LIBRO DECIMOQUINTO

I Svevi, Popoli della Germania, che abitarono quella parte di qua del Reno tra la Franconia e la Baviera e la Valle dell'Eno, e da' quali il Ducato di Svevia prese il nome, non vennero a noi a guisa di assalitori, come i Longobardi, o come peregrini, ed a truppe a truppe, come i Normanni; i quali non altro diritto ebbero di conquistarci, se non quello, che lor somministrava la spada, e la ragion della guerra; ma vi comparvero sotto il lor Duca Errico Imperadore, il quale avendo presa in moglie Costanza, ultima del sangue legittimo de' Normanni, portò per successione questi Regni al suo figliuolo Federico. Trae la sua origine questo invitto Eroe da Federico Stauffem di famiglia nobilissima tra' Svevi, e Cavaliero valorosissimo, al quale per la sua nobiltà e valore, non disdegnò l'Imperador Errico IV dare la sua figliuola Agnesa per moglie, e con lei il Ducato di Svevia per dote[201]. È fama che la Svevia ne' tempi antichi fosse Regno, ma che da poi fosse stata ridotta in Ducato; ed a' nostri dì pur perdè questo titolo, poichè ora in Alemagna niun Principe s'adorna del titolo di Svevia; perchè parte è aggiunta alla Casa d'Austria per eredità, e parte ne occupa il Duca di Wirtemberg; e le città che vi sono, molte sono libere ed imperiali, e molte al Duca di Baviera sottoposte. Giunge ella a' gioghi dell'Alpi, ed in parte è recinta da' Boarj, Franconj ed Alsatensi. Da Federico con Agnesa nacque Corrado II Imperadore, da cui nacque Federico I detto Barbarossa, e da costui Errico, il quale, avendosi sposata Costanza figliuola del Re Ruggiero, diede al Mondo Federico II che per retaggio materno, Re di Sicilia e di Puglia divenne. Per questa cagione, fra tutte le Nazioni, vantano i Svevi il più legittimo e giusto titolo sopra questi Reami; ed a ragione si dolsero, che per la potenza e disfavore de' romani Pontefici fossero stati a lor tolti, e trasferiti a' Franzesi della Casa d'Angiò.

Il Pontefice Innocenzio III calcando le medesime pedate de' suoi predecessori, avea per la sua eccellente condotta fatti progressi maravigliosi sopra questi Reami; ed oltre al diritto dell'investiture, pretendeva esser riconosciuto come diretto Signore di quelli, non altramente che gli altri Principi fanno sopra i Feudi de' loro Baroni e Vassalli; ed in conseguenza di ciò esercitare in quelli le più supreme regalie. Egli apertamente nelle sue epistole dichiarò, che la proprietà di questi Reami s'apparteneva alla Sede Appostolica, e perciò, mettendo da parte il testamento di Costanza credette, che independentemente da quello a lui si dovesse il Baliato del picciolo Re, e de' suoi Regni. Ma nel principio, a cagion di Marcovaldo e de' Siciliani, tenne celati questi pensieri, e simulò prenderne la cura come Balio in vigor del testamento di Costanza; per la qual cagione saputa la morte dell'Imperadrice, ed il suo testamento, accettò con allegria la tutela, ed immantenente si pose ad esercitarla, scrivendo all'Arcivescovo di Palermo, ed a quelli di Reggio e di Monreale, ed al Vescovo di Troja famigliari del Re, che egli non tanto colle parole, quanto co' fatti, avea accettato il Baliato a lui lasciato dall'Imperadrice Costanza[202]. Ma i fatti furono tali, che dopo la morte di Costanza si conobbe, che non tam tutelae nomine, come dice il Nauclero[203], quam sui juris tuendi causa, Siciliam et Apuliam administrabat.

Mandò per tanto Innocenzio per suo Legato in Sicilia Gregorio da Galgano Cardinal di S. Maria in Portico, acciocchè con Riccardo della Pagliata Vescovo di Troja, e Gran Cancelliero di quel Regno, con Caro Arcivescovo di Monreale, e con gli Arcivescovi di Capua e di Palermo, che dall'Imperadrice erano stati lasciati per famigliari del picciolo Re, avesse preso il Governo dell'isola; ed il Cardinale colà giunto prese da' famigliari suddetti il giuramento di fedeltà in nome d'Innocenzio. Ma ciò non molto piacendo al Gran Cancelliero Riccardo, ed agli altri del suo partito, i quali non volevano colà superiore alcuno, vennero tantosto a scoverta nemicizia col Legato, e trattando i proprj comodi, non l'utile del Re, furon cagione, che di là a poco il Cardinal Gregorio facesse ritorno in Roma, avendo prima inviato ordine per tutta la Sicilia e la Puglia, che ciascun riconoscesse il Pontefice per suo Governadore, e Balio del Re fanciullo.

Dall'altra parte Marcovaldo, che, come si disse, era stato da Costanza con tutti i suoi Tedeschi scacciato dal Reame, intesa la di lei morte, ragunò prestamente un numeroso esercito di suoi amici e partigiani, ed altri ch'egli assoldò; ed ajutato da alcuni Baroni regnicoli, e da Guglielmo Capparone, Federico, e Diopoldo Alemano, e da altri Tedeschi, a cui avea donato Errico Stati e Baronaggi in Puglia ed in Sicilia, entrò ostilmente nel Reame, ed in prima assalì il Contado di Molise (ove molte Rocche ancor per lui si guardavano) e senz'alcun contrasto se 'l pose sotto il suo dominio. Inviò poi a richiedere a Roffredo Abate di Monte Cassino, che si fosse con lui congiunto, riconoscendolo per Balio di Federico, secondo ch'era stato, com'egli diceva, lasciato dall'Imperador Errico; ma l'Abate scorgendo l'intendimento di Marcovaldo essere non di custodire, ma di rapire l'eredità del fanciullo, ributtò i suoi messi, nè volle far nulla di quel ch'egli chiese, iscusandosi, che avea già prestata ubbidienza al Pontefice ed accettatolo per Balio del Regno: il perchè sdegnato gli mosse aspra guerra, ed entrato ostilmente nelle terre della Badia in quest'anno 1199, prese in un subito e bruciò molti luoghi della medesima, ed indi venne a campeggiar S. Germano, alla cui difesa era accorso già l'Abate Roffredo[204]. Avea intanto Innocenzio inviato in Terra di Lavoro Giovanni Galloccia romano Cardinal di S. Stefano in Montecelio, e Gerardo Allucingolo da Lucca Cardinal di S. Adriano con seicento soldati condotti da Landone da Montelongo Governador di Campagna di Roma, i quali avuta contezza, che Marcovaldo dovea assalir S. Germano, raccolsero altro buon numero di soldati da Capua, e dalle circonvicine castella per opporsegli; siccome uniti coll'Abate Roffredo, alla difesa di quella Terra furon tutti rivolti. Ma venuto non guari da poi Diopoldo con buon numero di Tedeschi in ajuto di Marcovaldo occupando il monte, che sovrasta alla città, obbligò i difensori ad abbandonar la difesa, ed a ritirarsi dentro il monastero di Monte Cassino; per la qual cosa Marcovaldo entrato nell'abbandonata città, incrudelì fieramente cogli abitatori, e bruciando la terra, e con varj tormenti barbaramente affliggendo gli uomini e le donne, scorse poi per gli altri luoghi di S. Benedetto, e quegli aspramente danneggiati, cinse d'assedio l'istesso monastero di Monte Cassino, ed il vallo, ove s'era fortificato Landone con gli abitatori, tentando a forza di prendergli con assalir le mura e lo trincee; ma invano, perchè fu più volte dall'uno, e dall'altro luogo con molto suo danno valorosamente ributtato da' difensori.

Narra nella sua Cronaca Riccardo da S. Germano[205] autor di veduta, che cangiatosi nel dì di S. Mauro l'aere di chiarissimo ch'era, in torbido e tempestoso, venne in un subito così gran tempesta di pioggia mista di gragnuola e folgori e tuoni spaventevoli, accompagnata da impetuoso vento, che inondando sopra i Tedeschi attendati fra quelle rupi alpestri del monte, e gittando a terra, e rompendo i lor padiglioni, gli costrinse a torsi via frettolosamente dall'assedio; ma Marcovaldo niente perciò deponendo del suo furore, nel discender giù del monte bruciò il Castel di Plumbarola e di S. Elia, e ritornando a S. Germano, vi fè abbatter le mura, le porte, e' migliori casamenti, ch'erano rimasi in piedi, con usar strage grandissima in tutti que' contorni, permettendo a' Tedeschi il sacco anche nelle chiese senza niuna riverenza, e timor di Dio e de' Santi, a cui eran dedicate.

Queste calamità afflissero sì fattamente il Pontefice Innocenzio, che per darvi alcun rimedio, scomunicò prima solennemente Marcovaldo con tutti i suoi seguaci[206], e scrisse poi agli Arcivescovi di Reggio, Capua, Montereale e Troja, che ragunassero esercito bastante per opporsi a Marcovaldo, ed impedire i mali, che commetteva, descrivendogli in queste sue lettere minutamente. E lo stesso scrisse al Clero, Baroni, Giudici, Cavalieri, ed al Popolo di Capua, dicendo loro di più, che avea inviati suoi Legati con molta moneta a Pietro Conte di Celano, del lignaggio dei Conti di Marsi, a Riccardo Conte di Teano, e ad altri Baroni regnicoli, ch'assembrasser soldati per tal cagione; e che se d'uopo ne fosse stato, avrebbe bandita la Crociata contro di lui, acciocchè tutti coloro, che gli prendean l'armi contro, avessero il general perdono de' lor peccati, come se gissero oltre mare a guerreggiare con Turchi; e lo stesso scrisse a' Vescovi, Abati e Priori di Calabria; ordinando ancora, che ciascheduna domenica ed altri giorni festivi, si maledicessero pubblicamente Marcovaldo, e i suoi seguaci e parimente a' Vescovi, e ad altri Prelati di Sicilia, ed a tutti gli altri Baroni, Conti e Popoli d'amendue i Reami.

Ma non finivano per questo i soldati di Marcovaldo di far continui danni a' luoghi di Monte Cassino, e di porre a saccomanno le chiese, e rubare gli ornamenti degli altari: il perchè l'Abate Roffredo, non parendogli dover più soffrire tante calamità, avendogli offerto una buona somma di moneta, alla fine concordossi con lui, il quale ricevuto denaro uscì dalle sue Terre senza dargli più noja, e n'andò a guerreggiare altrove.

Nell'istesso tempo Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi, veggendo di non poter in altra guisa difendere il suo Stato, si concordò co' Tedeschi, non ostante quello, che gli avea in contrario di ciò scritto Innocenzio, dando per moglie una sua figliuola al fratello del Conte Diopoldo nomato Sigisfredo, a cui avea commesso Marcovaldo la guardia di Pontecorvo, S. Angelo e Castelnuovo, luoghi importanti a' confini del Reame. Ma non guari passò, che Diopoldo, mentre discorrea per lo Reame procacciando di accrescer partigiani a Marcovaldo con minor cura della sua persona, che conveniva, fu fatto prigione da Guglielmo S. Severino Conte di Caserta, il quale, così avendogliene scritto Innocenzio, non volle mentre visse, rimetterlo mai in libertà. Nondimeno venuto egli tra poco a morte, il di lui figliuolo nomato anch'esso Guglielmo, concordatosi co' suoi il trasse di prigione prendendo una sua figliuola per moglie: la qual cosa recò gravissimo danno agli affari del Regno per le malvagità, che poscia Diopoldo per lungo tempo commise.

Avea intanto Marcovaldo (secondo che si legge in una Cronaca d'incerto Autore, che si conserva nella libreria del Duomo della città di Fois in Francia, ridotta in istampa, ed unita col registro dell'Epistole d'Innocenzio) tentato di concordarsi col Papa per opera di Corrado Arcivescovo di Magonza, il quale nel ritorno di Terra Santa era capitato in Puglia, promettendo, pur che non l'avesse molestato nella conquista, ch'egli intendeva fare del Regno, ventimila once d'oro, col dovuto giuramento di fedeltà solito a farsi da' Re di Sicilia a' romani Pontefici, significandogli ancora, che non dovea essergli d'impedimento a far ciò l'aver preso sotto la sua protezione Federico; perciocchè gli avrebbe fatto veramente toccar con mani, che quel fanciullo era stato supposto, nè era altramente nato di Costanza e di Errico.

Ma l'accorto Pontefice conoscendo l'ingordigia di regnare, e la malvagità di Marcovaldo, non diede fede alcuna alle sue menzogne; il perchè Marcovaldo senza far più menzione di tal fatto, tentò con altri mezzi pacificarsi con Innocenzio, e d'esser assoluto dalla scomunica. Il Pontefice gl'inviò Ottaviano Cardinal d'Ostia, Guidone di Papa Romano Cardinal di S. Maria in Trastevere, ed Ugolino de' Conti suo Nipote Cardinal di S. Eustachio; acciocchè comandandogli prima in suo nome di ubbidire a tutto quel ch'egli avesse ordinato intorno a' capi, per i quali era stato scomunicato, e fattogli di ciò prestare il dovuto giuramento, l'avesse poscia assoluto dalle censure, ricevendolo in grazia di S. Chiesa; ma quel Tedesco, che avea altro in pensiero, tentò in varie guise di distorre con prieghi e con minaccie i Cardinali di ordinargli tal cosa, adoperandovi per mezzo Lione di Montelongo consobrino del Cardinal d'Ostia, ma invano; perciocchè il Cardinal Ugolino, pubblicamente gli comandò in nome del Pontefice, ch'egli più non molestasse i Regnicoli, nè tentasse intrigarsi nel lor governo, come Balio di Federico: che restituisse tutti i luoghi occupati in Puglia ed in Sicilia, e ricompensasse i danni avvenuti per opra di lui alla Chiesa romana ed all'Abate di Monte Cassino; e che più non travagliasse i Prelati, e l'altre persone ecclesiastiche. Alle quali cose rispose, che non potea far per allora sì fatto giuramento, ma che avrebbe di presenza nelle mani del Pontefice in Roma giurato di osservare il tutto; ed accomiatati onorevolmente i Cardinali, ritornò alle cattività primiere, procacciando per suoi Messi dare a divedere a' Regnicoli, ch'era convenuto col Pontefice, e ch'egli l'avea confermato per Balio del Regno.

Ma pervenuta ad Innocenzio tal novella, chiarì tosto per sue particolari lettere esser ciò bugia, e ritrovamenti di Marcovaldo; laonde veggendo essergli chiusa in Puglia ogni strada di recare il suo proponimento ad effetto, conchiuse di passare in Sicilia, ove giudicava poter più agevolmente, e con minor contrasto adoperare le sue malvagità. Ma prima di ciò fare, assediò Avellino, la qual città non potendo egli prender così presto per la valorosa difesa de' cittadini, pago della molta moneta, che gli diedero per uscir di tal molestia, si tolse via dall'assedio. Prese poscia a forza Vallata, e la diede a sacco a' soldati, e procedendo a far danni maggiori gli venne incontro Pietro Conte di Celano con buon numero di soldati da lui raccolto nel Contado di Marsi, co' quali non volendo Marcovaldo venire a battaglia, tornò nel Contado di Molise, ove per non poter difendere la città d'Isernia, che allora avea in suo potere, tolse tutti i lor beni a' cittadini, e passato sopra Teano per esercitar le sue forze contro quella città, ne fu ributtato. Alla fine per mantener in fede i suoi partigiani in Terra di Lavoro, ed in altri luoghi di Puglia, lasciato Diopoldo, Ottone e Sigisfredo suoi fratelli, Corrado di Marlei Signore di Sorella, Ottone di Laviano, e Federico di Malento, con buona mano di soldati tedeschi, passò a Salerno, che seguiva la sua parte, e quivi imbarcatosi su l'armata apprestata per tal effetto, navigò felicemente in Sicilia.

Significata intanto a' Governadori del Regno di Sicilia la navigazion di Marcovaldo, per reiterati Messi, chiesero soccorso di soldati al Pontefice, e persona di stima per potersegli opporre, il quale spedì a quella volta Cintio Cincio romano Cardinal di S. Lorenzo in Lucina, e Giacopo Consiliario suo consobrino e Maresciallo con 400 cavalli assoldati a sue spese, e con essi Anselmo Arcivescovo di Napoli, ed Angelo Arcivescovo di Taranto, uomini di molto avvedimento, acciocchè si valessero del lor consiglio. Costoro passati in Calabria ne scacciarono Federico tedesco, che quella provincia aspramente travagliava, e poi valicato il Faro ne girono a Messina città fedelissima a Federico, e che in que' tumulti di Marcovaldo seguitò sempre costantemente il suo nome.

CAPITOLO I. Spedizione di Gualtieri Conte di Brena sopra il Reame di Sicilia per le pretensioni di sua moglie Albinia.

Ma non perchè Marcovaldo sgombrasse di questo nostro Reame, fu questo libero da altre calamità: surse nuovo pretendente, che con forze di genti straniere tentò parimente d'acquistarlo. Fu questi Gualtieri Conte di Brenna franzese, le cui pretensioni avean questo fondamento. La Regina Sibilia, che come si disse, per opra del Pontefice Innocenzio fu da Filippo di Svevia liberata dalla prigionia d'Alemagna, era passata con Albinia e Mandonia sue figliuole in Francia; ed ivi avea maritata Albinia sua primogenita con Gualtieri nato di chiaro e nobilissimo sangue, e di alto valore ed avvedimento. Questi verso la fine di quest'anno 1199 con la moglie già gravida e con la suocera se ne venne in Roma a piè d'Innocenzio, chiedendogli, che gli facesse ragione di quel che apparteneva ad Albinia nel Reame. Esagerò, esser noto a ciascuno, che l'Imperador Errico avea dato a Guglielmo, in vece della Corona di Sicilia e di Puglia, che rinunciato gli avea, il Contado di Lecce, ed il Principato di Taranto, i quali poscia glie li avea tolti senza cagione alcuna. Pose tal richiesta in gran dubbio e pensiere il Pontefice, il quale giudicò esser di gran pericolo il far entrare nel Reame il Conte, temendo, non l'ingiurie fatte alla suocera ed al cognato del morto Imperadore, volesse allora che agio glie ne dava la tenera età di Federico, nel figliuolo vindicare con porre sossopra il Regno; ed all'incontro parevagli, che se del tutto avesse chiusi gli orecchi alla dimanda, sdegnato il Conte, si sarebbe agevolmente congiunto co' nemici del Re, e gli avrebbe mossa aspra e crudel guerra: il perchè giudicò convenevole di fargli dare il Contado di Lecce e 'l Principato di Taranto, ricevendo in prima da lui in pubblico Concistoro giuramento di non molestare in altra cosa il Reame, nè dar noia alcuna a Federico; ma prima che tal cosa ponesse ad effetto, volle significarlo a' Governadori di Sicilia, che reggevano la tenera età del Re, e loro scrisse perciò quella lettera, che si legge nel registro delle sue epistole, ed è quella appunto, che comincia: Nuper dilectus filius noster nobilis vir, etc.

Ma pervenuta cotal lettera alle mani di Gualtieri Arcivescovo di Palermo gli apportò gravissima noia, temendo del Conte più esso, che il Re Federico; perciocch'essendo stato egli con tutti i suoi congiunti aspro nemico di Tancredi e gran partigiano d'Errico nella conquista del Regno, giudicava, che se il Conte fosse entrato in esso, avrebbe procacciato aspramente contro di lui vendicarsi dell'antica offesa; perlaqualcosa biasimando apertamente il Pontefice, che da Balio e Tutore del Regno qual era, attentava di disponere de' Contadi e Principati di quello, come se ne fosse egli il Signore, a suo talento ed arbitrio, con gravissimo danno e diminuzione della Corona, avendo convocato il Popolo di Messina, cominciò con ogni suo potere a contraddire a tal fatto, biasimando Innocenzio, e concitando i Siciliani ad opporsi con tutte le lor forze a quest'attentati. La qual cosa risaputa dal Conte, e veggendo non poter far nulla col solo favore del Pontefice, ma esser mestieri di adoperar le armi, lasciata la suocera e la moglie in Roma, ritornò in Francia a raccor soldati per assalire il Reame.

Intanto Marcovaldo, che passato in Sicilia avea tirati prestamente dalla sua parte i Saraceni dell'isola, avea occupato col loro aiuto molte città e castella della medesima, e giunto a Palermo, quello strettamente assediò per ventidue giorni continui, onde convenne al Cardinal Legato, ed all'Arcivescovo Gualtieri, che dimorava a Messina, co' soldati già ragunati affrettarsi al soccorso di quella città, ed ivi giunti si attendarono nel giardino costrutto con molta magnificenza dal Re Guglielmo I, con pensiero di venire nel seguente giorno a battaglia con Marcovaldo, il quale conosciuto il loro intendimento, avvisò di disfargli con tenergli a bada senza arrischiarsi a combattere; e conoscendo patire i soldati papali mancamento di moneta e di vettovaglia, inviò Ranieri Manente a trattar di pace con molte parole a ciò convenevoli. Ma i soldati avvedutisi del suo ingannevol pensiero concordemente ributtarono il Messo. Pure ciò non ostante i famigliari del Re davano orecchie alle dimande di lui, ed inchinavano a concordarsi seco; ma Bartolommeo famigliare del Pontefice uomo accorto e zelante dell'onor del suo Signore, volendo sturbare così dannoso accordo, fattosi in mezzo a quella adunanza, presentò lettere del Papa, per le quali espressamente vietava e proibiva il far convenzione, e pace alcuna con Marcovaldo.

Laonde Gualtieri, l'Arcivescovo di Messina, Caro Arcivescovo di Monreale e l'Arcivescovo di Ceffalù, che con Ranieri Manente stavan per conchiuder la pace, quando udirono il voler del Pontefice, videro che i soldati dell'esercito, ed il Popolo palermitano non volevan la pace in guisa alcuna, anzi stavan per far tumulto e rivoltura contro di loro, posto da parte ogni trattato d'accordo, diedero libertà di venir a battaglia co' Tedeschi. Azzuffati adunque fra Palermo e Monreale ch'era stato già preso da Marcovaldo, e di soldati munito, si combattè con incredibil ferocia dalla terza insino alla nona ora del giorno: ma alla fine con morirvene grosso numero d'ambedue le parti, vinsero i soldati del Pontefice per lo valor particolarmente di Giacomo Maresciallo, il quale con avere rimessa due volte in piedi la battaglia, e ributtati gli Alemani ed i Saraceni, che avean poste in volta le prime squadre del suo esercito, adoperandosi non meno da valoroso soldato, che da avveduto Capitano, fu principal cagione della vittoria. Perirono grosso numero di soldati e de' più stimati del suo esercito, e fra essi il sopraddetto Ranieri Manente: presero ancora i nemici alloggiamenti, e vi fecero ricca e copiosa preda, indi assalirono Monreale e l'espugnarono in un subito, uccidendo la maggior parte de' difensori; e Marcovaldo, perduto ogni suo avere, fuggì in guisa tale, che per alcun tempo non s'udì novella alcuna de' suoi. Allora fu, che fra gli arredi suoi, si trovò il testamento dall'Imperador Errico bollato con Bolla d'oro, parte del quale vien trascritto dal Baronio nei suoi Annali. Significò tutto questo avvenimento al Pontefice per una sua particolar lettera Anselmo Arcivescovo di Napoli, che dimorava come abbiam detto nell'esercito; e volendo i famigliari del palagio reale, la cui dignità era in fatti l'esser Governadori del Regno e della persona del Re, rimunerare il valor di Giacomo Maresciallo, gli concedettero in nome di Federico il Contado d'Andria, il qual poi fu lungamente da lui posseduto: così costoro come Governadori del Reame credeano esser della loro autorità il poter investire, siccome dall'altra parte non trascurò far Innocenzio, del quale come Balio si leggono ancora alcune investiture, come del Contado di Sora in persona di suo fratello e di alcun'altre, delle quali non ci mancherà occasione di favellare in più opportuno luogo.

Ma i soldati papali cominciavano tra per lo calore della state, e per gli disagi della guerra ad infermare e morire in gran numero, onde convenne al Conte Giacomo di colà partirsi e ritornare in Puglia. Dopo la qual cosa essendo morto l'Arcivescovo di Palermo, Gualtieri della Pagliara Cancellier di Sicilia e Vescovo di Troja si adoperò di maniera, che si fece da' Canonici di quella città crear Arcivescovo (non facendosi a questi tempi difficoltà d'unire due Cattedre in una medesima persona) ed ammettere dal Cardinal Legato con tale elezione, prendendone l'insegne ed il possesso prima di riceverne il pallio e la confermazion del Pontefice; dal quale fu per tal atto acerbamente ripreso il Legato[207], onde sdegnato perciò maggiormente Gualtieri scrisse, e parlò più liberamente contro di lui nell'affare di Gualtieri Conte di Brenna, secondo che appresso diremo.

Avea in questo mentre, essendo già entrato il nuovo anno di Cristo 1200, Diopoldo commesse infinite malvagità nel Reame; perciocchè quantunque collegatosi con l'Abate Roffredo gli avesse promesso in Venafro con giuramento sopra i Santi Vangeli di non molestar niuno degli abitatori delle terre della Badia: nondimeno una notte assalì improviso que' di S. Germano, e presa la Terra senz'alcun contrasto, la pose a sacco ed a ruina, e l'Abate Roffredo e Gregorio suo fratello, che colà dimoravano fuggirono in Atino, donde passati poscia nel Contado de' Marsi chiesero soccorso a Pietro Conte di Celano, che loro il negò; ma Sinibaldo e Rinaldo ch'eran del medesimo legnaggio de' Conti de' Marsi, che ora si dice di Sangro, loro inviarono tutto il vasellamento d'argento e danaro, che in pronto aveano; co' quali assoldò l'Abate alcuni soldati, e se n'entrò chetamente con essi di notte tempo in Monte Cassino. Del cui arrivo avuta contezza Diopoldo, temendo non avesse condotto maggior numero di persone, prestamente si partì via, lasciando affatto voto di Popolo S. Germano, nella qual città rientrato l'Abate, la fornì di nuove mura e di torri. E Diopoldo, non guari da poi che partì venne a battaglia presso Venafro col Conte di Celano, e 'l ruppe e fugò, facendo prigioniero Berardo suo figliuolo, che con gli altri prigionieri di S. Germano nella Rocca d'Arce rinchiuse.

Venuto poscia l'anno di Cristo 1201 Gualtieri Conte di Brenna, che era ito in Francia a raccor soldati, ritornò in Roma, conducendone seco picciol numero, ma di provato valore; co' quali volendo entrar nel Reame, fu da molti giudicato matto e arrogante, perchè con sì picciola compagnia volesse porsi a così grande impresa. Ed il Conte Diopoldo avuta contezza del suo venire, convocò numeroso esercito di Tedeschi e di altri suoi partigiani per farsegli all'incontro, e scacciarlo dal Regno. Il Pontefice temendo non mal capitasse Gualtieri, con accrescersi ardimento a' Tedeschi, diede al medesimo cinquecento oncie d'oro, perchè potesse ragunar più soldati[208], e parimente scrisse molte sue lettere dirette a' Conti, Baroni e Popoli del Reame, acciocchè il ricevessero nelle lor città e castella, e 'l favoreggiassero contro Diopoldo. Con tali aiuti il Conte menando seco Albinia sua moglie entrò valorosamente in Terra di Lavoro, e congiuntosi con l'Abate Roffredo, che con buon numero di gente venne in suo aiuto, assediò Teano, e prestamente il prese; ed indi per lo favor di Riccardo Arcivescovo di Capua, ch'era figliuol di Pietro Conte di Celano, ebbe anche il castello della città di Capua; presso del qual dimorando, gli venne all'incontro Diopoldo con numeroso esercito, e venuti a battaglia, divisando Diopoldo di porlo subito in rotta per esser assai più potente di lui, gli avvenne tutto il contrario; perciocchè combattendo Gualtieri ed i suoi soldati con insolita fortezza, urtarono sì fattamente ne' Tedeschi, che con farne grandissima strage gli posero in rotta ed in fuga, e saccheggiarono dopo la vittoria le lor ricche tende, insieme co' Capuani, che uscirono anch'essi a partecipar della preda. Unitosi poscia con Gualtieri il Conte di Celano, girono con l'Abate e con l'Arcivescovo Riccardo ad assediar Venafro, che subito presero ed abbruciarono; e fatti altri maggiori progressi, si vide Gualtieri in brevissimo tempo aver presa la maggior parte de' luoghi del Contado di Molise, e l'Abate Roffredo ricuperò anch'egli dalle mani di Diopoldo, Pontecorvo, Castelnuovo e Frattura, luoghi della sua Badia.

Intimoriti perciò i Tedeschi, si racchiusero nella lor Fortezza; onde entrato il nuovo anno 1202 girono il Conte Gualtieri, il Conte di Celano e l'Abate Roffredo, che insieme col Cardinal Galloccia facea l'uffizio di Legato in Puglia, a conquistar il Principato di Taranto e 'l Contado di Lecce; i quali Stati insieme con Brindisi ed altri luoghi di quel Principato tosto loro si resero, e lo stesso fecero di là a poco Lecce col suo castello, Melfi e Montepiloso: assediando Monopoli e Taranto, che non s'eran voluti rendere.

Ma questi progressi del Conte di Brenna, che faceva in Puglia, non eran ben appresi da' Siciliani, e particolarmente da Gualtieri della Pagliara Arcivescovo di Palermo, il quale s'avea usurpata tutta l'autorità del Governo in quell'isola, e facendosi partigiani gli altri familiari del Re, dava a' medesimi a suo piacere i Contadi, le Baronie, i Governi delle città e delle province, e gli altri Magistrati e dignità per afforzar meglio il suo partito. Disponeva altresì come meglio a lui parea de' tesori e delle rendite reali, non ostante l'ordine del Pontefice, che non voleva, che si facesse cosa veruna senza il voler di tutti, con riservare anche in alcuni più importanti affari il suo consentimento; e per poter egli più agevolmente recare ogni suo intendimento a effetto, fece venire in Sicilia suo fratello Gentile della Pagliara Conte di Manopello, alla grandezza del quale continuamente badava, avendo in pensiero, secondo che scrive la Cronaca di Fois, di farlo, tolto dal Mondo il fanciullo Federico, crear Re di Sicilia, e lo stesso, scrive, che rimproverò Marcovaldo, quando divenuti fra di loro aspri nemici s'infamarono l'un l'altro di cotal malvagità.

Fu Gentile tosto creato famigliar regio, il quale cominciò a trattar di concordia con Marcovaldo, ancorchè scomunicato, e nemico del Pontefice, come in effetto si fece, costituendolo sopra tutti i famigliari, e dividendosi i Governi del Reame, acciocchè l'uno regnasse in Sicilia e l'altro in Puglia. Strinsero l'amicizia col parentado, dando Marcovaldo al figliuolo del Conte Gentile una sua nipote; ed ordinò Gualtieri a tutti i Popoli soggetti in nome del Re fanciullo, che ciò ch'esso avea stabilito dovessero compiutamente ubbidire; ed egli lasciata sotto la cura di suo fratello in Palermo la persona di Federico, e 'l palagio reale, se ne passò in Calabria ed in Puglia, ove con incredibile rapacità tolse tutti i sacri vasi ed i preziosi arredi delle chiese, e taglieggiò i particolari uomini, ed i Comuni delle città e castella, logorando poi inutilmente la rapita moneta, come colui che di pari avido in raccorla, era prodigo in donarla e buttar via. Declamava ancora contro il Pontefice, che diceva, di Balio esser divenuto crudel nemico del Re e del Regno, per aver dato aiuto al Conte Gualtieri, che ostilmente travagliava la Puglia per torla al Re fanciullo, e che in vece di fargli ostacolo gli avea somministrata gente e denaro. E proccurando con tutti i suoi sforzi far lega e compagnia con diversi Baroni del Reame, s'accingeva di mover guerra a Gualtieri ed al Pontefice, per discacciar l'uno dalla Puglia, e l'altro perchè non avesse parte alcuna nel Governo di questi Reami.

Il Pontefice Innocenzio, a cui erano state significate le opere di costui, non tralasciò tosto provedervi di rimedio, poichè fattolo ammonire più volte, che si astenesse da tali imprese, nè volendolo ubbidire, finalmente lo scomunicò, privandolo dell'Arcivescovado di Palermo, del Vescovado di Troja e dell'Ufficio di Cancellier di Sicilia, e creò altri Prelati in suo luogo nelle Chiese, che tolte gli avea, ordinando a tutti i Siciliani e Regnicoli, che non ubbidissero sotto pena di scomunica in niuna guisa i suoi ordini. Percossero questi fulmini in maniera l'Arcivescovo, che perdendo in un subito ogni autorità presso i suoi sudditi, i quali, e perchè comunalmente l'odiavano, e per le censure lanciate non volendo più ubbidirlo, ne divenne in breve la favola di tutti. Il perchè vedendo ciò gli altri famigliari, ch'eran suoi partigiani, cominciarono a temere grandemente di lor medesimi: onde scrissero umilmente in nome del Re al Pontefice, pregandolo per Gualtieri, ed escusandosi essi; a cui Innocenzio rispose con quella lettera, che tolta, dalla Cronaca di sopra allegata, si legge nel registro delle sue epistole[209], la quale merita, che altri la leggano per favellar particolarmente dell'entrata nel Regno del Conte Gualtieri, la quale è stata assai confusamente scritta da coloro, che han trattato delle nostre memorie.

Intimidito per tanto Gualtieri, cercò di concordarsi col Pontefice, e venendo in Puglia a' piedi del Cardinal Legato giurò d'ubbidirgli in tutto quello, che gli avesse comandato; ma come il Legato gli ordinò, che non si fosse opposto al Conte di Brenna nell'acquisto del Principato di Taranto, e del Contado di Lecce, arditamente gli rispose, che se Pietro Appostolo inviato da Cristo fosse venuto a comandargli tal cosa, non gli avrebbe nè anche ubbidito ancorchè fosse stato certo d'avere ad esserne condannato alle pene infernali; e bestemmiando e maledicendo il Pontefice in presenza del Legato, tutto sdegnato da lui si partì, e se ne andò a congiungersi col Conte Diopoldo[210].

Era Diopoldo in questo mentre passato in Puglia insieme col Conte di Manieri suo fratello, e col Conte di Laviano, ed avea ragunato grosso esercito per discacciar il Conte Gualtieri da' luoghi, che vi avea occupati, animando tutti gli altri Baroni a quest'impresa contro Gualtieri, che come nemico del Re, veniva, com'ei diceva, per torgli il Regno. Ma venuto di nuovo con lui a battaglia nel sesto giorno d'ottobre nel famoso luogo di Canne, ove Annibale cartaginese diede la memorabil rotta a Flaminio e M. Varrone Consoli romani, con tutto che il Conte per essere stato colto improviso avesse assai minor numero di soldati, che Diopoldo, ciò non ostante, si portò co' suoi soldati sì valorosamente, che gli pose in rotta, con ucciderne, e far prigionieri la maggior parte, fra' quali furono Sigisfredo fratello del Conte Diopoldo, ed il Conte Ottone di Laviano, salvandosi a gran fatica Riccardo col Conte di Manieri nella città di Salpe, e Diopoldo nella Rocca di S. Agata[211].

Intanto il Conte Gentile, che dicemmo esser rimaso in Palermo alla cura di Federico, corrotto da molta moneta pose in poter di Marcovaldo non sol la città di Palermo, ma tutta l'isola di Sicilia, fuor che Messina; il quale avrebbe agevolmente fatto morire il Re, ed usurpatane la regal Corona, se non avesse temuto del Conte di Brenna, il quale per ragion di sua moglie, se moriva quel fanciullo, avrebbe preteso, che a lui per ragione perveniva il Reame. Soprastette adunque a ciò fare, attendendo tempo più opportuno per porre il suo cattivo intendimento ad effetto; procacciando intanto per mezzo di molta moneta, non ostante la repulsa, che un'altra volta ne avea avuta, di distorre Innocenzio dal favoreggiar Federico, e di far ritornar in Francia senza tentar altro il Conte Gualtieri. Ma ecco, che furono dissipati i suoi disegni da colei, che tutte l'umane speranze confonde ed abbatte; perciocchè non guari da poi, patendo egli di difficoltà d'orinare, cagionatagli da una pietra, che se gli era generata nelle reni, gli sopraggiunsero così acerbi dolori, che non potendogli soffrire si fece tagliar da basso per cavarnela, secondo che comunalmente si usa, ma non riuscito il taglio si morì subito scomunicato verso la fine di quest'anno 1202, terminando con la vita la sua vasta ambizione ed avidità di regnare. L'Autor delle gesta d'Innocenzio, lo fa pure morir di taglio; ma Riccardo di S. Germano[212] lo fa morire di dissenteria.

In Puglia il Conte Diopoldo non si rimanendo di usare le solite malvagità, venuto l'anno di Cristo 1203 fu per opra de' partigiani del Conte Gualtieri posto in prigione dallo stesso Castellano della Rocca di S. Agata, in cui s'era salvato; nulladimeno poco giovò a Gualtieri tal prigionia, poichè il Castellano medesimo, poco stante, corrotto da lui con premj e promesse il ripose di nuovo in libertà.

Intanto in Sicilia la morte di Marcovaldo cagionò nuove rivolture; poichè Guglielmo Capparone, anche egli Capitano tedesco, saputa la di lui morte, incontinente andò a Palermo, ed occupò il palagio reale colla persona del Re, e cominciò a intitolarsi Custode del Re, e Governadore di Sicilia: la qual cosa dispiacendo a' seguaci del morto Marcovaldo, negarono di ubbidirgli, e formarono un altro partito, con grave danno degli affari dell'isola.

Gualtieri della Pagliara, giudicando esser questo il tempo opportuno di rimettersi in istato, scrisse al Pontefice con chiedergli l'assoluzione della scomunica, perch'egli l'avrebbe ubbidito in tutto quel che gli avesse comandato, e che in queste rivolture avrebbe impiegato tutti i suoi talenti per servigio della S. Sede: Innocenzio non differì di accordargliela, onde passato in Sicilia, e ripreso l'Ufficio di Gran Cancelliero, che niuno gliel vietò, scrisse sue lettere ad Innocenzio, nelle quali mostrando di procacciar solo l'utile di Federico, chiedea che inviasse colà per lo ben di quel fanciullo un Cardinal Legato, che ponesse fine all'autorità di tanti Tiranni, e governasse egli solo il tutto[213]. Alla qual cosa acconsentendo il Pontefice vi inviò prestamente Gerardo Allucingolo da Lucca Cardinal di S. Adriano uomo di gran stima, e nipote del Pontefice, in mano di cui avendo giurato in Messina Guglielmo Capparone di riconoscer per Balio del Reame Innocenzio, e lui per suo Legato, e che l'avrebbe ubbidito in ciò che gli comandasse, fu assoluto dalla scomunica, nella quale come partigiano di Marcovaldo era insieme con lui incorso.

Andò poi il Legato a Palermo, ove poco prima era andato anche Guglielmo, e cominciando a trattare insieme i negozj del Regno, vennero tosto in aperte discordie, perchè Guglielmo deludendo il Legato, non faceva nulla di quanto questi gli dicea, onde il Legato stimando, che non era convenevole star in Palermo sprezzato in cotal guisa, significato il tutto al Pontefice, se ne ritornò a Messina.

Era in questo mentre il Cancellier Gualtieri andato in Puglia, e mandate sue lettere e messi al Pontefice con mezzi di persone potenti e grandi che vi adoperò, tentò ogni possibil modo di esser restituito all'Arcivescovado di Palermo, o almeno al Vescovado di Troja; ma Innocenzio fu sempre a ciò costante di non voler togliere l'Arcivescovado di Palermo a Parisio Vescovo di Messapa, nè quel di Troja ad un altro Prelato, a cui dati gli avea.

Dall'altra parte in Puglia Diopoldo teneva in terror quelle province, onde il Papa inviò in ajuto al Conte Gualtieri Giacomo Conte d'Andria suo Maresciallo, che lo creò ancora Maestro Giustiziero di Puglia, e di Terra di Lavoro; e nell'anno seguente 1204 collegatisi insieme i Conti Gualtieri di Brenna, il Conte Giacomo S. Severino di Tricarico, ed il Conte Ruggiero di Chieti, dopo altre minori imprese, posero l'assedio a Terracina di Salerno, del qual luogo a' nostri tempi non appare vestigio alcuno, e prestamente la presero[214]; ma sopraggiunto immantenente Diopoldo, con l'ajuto de' Salernitani suoi partigiani, e coll'esercito che seco menò, vi assediò dentro il Conte Gualtieri, e sì fattamente con varj assalti il travagliò, che restò ferito Gualtieri con un colpo di saetta in un occhio, in guisa tale che ne perdette la vista di esso: ma venuti in suo soccorso i sopraddetti Conti di Tricarico, e di Chieti, fu Diopoldo vergognosamente scacciato dall'assedio, e da tutto il territorio di Salerno, restando egli assediato in Sarno dal Conte Gualtieri.

Ma mentre essendo già entrato il nuovo anno 1205 il Conte di Brenna mal si guardava da' pericoli della guerra, esponendo men cautamente la sua persona, ed il suo esercito, avvenne che avvertito Diopoldo di tal trascuraggine e baldanza, uscì di buon mattino improvviso con suoi soldati sopra l'esercito nemico, nè trovando in esso quella vigilanza, che conveniva, l'assalì e ruppe in un subito[215], con ucciderne grosso numero, e fatto prigione il Conte in più parti ferito da lance e da saette, mentre ignudo con la spada in mano valorosamente si difendeva, il condusse dentro di Sarno, ove non guari da poi per le ricevute ferite, di questa vita trapassò; come narrano Riccardo da S. Germano, e l'Autore della Cronica di Fois, amendue Autori di que' tempi[216].

L'infelice Albinia vedutasi, morto suo marito, sola e rimasa di lui gravida, si maritò prestamente col soprannomato Giacomo Sanseverino Conte di Tricarico, il quale soprastette a congiungersi con lei sin che partorì un figliuolo maschio, che in memoria del padre fu nomato parimente Gualtieri, e fu poscia Conte di Lecce; dalla cui progenie derivò la Regina Maria d'Engenio, e Brenna moglie del Re Ladislao II che appresso diremo.

La morte di Gualtieri Conte di Brenna sollevò in maniera il partito di Diopoldo, e de' suoi Capitani tedeschi, e pose in tanta costernazione il Conte Pietro di Celano, ed i suoi partigiani, che finalmente fu duopo ad Innocenzio istesso di pacificarsi con Diopoldo, e co' suoi partigiani tedeschi, e commetter ad essi la custodia del Regno; per la qual cosa nel seguente anno 1206 ricevette in sua grazia Diopoldo co' suoi, ed avendolo fatto giurare in mano d'un Fra Rinieri (secondo che scrive l'Autor della Cronaca di Fois) e di Maestro Filippo Protonotario Appostolico, che convennero per tal affare in Terra di Lavoro, di ubbidir liberamente il Pontefice e i suoi Legati, come a Balio del Regno, fu dalle censure assoluto; e nella stessa maniera giurando Marcovaldo di Laviano e Corrado di Marlei Signori di Sorella con tutti i lor partigiani e vassalli, furono parimente questi ricevuti in grazia del Pontefice, siccome tutti i tedeschi, che dimoravano in Puglia ed in Sicilia. Andò poi Diopoldo in Roma a piè del Pontefice, e fu da lui onorevolmente accolto, e ragionato insieme degli affari del Regno, ritornò con sua licenza a Salerno, ed indi sopra alcuni vascelli, per ciò apprestati, navigò a Palermo[217].

Giunto Diopoldo a Palermo, narra Riccardo da S. Germano, fece sì, che si pose in mano la persona del Re, e la guardia del suo palagio reale: ma ciò non potendo tollerare Gualtieri della Pagliara G. Cancelliero, in un convito, che di notte tempo fece apparecchiare a questo fine, lo fece dalle sue genti imprigionare con un suo figliuolo: ma perchè nol guardavano com'era mestiere, di là a poco, dalla notte favorito, fuggì via, ed imbarcatosi in un vascello ritornò di nuovo in questo seguente anno 1207 in Salerno, e di là passò in Terra di Lavoro, ove combattendo co' Napoletani, fece di essi strage sanguinosissima[218].

§. I. Cuma distrutta, e la sua Chiesa unita a quella di Napoli.

Ma qui non bisogna tralasciare ciò che un antico Scrittor napoletano, e l'Autor dell'Ufficio di S. Giuliana, che scritto da antichissimi tempi in pergameno si conserva nel monastero di Donnaromita, narrano in quest'anno della destruzione di Cuma, e di alcuni combattimenti ch'ebbero i Napoletani co' Tedeschi, ed Aversani con successi particolari, taciuti all'intutto da gravissimi Scrittori, e contemporanei a' fatti che si narrano.

Essi raccontano[219], che in questi tempi essendo la città di Cuma quasi che disfatta, e perduto per la malvagità degli abitatori il nome di città, divenne ricetto di ladroni e di corsari, che per mare, e per terra infestavano i viandanti e le vicine regioni, oltre alle continue scorrerie de' Tedeschi, i quali sovente nella Rocca di quella città ricovrando, tutta Terra di Lavoro, e particolarmente i tenimenti di Napoli, e di Aversa in varie guise aspramente travagliavano: il perchè per ovviare a questi mali, convenuti a parlamento i Cavalieri e popolani di Napoli, conchiusero concordemente, che si dovessero porre diverse squadre di soldati in guardia de' passi, donde per lo più solevano i ladroni tedeschi venire: la qual deliberazione risaputasi da' circonvicini Conti e Baroni, furon da questi i Napoletani grandemente incorati a sì lodevole opera con offerta d'aiutargli con le loro persone e con ogni lor avere. Posto adunque sì buon pensiero ad effetto e distribuite in più luoghi le guardie, stavano attendendo, che i nemici venissero per assalirgli. Or mentre in tale stato eran le cose, Goffredo di Montefuscolo Capitano di sommo valore, ed aspro nemico de' Tedeschi, essendo già il mese di marzo ne andò una sera con alcuni suoi famigliari a Cuma, ove fu dal Vescovo d'Aversa, che allora nel castello albergava, cortesemente accolto. Pose la venuta di Goffredo così di notte tempo in gran sospetto gli Aversani, temendo non gli volesse il Vescovo tradire, ed avesse ricevuto colà entro Goffredo per farlo fortificare a lor danni, com'era altre volte avvenuto. Pure perchè di ciò non poteano aver alcuna certezza, inviarono a Cuma alcuni lor cittadini ad informarsene, e con ogni diligenza, e secretezza a porsi in guardia del castello, acciocchè Goffredo occupar nol potesse. Goffredo intanto veggendo la loro venuta cadde nella stessa sospizione, nella quale erano in prima gli Aversani caduti, dubitando non il Vescovo gli avesse chiamati per farlo prigione; il perchè prendendo anch'esso a guardarsi di loro, si fortificò insieme co' suoi compagni in un particolar casamento. Or mentre gli uni dagli altri, e temevano e si guardavano, sospettando Goffredo non per lo picciol numero de' suoi fosse alla fine sopraffatto dagli Aversani, inviò prestamente in Napoli a chieder soccorso, ed a pregar i Napoletani, che non indugiassero a liberarlo dal pericolo, ed a far del castello quel che fosse lor paruto il meglio. A tal novella messosi a cavallo il Conte Pietro di Lettere, parente di Goffredo, velocemente a Giuliano se ne andò, e tolti seco molti soldati, che ivi eran posti in guardia de' Napoletani contro i Tedeschi, senz'alcuno indugio a Cuma se ne passò; della cui venuta lieto Goffredo gli uscì all'incontro e gli fece giurare, che se il castello si prendesse, avrebbero consignati a lui e mobili e gli uomini, che vi eran dentro; e così convenuti entrarono insieme nella città. Poco stante sopravvennero per l'ambasciata di Goffredo buon numero di Cavalieri e popolari napoletani, ond'egli veggendosi fuor di pericolo, tenuto consiglio con essi Napoletani e col Conte Pietro, fece conchiudere, che prima di partirsi di là avessero in ogni modo il castello nelle mani, e che la città da' fondamenti disfacessero, perchè così si sarebbero per sempre liberati da ogni timore d'essere infestati da' ladroni e da' Tedeschi. Richiesero perciò agli Aversani, ed al lor Vescovo, che fuori ne uscissero; ma gli Aversani ricusando d'uscirne; e fattesi sopra ciò molte parole, veggendo i Napoletani e Goffredo, che non era più da indugiare, accostatisi per mare e per terra, cominciarono a combattere valorosamente le mura, e poco dopo il castello, ed accesovi il fuoco, a gran fatica il Vescovo, e gli Aversani, che vi eran dentro, fuggendo camparono; ed i Napoletani fatta distrugger la città, ed abbatter la Rocca lietamente, e con gran trionfo a Napoli se ne ritornarono; onde Cuma essendo stata interamente distrutta, la sua Chiesa, ch'era prima suffraganea a quella di Napoli, riunì alla medesima con tutte le sue ragioni e beni[220].

Allora fu, come narra il soprannominato Autor dello ufficio di S. Giuliana, che Anselmo Arcivescovo di Napoli, e Lione Vescovo di Cuma, deliberarono, che si trasferissero dalla maggior chiesa della città disfatta i Corpi de' SS. Martiri Massimo, a cui era dedicata la chiesa, e di S. Giuliana, e d'un fanciullo di tre mesi, che si diceva Massimo aver fatto miracolosamente parlare alla presenza di Fabiano Prefetto; acciocchè da altre genti straniere rubati non fossero: spinti ancora da Brienna allora Badessa del monastero di Donnaromita, la quale con tutte le sue Suore ardentissimamente bramava il Corpo di S. Giuliana; il perchè andato a Cuma il detto Lione, Pietro Frezzarnolo Subdiacono del Duomo di Napoli, e gli Abati di S. Pietro ad Ara, e di S. Maria a Cappella, e buon numero di Cavalieri e popolani napoletani, aperte le casse dove le reliquie erano riposte, indi le tolsero, e con gran riverenza ed onore, via seco le portarono alla chiesa di S. Maria a piè di Grotta. Trovarono ivi la Badessa, e molte altre Monache del suddetto monastero di Donnaromita, e con esse buon numero di nobili madrone e donzelle, che l'attendevano, e con grand'allegrezza ricevettero. Dimorate poi là insino il seguente mattino, ritornò il nominato Vescovo Lione con molti Cavalieri del Seggio di Nido, nel cui quartiero è il suddetto monastero, ed altra innumerabil turba di Cavalieri e popolari napoletani con rami d'ulivi in mano, e tolte le reliquie cantando inni e salmi le portarono ad una chiesa che era sopra l'isola di S. Salvatore, ov'è al presente il Castel dell'Uovo. Giunse co' Canonici e con tutto il Clero l'Arcivescovo Anselmo, e nella città processionalmente entrati collocarono in Donnaromita il corpo di S. Giuliana, ed il suo quadro, che di Cuma recato aveano, e le reliquie di S. Massimo e del fanciullo nel Duomo, ove ora ancor si adorano, riposero.

Ecco ciò che scrivono questi Autori; all'incontro non mi par di tacere per la fede dovuta all'istoria, ciò che ritrovo scritto da gravi e veritieri Scrittori. Raccontano adunque Riccardo da S. Germano, e l'Autore della Cronaca, che si conserva in Monte Cassino, che il Conte Diopoldo in quest'istesso anno 1207 che si narrano questi successi, da Salerno venuto in Terra di Lavoro a battaglia co' Napoletani, diede loro una notabil rotta, con farne crudelissima strage[221]; aggiungendovi ancora Riccardo, che sostenne, e menò seco prigioniero nelle sue castella esso Goffredo di Montefuscolo, senza far menzione alcuna della distruzion di Cuma. Puossi nondimeno per concordar queste relazioni dire e credere, che dopo la distruzion di Cuma, la quale avvenne nel mese di marzo, irato Diopoldo, o per tal cagione, o perchè fossero stati i suoi Tedeschi malmenati da' Napoletani, che s'eran posti in guardia contro di loro, ne gisse sopra Napoli, e che uscitigli all'incontro i Napoletani con Goffredo di Montefuscolo fosser stati in battaglia rotti, ed uccisi con rimaner prigione Goffredo secondo che quegli Autori scrivono; ma come ciò avvenuto fosse il rimetto al giudicio di chi legge.

CAPITOLO II. Papa Innocenzio naviga in Sicilia: conchiude le nozze di Federico con Costanza figliuola d'Alfonso II Re d'Aragona; e difende il Regno dall'invasione d'Ottone IV Imperadore.

Intanto in Palermo il Cancellier Gualtieri avea eccitati torbidi gravissimi nel palagio reale, poichè trattando con ogni suo studio, che Guglielmo Capparone gli dasse in balia il palagio e la persona del Re, e non potendo ciò ottenere, pose tutto in rivolta; onde essendo i maggiori Ministri del Regno fra lor divisi con grosso numero di partigiani, porsero occasione ai Saracini dell'isola, che senza niun timore di gastigo prendessero l'armi, e non solo si togliessero dall'obbedienza del Re, ma anche danneggiassero malamente i Cristiani, con prendere a forza il castel di Coriglione, e minacciare di far altri danni più gravi.

Non minori erano i disordini, che cagionava nel Regno di Puglia Corrado di Marlei creato dal morto Imperadore Conte di Sora, il quale infestava non solamente Terra di Lavoro, e gli altri circostanti luoghi, ma anche lo Stato del Pontefice. Di sì miserabile stato d'ambi i Reami a pietà mosso Innocenzio, determinò navigar in Sicilia, come in fatti nel dì 30 del mese di maggio del nuovo anno 1208 arrivò egli in Palermo con molti Cardinali, Arcivescovi ed altri Prelati, e ritrovando già cresciuto, e d'età di 13 anni il Re Federico, il persuase ad accasarsi; e propostagli per isposa Costanza sorella di Pietro Re d'Aragona, nè Federico ripugnando, cominciò a trattar egli con Sancia madre della sposa il parentado: indi partissi da Palermo, ed a' 23 di giugno venne in S. Germano[222].

Quivi giunto, ragunò un'Assemblea di Baroni, giustizieri e Governadori delle città e castella: statuì con loro, che ciascuno badasse a soccorrere il Re Federico, inviando per tal effetto in Sicilia a loro spese 200 cavalli, i quali dovessero dimorar colà per un anno intero. Creò altresì maestri Giustizieri e Capitani nel nostro Regno Pietro Conte di Celano, e Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi, commettendo al Conte di Celano la Puglia e Terra di Lavoro, ed al Conte di Fondi la città di Napoli, e l'altre parti di esso. Diede in oltre assetto agli affari della Giustizia, che per le continue guerre, e per la baldanza de' Tedeschi poco era conosciuta, con dar altri provvedimenti per lo suo buon governo, come raccontano Riccardo da S. Germano, e la Cronaca di Fois. Comandò, che tutti dovessero osservar fra di loro pace, e se alcuno sarà offeso, che ricorresse a' soprannominati Conti ad esporre le loro querele: impose gravi pene, e dichiarò che fosse tenuto per pubblico inimico colui, che avesse ardire di opporsi a quel che avea ordinato, e di turbar la quiete del Regno[223].

E terminata l'Assemblea, non contento di quanto in essa avea stabilito, scrisse parimente sopra di ciò a tutti i Conti, Baroni e Popoli di esso Reame, che non eran venuti al parlamento, esortandogli ad osservar quel che avea statuito, ed ubbidire a tutto quel, che loro avrebbe in suo nome imposto Gregorio Crescenzio romano Cardinal di S. Teodoro suo Legato in campagna di Roma, e Riccardo suo consobrino (al quale in guiderdone d'aver disfatto, e preso Corrado di Marlei, avea investito in quest'istesso anno 1208 del Contado di Sora, avendolo tolto a Corrado[224]) li quali sarebbero passati in Puglia per non potervi esso passare, stante il gran calore della stagione, come il tutto potrà vedersi nella sua lettera, che va tra l'altre epistole di questo Pontefice[225].

Ed avendo a questo modo ordinato il Governo di questo Reame, salì a Monte Cassino, e visitando quel sacro luogo, gli confermò tutti i privilegi concessigli da' Pontefici suoi predecessori, e glie ne concesse altri di nuovo. Ma mentre ancora quivi si tratteneva, ecco che gli viene avviso, come Filippo Re di Germania e zio del Re Federico da' suoi era stato ucciso; onde per soccorrere più da vicino a' bisogni dell'Imperio d'Occidente, per la via di Sora ed Atino partendo di Terra di Lavoro, con tutti i Cardinali ch'eran seco venuti, ritornò in Campagna di Roma[226].

Dopo la morte d'Errico Imperadore, ancorchè l'Imperio s'appartenesse al suo figliuolo Federico, tanto più che l'istesso Errico in vita avea proccurato, che quasi tutti li Principi della Germania lo eleggessero in Re e gli giurassero fedeltà, come dice l'Abate Uspergense[227], nulladimanco, morto Errico sursero due fazioni infra di lor contrarie per l'elezione del successore e la maggior parte degli Elettori elessero Filippo Duca di Svevia fratello del morto Imperadore, e dalla sua fazione fu coronato Re di Germania in Magonza nell'anno 1197: altri d'inferior numero elessero Ottone Duca di Sassonia e lo coronarono in Aquisgrana. Ma con tutto che Innocenzio III favoreggiasse il partito d'Ottone ed avesse confermata la sua elezione[228], nulladimanco prevalse il partito di Filippo, il quale per dieci anni tenne l'Imperio, ed al quale finalmente cedè l'istesso Ottone, con cui dopo una crudel guerra venne a concordia, e nel 1207 Filippo diede Beatrice sua figliuola per moglie ad Ottone, con patto che morto Filippo, al Regno di Germania egli vi succedesse. Tenendo adunque l'Imperio Filippo, in quest'anno 1208 fu ucciso a tradimento entro il proprio palagio nella città di Bamberga da Ottone Conte Palatino suo fiero inimico: onde Ottone Duca di Sassonia aspirò di nuovo all'Imperio, nel che ebbe anche questa seconda volta il favore d'Innocenzio, che nell'anno seguente, calato egli in Italia lo incoronò in Roma, ed Ottone IV fu nomato.

Ma dopo la partenza del Papa da Terra di Lavoro, nacquero in questa provincia nuovi disordini, poichè Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi unitosi col Conte Diopoldo s'insignorì della città di Capua, chiamatovi dagli stessi Capuani, togliendola al Conte Pietro di Celano[229] sotto il cui governo si trovava, perciocchè suo figliuolo Riccardo, che vi era Arcivescovo, era fieramente odiato da que' cittadini.

Aveva intanto il Pontefice Innocenzio chiuso già il parentado tra il Re Federico e Costanza vedova di Alberico Re d'Ungheria figliuola d'Alfonso II Re di Aragona e di Sancia sua moglie. Narra il Zurita avveduto ed incorrotto Istorico negli Annali d'Aragona che la Reina Sancia, dopo la morte del Re suo marito, inviò in Roma un suo Secretario detto Colombo, offerendo ad Innocenzio, se tal matrimonio si conchiudesse, d'inviar 200 cavalli a sue spese in Sicilia in soccorso del genero; ovvero se così fosse paruto convenevole, di condurgliela ella stessa con 400 cavalli, purchè fosse assicurata che le sarebbero rifatte le spese, che farebbe guerreggiando in quel Regno, in caso che il parentado fosse impedito da' Siciliani, che tenevano in lor podere la persona del Re; chiedendo in oltre, che se Federico fosse morto prima di effettuare il matrimonio con Costanza, dovesse investire de' suoi Reami D. Ferdinando fratello di Costanza, che il padre avea dedicato alli sacri Ordini[230]. Innocenzio dopo tal imbasciata inviò suoi Ambasciadori in Aragona, e questi insieme con quelli, che parimente inviò Federico, dopo vari trattati conchiusero il parentado. Ma prima, che Costanza partisse da Aragona, morì la Regina Sancia; ed ella fu poi in Sicilia nel mese di febbraio del nuovo anno 1209 da D. Alfonso Conte di Provenza suo fratello su le galee de' Catalani accompagnata da grosso numero di Cavalieri spagnuoli e provenzali; ma queste nozze mentre con pompose feste si celebravano in Palermo, furono sturbate per la morte di D. Alfonso e di molti di que' Cavalieri, che seco avea portati; poichè attaccatosi per le malvagità dell'aria un contagioso male in Palermo, avea menati molti al sepolcro; tanto che costrinse il giovanetto Re, che non avea più che 14 anni, tra le allegrezze dello sponsalizio, e tra le lagrime del morto cognato ad uscir da Palermo, ed andar girando per molte città di quell'Isola.

Or mentre il contagioso male costringeva il Re Federico a far dimora fuori di Palermo, il Conte Pietro di Celano per opra dell'Arcivescovo suo figliuolo riebbe Capua; e nell'istesso tempo Ottone Re di Germania per la morte di Filippo suo socero, anelando all'Imperio d'Occidente venne in Italia con poderoso esercito, e giunto in Roma, ricevuto dal Pontefice Innocenzio gli fu nella chiesa di S. Pietro a' 7 settembre di quest'anno data la Corona imperiale; e narra Riccardo da S. Germano, che il coronò praestito juramento de conservando Regalibus S. Petri, et de non offendendo Regem Siciliae Fridericum. Ma dimorando in Roma Ottone col suo esercito, avvenne, che s'attaccò grave briga fra' suoi soldati ed i Romani, i quali, prese da per tutto le armi, uccisero gran quantità di Tedeschi: sdegnato di ciò Ottone partissi da Roma, e ne andò nella Marca ove per alcun tempo dimorò, danneggiando e prendendo a forza, non ostante il giuramento fatto, le terre e le città della Chiesa.

Intanto l'Abate Roffredo, avendo per molti anni governata la Badia di Monte Cassino, passò di questa vita l'ultimo giorno di maggio in S. Germano[231]; dopo la cui morte il Conte Diopoldo e Pietro Conte di Celano rappacificatisi insieme ed uno fatto Signor di Capua, e l'altro di Salerno ambedue persuasero Ottone, ch'era in Toscana, che venisse ad occupare il Reame con dargli in suo potere Diopoldo Salerno ed il Conte di Celano Capua, sicchè l'Imperadore, non ostante il giuramento fatto al Pontefice di non travagliar Federico, accettata lietamente l'impresa ed assembrato il suo esercito entrò per la via di Rieti e di Marsi in Appruzzi, donde passato in Terra di Lavoro, Pietro Abate di Monte Cassino, ch'era succeduto al morto Roffredo, temendo delle terre della sua Badia, contro il voler de' suoi Padri, gli inviò per suoi messi a chieder pace, e poco stante egli medesimo andò riverentemente ad incontrarlo, ponendosi in suo potere; per la qual cosa non furono i suoi luoghi, nè i beni del monastero in menoma parte da' Tedeschi danneggiati.

Giunto poscia a Capua creò Duca di Spoleto il Conte Diopoldo[232], il quale oltre all'avergli dato Salerno, s'era congiunto seco con tutti i suoi partigiani. Andarono indi amendue ad assediare Aquino, ma ne furono con lor notabil danno ributtati da Tommaso, Pandolfo e Ruberto Signori di quella Piazza. Napoli in onta degli Aversani si rese ad Ottone; il quale ad istanza de' Napoletani andò a porre l'assedio ad Aversa; ma gli Aversani con pagargli molta moneta, e raccorlo amichevolmente entro la lor città, sottoponendosi al suo dominio, non riceverono altro danno[233]. Passò poscia Ottone in Puglia, ove tra per lo timore e per la forza, buona parte ne occupò, e lo stesso fece nella Calabria, ponendo a sacco ed a ruina i luoghi, che gli facean resistenza.

Il Pontefice Innocenzio vedendo in cotal guisa perdute le più belle province di questo Reame, tentò prima con ogni suo potere di distorre Ottone dall'impresa: inviò per tanto ben cinque volte l'Abate Uspergense, com'e' narra, da Roma a Capua, a trattar con l'Imperadore tal concordia, ma invano; poichè Ottone, reputando che tutte queste province, siccome tutto il resto d'Italia s'appartenessero all'Imperio, non solo a patto alcuno non volle lasciar ciò che avea conquistato contro il Re di Sicilia, ma tentò di occupare tutto il rimanente d'Italia.

I Pontefici romani aveano già in questi tempi preso il costume, non pur di scomunicare gl'Imperadori, ma deporgli anche dall'Imperio, con assolvere i vassalli dal giuramento, e di vantaggio di deporgli non pur per cagion d'eresia, ma anche per cagioni meramente temporali, se essi tentassero d'occupare i beni della Chiesa, o di qualche altro Principe lor amico e federato. In fatti Innocenzio in questa occasione, conosciuta l'ostinazione d'Ottone di non voler lasciare ciò ch'avea occupato nella Marca delle terre della Chiesa, e ciò che avea conquistato contro il Re Federico lo scomunicò, e lo dichiarò nemico di S. Chiesa. Interdisse ancora la Chiesa di Capua, perchè que' ministri aveano avuto ardimento di celebrare i divini Uffici in sua presenza[234], e scomunicò ancora tutti i di lui fautori: e convocato un Concilio in Roma il privò dell'Imperio; ma perchè questi fulmini invano si lanciano, se non vengono accompagnati e sostenuti dai Principi Elettori, scrisse perciò Innocenzio in questo medesimo anno 1210 sue lettere a' Principi tedeschi, nelle quali esagerando i danni fatti da Ottone alla Chiesa contro il tenor dell'accordo e del giuramento da lui fatto, quando l'incoronò in Roma, gli esortava per ciò, ch'essendo egli spergiuro e scomunicato, e caduto dall'Imperio, ne creassero un altro in suo luogo. Il perchè mossi molti di loro a prendergli l'armi contro, si cagionò guerra e rivoltura in Alemagna, della qual cosa avuta contezza Ottone, prestamente di Puglia partitosi, ritornò in Germania; ma non fu perciò bastevole a frastornare l'elezione; poichè gli Arcivescovi di Magonza e di Treveri, il Re di Boemia, Ermanno Conte di Turingia, i Duchi di Austria, di Sassonia e di Raviera ed altri molti Signori tedeschi, i quali oltre all'esser suoi scoverti nemici, si ricordavano dell'elezione fatta di Federico in Re de' Romani, mentr'era ancor fanciullo in vita del padre e del giuramento datogli, crearono Imperadore il Re Federico, che in quest'anno non era più che di quindici anni.

CAPITOLO III. Il Re Federico vien eletto Imperadore da' Principi della Germania. Va in Alemagna, ed in Aquisgrana è coronato: ed Innocenzio intima un general Concilio in Laterano.

Fatta da' Principi della Germania l'elezione di Federico, prestamente inviarono due Legati, Anselmo ed Errico, a significargli cotal fatto e per condurlo in Alemagna; i quali arrivati in campagna sino a Verona, si rimase colà Errico per fare favorevoli al novello Cesare i Longobardi, e particolarmente i Veronesi[235]; ed Anselmo venne in Roma ove di consentimento del Pontefice fece opera, che da' Romani fosse ancor dato l'Imperio a Federico: indi passato in Sicilia, con difficoltà ottenne, che Federico passasse in Alemagna; perciocchè Costanza gelosa della salute del marito, con molti altri Baroni di Sicilia, temendo non fosse colà da' suoi nemici fatto fraudolentemente morire, con ogni lor potere glielo dissuaderono. Ma finalmente dispregiato ogni pericolo ed incoraggiato dai particolari messi d'Innocenzio, lasciata Costanza in Sicilia con un figliuolo, che di lei generato avea, in memoria del padre, nomato Errico, imbarcato su i vascelli de' Gaetani con felice viaggio arrivò a Gaeta; poscia di nuovo messosi in mare, in aprile di questo nuovo anno 1211 pervenne a Roma[236], ove dal Pontefice, dal Senato, e dal Popolo romano lietamente accolto, passò similmente per mare in Genova; e caramente ricevuto da' Genovesi, fu da loro, per tema che i Milanesi gran partigiani di Ottone non l'assalissero tra via, e cercassero d'impedirgli il cammino, accompagnato insino a Padua, e nella stessa guisa fu poi da' Paduani e Cremonesi insieme uniti, non per la diritta via, ma per la Valle di Trento e per luoghi asprissimi delle Alpi, temendo l'insidie di Ottone, per lo paese de' Grisoni condotto, e con ogni onor raccolto dal Vescovo e dall'Abate di S. Gallo, pervenne con essi a Costanza.

Ma Ottone, che intanto avea con asprissima guerra travagliato i partigiani di lui, intesa la sua venuta, prestamente di Turingia, ove dimorava, partitosi, venne ad Uberlingh presso Costanza per uccidere o far prigione Federico prima che prendesse maggior potere in Alemagna, ma abbandonato da molti de' suoi seguaci che al suo nemico passarono, non potè porre in effetto il suo intendimento. E Federico mentr'era in Costanza ebbe tosto in suo aiuto grosso numero de' suoi Svevi, oltre a molti altri Baroni tedeschi dai quali per la memoria del padre e dell'avolo era grandemente amato. Il perchè Ottone vedutosi ciascun giorno mancar di forze, il nuovo anno di Cristo 1212 ne andò a Brisac città di stima posta in riva del Reno, ed ivi tentò con ogni industria di accrescere il suo esercito; ma perchè da' suoi soldati erano gravemente afflitti i cittadini di quella città, coloro per torsi dattorno cotal noia, concordemente e con furia il cacciarono via dalla città, uccidendogli e ponendogli in rotta tutto l'esercito; onde gli convenne, per non avere altra strada al suo scampo, con poca compagnia ricovrarsi colla fuga in Sassonia. Sparsasi questa fama tra' Tedeschi, tosto ciascun concorse a favorir Federico; il quale, discendendo per le rive del Reno, fu amichevolmente da tutti raccolto nell'Annonia; ma alcuni di que' Popoli, come fedelissimi ad Ottone, chiuse le porte, cominciarono a contrastargli il passo; pure costretti fra pochi giorni a cedere, passò ad Aquisgrana, ove concorsa la maggior parte de' Principi di Alemagna, che contro il creder di Federico passarono lietamente dalla sua parte, fu coronato Imperadore per mano degli Arcivescovi di Magonza e di Treveri[237] l'anno di Cristo 1213, il ventesimo della sua età secondo l'Abate Uspergense, il Baronio e 'l Bzovio, ma secondo Inveges il decimottavo.

Così il deposto Ottone vedendosi abbandonato dai Signori dell'Imperio, rivolse l'armi contro Filippo Re di Francia, dal quale vinto e messo in fuga, il vittorioso Franzese, per più abbatterlo fece tregua coll'Imperador Federico[238], il quale non volendo perdere sì propizia occasione, con ogni prestezza assaltò le città imperiali, che favorivano ad Ottone ed in maniera le travagliò, ut Urbes ad deditionem, et Othonem ad veniam petendam impulerit, come dice Gordonio.

Il Pontefice Innocenzio vedendo depresso Ottone, e l'Italia e gli Stati de' Cristiani già pacificati e che le cose dell'Imperio d'Occidente pigliavan buona piega ed andavan a seconda del suo impiego, avendo ancora in questi medesimi tempi ricevuta la lieta novella della famosa vittoria ottenuta ne' campi di Toledo sopra il Re di Marocco e suoi Mori dal Re di Castiglia, da D. Pietro II Re d'Aragona fratello dell'Imperadrice Costanza e da Sancio Re di Navarra, rivolse l'animo a più gloriose imprese: e veggendo che non solo in Ispagna, ma che anche in Terra Santa i Turchi aspramente molestavano i Cristiani, prendendo ogni giorno colà possanza, rivolse l'animo alla ricuperazione di Terra Santa; onde con sue lettere invitò tutti i Principi cristiani che deponendo le loro particolari discordie prendessero la Croce, incorandogli alla guerra sacra, ed inviò due Cardinali Legati, che adunassero le genti per passare in Soria. Scrisse parimente al Saladino Soldan di Babilonia e di Damasco, che restituisse Gerusalemme a' Cristiani, con liberar tutti que' che avea prigioni in suo potere offerendogli all'incontro, che sarebbero anche liberati da' nostri i Turchi, ch'erano in nostro potere; ma ciò non servì per nulla, poichè quel Principe si curò poco de' messi e delle lettere del Pontefice. Intimò ancora Innocenzio un general Concilio da tenersi in Roma in S. Giovanni Laterano nell'anno seguente 1215, siccome in effetto nel primo di novembre di quest'anno si cominciò a celebrare, nel quale v'intervennero 70 Arcivescovi, 412 Vescovi e 800 Abati e Priori. Vi accorsero ancora gli Ambasciadori di tutti i Principi cristiani, ed in nome di Federico fuvvi Berardo Arcivescovo di Palermo[239]. I Milanesi, ch'eran ostinati partigiani d'Ottone, non tralasciarono ancora mandarvi un lor cittadino per difendere in quest'Assemblea le ragioni d'Ottone: furono dibattuti in questa radunanza molti punti, ed esaminati con molta contenzion d'animo.

Il principale fu l'espedizione di Terra Santa, e del modo da tenersi per ricuperar Soria, ch'era ricaduta in mano d'Infedeli, e di comporre perciò le discordie tra' Principi cristiani, nel che concorsero tutti gli Ambasciadori de' Principi a prometter in nome de' loro Signori ogni aiuto.

Fu ancora molto dibattuto sopra la deposizione di Ottone, ed incoronazione di Federico in Aquisgrana; ed il Legato milanese orò lungamente per Ottone, il quale fece nel Concilio proporre di voler tornare alla ubbidienza della Chiesa, e che perciò dovesse esser restituito nell'antica sua dignità imperiale, e cancellarsi ciò ch'erasi fatto per Federico. Ma surse dall'altra parte il Marchese di Monferrato per Federico, e declamando non doversi sentire alcuno che parlasse in nome di Ottone, recò in mezzo sei capitoli d'accuse contro il medesimo[240]. Primieramente, non dovea sentirsi, perchè Ottone ruppe, e violò i giuramenti fatti alla Chiesa romana di non invadere le sue Terre, e gli Stati del Re Federico. II Perchè non avea restituito quelle Terre, per le quali era stato scomunicato, ed avea giurato di restituire. III Perchè favoriva un Vescovo scomunicato. IV Perchè carcerò un Vescovo Legato della Sede Appostolica. V Perchè in disprezzo della Chiesa romana chiamava il Re Federico Re dei Preti[241]. VI Perchè distrusse un monastero di Monache, e 'l ridusse in Fortezza. Poi rivoltandosi contro i Milanesi, che ivi presenti, cominciò a declamar contro di loro, come nemici di Federico; ma questi di nulla atterriti, volendo dargli risposta, il Pontefice facendo cenno colla mano, si alzò dal trono, ed uscì dalla Chiesa lateranense. Fu questo gravissimo affare di Federico e di Ottone, come narra Riccardo, con grandissima contenzione combattuto nel Concilio dalla festività di S. Martino insino al giorno di S. Andrea; nel qual dì finalmente il Papa approvando l'elezione fatta dai Principi d'Alemagna in Aquisgrana, confermò Federico in Imperador romano, e fu deliberato di doversi invitare a prender la Corona in Roma, secondo il costume de' maggiori.

Non minori furono le discussioni intorno a' Sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia, e sopra tutto intorno alla condannagione dell'eresia degli Albigensi, i quali favoreggiati dal Conte di Tolosa, e da altre persone di stima avean preso molto potere in Francia.

CAPITOLO IV. Origine dell'Inquisizione contra gli Eretici; e morte di Papa Innocenzio III.

Il particolar uffizio dell'Inquisizione contra gli Eretici ebbe a questi tempi il suo principio. Prima gli Appostoli per rimedio di questo male non adoperavano altro, che d'ammonire una, e due volte l'eretico; il quale se perseverava nell'ostinazione, era scomunicato, e s'imponeva a' Cattolici, che si separassero dal suo consorzio. Nè si passò più oltre, sino ai tempi, che Costantino Magno abbracciò la religione cristiana. Allora tra le altre cose furono da' Padri della Chiesa, Costantino e suoi successori ammaestrati, che portando essi due qualità, l'una di Cristiani, l'altra di Principi, con ambedue erano obbligati a servir Iddio. In quanto Cristiani, osservando i precetti divini, come ogni altro privato; ma come Principi, servendo S. D. M. con ordinar bene le leggi, indirizzando bene i sudditi alla pietà, onestà e giustizia, castigando tutti gli trasgressori de' precetti divini e del decalogo massimamente. Ma essendo quelli, che peccano contra la prima Tavola, che riguarda l'onor divino, assai peggiori di quelli, che peccano contra la seconda, la qual ha rispetto alla giustizia tra gli uomini: perciò erano più obbligati i Principi a punir le bestemmie, l'eresie e gli spergiuri, che gli omicidj e i furti. Per questa cagione stabilirono diverse leggi contro gli Eretici, e con maggior severità contro i loro Dottori, e contro coloro, i quali eccitano perciò turbe e sedizioni nella Repubblica. Costantino Magno ne fece due[242]. Costanzo suo figliuolo non ne stabilì, perch'egli fu eretico. Valentiniano il vecchio una[243]. Valente non ne fece, perchè ancor egli era eretico. Graziano ne promulgò due[244]. Teodosio Magno quindici[245]. Valentiniano il giovane tre[246]. Arcadio dodici[247]. Onorio diciotto[248]. Teodosio il giovane dieci[249], e Valentiniano III tre[250].

Le pene, che contro coloro stabilirono non furono uguali, ma secondo le circostanze, ora il rigore era cresciuto, ora mitigato; nè vi fu legge, che punisse di pena di morte tutti generalmente. I Manichei, i Priscillianisti, i loro Dottori, ch'eccitavano turbe, erano più aspramente puniti. Le più comuni ed usate erano d'essere sbanditi, esiliati, dichiarati infami, privati della milizia, e di tutti gli onori e dignità. Essere dichiarati intestabili, proibiti di donare, di vendere e di far altri contratti. D'essere multati, e confiscate le loro robe, o in tutto o in parte secondo le circostanze de' loro delitti; la pena dell'ultimo supplicio in alcuni casi singolari era solamente dagl'Imperadori minacciata, come contro i Manichei, i concitatori di sedizioni e di turbe, e contro altri Eretici, secondo la gravità delle circostanze, e loro protervia ne' casi rapportati nel Codice Teodosiano[251], e noverati da Giacomo Gotofredo ne' suoi Paratitli in quel titolo.

Ma poichè in ogni giudicio criminale sono considerate tre parti, che lo compongono: la cognizione della ragione del delitto; la cognizione del fatto; e la sentenza; perciò nel giudicio dell'eresia, la cognizione del diritto, cioè se tal opinione sia eretica o no, fu riputata sempre ecclesiastica, nè per alcun rispetto apparteneva al Magistrato secolare; onde a que' tempi quando nasceva difficoltà sopra qualche opinione, gli Imperadori ricercavano il giudicio de' Vescovi, e se bisognava, congregavano Concilj. Ma la cognizione del fatto, se la persona imputata era innocente o colpevole, per darle le pene ordinate dalle leggi, siccome la sentenza d'assoluzione o condannazione, tutta apparteneva al Magistrato secolare.

Appartenendo dunque al Magistrato secolare la cognizione del fatto, quindi fu, che gl'Imperadori stabiliron molte leggi prescrivendo alcuni mezzi, e ricerche per questo fine. Dichiararono l'eresia delitto pubblico, e perciò ammisero tutti ad accusargli, particolarmente quando il giudicio criminale era indirizzato contro i Manichei, i Frigj ed i Priscillianisti. Ammisero i delatori; ed in alcuni casi, per iscoprire gli Eretici occulti, ed i loro Dottori anche ordinarono gli Inquisitori. E Gotofredo[252] osserva, che l'istituto di dar in questo delitto Inquisitori fu prima introdotto da Teodosio Magno imitato da poi da Arcadio ed Onorio; ma soggiugne questo Scrittore, che gl'Inquisitori non erano dati comunemente contro tutti gli Eretici, ma ne' casi più gravi, e che meritavano maggior asprezza e rigore, come contro i Manichei, i Dottori, ed Autori delle Sette, contro gli Eunomiani, ed altri Cherici autori di esecrande superstizioni ed eresie. Per maggiormente favorir la pruova di questo delitto permisero a' servi accusare i loro padroni[253]; non si perdonò nè alle mogli, nè a' proprj figliuoli; ed in fine i processi erano dal Magistrato secolare fabbricati secondo il prescritto delle leggi degl'Imperadori; nè i Vescovi dopo aver dichiarato l'opinioni eretiche, e separati dalla Chiesa come scomunicati ed anatematizzati quelli, che tali opinioni tenevano, s'intrigavano più oltre, nè ardivano darne notizia a' Magistrati, temendo che fosse opera di non intera carità.

Ma alcuni altri vedendo, che il timor del Magistrato vinceva la pertinacia degli ostinati, ed operava ciò che non poteva far l'amore della verità, riputavano che fosse debito loro di denunciare a' Giudici secolari le persone degli Eretici, e le loro operazioni cattive, ed eccitargli ad eseguire le leggi imperiali. Ma poichè alle volte occorreva di doversi procedere contro qualche Dottore eretico, il quale per la sua perversa dottrina cagionava turbamenti e sedizioni, ovvero a procedersi in qualche altro consimil caso, ove la pena, per le gravi circostanze del delitto, poteva stendersi all'ultimo supplicio: gli Ecclesiastici in questi casi s'astenevano di comparire al Magistrato, anzi sempre facevano ufficj sinceri co' Giudici, che non usassero co' delinquenti pena di sangue. S. Martino, in Francia, scomunicò un Vescovo, perchè avea accusati certi Eretici a Massimo occupatore dell'Imperio, i quali da lui furono fatti morire: e S. Agostino ancorchè per zelo della mondezza della Chiesa facesse frequentissime, e molto sollecite istanze a' Proconsoli, Conti ed altri Ministri imperiali in Affrica, che eseguissero le leggi de' Principi, notificava loro i luoghi, dove gli Eretici facevano conventicoli e scopriva le persone; contuttociò sempre che vedeva alcun Giudice inclinato a procedere contro la vita, lo pregava efficacemente per la misericordia di Dio, per l'amor di Cristo, o con altri simili scongiuri, che desistesse dalla pena del sangue; ed in un'epistola a Donato Proconsole dell'Affrica gli dice apertamente, che se egli persevererà in castigar gli Eretici nella vita, li Vescovi desisteranno di denunciargli, e non essendo notificati da altri, resteranno impuniti, e le leggi imperiali senza esecuzione; ma procedendo con dolcezza, e senza pene di sangue, essi avrebbero vegliato a scoprirgli, e denunciargli per servizio divino, ed esecuzione delle leggi.

In questa maniera furono trattate nella Chiesa le cause d'eresia sotto l'Imperio romano sin all'anno della nostra salute ottocento; quando diviso l'occidentale Imperio dall'orientale, questa forma rimase nell'orientale sino al suo fine, com'è manifesto dal Codice di Giustiniano, e dalle Novelle degli altri Imperadori d'Oriente suoi successori.

Ma nell'occidentale fu tutta variata, così perchè non fu bisogno, che i Principi facessero leggi, ovvero avessero molto pensiero a questa materia, atteso che per trecento anni, che passarono dall'800 sino al mille e cento, rari Eretici si trovarono in queste parti; come anche perchè, quando avveniva caso alcuno, i Vescovi vi mettevan mano; poich'essendosi la loro conoscenza nelle cause molto stesa per non curanza de' Principi, il delitto dell'eresia come Ecclesiastico se l'appropriarono, e siccome procedevano contro gli altri delitti ecclesiastici, come contra violatori di feste, trasgressori di digiuni, ed altri tali, giudicandogli, e castigandogli essi medesimi in que' luoghi dove da' Principi era loro concesso esercitar giurisdizione, e dove non l'aveano invocavano il braccio secolare, che gli castigasse: così ancora, e per le medesime vie, e forme ordinarie procedevano ne' delitti d'eresia contra gli Eretici.

Dopo il mille e cento, per le continue dissensioni e contrasti, che per cinquanta anni innanzi erano stati tra li Pontefici e gl'Imperadori, e per quelli che durarono tutto il secolo seguente sino al mille e ducento con frequenti guerre e scandali, e poco religiosa vita degli Ecclesiastici, nacquero innumerabili Eretici, l'eresie de' quali più comuni erano contro l'autorità ecclesiastica, chi attaccando i loro corrotti costumi, chi la potenza, e la loro ricchezza, sostenendo con gli Arnaldisti, che gli Ecclesiastici non poteano posseder niente di proprio; e chi anche penetrando più addentro, condennava il battesimo de' bambini, e ribattezzava gli adulti; faceva abbattere le chiese e gli altari, e spezzava le croci; e chi non approvava la celebrazion della messa, ed insegnava che le limosine, e le orazioni nulla servono a' morti. Eran perciò a questi tempi cresciuti, gli Eretici in gran numero, i quali o da' nomi de' loro Dottori, che furono autori dell'eresie, ovvero da' luoghi ove più fiorirono, o dai costumi che affettavano, presero varj e diversi nomi; ma nel secondo tutti convenivano nel Manicheismo. E siccome sotto l'Imperio romano, da Costantino Magno sino ai tempi di Valentiniano III ve ne furono innumerabili, denominati per i loro Autori sotto i nomi d'Ariani, di Macedoniani; Pneumatomachi, Appollinariani, Novaziani, ovvero Sabaziani, Eunomiani, Valentiniani, Paulianisti, Papianisti, Montanisti, Marcianisti, Donatisti, Foziani, e di tante altre Sette, che possono vedersi nel Codice di Teodosio[254]: così ancora a questi tempi si nominavano gli Arnaldisti da Arnaldo da Brescia lor famoso Capo, i Leonisti, gl'Insabbataiti, i Valdesi, gli Speronisti, i Pubblicani, i Circoncisi, i Gazari, i Patareni, che disposti ad ogni oltraggio e patimento, affettando incredibile costanza, vollero esser chiamati Patareni, per opporsi a' Cattolici, i quali siccome quando per la religione patiscono stragi e morti son chiamati Martiri, così essi esponendosi per la loro credenza con egual costanza a simili pericoli, vollero esser nomati Patareni[255]. Ma i più considerabili in questi tempi erano gli Eretici Albigensi denominati così da Albi, luogo dove essi si ritirarono, i quali per la protezione che aveano del Conte di Tolosa, aveano sparsa la lor dottrina in molte province della Francia.

Ma all'incontro in questi medesimi tempi a favor della Chiesa romana sursero que' due gran lumi Domenico e Francesco, i quali colla lor santità resisi chiari per tutto, fondarono le religioni de' Predicatori e dei Frati minori, e furono piante così fruttifere, che i loro rampolli moltiplicarono in guisa, che in breve si vide piena Europa di tanti valorosi commilitoni, i quali non risparmiando nè fatica, nè travaglio esponendosi ad ogni periglio, combatterono valorosamente per li romani Pontefici. Francesco imitando la severa e rigida povertà proccurò ad imitazion di Cristo ridurre la sua religione e gli uomini, che a quella s'ascriveano, alla antica disciplina ed a' suoi principj, e come fondata su l'umiltà e povertà pensò di riportarla indietro, e vestirla di quegli antichi abiti; ed in cotal maniera più coll'esemplarità della vita, che colle prediche e sermoni, toglier gli errori. Dall'altra parte Domenico di nazione Spagnuola, della città di Calagorra, del chiaro, e nobil lignaggio de' Gusmani, in altra guisa si rivolse co' suoi Frati ad abbattere le nascenti eresie. I Vescovi non erano sufficienti ad estirparle, così per lo gran numero, come perchè tanto essi, quanto i loro Vicarj erano poco atti, e meno diligenti di ciò che li Pontefici Romani desideravano, e sarebbe stato necessario; perciò Innocenzio III scorgendo il zelo di questi nascenti commilitoni diede loro incumbenza che andassero a predicare agli Eretici la vera credenza per convertirli: esortassero i Principi ed i Popoli cattolici a perseguitare gli ostinati, e per informarsi in ciascun luogo del numero e qualità degli Eretici, del zelo dei Cattolici, e della diligenza dei Vescovi, e portar relazioni a Roma; dal che acquistarono nome d'Inquisitori. Domenico sopra gli altri si adoperò con tanto zelo contro gli Eretici Albigensi, che fu dichiarato dal Pontefice Innocenzio Inquisitor generale contro di loro; il quale scorgendo non giovare con quegli ostinati le dispute e le concioni, stimò più opportuno mezzo per estirparli di ricorrere agli ajuti del Conte di Monforte, e di molti altri Signori spagnuoli, tedeschi e franzesi, i quali uniti insieme con grosso numero di Prelati, prendendo contro di loro la croce, nella provincia di Narbona, ed in altri luoghi gli vinsero e distrussero. Ma multiplicando essi sempre come idre, Domenico venne in Roma, e nel Concilio, che in quest'anno si teneva in Laterano, in più sessioni orò contro gli Albigensi, e fece condennar per eretica la lor dottrina. Si condennarono ancora in questo Concilio que' libri che l'Abate Giovacchino avea scritti contro il Maestro delle sentenze Pietro Lombardo, e s'approvò la dottrina del medesimo, che tenne intorno al mistero della Trinità. E furono parimente dati in quest'Assemblea molti provvedimenti intorno la riforma de' costumi degli Ecclesiastici, che per orrendi e sacrileghi venivano da' competitori eretici predicati, ed in cotal maniera terminossi il Concilio; onde datosi perciò maggior lena ai novelli Inquisitori proseguirono con molta alacrità ed intrepidezza d'animo la loro incumbenza. Non aveano però a questi tempi Tribunale alcuno; ma ben alle volte eccitavano i Magistrati secolari a sbandire, o punire gli Eretici che trovavano: sovente eccitavano il Popolo mettendo una croce di panno sopra la veste a chi voleva dedicarsi a questo, ed unendogli insieme talora, gli conducevano all'estirpazione degli Eretici.

Fu da poi molto ajutata l'impresa di questi Padri Inquisitori dal nostro Imperadore Federico II, il quale nel 1224 in Padova promulgò quattro editti sopra questa materia, ricevendo gl'Inquisitori sotto la sua protezione, ed imponendo pena del fuoco agli Eretici ostinati, ed a' penitenti di perpetua prigione, commettendo la conoscenza agli Ecclesiastici, e la condennazione a' Giudici secolari. E questa fu la prima legge, che generalmente desse pena di morte agli eretici, di che altrove ci tornerà occasione di ragionare: ma ancorchè Federico avesse preso sotto la sua protezione gl'Inquisitori, non ebbero essi però Tribunale alcuno. L'ebbero poi nel Ponteficato d'Innocenzio IV, il quale rimasto per la morte dell'Imperador Federico quasi arbitro in Lombardia, ed in alcune altre parti d'Italia, applicò l'animo all'estirpazione dell'eresie, le quali avevano fatto gran progresso nelle turbazioni passate. E considerate l'opere, che per l'addietro aveano fatte in questo servizio i Frati di S. Domenico e di S. Francesco con la loro diligenza, e senza aver rispetto a persone ed a pericoli: ebbe per unico rimedio il valersi di loro, adoperandogli, non come prima, solo a predicare e congregare Crocesignati, e far esecuzioni estraordinarie, ma con dar loro autorità stabile, ed ergendo per essi un fermo Tribunale, il quale d'altra cosa non avesse cura. Ecco i principj del Tribunale dell'Inquisizione; ma come poi ed in queste nostre province avesse esercitata la sua autorità, e come finalmente presso di noi fossesi reso cotanto odioso ed abborrito, sicchè non si soffra nemmeno sentirne il nome, sarà a più opportuno luogo lungamente narrato.

Intanto Papa Innocenzio terminato il Concilio, essendo partito da Roma, e gito in Perugia, infermando quivi d'una grave malattia, dopo aver per 18 anni retto il Ponteficato, e nella fanciullezza di Federico questo nostro Reame, passò di questa vita nel dì 16 luglio di quest'anno 1216. Fu la sua morte, per le cose, che qui a poco si narreranno, alla Chiesa romana luttuosissima, e molto grave all'Imperadore Federico, il quale co' suoi successori ebbe pur troppo avversa fortuna. Pontefice a cui molto deve la Chiesa romana, perchè colla sua accortezza, e molto più per la sua dottrina, la ridusse nel più alto e sublime stato, e che avea saputo soggettarsi quasi tutti gli Stati, e Principi d'Europa, i quali da lui come oracolo dipendevano. E cotanta era la riverenza del suo nome, che ridusse Alfonso Re d'Arragona a rendergli tributario il suo Regno, e di farsi uomo ligio della Chiesa romana, e volle da lui essere in Roma incoronato, il che a sua imitazione fecero anche altri Principi. Egli come dottissimo in giurisprudenza chiamò in Roma i maggiori personaggi a comprometter a lui le lor differenze, ed a contentarsi, che dal suo giudicio fossero terminate: quindi le più gravi e rinomate controversie di Stati e di Prelature in Roma si riportavano. Quindi abbiamo tante sue epistole Decretali, delle quali sin da questi tempi ne fu fatta Raccolta, e data a leggere a' studenti in Bologna[256]; onde potè da poi Gregorio IX fondare più stabilmente la Monarchia Romana. Fu studiosissimo delle leggi romane, e particolarmente delle Pandette; e fu perciò riputato uno de' più grandi Giureconsulti di questi tempi, che fiorivano in molte città di Italia, e particolarmente in Bologna, resa sopra tutte le altre illustre per la famosa Accademia di leggi, e più per Ugolino ed Azone, che in questi tempi vi fiorivano. Affettava però soverchio imitare i Giureconsulti antichi, e sovente, dalle leggi delle Pandette volendo fondare le sue epistole Decretali, prese de' grandi abbagli, molti de' quali ne furono da poi da Cujacio, da Ottomano e dagli altri eruditi ripresi. Ebbe idea altissima del Ponteficato, e riputava non altrimente di Gregorio VII, e di molti altri de' suoi predecessori, che fosse in sua balia deporre altri, o innalzare al Trono imperiale, come fece deponendo Ottone, ed innalzando Federico.

Governò nell'adolescenzia di questo Principe i Reami di Sicilia con assoluto imperio e dominio, più di quello comportavano le ragioni d'un Balio, come era stato lasciato nel testamento di Costanza; e per questa ragione si rapportano di lui nel registro del Vaticano alcune investiture fatte di Feudi nel nostro Reame, e quella del Contado di Sora per suo nepote; ancorchè l'Autor delle gesta d'Innocenzio scrivesse, che Federico l'investisse per mezzo di suoi Governadori che reggevano la sua Corte, e Casa regale in Sicilia. Per questa cagione ancora sovente Innocenzio nelle sue Decretali parlando di Capua, di Reggio, e di alcune altre città del nostro Regno, dice esser di lui il governo delle medesime così nello spirituale come nel temporale; e quindi s'intende ciò, che i nostri per l'ignoranza dell'istoria non arrivarono a capir mai, come Innocenzio confermando l'elezione de' Vescovi fatta dal Clero delle città del nostro Regno, e dandovi il suo assenso, dice di farlo Vice-regia; poichè quantunque, come altrove s'è narrato, il medesimo Pontefice avesse con Costanza alterato molto l'accordo fatto tra Adriano IV e Guglielmo I intorno all'elezione de' Vescovi; nientedimanco, che dovesse nell'elezione de' Prelati ricercarsi l'assenso del Re, non fu a questi tempi posto in disputa; e l'istesso Innocenzio essendo Balio del Regno l'osservò inviolabilmente; quindi è che scrivendo al Capitolo e Canonici di Capua, ch'eleggessero per quella Cattedra persona idonea, lor dice ancora, che dopo eletta mandassero da lui, perchè Vice-regia potesse dargli l'assenso[257]. Il medesimo leggiamo, che fece quando si ebbe ad elegger il Vescovo di Penne e quello di Reggio[258].

Non ebbe questo Pontefice, adulto che fu Federico, se non che leggieri contese con lui, anzi proccurò sempre, per opporlo ad Ottone, i maggiori suoi avanzi, ed all'incontro Federico fu di lui, e della Chiesa romana così ossequioso e riverente, che Ottone suo emolo soleva perciò chiamarlo il Re de' Preti. Ecco come durante il Ponteficato d'Innocenzio era creduto e riputato Federico; ma questa fortuna non ebbe dapoi co' Pontefici suoi successori, co' quali passò sì strane e varie vicende, che partorirono avvenimenti tanto portentosi, che bisognerà per la loro grandezza riportargli a' due seguenti libri di questa Istoria.

FINE DEL LIBRO DECIMOQUINTO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI