma adulto Federico e reso più accorto di quello, che avrebbero voluto i Pontefici romani, cominciò a conoscere l'alterazioni fatte da Innocenzio a' Concordati stabiliti tra Papa Adriano con Guglielmo I, e principiò a dolersi del torto fatto alle sue preminenze, e che Innocenzio trattando con una donna, come fu Costanza e nel tempo del suo Baliato, con un fanciullo, avea proccurato l'assenso ricercato di necessità in tutte l'elezioni, di ridurlo ad una cerimonia e che bastava che sol si ricercasse, perchè si dovesse dare, pretendendo di dover'egli conoscere le cause, che si allegavano di non assentire.

Gli eccessi così d'Innocenzio e molto più de' suoi successori in far valere queste loro pretensioni, come di Federico in pretendere il contrario, di poter negare l'assenso quando gli piaceva, ed a suo arbitrio rifiutar l'elezioni fatte, furono una delle cagioni, non meno de' contrasti ed acerbe contese che insorsero poi tra questo Principe e Gregorio, Onorio, Celestino e sopra tutti Innocenzio IV, successori d'Innocenzio, che di gravi disordini nelle nostre Chiese; poichè Federico abusandosi sovente di questa prerogativa, rifiutando l'elezioni fatte, non si rimaneva fin che finalmente non quelle cadessero sopra le persone da lui promosse. I Pontefici dall'altro canto declamavano contro tali abusi e con molta acerbità biasimavano Federico, che a modo suo voleva disporre delle Prelature del Regno, quando l'elezioni doveano esser libere e non forzate; ed alcuni resistendo apertamente a' desiderj del Re, s'opponevano con vigore e quindi accadeva, che le nostre Chiese venivano lungamente a vacare: altri Papi più arrischiati s'avanzavano, ad onta dell'Imperadore, d'annullare l'elezioni fatte a suo modo, ed a provedere essi, indipendentemente da lui le Chiese. Nel Ponteficato d'Innocenzio III, vacando la Chiesa di Policastro, Federico rifiutò tutte l'elezioni prima fatte, affinchè quella cadesse in persona di Giacomo suo Medico, siccome dagli elettori già stanchi ed importunati ottenne. Ma avutosi ricorso a Papa Innocenzio, questi dichiarò invalida l'elezione fatta in persona di Giacomo, e fece restar ferma la prima sortita in persona d'altri, scrivendo perciò sue lettere al Vescovo di Capaccio ed all'Abate della Cava, che così eseguissero[197]. Papa Gregorio IX per queste istesse cagioni con molta acrimonia riprendeva l'Imperadore, e declamava con incessanti querele contro il medesimo[198]. Ma con Onorio III le discordie sopra ciò maggiormente s'inasprirono; poichè vacando molte Chiese di queste province, che lungo tempo erano per tali contrasti rimase vedove, Federico volle in tutte le maniere provederle di Pastori; se ne offese il Papa e gli scrisse riprendendolo con molta acerbità ed acrimonia; ma l'Imperadore con pari vigore e fortezza disprezzò sue lettere[199]; onde Onorio, senza tener conto di lui e del suo assenso provide egli le sedi vacanti: a Capua e Salerno, vi mandò per Arcivescovi, i Vescovi di Patti e di Famagosta: a Brindisi, l'Abate di S. Vincenzo a Vulturno: a Consa, il Priore di S. Maria della Nova di Roma: e ad Aversa, l'Arcidiacono d'Amalfi[200]. Federico rifiutò costantemente i nuovi Prelati, non permise, che senza il suo assenso fossero intronizzati, e gl'impedì il possesso delle sedi loro assignate.

Quindi gli animi maggiormente s'inasprirono e proruppero poi in tanti eccessi e disordini, ed in così strani avvenimenti, che saranno ben ampio soggetto de' seguenti libri di quest'Istoria.

FINE DEL LIBRO DECIMOQUARTO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI