LIBRO DECIMOSESTO
Morto in Perugia il Pontefice Innocenzio, tosto in questa medesima città unitosi il Collegio de' Cardinali, crearono per successore Cincio Savello Cardinal di San Giovanni e Paolo ch'era stato prima Cancellier di S. Chiesa, ed il quale nella fanciullezza di Federico per quattro anni era stato in Palermo suo Ajo, che Onorio III nomossi. Fu osservazione de' più diligenti investigatori de' costumi e delle azioni umane, appoggiata sopra antichi e moderni esempj, che i Pontefici maggiori nemici, che hanno avuti i Principi, sono stati quelli, che in tempo della lor privata fortuna furono di lor famigliari, e domestici: Innocenzio IV essendo Cardinale fu grand'amico di Federico: ma questi quando intese la sua elezione se ne accorò, e previde quanto accadde a lui di male. Il Re Alfonso d'Aragona sperimentò lo stesso con Calisto III ed a Carlo V Imperadore pur intervenne il medesimo. Non altramente accadde al nostro Federico; poichè Onorio nuovo Pontefice non guari dopo la sua elezione tornato a Roma, e con sommo onore, come lor cittadino, da' romani accolto, la prima cosa, che pensasse, fu di significare a Federico per sue lettere, senza molta consolazion di parole, che lasciasse la possession de' Regni di Sicilia e di Puglia a sua disposizione, perciocchè non voleva, ch'essendo Imperadore, e Re di que' Regni si giudicasse, che andasser uniti con la Imperial dignità, e non fosser Feudi della Chiesa, tanto maggiormente, che gli Imperadori d'Occidente, e fra gli altri ultimamente Ottone IV, aveano questa pretensione, che almeno il Regno di Puglia fosse dipendente dall'Imperio d'Occidente.
Federico a tal dimanda rispose col maggior rispetto e riverenza; che per ubbidirlo, se così gli fosse piaciuto, avrebbe emancipato il suo figlio Errico, e cedutigli i Reami di Sicilia e di Puglia, ed in cotal maniera sarebbero cessati tutti i sospetti; e mandò suoi Ambasciadori in Roma per tale affare, e per dargli ubbidienza. Onorio raccolsegli onorevolmente, e non potendo non accettar la giustificata, e ragionevol offerta di Federico, gli rispose, che avrebbe destinato un Legato in Sicilia, acciocchè avesse dato compimento a tal negozio, e che in questo mentre, come doveva, fosse stato fedele, ed ubbidiente al romano Pontefice.
Intanto Ottone dopo la vittoria, che riportò di lui il Re Filippo di Francia, fuggendo col misero avanzo de' suoi in Sassonia, uscito già di ogni speranza di ritornar nella perduta grandezza, s'ammalò in Brunsuich, ove in quest'anno 1218 fu da mortifera febbre tolto a' mortali. Federico vedendosi libero, e senz'alcuno ostacolo in Alemagna, fece convocare in Magonza una Assemblea di tutti i Principi e Prelati dell'Imperio, e racchetate del tutto quelle regioni, cominciò a maneggiar con Onorio la sua coronazione in Roma. Ma il Pontefice non così volentieri venne ad accordargliela, volendone esiger da lui pur troppe gravi e pesanti ricompense, siccome in fatti assai caro costò a Federico questa cerimonia; poichè siccome narra il Fazzello[259], non volle concedergli, che venisse a Roma per riceverla, se prima non gli promettesse il Contado di Fondi; e fattosi ciò promettere, si contentò, che venisse a prenderla; onde Federico ricevuto tal avviso cominciò ad apparecchiarsi, ed unire un conveniente esercito per passare in Italia; e scrisse intanto a Giacomo Conte di S. Severino, che carcerasse Diopoldo ch'era suo suocero, il qual venuto nel Reame cagionava nuove rivolture e rumori, siccome colui eseguì, tenendolo custodito in stretta prigione. Inviò ancora lettere in Sicilia all'Imperadrice Costanza sua moglie, che venisse in Alemagna, la quale partendosi da quell'isola passò per mare a Gaeta, e di là in Lombardia ed in Verona, ed in altre Città amiche, con sommo onor ricevuta, e giunse in questo nuovo anno 1219 in Germania, ov'era suo marito.
In questo mentre, avutisi nuovi avvisi della necessità che vi era in Soria di soccorso, scrisse Onorio a Federico ed a tutti gli altri Principi e Popoli crocesignati, che s'apparecchiassero tantosto al passaggio di Terra Santa. Federico ricevute queste lettere confermò il giuramento fatto d'andar in Soria, e scrisse al Pontefice, che seguita la sua coronazione in Roma, avrebbe intrapreso quel viaggio. Il perchè Onorio mandò a richiedere ad Errico Conte di Brunsuich, ed al Duca di Sassonia (li quali col pretesto che Federico non fosse stato legittimamente incoronato, ritenevano tuttavia la corona, la lancia, e l'altre insegne imperiali) che subito sotto pena di censure gliele restituissero. Federico, lasciato in Alemagna il suo figliuol Errico sotto la cura di Corrado suo Coppiero, essendo ancor fanciullo di undici anni, calò coll'Imperadrice Costanza sua moglie in Italia, e richiesti invano i Milanesi, antichi nemici della Casa di Svevia, e gran partigiani del morto Ottone, di poter esser coronato in Monza della Corona di ferro, secondo il costume degli antichi Imperadori, proseguì il viaggio, e giunto a Mantova fu incontrato dal Legato del Pontefice, il quale prima di farlo passare innanzi, non parendogli di perdere sì opportuna occasione, per mezzo di questo Legato volle esiger da lui quanto potette; prima gli fece giurare di difender la giurisdizione della Chiesa romana, d'ubbidire a quella, ed a' suoi Ministri, e di cedere i Reami di Puglia e di Sicilia al figliuol Errico.
(La promessa di questa cessione fatta da Federico, si legge presso Lunig[260]).
Da poi proccurò che annullasse tutte le Costituzioni, e consuetudini contro la libertà ecclesiastica introdotte: indi gli fece restituire il Ducato di Spoleto, le Terre della Contessa Matilda, Ferrara, Villamediana, Monte Fiascone, e le città di Toscana appartenenti al Patrimonio. Fecegli far ordini rigorosissimi, che si prendessero gli Spoletani, e i Narniesi ribelli della Chiesa; e volle, che con effetto gli donasse il Contado di Fondi, che nell'anno 1218 s'avea fallo promettere.
(La pretensione del Papa sopra il Contado di Fondi nasceva dal testamento di Riccardo Conte di Fondi, il quale in gennaro dell'anno 1211 ne avea disposto per suo testamento in beneficio della Chiesa romana; ed in aprile del seguente anno 1212 il Papa ne avea proccurato anche assenso da Federico. Così il testamento di Riccardo, come l'assenso di Federico si leggono presso Lunig[261]).
Da Mantova passato da poi in Modena, accompagnato dagli Ambasciadori di quasi tutte le città, entrò coll'Imperadrice sua moglie in Roma, ed a' 22 novembre di quest'anno 1220 nella Chiesa di S. Pietro fu da Onorio con magnifica pompa insieme colla moglie incoronato Imperadore, e nell'istessa messa papale in mano del Pontefice giurò di difender la giurisdizione e Stato della Chiesa, e di passare con potente armata in Soria alla conquista di Terra Santa; e nell'istesso punto per mano d'Ugolino Cardinal e Vescovo d'Ostia, che fatto poi nell'anno 1227 Pontefice, fu detto Gregorio IX, fu segnato colla Croce. Intervennero in questa incoronazione molti Prelati e Baroni del nostro Reame, Stefano Abate di Monte Cassino, Ruggieri dell'Aquila Conte di Fondi, Giacomo Conte di S. Severino, e Riccardo Conte di Celano, ed altri Baroni noverati da Riccardo di S. Germano.
Allora fu, che Federico, per gratificare ad Onorio, promulgò in Roma dopo la celebrità della sua incoronazione quelle sue augustali Costituzioni, che leggiamo oggi nel libro secondo de' Feudi, secondo la volgare ed antica divisione, sotto il titolo de statutis, et Consuetudinibus contra libertatem Ecclesiae, etc. continenti più capitoli, rivocandosi nel primo tutti gli Statuti e Consuetudini introdotte contro la libertà ecclesiastica; stabilendosi nel secondo gravi pene contro i Gazari e Patareni ed altri Eretici; e negli altri dandosi alcuni provedimenti sopra l'ospitalità e testamenti de' peregrini, e sopra la sicurtà degli agricoltori; i quali si veggono confermati da Onorio. Nè dovrà dubitarsi, che in tal occasione, ed in quest'anno si siano promulgate queste Costituzioni in Roma da Federico; poichè oltre il testimonio di Riccardo da S. Germano[262], l'istesso Federico, nel proemio delle medesime, dice averle promulgate in die qua de manu sacratissimi Patris nostri summi Pontificis (intendendo d'Onorio) recipimus Imperii diadema. Tre capitoli delle quali furono da poi inseriti nel Codice di Giustiniano sotto il titolo de Haereticis[263]; ed un altro sotto il titolo de Sacr. Eccles. dal quale se ne formò l'Auth. Cassa, et irrita. Ciò che abbiam voluto avvertire, affinchè queste Costituzioni augustali non si confondano coll'altre, che promulgò da poi Federico per li soli Regni di Sicilia e di Puglia, com'è quella che comincia Inconsutilem, e l'altre, che si leggono nelle nostre Costituzioni del Regno. Queste sono le Costituzioni regie, non augustali, ovvero imperiali, e furono promulgate da poi per questi Regni, quando i Patareni erano penetrati in queste nostre parti, ed in Napoli particolarmente, dove Federico nell'anno 1231 ne fece molti imprigionare e punire, come diremo più innanzi.
Ma non perchè Federico avesse con tanto suo svantaggio e diminuzione delle ragioni dell'Imperio e del Regno, proccurato soddisfar il Pontefice, fu ciò bastante per averlo amico; poichè, come scrive Orlando Malavolta nell'Istoria di Siena, dimorando ancora Federico in Roma, s'avvide, che gli ordini, ch'egli avea dati per mettere in assetto le cose di Lombardia, erano mal eseguiti dalle città Guelfe aderenti alla Chiesa, e ciò avveniva per opera di Onorio, che voleva che gli fosse resa così poca ubbidienza da' suoi partigiani, studiandosi di tener così irreconciliabili e divise queste fazioni, per tema, che non passando queste città nel partito di Federico, egli poi non fosse sopraffatto dalla sua potenza.
§. I. Delle fazioni Guelfe e Ghibelline.
Qui bisogna per maggior chiarezza della istoria ricordare da capo il principio e la cagione di queste divisioni di Guelfi e Ghibellini, delle quali dovrà molto spesso favellarsene, per essersi in esse sovente intrigati i Re del nostro Reame.
(Delle varie opinioni intorno all'origine di queste fazioni, son da vedersi que' Scrittori, che raccolse Struvio[264]; dove rapporta la più vera, ch'è quella scritta da Andrea Prete, nella Cronaca di Baviera pag. 25, di cui ne adduce le parole).
Queste famose fazioni non nacquero, come si diedero a credere alcuni, ne' tempi del nostro Federico, ovvero ch'egli ne fosse stato autore, come a torto ne l'imputa il Fazzello; ma sursero molto tempo prima; egli le trovò già introdotte in Italia, nella quale aveano messe profonde radici. Cominciarono in Alemagna sino dall'anno 1139 ne' tempi di Corrado III, Imperadore, e nel Regno di Ruggiero I, Re di Sicilia[265]. I Ghibellini, che furon sempre Imperiali, presero il nome da Gibello città, ove nacque Errico figliuolo di Corrado. I Guelfi, che furon sempre Papalini, presero il nome da Guelfo Duca di Baviera. Vennero da poi questi nomi da Alemagna in Italia, per un accidente sopravvenuto in Firenze, che propagò in Italia le divisioni; poich'essendo in quella città un gentiluomo, il cui nome fu Messer Buondelmonte de' Buondelmonti, giovane vago, e molto avvenente, costui avea promesso di torre per moglie una donzella degli Amadei, nobili anch'essi; ma cavalcando un giorno per Firenze passò avanti il palagio d'una gentil donna della famiglia Donati, la quale essendosi invaghita delle maniere avvenenti del giovane, avea proposto di dargli per moglie una sua figliuola, la quale, perchè unica era nata al padre, avea redato una buona e ricca dote. Costei adunque fattasi in su l'uscio della sua casa trovare, mentre di colà passava Messer Buondelmonte ed amichevolmente salutatolo, incominciò donnescamente a proverbiarlo della donna, che preso avea, dicendogli che non era meritevole di così degno giovane, com'egli era, con soggiungere: io vi avea serbata questa mia figliuola di voi assai più degna, che quella, che presa avete; le cui parole udendo Messer Buondelmonte, e veggendo la fanciulla di nobilissima presenza e di maravigliosa bellezza, di lei incontanente innamoratosi, rispose, che sarebbe stato troppo sciocco a rifiutar così cortese offerta, e tosto la prese e sposò. Significato tal fatto agli Amadei, gli accese di grandissima ira contro Messer Buondelmonte, che così schernendogli era lor venuto meno della promessa del pattuito parentado, e mentre insieme uniti trattavano di che guisa si dovessero di lui vendicare, se con batterlo, o con ferirlo, un Messer Moscadi Lamberti, uomo, che di poca levatura avea mestiere, disse che egli avrebbe trovato un miglior modo che tutti gli altri; e non guari da poi la mattina di Pasqua di Resurrezione incontrando a cavallo Messer Buondelmonte al Ponte vecchio dell'Arno, assalitolo con alcuni altri suoi congiunti di sangue, e con molte ferite atterratolo da cavallo l'uccise appunto a piedi del pilastro, che sosteneva la statua di Marte antico Idolo de' Fiorentini. Sì fiera novella sparsasi per la città, fu cagione, che si levasse tutta ad arme e a rumore, dividendosi i Nobili di essa in due fazioni, che si chiamarono poi Guelfi, e Ghibellini; dell'una delle quali parti furono in Firenze Capi i Buondelmonti, insieme con molti altri, e si nomarono Guelfi; e dell'altra, che si nomò de' Ghibellini furono capi gli Uberti collegati con gli Amadei, e con altre molte famiglie; la qual fiera pestilenza si sparse poscia in breve tempo per la maggior parte dell'altre città d'Italia con grande lor disfacimento e rovina. Poichè nelle discordie nate tra Pontefici e gl'Imperadori, quelli del partito, che seguirono l'Imperadore furon detti perciò Ghibellini, gli altri del contrario, che seguirono le parti del Papa si dissero Guelfi; ed i Papi proccuravano mantener le fazioni, per così deprimere, o almen bilanciare le forze imperiali. Questo istesso intendeva fare Onorio con Federico, non ostante d'esser stato così ben da lui corrisposto. Ma questo Principe ciò dissimulando, lasciato in Toscana Corrado Vescovo di Spira e Cancelliero imperiale d'Italia, acciocchè mantenesse in fede i vecchi amici, e ne gli acquistasse altri di nuovo, partitosi di Roma venne in Terra di Lavoro, richiamato anche per reprimere alcune novità, che alcuni Baroni macchinavano nel Regno, e giunto a S. Germano fu a grand'onor raccolto dall'Abate Stefano; indi tolse al Conte di Fondi Sessa, Teano e la Rocca di Mondragone, che ne' passati tumulti avea occupati.
§. II. Della Corte capuana.
Non guari da poi Federico, da S. Germano, passò a Capua, ove formatosi convocò un general Parlamento, nel quale diede molti provedimenti per la quiete e comun bene del nostro Reame. Allora fu, che per consiglio di Andrea Bonello da Barletta celebre Giureconsulto ed Avvocato fiscale della sua Corte si ristabilì in Capua un nuovo Tribunale, chiamato la Corte capuana[266], nella quale ordinò, che i Baroni ed i Comuni delle città e terre, ed ogni altra persona, dovessero presentare tutte le concessioni e privilegi delle lor castella, e di altre cose, che tenevano da lui e da' passati Re suoi predecessori (ad esclusion però di Tancredi e suoi figliuoli, che gli ebbe per intrusi) per riconoscergli se stavan bene, o fossero stati illegittimamente conceduti in tempo di turbolenze; ingiungendo, che coloro che non gli presentassero, si tenessero caduti dalle concessioni, che in essi si contenevano e s'applicassero alla sua Camera; rivocando altresì alcune di esse, ch'erano state fraudolentemente estorte. Di che oltre di quel che ne scrisse Riccardo di S. Germano[267], ne abbiamo anche nelle nostre Costituzioni del Regno un intero titolo: De privilegiis a Curia Capuana revocatis. Ciò che abbiam voluto avvertire, perchè non si creda, che Federico questa Corte l'avesse istituita in Napoli, come si diedero a credere Camillo Salerno[268] e 'l Tutini[269], essendo stata quella eretta in Capua, e perciò chiamata Capuana. Napoli fu da poi da questo Principe innalzata sopra tutte le altre per l'Accademia degli Studi, che vi fondò, e per lo Tribunal della Gran Corte, di che più innanzi ci sarà data occasione di favellare.
Ma ne fu grandemente biasmato il Bonello nostro Giureconsulto autor di tal Corte; poichè quella apportò danno gravissimo a molti, a' quali, o i loro privilegi furon rivocati, o pure, perchè non presentati in tempo, non fu di essi poi tenuto conto; onde i nostri Commentatori sopra quella Costituzione mal sentono di questa istituzione, e ne parlano con istrapazzo, come stabilita senza legge e senza ragione, e che sappia di tirannide; ma Marino da Caramanico antico Glossatore ben la difende contro tutti gli sforzi di costoro.
Ordinò ancora Federico in questo general Parlamento, che si abbattessero tutte le Rocche e Fortezze, che novellamente alcuni Baroni aveano edificate per lo Reame; di che l'istesso Federico in un'altra Costituzione, che abbiamo sotto il titolo de novis aedificiis, ne fece anche menzione[270]; e dopo aver dati altri provedimenti, che, come dice Riccardo da S. Germano, in venti capitoli erano contenuti, compita l'Assemblea, da Capua, essendo entrato l'anno 1221, se ne andò a Sessa, ove fece torre a Riccardo fratel del morto Pontefice Innocenzio il Contado di Sora, che in suo nome gli aveano donato i Governadori del Regno, mentre era egli ancor fanciullo, come si è di sopra narrato[271]. Comandò ancora a Ruggiero dell'Aquila, che assediasse il castello d'Arce difeso da Stefano Cardinal di S. Adriano, e l'ottenne; ed a preghiere de' Tedeschi sprigionò il Conte Diopoldo, che sin dall'anno 1218 avea fatto carcerare.
Nel medesimo tempo concedette il Contado della Cerra a Tommaso d'Aquino, e 'l creò Maestro Giustiziero di Puglia e di Terra di Lavoro[272]. Passò poi sopra Bojano con molti altri Baroni, ch'erano in sua compagnia, per reprimere la fellonia del Conte di Molise e d'alcuni altri Baroni; ed avendogli abbassati e posta in tranquillità quella provincia, discorse anche per la Calabria e per la Puglia, ancor tumultuanti; poichè molti Prelati e Baroni, che per la sua fanciullezza eran avvezzi a vivere a lor talento, non intendevano ubbidirlo, se non quando lor piaceva: a reprimer queste rivolture v'accorse immantenente; ed avendo discacciati alcuni Baroni, ed altri costringendogli alla fuga, questi si ricovrarono in Roma sotto il presidio del Pontefice Onorio; di che si doleva Federico, che Onorio accogliesse i suoi nemici e ribelli, e fomentasse con ciò le ribellioni ne' suoi Stati, istigando ancora molti Vescovi a far il medesimo; onde fu egli costretto per sicurezza dello Stato discacciarne alcuni dalla Puglia, e sustituire altri Vescovi in luogo loro; e, per sostenere il suo esercito, di taglieggiare indifferentemente così le Chiese come i Cherici per li suoi bisogni[273].
CAPITOLO I. Prime origini delle discordie tra l'Imperadore Federico II, con Papa Onorio III.
Questi furono i primi fomenti dell'inimicizie tra Federico ed Onorio. Federico portava le doglianze contro Onorio, che oltre di mantenergli le città Guelfe avverse, ricovrava sotto il suo presidio i suoi nemici e ribelli, fomentando ancora molti Prelati del Regno a questo fine. All'incontro Onorio vedendo discacciati alcuni Vescovi, taglieggiate le Chiese, ed in lor luogo sustituiti altri da Federico, altamente si querelava di lui, che così violasse l'immunità e libertà della Chiesa, ch'egli medesimo dopo la sua coronazione avea giurato di conservare, e stabilite perciò più Costituzioni. Declamava ancora, come s'arrogasse tanta autorità d'investire i Prelati del Regno e discacciar quelli rifatti da lui; onde per questo inviò suoi Legati all'Imperadore, affinchè gli restituisse nelle loro Sedie.
Ma Federico costantemente gli rispose, che fu sempre in balìa de' Principi discacciar da' loro Stati i Prelati a se sospetti e diffidenti, e che sin da Carlo M. era stato lecito agl'Imperadori d'investire i Vescovadi ed altre dignità coll'anello e collo scettro, e che fu antica autorità, anche de' Re di Sicilia nella elezione de' Prelati dar l'investiture e gli assensi: che questo lor privilegio non poteva derogarsi da Innocenzio III, come fece con una donna, mentr'egli era ancor fanciullo; e che prima si lascerebbe torre la Corona, che derogar in un punto a questi suoi diritti[274].
Dall'altra parte il Papa scrisse una molto forte lettera, rapportata da Pirro[275], a tutti i Ministri regj di Sicilia, perchè non permettessero l'esazione de' tributi contro i Cherici ed altre persone ecclesiastiche, ma gli lasciassero immuni, come erano sotto Guglielmo II. Alcuni scrissero, che fra questi contrasti, Federico, prima di passare in Sicilia, avesse celebrato un altro Parlamento in Melfi, come nell'anno precedente avea fatto in Capua, e che quivi avesse fatto pubblicare il volume delle sue Costituzioni, compilato per suo ordine da Pietro delle Vigne. Ed in vero se dovesse attendersi la data, che quelle portano, dovrebbe dirsi, che in quest'anno 1221 quella compilazione seguisse, così leggendosi nelle vulgate: Actum in solemni Consistorio Melfitensi, Anno Dominicae Incarnat. M.CC.XXI. Ma perchè Riccardo di S. Germano non fa menzione di tal Parlamento in Melfi in quest'anno, ma ben nell'Anno M.CC.XXXI dice, che fu tenuto in quella città, ove si stabilirono queste Costituzioni, perciò noi differiamo a parlar di questa compilazione nel tempo posto da Riccardo, ove con manifesti argomenti dimostreremo non altrimenti in quest'anno, ma in quello essersi pubblicato quel volume; e che per isbaglio degl'impressori, che era facilissimo ad accadere, in vece del 1231 siasi impresso 1221.
Pubblicò egli è vero in questo medesimo anno alcune sue Costituzioni, ma non già nel Parlamento di Melfi ma in quello che tenne in Messina, quando composte le cose di Puglia passò in Sicilia, le quali da Pietro delle Vigne furono poi anche inserite in quel volume, insieme con quelle, che pubblicò in Capua, e con altre, che stabilì altrove per varie occasioni, come ben a lungo, quando di questa compilazione ci toccherà favellare, diremo.
Intanto Federico terminato questo Parlamento in Messina passò a Palermo, ove fece raccorre per tutti i suoi Regni una general taglia della ventesima parte delle rendite degli Ecclesiastici, e della decima de' Laici, non già per avarizia, come pure a torto ne fu incolpato, ma per soccorso della guerra di Terra Santa, e particolarmente per soccorrer Damiata, la quale era strettamente assediata dal Soldano d'Egitto. Inviò pertanto colà la raccolta moneta per Gualtieri della Pagliara Gran Cancelliero, e per Errico conte di Malta Grand'Ammiraglio di Sicilia; ma giunto costoro in Damiata fu per colpa del Cardinal Pelagio, e di tutti gli altri Principi, che colà militavano, perduta quella città, che con tanti travagli si era acquistata, restituendola vergognosamente al Soldano d'Egitto: di che fieramente sdegnato Federico contro il Gran Cancelliero ed il Grand'Ammiraglio, ch'eran con gli altri concorsi a così vergognosa resa, imprigionò il Conte, e lo spogliò di tutte le terre ed ufficj che possedea, ed il Cancelliero se ne fuggì a Vinegia, dove forse in esilio morì, non facendosi di lui più menzione alcuna nelle scritture di que' tempi. Morì in questo medesimo tempo in Bologna Domenico di Gusman, che fu poi chiamato Santo.
Nel nuovo anno 1222, mentre Federico teneva Corte in Catania, giunse in queste nostre parti, e propriamente nel mese di febbrajo, la nuova al Papa della caduta di Damiata; onde questi da Roma portatosi in Anagnia, cominciò, secondo il suo costume, ad aspramente dolersi di Federico, che ponendo le mani nelle ragioni della Chiesa taglieggiava i Frati ed i Preti: che avea scacciato dalla Chiesa di Aversa il Vescovo legittimamente eletto per porvene un altro di sua testa, ed il medesimo avea fatto in Salerno, ed in Capua: che dal mandar in lungo l'espedizione da lui solennemente in voto promessa di passare in Terra Santa, i Cristiani aveano perduta Damiata, imputandogli che se fosse colà andato, non si sarebbe perduta quella città con tanto danno e vergogna. Federico volendosi purgar di queste accuse, partì da Sicilia, ed andò a ritrovar il Pontefice, ch'era passato in Veruli, ed ivi abboccatisi insieme, dimoraron colà quindici giorni continui, e pacificatisi ora a cagion de' gravi bisogni di Terra Santa, statuirono, che s'avesse a convocar una general Corte di tutti i Principi in Verona per trattare d'andare a soccorrere i Cristiani di Soria, promettendo di nuovo Federico di passarvi senz'altra dimora fra certo prefisso tempo con potente esercito.
Composte in cotal guisa le cose del Papa, passò Federico in Puglia, ove dato assetto a quella provincia, bisognò, che ritornasse subito in Sicilia, a cagion che i Saraceni gli avean mossa ribellione; e mentre egli valorosamente gli combattè, ecco che l'Imperadrice Costanza si muore nella città di Catania, avendogli partorito Errico, ed un altro figliuolo chiamato Giordano, che se ne morì fanciullo[276].
Era a questo tempo l'Imperador Federico non più che d'anni 25, e vedendosi nella sua giovanezza privo di moglie, e con il solo figliuolo Errico ch'era in Germania, proccurò dopo la morte dell'Imperadrice farlo dichiarar suo successore, e lo fece coronar Re di Germania in Aquisgrana; ed aggiunge Bzovio, che Federico affrettò tal coronazione, poichè perduta Damiata, il Papa il sollecitava alla navigazione di Terra Santa: e perciò affrettò anche le nozze del fanciullo con Margherita figliuola di Leopoldo Arciduca d'Austria.
Dopo aver Federico trionfato de' Saraceni, e di Mirabetto lor Capo, fece ritorno in Puglia, ove ebbe nuovi disgusti col Papa, per cagion che gli Ufficiali regj esigevan indifferentemente le collette dalle Chiese, e dagli Ecclesiastici: di che offeso Onorio, spedì all'Imperadore il Priore di S. Maria la nuova, perchè glie lo proibisse: onde Federico mosso dalle dimande del Papa, mentr'era in Veruli subito scrisse a' suoi Ufficiali, che non più taglieggiassero le Chiese e gli Ecclesiastici.
CAPITOLO II. Unione della Corona di Gerusalemme a quella di Sicilia.
Fra gli altri pregi onde Federico ornò il Regno di Sicilia, sotto il qual nome in questi tempi venivan comprese queste province e l'isola di Sicilia, fu quello della Corona di Gerusalemme; onde da lui i successori Re di questo Regno riconoscono questo spezioso titolo, e godono i patronati e le preminenze nel tempio di quella città, e nel sepolcro di Cristo: unico e misero avanzo di ciò che ci è rimaso oggi, da poi che quel Regno passò sotto la dominazione de' Turchi. E poichè da' nostri Scrittori questo soggetto non vien trattato con quella dignità e chiarezza che merita, fa di mestieri che partitamente se ne ragioni.
Due unioni della Corona di Gerusalemme a quella di Sicilia vengono da' nostri Scrittori rapportate. La prima avvenne in quest'anno 1222 nella persona dell'Imperadore Federico II Re di Sicilia, per le ragioni di Jole sua seconda moglie; ed è la più ben fondata, e della quale ora favelleremo. L'altra nel 1272 nella persona di Carlo I d'Angiò per la cessione di Maria figliuola del Principe d'Antiochia, la quale, come diremo a suo luogo, tenendo un principio alquanto torbido, non è molto riguardata.
Il Regno di Gerusalemme dopo la morte di Balduino fratello del famoso Goffredo Buglione, che ne fu eletto prima Re, pervenne nel 1118 a Balduino II suo fratel cugino, il quale non avendo figliuoli maschi, per assicurare la successione in quel Regno alla sua primogenita Melisinda, la diede in matrimonio a Folco Conte d'Angiò, ch'ebbe il titolo di Re di Gerusalemme l'anno 1131.
Balduino III suo figliuolo gli succedette, e poi suo fratello Amorico. Quest'ultimo lasciò un figliuolo nominato Balduino IV in età di tredici anni, il quale regnò dodici anni sotto la reggenza di Raimondo Conte di Tripoli.
Questo Balduino non lasciò di se alcuna prole, ma solo due sorelle, figliuole d'Amorico. La prima fu chiamata Sibilla, la seconda Isabella. Sibilla era stata data in moglie a Guglielmo Marchese di Monferrato, dalle quali nozze era nato un figliuolo chiamato Balduino; e morto Guglielmo, rimasa Sibilla vedova, Balduino IV suo fratello Re di Gerusalemme, la diede in Matrimonio a Guido di Lusignano, destinandolo parimente per suo successore; ma poi usando giustizia a suo nipote, mutò sentimento, e fece coronare Re Balduino V suo Nipote, e gli diede il Conte di Tripoli per Tutore.
Dopo la morte di Balduino IV e di Balduino V suo nipote, che non lasciando prole lo seguì poco da poi, il Conte di Tripoli, e Guido di Lusignano contesero fra loro la Corona. Sibilla però la fece dare al suo marito Guido: di che mal soddisfatto il Conte, ebbe dell'intelligenze secrete con Saladino Califa di Egitto, il quale colle sue conquiste essendosi reso Signore dell'Egitto, dell'Affrica, dell'Assiria e di tutta l'Affrica, ed avendo dichiarata la guerra a' Cristiani della Siria, venne tosto ad assediar Tiberiade. Guido Re di Gerusalemme venne in soccorso; ma la necessità avendo costretti i Cristiani alla battaglia, avendogli abbandonati il Conte di Tripoli, restarono perditori. Il Re di Gerusalemme fu fatto prigione, e l'esercito cristiano interamente disfatto. La rotta fu seguita dalla perdita di quasi tutto il Regno di Gerusalemme: Tiberiade, e l'altre città vicine furono prese: Acra, Berito ed Ascalona furono rese con condizione, che il Re Guido fosse posto in libertà. Saladino in fine assediò la città di Gerusalemme, e la prese a composizione, di modo che non restò altro a' Cristiani in Asia, che tre Piazze, cioè Antiochia, Tripoli e Tiro. Tutte queste disavventure successero a' Cristiani l'anno 1187.
Intanto Corrado Marchese di Monferrato, morta Sibilla senza lasciar di se prole, si sposò Isabella sua sorella, per le cui ragioni pretendeva egli il Regno di Gerusalemme già perduto, onde con vigore si pose a difender la città di Tiro; poichè si era Tripoli data a Balduino Principe di Antiochia dopo la morte del Conte, il qual poco sopravvisse al suo tradimento, essendo morto d'afflizione, perchè Saladino non gli aveva mantenuta la parola, che gli avea data di farlo Re di Gerusalemme.
Vedendo il Papa ed i Principi d'Europa lo stato deplorabile, nel quale erano ridotti i Cristiani d'Oriente, s'accinsero alcuni di essi ad andare in Oriente in lor soccorso; e risoluta nell'anno 1188 la Crociata, vi si trovarono pronti i Re di Francia e d'Inghilterra, i quali partirono co' loro eserciti nell'anno 1190, e giunsero felicemente in Palestina, e combatterono con Saladino, a cui tolsero la città d'Acra. Ma il Re di Francia venendo molto incomodato da una grave infermità, risolvette di ripassare il mare, lasciando una parte delle sue truppe in Palestina; e prima di partire compose col Re d'Inghilterra le contese, che trovarono insorte con pregiudicio de' Cristiani tra Guido di Lusignano, e 'l Marchese di Monferrato per lo Regno di Gerusalemme. Fu secondo alcuni deciso, che Guido riterrebbe in tutto il corso di sua vita il titolo di Re di Gerusalemme, e dopo la sua morte il Marchese di Monferrato, ovvero i di lui figliuoli avrebbero la Corona. Fu parimente deciso, che le città di Tito, di Sidone e di Berito restassero al Marchese.
Da Isabella moglie di Corrado di Monferrato non ne nacquero maschi, ma quattro figliuole femmine. La primogenita fu Maria, che si maritò con Gio. Conte di Brenna: Alisia secondogenita, maritata secondo il Summonte con Ugo Re di Cipro: Sibilla terzogenita, maritata con Livone Re d'Armenia; e Melisina quartogenita, la quale, secondo il medesimo Scrittore, fu maritata col Principe d'Antiochia, dal cui matrimonio ne nacque Maria, la quale per le ragioni della madre pretendeva il Reame di Gerusalemme appartenersi a lei.
Nella posterità adunque d'Isabella figliuola d'Amorico, e sorella di Balduino IV Re di Gerusalemme erano trasfuse le ragioni sopra quel Reame; e ciascheduno vi avea le sue pretensioni; ma niuno la possessione, poichè il Regno era sotto la dominazione di Saladino. Fra' più legittimi pretensori era riputato Giovanni di Brenna, il quale per cagione della sua moglie Maria figliuola primogenita d'Isabella, si faceva chiamare Re di Gerusalemme: ed avendo di questo matrimonio procreata una figliuola chiamata Jole, o come altri dicono Joalanta, o Violanta; questa per la morte di Maria sua madre rappresentava le ragioni sopra quel Reame.
Or a' questi tempi, resa che fu Damiata, l'armata de' Cristiani se ne tornò di Soria in Puglia, con la quale venne anche in Italia il Gran Maestro de' Cavalieri Teutonici, nomato Ermanno Saltza[277], il quale andò a ritrovar Federico, ed a spingerlo, che andasse alla conquista di Terra Santa, e per indurlo al suo parere gli propose, ch'essendo egli già vedovo, doveva proccurar di sposarsi con Violante, detta comunalmente Jole, bella ed avvenente giovane, ed unica figliuola di Giovanni di Brenna, e della già defonta Maria Reina di Gerusalemme sua donna, alla qual Jole, come erede di sua madre, spettando queste ragioni, glie le avrebbe recate in dote; e ch'egli poi con la sua potenza avrebbe facilmente tolto quel Regno dalle mani del Soldano, insignorendosi parimente di tutte le altre fertilissime regioni d'Egitto, come possedute da genti imbelli, e di poco valore, ed agevolissime a debellarsi con le forze d'Alemagna e di Sicilia. Aggradì molto questa proposta all'Imperadore, onde rispose, che avrebbe lietamente il parentado conchiuso: così il Gran Maestro, presosi il carico di guidar tal affare, se ne passò in Roma al Pontefice, e da lui cortesemente accolto, dopo varj discorsi delle cose di Soria, gli richiese Onorio qual sicura via più tentar si potrebbe per sottrar di servitù que' santi luoghi: ed il Gran Maestro che ciò attendea, prestamente disse che il modo più agevole era, interessar l'Imperadore in quegli Stati, in guisa tale, che non solo per osservargli la promessa, e per lo suo onore, ma anche per propria utilità passasse a guerreggiarvi; e quando Onorio ripigliò, come ciò far si potrebbe, rispose con darli per moglie la figliuola del Re Giovanni, e procacciare che quel Re per la dote glie ne cedesse le ragioni, che vi avea per cagion di sua moglie: piacque sommamente al Pontefice tal risposta, e replicandogli che modo tener si potrebbe, acciocchè col voler d'ambe le parti cotal parentado si conchiudesse, allor rispose Fr. Ermanno, ch'egli poteva scrivere al Re, ed a Fr. Guerino di Monteaguto, col cui consiglio per lo più il Re governava i suoi affari, che fossero amendue venuti in Roma, perchè avea a trattar con loro un importante negozio, per la difesa e conquista di quei paesi; e che venuti gli persuadesse cotal parentado, ch'egli dall'altra parte vi avrebbe senza fallo fatto concorrer l'Imperadore. Stette da prima dubbio il Pontefice, che l'assenza di tai due personaggi da Palestina, cagionasse alcun notabil danno; ma persuaso da Fr. Ermanno, che ciò avvenir non potea, per la pace novellamente fatta col Soldano, il Pontefice concorso nel voler di lui, significò prestamente con sue lettere al Re, ed al Fr. Guerino, che per importanti bisogni degli affari di Terra Santa, a Roma venissero. Le cui lettere capitate in potere del Re Giovanni, per ubbidire al Pontefice, tosto s'imbarcò col Patriarca di Gerusalemme, e col Vescovo di Bettelemme, ed in breve tempo giunto a Roma, andò a ritrovare Onorio, il quale caramente accoltolo e favellandogli del parentado, tosto col suo voler concorse; onde fatto di ciò consapevole Federico da Fr. Ermanno, incontanente di Sicilia partitosi ne venne a S. Germano; e di là chiamato da alcuni Cardinali andò in Campagna di Roma, ove poco stante sopraggiunto il Papa, s'abboccarono in Ferentino, e concordata di nuovo ogni lor differenza si conchiuse il maritaggio, promettendo solennemente Cesare in presenza del Papa, de' Cardinali, e de' Maestri dell'Ospedale, e dei Cavalieri Teutonici di prender Jole per moglie colla dote delle ragioni sopra il Regno di Gerusalemme, e di passar fra due anni con potente armata oltremare a conquistar Terra Santa: qual avvenimento esser in cotal modo seguito, oltre al Bzovio e Riccardo da S. Germano, vien parimente scritto da Onorio in una sua epistola a Filippo Re di Francia, esortandolo in essa a passar anch'egli a guerreggiare in que' santi luoghi.
Conchiuso in cotal guisa il parentado, si mandò tosto in Palestina a far condurre Jole in Italia, ed il Re Giovanni se ne passò in Ispagna a visitar la chiesa dell'Appostolo S. Giacomo in Galizia, ed ivi ammogliatosi con Berengaria, figliuola d'Alfonso IX Re di Lione, per Francia ove possedea ricchi Stati, a Vienna sua patria ritornò; e Federico partitosi da Ferentino venne nel Regno, e per le strade di Sora andò a Celano, indi passato in Puglia, dimorò per qualche tempo in Bari, donde poi navigò di nuovo in Sicilia.
Così dunque il Re Giovanni di Brenna, che per 27 anni per ragion della Regina Maria sua moglie si aveva goduto il titolo di Re di Gerusalemme, ma senza Stato, poichè Terra Santa era passata già sotto la dominazione del Soldano d'Egitto, in quest'anno dotando Jole sua figliuola, a cui queste ragioni spettavano, com'erede di sua madre, diede il titolo e le ragioni suddette in dote all'Imperadore e suoi eredi legittimi, onde avvenne che i Re di Sicilia si dissero anche Re di Gerusalemme. Egli è vero, che Federico non in questo anno, che si conchiuse questo maritaggio cominciò ad intitolarsi ne' Diplomi, ed altrove Re di Gerusalemme, ma cominciò ad usar questo titolo nell'anno 1225 quando venuta Jole in Italia, celebrate con molta pompa le nozze, e consumato in Brindisi già il matrimonio, volle incoronarsi colla Corona di quel Regno; ed in oltre volle, che il Signor di Tiro, e molti altri Baroni di Palestina, ch'erano in compagnia del Re Giovanni gli giurassero fedeltà, ed inviò in Tolemaida il Vescovo di Molfetta con due Conti, e 300 soldati siciliani, acciocchè da ciascuno in suo nome ricevessero il dovuto omaggio, e giuramento, confermando per Vicerè e Governadore di quel Regno Ugo di Monte Beliardo Cavalier francese, che l'avea governato prima in nome del Re Giovanni; onde da quest'anno, come osservò Inveges, si veggono i privilegi di Federico col titolo di Rex Hierusalem. Ma non è già vero ciò che scrive il medesimo Autore, che Federico costantemente preferisse sempre questo titolo a quello di Sicilia, per doppia ragione, com'e' dice, così per onore di quella città santa, com'anche per essere più antica la Corona di Gerusalemme, che quella di Sicilia; nel che (se non si voglia andar tanto indietro ne' tempi degli antichi Tiranni di quell'isola) dice vero, avendo Gerusalemme sin da' tempi d'Urbano II nell'anno 1099 quando Goffredo Buglione conquistolla, avuta tal prerogativa; e la Sicilia nell'anno 1130 ne' tempi di Ruggiero I Re normanno, come abbiam narrato nell'undecimo libro di questa Istoria; poichè al contrario si vede in molti diplomi preposto il titolo di Re di Sicilia, a quello di Gerusalemme; e nel proemio delle nostre Costituzioni i suoi titoli si leggono in cotal guisa disposti: Italicus, Siculus, Hierosolymitanus. Quindi deriva ancora, che i nostri Re nelle loro arme inquartino la croce di Gerusalemme, e meritamente si pregino di questa bella prerogativa.
Ma Frate Stefano Lusignano nella sua Cronaca di Cipri, oppone a' Re di Sicilia quelli di Cipro, e vuol che a costoro s'appartenga questa ragione, come più prossimi eredi; e narra che perciò i Re di Cipro solevano prima in Nicosia prender la Corona di Cipro, e dopo a Famagosta quella di Gerusalemme; ma egli di gran lunga va errato, poichè dalla genealogia dei Regi gerosolimitani, ben si vede, che la Regina Maria madre di Jole era la più prossima erede, come primogenita d'Isabella figliuola d'Amorico Re di Gerusalemme.
§. I. Trasmigrazione de' Saraceni di Sicilia in Lucera di Puglia, e de' Pagani.
Dimorando ancora l'Imperador Federico in Sicilia, preso dall'ameno sito di Napoli, dirizzò i suoi pensieri in favorirla sopra tutte l'altre città del Regno di Puglia. Coloro, che non vogliono farne autore il Re Guglielmo, narrano, che nel seguente anno 1223 facesse Federico edificar in Napoli il castello capuano scrivendo che quelli dell'Uovo, e di S. Eramo solamente fossero stati edificati da' Normanni. Questo Principe fu il primo che gettò le fondamenta, onde col correr degli anni, divenuta questa città capo e metropoli d'un sì bel Regno, s'ergesse sopra tutte le altre; poichè nel seguente anno 1224 avendo quivi istituiti gli studj generali, fu cagione che si rendesse più numerosa d'abitatori, concorrendo in quella non pur gli scolari di tutte le altre province, ma di Sicilia istessa, secondo gl'inviti ch'e' ne fece, come diremo più innanzi.
Guerreggiò ancora in quest'anno 1223 di nuovo co' Saraceni di Sicilia, assediandogli e combattendogli in diversi luoghi, come molesti e perturbatori della quiete de' Siciliani; e da poi che gli ebbe soggiogati temendo lasciargli in quest'isola, come troppo vicina all'Affrica, donde spesso ricevevano soccorsi, ne trasportò in Puglia un grosso numero, e lor diede ad abitare la città di Lucera, e questa fu la prima loro trasmigrazione di Sicilia in Lucera, fatta Colonia dei Saraceni. La seconda fu fatta nell'anno 1247 quando Federico il misero avanzo, che d'essi era rimasto in quell'isola, lo trasportò nell'altra Lucera detta perciò de' Pagani; ed avendo a' primi, che trasportò in Puglia, dato in processo di tempo in lor potere tutta la Japigia, ora detta Capitanata, portarono molto incomodo a questa provincia, non cessando d'affliggerla con infinite cattività e licenze militari, essendo lor sofferto il tutto da Federico, e poi da Manfredi, poichè come valorosi, d'essi si servivano assai utilmente in diverse guerre contro i Pontefici romani, e contro altri Signori o città d'Italia; infinchè Carlo I d'Angiò dopo l'acquisto del Regno, con una lunga guerra, e con poderosi eserciti non gli scacciasse, secondo che nel progresso di quest'Istoria racconteremo.
CAPITOLO III. Degli Studj generali istituiti da Federico in Napoli.
Napoli come città greca ebbe sin da' suoi natali le Scuole, ove la gioventù nelle buone lettere istruivasi; ma Federico in quest'anno 1224 le ristabilì e ridusse in forma d'Accademia. Non fu egli il primo autore degli Studj in Napoli, come si diedero a credere alcuni: egli gl'ingrandì, e ridusse in una più nobile forma, e da' Studj particolari, che prima erano, destinati per la città sola, gli rese generali per tutto il Regno di Sicilia, e trascelse Napoli, dove da tutte le province del nostro Regno e della Sicilia doveano i giovani portarsi per apprender le discipline.
Da più cagioni fu mosso questo savio Principe a ristabilir in Napoli sì illustre Accademia, com'egli medesimo ne rende testimonianza nelle sue epistole, che si leggono presso Pietro delle Vigne suo Secretario e Consigliero[278]. In prima, dall'essere stata riputata sempre questa città antica madre, e domicilio degli studj; per secondo, dall'amenità del suo clima; e per ultimo, dall'esser collocata in parte comoda, e vicina al mare, dove per la fertilità così del terreno, come del traffico marittimo, era abbondanza di tutte le cose bisognevoli per l'uman vivere, e dove con facilità da tutte le parti così terrestri, come marittime, si potevan conducere i giovani a studiare.
Ci testifica Riccardo da S. Germano, Scrittor contemporaneo, che Federico nel mese di luglio di quest'anno 1224 ordinò quest'Accademia, mandando per tutte le parti del Regno, così di Puglia, come di Sicilia sue lettere a questo fine: Mense Julio ci dice, pro ordinando studio Neapolitano Imperator ubique per Regnum mittit litteras generales. Alcune di queste lettere si leggono ne' sei libri dell'epistole scritte da Pietro delle Vigne, nelle quali si prescrive la forma di quest'Accademia, alla quale di molti privilegi e prerogative fu liberalissimo. Primieramente furono da lui costituiti chiarissimi ingegni con grossi stipendj per Maestri di quest'Università in ciascuna facoltà; egli chiamò da parti anche remote Professori insigni che insegnar dovessero in quest'Accademia le discipline, proibendo loro, che in altra privata scuola, nè fuori, nè dentro il Regno insegnar potessero, se non in questa Accademia[279]. V'invitò con grossi stipendj i Maestri Pietro d'Ibernia, e Roberto di Varano assai noti e celebri Dottori in quella età (poichè Maestro in que tempi valeva l'istesso, che al presente Dottore) uomini, come Federico istesso gli qualifica, civilis scientiae professores, magnae scientiae, notae virtutis, et fidelis experientiae[280]. V'invitò ancora tutti gli altri Professori di ciascuna facoltà, perchè niente vi mancasse, com'ei dice nell'undecima epistola: In primis, quod in Civitate praedicta Doctores, et Magistri erunt in qualibet facultate.
Vi ebbero, oltre i Professori di legge, onorato luogo i Teologi; vi furono invitati perciò, o i Monaci del monastero di Monte Cassino, celebri in questi tempi per dottrina, o i Frati dell'Ordine di S. Domenico, ovvero i Frati Minori di S. Francesco; due religioni di fresco allora surte, che s'aveano acquistata molta stima per la santità non meno, che per la dottrina de' loro Religiosi. E quando nell'anno 1240 per le fazioni, che proccuravano mantener questi Frati contro Federico nelle discordie insorte tra lui e Gregorio IX, tanto che fu obbligato questo Principe a discacciargli tutti dal Regno, come perturbatori della pubblica quiete, mancando perciò in quest'Accademia i Professori di teologia, l'Università degli studj di Napoli scrisse una lettera ad Erasmo Monaco Cassinense Professore di teologia, invitandolo a venire in Napoli per riparare colla sua dottrina questo difetto, che per la mancanza di que' Frati pativa il napoletano studio. Questa lettera oggi giorno si conserva nella Biblioteca Cassinense, e vien rapportata dall'Abate della Noce[281], e porta in fronte quest'iscrizione: Honestissimo, et peritissimo viro Magistro Herasmo Monacho Casinensi Theologicae scientiae Professori; Universitas Doctorum, et Scolarium Neapolitani Studii salutem, et optatae felicitatis augumentum.
Ebbe ancora quest'Università Professori di legge Canonica; ed il Summonte rapporta, nel regio Archivio di Napoli nel registro dell'Imperador Federico II al fol. 21 leggersi una scrittura, che parla dell'istituzione di questo generale Studio, che comincia: Scriptum est Clero, Baronibus, Militibus, Bajulis, Judicibus, et universo Populo Neapolitano: nella quale tra l'altre cose s'ordina, che non fossero ricevuti in questo Studio gli uomini nati nelle città, che poco prima se gli erano ribellate nella Lombardia; e tra gli altri Dottori, che v'invitò, fu Bartolomeo Pignatello di Brindisi famoso Canonista, chiamato a leggere ivi il jus canonico.
Non vi mancarono ancora i Professori di Medicina; tanto che Napoli cominciò allora a contendere di pari col Collegio de' Medici di Salerno, ordinando Federico in una sua Costituzione[282], che niuno ardisse leggere nel Regno medicina o chirurgia, se non in Salerno o in Napoli; nè che potesse alcun ricever grado di Medico o di Chirurgo, se prima non fosse stato esaminato da' Medici di queste due Università; il quale dopo aver ricevuto da' medesimi le lettere d'approvazione, non avesse l'esercizio di medicare, se prima non si presentasse innanzi a' suoi Ufficiali e Professori di quell'arte, da lui per tal effetto deputati: e da costoro quantunque dichiarato abile ed idoneo, nemmeno potesse esercitar il mestiere senza espressa licenza del Principe, ovvero, essendo quello assente dal Regno, del suo Vicario[283]. Ond'è che Luca di Penna ed Agnello Arcamone dissero, che prima nel nostro Regno il solo Re approvava i Medici, e dava la licenza di curar gl'infermi[284]. Ciò che poi, secondo che scrisse Andrea d'Isernia[285], fu variato per le nuove ordinazioni de' Regnanti, per le quali fu stabilito, che coloro che volevano esser graduati in medicina, dovessero presentarsi innanzi a colui, che il Re avea ordinato sopra la cura degli studj; ed oggi in Napoli, questa prerogativa di graduare in medicina ed in tutte l'altre professioni, è presso al Gran Cancelliero del Regno, e suo Collegio, che in vece del Re dottora, ed in Salerno per la medicina presso quel Collegio; quindi è che presso di noi l'Università degli studj di Napoli non abbia, come nell'altre Università d'Europa, la facoltà di dar grado di Dottore, ma solo lettere d'approvazione, avendosi il Re riserbata questa prerogativa, e conceduta al Gran Cancelliere, che l'esercita in suo nome.
Oltre d'aver Federico fornita quest'Accademia di Professori in ciascuna facoltà, e d'averle conceduta potestà di spedir lettere d'approvazione a coloro, che volevano in quelle graduarsi, le concedè ancora, così per quel che riguarda le persone de' Professori, come degli Scolari, molto nobili prerogative.
Perchè quest'Accademia si rendesse più celebre e numerosa, ordinò che solamente in quella potessero i Professori insegnar le scienze, e che gli Scolari in niun'altra città così di questo Regno, come di quello di Sicilia, nè fuori potessero andare ad apprender lettere, che in Napoli[286]. Nel che si procedeva con tanto rigore, che per essersi così severamente vietati gli studj in tutte le parti del Regno si dubitò dal Giustiziero di Terra di Lavoro, se s'intendessero proibite anche le scuole di grammatica, delle quali non doversi intendere il suo editto, dichiarò Federico in una sua lettera, che pur leggiamo ne' sei libri dell'epistole di Pietro delle Vigne[287].
Concedè parimente a quest'Università e suoi Dottori e Maestri, giurisdizione di poter conoscere delle cause civili degli scolari, come si legge in quell'epistola, che drizzò agli scolari medesimi, invitandogli a questo Studio: Item omnes scholares in civilibus, sub eisdem doctoribus, et Magistris debeant conveniri[288]. E per renderla vie più numerosa, ordinò a tutti i Moderatori delle province, che sotto severe pene costringessero gli scolari di quelle a venire a studiare in Napoli, con proibir loro d'andare altrove, o dentro, o fuori del Reame[289]. Mandò ancora altri pressanti ordini al Capitano di Sicilia, d'invitare i giovani di quell'isola a voler venire a studiare in Napoli, ove avrebbero godute molte prerogative, franchigie ed immunità[290]. E nell'anno 1226 essendosegli ribellata Bologna, ordinò che gli scolari, che ivi erano, venissero a studiare in Napoli, o in Padoa; e nell'anno 1233 avendo per le turbolenze accadute nel Regno a cagion delle discordie tra Federico ed il Papa, patito questi studj danni gravissimi, Federico gli ristorò, e nella pristina forma gli ridusse[291].
Ed infatti, per invitare questo Principe la gioventù allo studio delle lettere, concedè a' scolari moltissimi privilegi. Si dichiarò voler tenere de' medesimi particolar cura e protezione, in maniera, che stassero sicuri, che ne' loro viaggi, o dimore, che dovessero far in Napoli, sarebbero ben trattati, e così nelle loro persone, come nelle loro robe non riceverebbero molestia, nè danno veruno. Che le migliori case, che fossero nella città sarebbero loro date in affitto a piacevol mercede; nè nelle cause civili fossero riconosciuti da altri, che da Maestri dell'Università. Che troverebbero persone, che ne' loro bisogni loro darebbono danari in prestanza. Che sarebbe loro provvisto di grano, vino, carni, pesci, ed ogni altro appartenente al loro vitto, siccome ad ogni altro cittadino napoletano; ed oltre di quelle altre prerogative, che si leggono in una sua epistola registrata da Pietro delle Vigne nel libro terzo[292], moltissimi altri provvedimenti diede Federico per questa Università, dei quali, secondo l'opportunità, farem parola. Manfredi suo figliuolo seguitò le pedate di suo padre; ed appresso il Baluzio[293] si leggono alcune sue epistole, dove mostra la sua particolar cura e pensiero di provvedere quest'Università di valenti Professori, perchè vi fiorissero le lettere.
L'avere Federico in questa città istituita Accademia sì illustre, per la quale concorrevano a quella gli scolari del Regno dell'una e l'altra Sicilia, fece che Napoli cominciasse ad estollere il capo sopra tutte le altre città di queste nostre province: e questa fu la prima fondamental pietra, onde poi si rendesse metropoli del Regno.
L'altra pure, che dobbiamo a quest'inclito Principe, e' la gettò quando gli piacque fare spesse dimore in Napoli: poichè avendo egli innalzata tanto la sua Gran Corte, Tribunale a questi tempi il più supremo, ed al quale erano riportate le più gravi cause: questo fece, che per le frequenti sue dimore, Napoli si rendesse più frequentata; e se bene a' tempi di Federico non acquistasse quella superiorità sopra tutte le cause d'altre Corti dell'altre città di queste province, in guisa, che ogni lite potesse a lei riportarsi per via d'appellazione, tenendo ciascuna provincia il suo Giustiziero, innanzi al cui Tribunale si finivano le liti; nulladimanco Federico accrebbe questa Gran Corte d'altre conoscenze sopra le cause criminali, di Maestà lesa, feudali, e di tutto ciò, che si vede stabilito nelle sue Costituzioni[294], sopra le quali non potevan impacciarsi l'altre Corti.
Favorì ancora Napoli di maggior numero di Giudici, che non erano nell'altre città d'altre province. In queste il lor numero non poteva sormontare quello di tre Giudici, ed un Notajo; ma in questo Reame, in Napoli solo, e in Capua, siccome in Messina in quello di Sicilia, furono stabiliti cinque Giudici, ed otto Notai[295].
CAPITOLO IV. De' Giureconsulti, che fiorirono fra noi a questi tempi.
Si rese ancora più celebre Napoli, per la sapienza e dottrina de' nostri Giureconsulti, e de' Giudici, che Federico prepose alla Gran Corte. Pietro delle Vigne, Taddeo da Sessa, e Roffredo Beneventano, famosi Giureconsulti di questa età, la illustrarono sopra tutte le altre. Abbiamo ancora tra l'epistole di Federico, una scritta a Roffredo, per la quale l'invita ad andar tosto a Napoli a regger la sua Corte, di cui egli l'avea eletto Giudice[296]. E Riccardo di S. Germano[297] narra, aver Federico impiegato questo Giureconsulto in affari assai più rilevanti, avendolo mandato a Roma, perchè lo difendesse dalle censure che Gregorio IX aveagli scagliate contro. Così da questo tempo Napoli, per l'eccellenza di quest'Accademia, e per gl'illustri Professori, che in quella istruivano la gioventù, per lo Tribunale di questa Gran Corte, e per li Giudici, che vi presiedevano insigni Giureconsulti, cominciò a distinguersi sopra tutte le altre città del Regno, onde meritò poi, che Carlo I d'Angiò collocasse quivi la regia sua sede, tal che resa capo e metropoli di tutte le altre fosse divenuta col lungo correr degli anni tale, quale oggi tutti ammirano.
Quindi avvenne ancora, che le leggi longobarde cominciassero nel nostro Reame a cedere alle romane, e pian piano cedendo andar poi ne' secoli seguenti in disuso ed in oblivione; poichè avendo istituito Federico quest'Accademia in Napoli, ed avendo già in tutte l'altre Università d'Italia, come in Bologna, Padova, ed in altre posto gran piede le Pandette, e gli altri libri di Giustiniano, tal che pubblicamente ivi si leggevano, ed i Professori tratti dall'eleganza dell'orazione, e dalla sapienza di quelle leggi, abborrendo come barbare le leggi longobarde, si diedero allo studio di quelle, onde oltre a coloro, che fiorirono a' tempi di Federico I si renderono a questi tempi di Federico II celebri Accursio fiorentino, e tanti altri: così ancora avvenne presso di noi, dove in quest'Accademia i Professori di legge, non meno che nell'altre città d'Italia, spiegavano que' libri nelle loro Cattedre. E dalle Cattedre per conseguenza si passò poi a' Tribunali, i Giudici de' quali instrutti in quella Scuola, ricevevano molto volentieri quelle leggi, e così pian piano si cominciarono ad allegar nel Foro, e ad acquistar presso di noi forza e vigor di legge. Non è però, che le longobarde allora affatto mancassero, già che Andrea Bonello da Barletta Avvocato fiscale di Federico II in questi tempi compilò quel suo trattato delle differenze dell'une e l'altre leggi, di che a bastanza si è discorso nel libro decimo di quest'Istoria.
Fiorirono presso noi in questa età, oltre Andrea Bonello, altri insigni Giureconsulti, secondo che comportavano questi tempi; d'alcuni de' quali ci sono rimasti ancora vestigi delle loro opere. Di Pietro d'Ibernia, di Roberto da Varano, e di Bartolommeo Pignatello Professori di leggi e di canoni nell'Università di Napoli, non abbiamo altro riscontro di quello, che Federico istesso ce ne dà, d'essere stati civilis scientiae professores, magnae scientiae, notae virtutis, et fidelis experientiae[298].
Il famoso Pietro delle Vigne da Capua, chi non sa essere stato un insigne Giureconsulto di questi tempi, e che per la sua eminente dottrina, ingegno ed eloquenza, ancorchè nato in Capua da umili parenti, fosse stato innalzato da Federico a' gradi più sublimi del Regno, di suo Consigliero, e intimo Secretario, di Giudice della Gran Corte, di Protonotario dell'Imperio e Luogotenente d'amendue i Reami di Puglia e di Sicilia; e, quel ch'è più, reso degno della sua privanza? I Germani tentarono d'involarci questo Giureconsulto, facendolo non già capuano, ma tedesco (non altrimenti che i Franzesi fecero da poi del nostro Lucca di Penna), e Giovanni Tritemio[299] chiaramente lo scrisse, ingannato forse dal suo cognome, che credette averlo preso da Vigna celebre monastero di Svevia, posto non molto lungi da Ravenspurgo. Ma egli è chiaro più della luce del giorno, che fosse nato in Capua, com'è manifesto dalle sue medesime lettere[300], e da una scritta a lui dal Capitolo capuano, che veggiamo inserita ne' sei libri delle sue epistole[301].
(Fra i Codici Filosofici MS. che si conservano nell'Augusta Biblioteca Cesarea di Vienna n. 179 pag. 80 si legge una epistola d'Errico d'Isernia Notajo d'Ottocaro Re di Boemia, il quale per aver seguito le parti di Corradino, essendo stato scacciato dal Regno, scrive al Vescovo Blomucense, pregandolo, che interceda per lui presso il Re Carlo I d'Angiò, ed infra l'altre cose gli dice: Si autem ad aetatis modernae tempora nostrae mentis aciem convertemus, inveniemus equidem, quod Magistrum Petrum de Vineis exilibus Parentibus editum, et fama reconditum obscura, ad ipsius Petri postulationem Panormitanus Archiepiscopus apud Imperatorem promovit Fredericum, eumque splendore clari nominis titulavit. E nell'Epistola scritta dell'istesso affare ad un tal Frate Bonaventura, che si legge alla pag. 82 pur gli raccorda, quod Panormitanus Archiepiscopus Petrum de Vinea olim egregium Dictatorem, et totius Linguae Latinae jubar, pro unica tantum Epistola, quam eidem misit Archiepiscopo, Imperatori affectuosissime commendaverit Federico, licet nunquam prius ipsius Petri habuisset notitiam, et jaceret tunc temporis mole inopiae consternatus.)
Fu egli peritissimo nelle leggi romane, e tutto inteso a restituirle nel loro antico splendore; onde avvenne, che in queste nostre parti cominciasse a piacere lo studio delle Pandette e del Codice, e ne' Tribunali cominciassero ad allegarsi le leggi in que' volumi comprese. Ecco ciò, che di lui ne disse l'istesso Federico[302]: Nam legis armatus peritia, digesta digerit, et Codicis scrupolositates elimat. Ond'è, che presso i nostri Autori de' tempi più bassi, fu riputato uno de' più dotti e sublimi Giureconsulti di questi tempi, come lo qualificano Matteo d'Afflitto[303], ed altri.
Quindi fu, che Federico commise a lui la compilazione delle nostre Costituzioni del Regno, della quale più innanzi farem parola; e che della di lui opera si servisse nelle cose più ardue e difficili, e che per la sua fedeltà l'impiegasse negli affari più gravi e riposti dello Stato, onde Dante nella sua Comedia introducendolo a parlare gli fe dire:
Io son colui che tenni ambo le chiavi
Del cuor di Federico, ec.
Compose, oltre i libri delle nostre Costituzioni, sei libri d'Epistole, così in nome suo, come del suo Signore, scritte con molta eleganza, per quanto comportava l'uso di quest'età; nelle quali vi sono molte cose utili e commendabili, e quel ch'è più, danno molto lume all'istoria di questi tempi; e Giovanni Cuspiniano chiarissimo Istorico e Poeta ci testifica, che da questi suoi libri si cavano con molta chiarezza quasi tutte le azioni di Federico, e gli avvenimenti di questi tempi; ond'è che i più diligenti e accurati Istorici, come Teodorico di Niem, Nauclero, ed altri non solo di quelle vaglionsi nella descrizione delle gesta di Federico, ma spesso le citano per gli altri punti della istoria d'altri successi. Stettero questi libri in obblivione per molto tempo, insin che Simone Scardio dalle tenebre gli cavò fuori alla luce del Mondo, e nell'anno 1566 gli fece imprimere in Basilea, dei cui esemplari oggi si è resa ancor rara la notizia.
Scrisse ancora questo Giureconsulto un libro Apologetico intitolato: De Potestate Imperatoris et Papae, in difesa delle ragioni imperiali contro i romani Pontefici; e narrasi che Innocenzio IV s'avesse presa la briga di confutarlo[304]. Compose molte Orazioni in difesa di Federico contro le scomuniche, che si lanciavano contro di lui da' romani Pontefici, e ne recitò in Padua una assai dotta ed elegante, su la scomunica, che Gregorio IX avea fulminato all'Imperadore. Compose anche alcune vaghe Canzoni italiane, che ancor oggi si leggono con quelle di Federico, ed Enzio suo figliuol bastardo Re di Sardegna.
Alcuni anche credettero, che fosse stato egli l'Autore del libro De tribus Impostoribus; ma questa è un'impostura, anzi vi è ancor chi dubita, se mai questo libro vi fosse stato, o sia al Mondo, tanto è lontano, che Federico per opra di lui l'avesse fatto comporre.
Ma l'infelice fine, ch'ebbe questo insigne Giureconsulto, sarà un chiaro documento dell'istabilità delle mondane cose, del quale ci toccherà ragionare più innanzi nell'anno 1243 come in proprio suo luogo.
Fiorì ancora in questi tempi Taddeo da Sessa, che cotanto si distinse nel Concilio di Lione, pur egli chiaro Giureconsulto e Giudice della Gran Corte ed adoperato da Federico, non meno che Pietro, negli affari dello Stato; ma di costui niente abbiamo, che lasciasse alla memoria de' posteri.
Non così fece Roffredo Epifanio da Benevento. Fu questi famosissimo Dottore, ed uomo così insigne, che nella Corte di Federico, di cui era Giudice, tra tutti i dotti avea il vanto. Compilò molti trattati, che in questi tempi grandemente illustrarono la disciplina legale; compose un trattato De libellis, et ordine Judiciorum; il quale divise in questo modo: I De Praetoriis actionibus. II De Interdictis. III De Edictis. IV De Actionibus civilibus. V De Officio Judicis. VI De Bonorum possessionibus. VII De Senatusconsultis. VIII De Constitutionibus. Nelle stampe moderne vi sono aggiunti, Libellorum opus in Jus Pontificium, ac quinquaginta quatuor Sabbatinae quaestiones. Oltre di queste opere, il Vescovo Liparulo[305] afferma ne' Commentari alla somma di Odofredo che appresso il famoso legista Bartolommeo Camerario si conservavano dodici grossi volumi di materie civili e canoniche, composti da Roffredo, e per quanto si credea, scritti di propria sua mano, i quali il Camerario teneva pensiero di mandargli in luce.
Egli dalla sua giovanezza portossi per apprender leggi in Bologna, dove per la celebrità di quell'Accademia concorrevano tutti i giovani delle città d'Italia; ed ebbe per maestri i principali Dottori, che fiorissero in questi tempi. Il primo, per quel che rapporta Odofredo, il quale lo commenda cotanto, fu Ruggieri, uno de' primi Chiosatori delle nostre Pandette. Appresso fu Azone, e poi Kiliano, Ottone Papiense, e Cipriano, tutti famosi legisti, com'egli in più luoghi afferma. Fatti maravigliosi progressi in questi studj, fu nell'anno 1215 (com'egli stesso testimonia nella prima delle sue quistioni Sabatine) invitato in Arezzo per interpretar le leggi. Ed avendo conosciuto, che le Quistioni di Pileo, che si recitavano in Bologna per ammaestrare i giovani alla difesa delle cause, poco profitto facevano, lasciate queste in disparte, pensò di esporre a' suoi scolari quelle quistioni, che alla giornata accadevano nel Foro, le quali per averle recitate in ogni sabato, pose loro nome di Quistioni sabatine. Tornato poi nel Reame, fu nell'anno 1227 trascelto da Federico per suo Avvocato, e mandato in Roma per le contese insorte con Gregorio IX. La sua fama presso i posteri crebbe tanto, che sulla credenza, che Papiniano fosse di Benevento, gli diedero perciò nome di secondo Papiniano. Giace egli sepolto in Benevento, ove, per quel, che ne scrive il moderno Scrittor di Sannio[306], s'addita il suo tumulo nella chiesa di S. Domenico, che quivi egli fece edificare.
Fiorì ancora negli ultimi tempi di Federico Andrea di Capua Avvocato fiscale della sua Corte, che fu padre di Bartolommeo, grande e famoso Dottor dei suol tempi, che con la sua virtù e valore pose il suo legnaggio in quella fortuna e grandezza, nella quale ai presente il veggiamo.
CAPITOLO V. Onorio III sollecita l'Imperador Federico per l'espedizione di Terra Santa, ma è prevenuto dalla morte.
Intanto il nostro Federico dopo avere in cotal maniera illustrata Napoli con sì famosa Accademia, non tralasciava in Sicilia di combattere i Saraceni per isnidargli da quell'isola, per cagion della qual guerra impose una taglia per tutto il Reame, con la quale raccolse gran somma, essendosi cavato solo dalle terre della Badia di S. Benedetto, per un certo Urbano da Teano, destinato suo Commessario a raccorle, ben 300 oncie d'oro, somma notabile per que' pochi luoghi in que' tempi; e perchè Onorio si chiamava gravemente offeso, che nel taglieggiare, e nell'imporre delle gabelle non risparmiava gli Ecclesiastici, nè le Chiese, Federico per racchetare in parte il suo sdegno, ed averlo amico, inviò sue lettere nel Reame dirizzate al Giustiziero di Terra di Lavoro, colle quali ordinò, che nel raccor le collette, taglie, dazj, ed in ogni altro pagamento, facessero esenti i Frati ed i Cherici, e tutte le altre persone, territorj, castelli, e beni delle Chiese, secondo ch'erano a tempo del buon Re Guglielmo suo consobrino[307].
Ma premendo tuttavia il bisogno della guerra contro i Saraceni di Sicilia, fu costretto imporre un altro pagamento per lo Reame, ed affinchè, quanto più potesse, meno s'offendesse Onorio, comandò, che si raccogliesse dalle terre sottoposte a' Frati di S. Benedetto l'istessa somma di 300 oncie d'oro, che s'erano in prima raccolte, ma sotto nome di prestanza e non di pagamento. Qual sottil ritrovato, fu ne' tempi che seguirono imitato da molti Principi, per non dover spesso per ciò contendere co' romani Pontefici, che pretendono, che non possa il Principe ne' bisogni più gravi dello Stato taglieggiar le Chiese e gli Ecclesiastici, secondo le nuove massime, ch'erano state da poco introdotte, le quali mal poterono sofferirsi da Federico, come contrarie alla antica disciplina della Chiesa, ed alle supreme regalie de' Principi.
Venne poscia, nel seguente anno di Cristo 1225, di Francia nel nostro Reame il Re Giovanni di Brenna con Berengaria sua moglie di lui gravida, e gitone a Capua vi fu d'ordine dell'Imperadore onorevolmente raccolto, e poco stante colà dimorando nel mese di aprile partorì una fanciulla, ed indi ne girono amendue in Melfi di Puglia ad attender colà Federico, che in breve dovea passarvi da Sicilia.
Federico adunque, lasciato in quell'isola un numeroso esercito a guerreggiar contro i Saraceni, passò in Regno; e nello stesso tempo commise a Lodovico Duca di Baviera la cura degli affari d'Alemagna, e del figliuol Errico, il quale aveva fatto creare Re dei Romani, e prendere moglie Agnesa d'Austria, oltre all'avergli ceduto il Regno di Sicilia, per osservar la promessa fatta al Pontefice.
Intanto Onorio travagliato in Roma per gli tumulti e rivolture, che vi cagionava Parenzo Senatore, uscito da quella città, erasi a Tivoli ritirato[308], ove Federico gl'inviò il Re Giovanni di Brenna, ed il Patriarca di Gerusalemme a chiedergli maggiore spazio di tempo di quel, che gli avea conceduto per passare in Palestina, per cagion che gli affari del Reame, e la ribellione de' Saraceni di Sicilia glie le impedivano, ed anche perchè dubitava, che i Milanesi e i Bolognesi nella sua assenza non fossero per sollevargli la Lombardia. Ottennero il Re, ed il Patriarca favorevol risposta dal Pontefice, la quale significata a Federico, questi insieme co' Prelati del Regno, a' 22 luglio portatosi in S. Germano[309], ricevette colà Pelagio Calvano Cardinal Albano, e Giacomo Gualla di Biccheri da Vercelli Cardinal di S. Silvestro, e Martino inviatigli da Onorio, acciocchè giurasse di nuovo in man loro di passare in Terra Santa: fecero que' Cardinali nella stessa chiesa di S. Germano leggere a Federico i capitoli fatti da Onorio per tal passaggio, i quali fra l'altre cose contenevano, che senz'altra dimora, di là a due anni, che avean da compire nel mese d'agosto dell'anno 1227, andasse a guerreggiare in Soria, con portar seco e sostenere a sue spese per due anni mille soldati, cento Chelandri[310], nome di naviglj che in que' tempi si usavano, e cinquanta galee ben armate e provvedute di ciò, che avean mestiere, e che dovesse dar passagio sopra i suol legni a due altri mila soldati con le lor famiglie, che dovean parimente colà valicare, contando tre cavalli per ogni soldato, con altre cose, secondo scrive Riccardo. Uditisi questi capitoli da Federico, promise compiutamente sotto pena di scomunica osservargli, in presenza di molti Prelati, ed altri Signori tedeschi e Baroni regnicoli, che v'intervennero[311], e così in suo nome gli fece giurare da Rinieri Duca di Spoleto, e dopo tal atto fu assoluto da' Cardinali predetti dell'altro giuramento, che in Veroli aveva fatto: e ritornato prestamente in Puglia inviò sue lettere a' Signori di Lamagna, ed a quelli d'Italia, significando loro, che nella vegnente Pasqua di Resurrezione venir dovessero in Cremona[312], ove intendea di celebrare una general assemblea. Raccolse egli poi di nuovo, pur sotto nome d'imprestanza, altra grossa somma di moneta per tutto il Regno, facendo particolarmente riscuotere nelle terre di Monte Cassino ben 1300 oncie d'oro da Pietro Signor d'Evoli, e da Niccolò di Cicala Giustiziero di Terra di Lavoro.
Non guari da poi nacquero alcuni disgusti tra Federico ed Onorio, perchè, secondo scrive Riccardo da S. Germano[313], vacando le Chiese di Consa, di Salerno, d'Aversa e di Capua, e la Badia di S. Vincenzo a Volturno, Onorio, inscio et irrequisito Imperatore, previde da Roma cinque Prelati per occupar quelle Chiese: questi furono il Prior di S. Maria della Nuova di Roma per Vescovo di Consa: il Vescovo di Famagosta per Arcivescovo di Salerno: il Cantor d'Amalfi per Vescovo d'Aversa: il Vescovo di Patti per Arcivescovo di Capua: ed un Frate di S. Benedetto, nomato Giovanni di S. Liberatore per Abate di S. Vincenzo a Volturno. Federico, sdegnato del torto fattogli d'essere stati quelli eletti senza sua saputa e consentimento, con tanto pregiudizio de' suoi diritti, non volle, che alcun di loro fosse ammesso nelle Chiese ottenute[314]; e gitone poscia in Sicilia fece il simigliante a Fra Niccolò da Colle Pietro, creato Abate di S. Lorenzo di Aversa, non ostante che recasse lettere particolari di Onorio; e Federico mandò perciò Legati al Papa a querelarsene[315].
Intanto la novella Imperadrice Jole sposa di Federico imbarcatasi sulle galee, con felice viaggio pervenne a Brindisi, ove di Sicilia tornato l'Imperadore l'attendeva, e con nobilissima pompa furono ivi a' 9 novembre le nozze celebrate: ed in memoria di questa celebrità fece coniare quivi nuove monete, chiamate Imperiali, annullando l'antiche[316].
Nacque in quest'anno a Federico, Enzio suo figliuol bastardo, il quale egli da poi nell'anno 1239 coronò Re di Sardegna; e divertendosi l'Imperadore alle caccie di Puglia, in quest'istesso anno 1225 per occasione d'un cignale ucciso da lui di smisurata grandezza, fece apprestar una cena in quel luogo stesso, dove fu poi edificata una Terra, chiamata perciò sino a' nostri tempi Apricena.
Nel nuovo anno 1226 mandò Onorio a sollecitar Federico, che dopo gli sponsali celebrati in Brindisi era passato in Troja di Puglia, perchè s'apprestasse alla spedizione di Terra Santa; onde l'Imperadore comandò a' suoi Baroni, che si trovassero all'ordine a Pescara, per accompagnarlo in Lombardia per la Dieta di Cremona, intimata nell'anno precedente. Passato indi in Terra di Lavoro, e lasciata sua moglie in Terracina castello vicino a Salerno, ora disfatto; ritornò in Puglia, e commesso il Governo del Reame ad Errico di Morra Gran Giustiziero, passò a Pescara, e di là con tutto il suo esercito nel Ducato di Spoleto, ove ordinò a' Spoletini, che il seguissero armati in Lombardia[317]; la qual cosa negando coloro di fare senz'ordine del Pontefice, comandò di nuovo sotto gravi pene, che ubbidissero; ma costoro avendo mandate le lettere di Federico al Papa, questi, che per altre cagioni stava crucciato con Federico, così per lo fatto de' Prelati, a' quali non volle dar possesso delle loro Chiese, come per essersi Federico collegato con Ezzelino, e per aver pubblicata una sua Costituzione, per la quale voleva che i Frati e i Preti, che gravi omicidj, o altri enormi delitti avessero commesso fosser castigati da' suoi Magistrati secolari, e per non osservar loro dovuta franchigia, ch'e' pretendeva per gli Ecclesiastici nelle gabelle e dazj: acceso da ira gravissima scrisse asprissime lettere a Federico, dolendosi acerbamente con lui di queste cose. Federico riputando troppo arroganti queste lettere, gli rispose con pari ardimento; onde Onorio montato in maggior stizza gli scrisse di nuovo con maggior asprezza ed arroganza e con gravi minacce.
(Si legge presso Lunig[318] questa lunga lettera esprobratoria d'Onorio III scritta a Federico).
Federico, che non voleva ora brighe col Papa, per placare il suo animo gli rescrisse umilmente in omni subjectione, come dice Riccardo: onde rappacificatisi insieme, il Papa gli mandò per Legato Cinzio Savello Cardinal di Porto per trattar di comporre le lor contese, affinchè non s'impedisse perciò l'espedizione di Terra Santa, e si quietassero le cose di Lombardia. Indi Federico partito di Spoleto ne andò a Ravenna, ove celebrò la Festa di Pasqua di Resurrezione, e scrisse ad Errico suo figliuolo in Alemagna, che ragunata potente armata fosse venuto a ritrovarlo in Lombardia, e lasciato il cammin di Faenza, ch'era città sua nemica, ne andò col suo esercito nel castel di S. Giovanni, ne' tenimenti di Bologna, ed indi ad Imola, ed entrando ne' confini di Lombardia, solo que' di Modena, di Reggio, di Parma, di Cremona, di Asti e di Pavia, gli mandarono Ambasciadori, e s'offerirono pronti al suo servigio. L'altre città, non solo non gli usarono cortesia alcuna, ma d'avantaggio contro di lui si collegarono: queste furono, secondo scrive Riccardo, Milano, Verona, Piacenza, Vercelli, Lodi, Alessandria, Trivigi, Padua, Vicenza, Torino, Novara, Mantua, Brescia, Bologna e Faenza, con Goffredo Conte di Romagna, e Bonifacio Marchese di Monferrato, ed altri luoghi della Marca Trivigiana, le quali con formato esercito ne andarono incontro ad Errico per vietargli il passo a piè dell'Alpi, acciocchè non fosse entrato in Italia. Passò poscia l'Imperadore a Cremona, e vi fu da que' cittadini con grande onor ricevuto, e vi celebrò l'Assemblea già statuita, ma con poca gente, non vi essendo gito niun Barone, nè Ambasciador delle città collegate contro di lui.
Ritornato poscia a Parma fu da molti Conti e Cavalieri di quelle regioni, e da' Lucchesi e Pisani, e particolarmente da' Marchesi Malespini visitato e riverito, molti de' quali armò Cavalieri di sua mano, onoranza di molta stima in que' tempi, ed indi nel Borgo di S. Donnino si congiunse col Legato del Pontefice, da lui richiesto perchè gli agevolasse la sua incoronazione della Corona di ferro, come intendea di fare.
Conservavasi questa Corona di ferro in Monza in poter de' Milanesi; co' quali non fu bastevole qualunque mezzo, che vi si adoperasse, a disporgli per introdurlo per far cotal atto nella lor città, memori delle antiche ingiurie ricevute dall'avolo Barbarossa: il perchè reggendo Federico di non potere nè coloro, nè alcuna dell'altre città contro di lui unite, rivocare al suo partito con preghiere e cortesie, venuto in grandissimo sdegno, diede a tutte il bando imperiale, dichiarandole rebelle, e le fece interdire dal Legato, e togliendo lo Studio da Bologna, quello in Napoli, ed in Padova trasferì, ordinando a tutti gli Scolari, che da Bologna partissero, ed in quelle due città andassero a studiare; ma rapporta il Sigonio, che il suo comandamento non fosse stato da niuno ubbidito.
L'Imperadore, non potendo per allora far altro progresso in Lombardia, partitosi di là andò a Rieti a ritrovare il Pontefice, e querelatosi con lui della contumacia de' Lombardi, se ne passò nel nostro Reame di Puglia; da dove inviò nuovo soccorso di soldati in Terra Santa; ed avendo rinunziato l'Ufficio di Giustiziere di Terra di Lavoro Pietro Signor d'Evoli, e Niccolò di Cicala, furono creati in lor vece Ruggiero di Gallura, e Marino Capece napoletano. Allora fu, che essendo già pacificato col Pontefice, diede il possesso delle lor Chiese a tutti que' Prelati, che il Papa avea creati, cioè agli Arcivescovi di Capua, di Consa e di Salerno, al Vescovo d'Aversa, ed all'Abate di S. Lorenzo di quella città[319].
Bramava ardentemente il Pontefice, che si facesse il passaggio in Terra Santa, il qual veniva frastornato, ed impedito per nemistà, ch'era tra l'Imperadore, e le città collegate: e Federico avea perciò fatto pubblicare un editto, col quale faceva noto, che per la discordia d'Italia, s'impediva l'impresa di Terra Santa; ed avendo inviato suoi Ambasciadori al Papa per tal affare, Onorio vi s'adoperò in guisa tale, che alla fine per allora gli accordò; onde l'Imperadore per compiacere al Pontefice, promise d'inviar prestamente altri quattrocento soldati in soccorso de' Cristiani in Soria. Passò da poi Federico con Jole sua moglie in Sicilia; ed il Pontefice vedendo, che il Re Giovanni di Brenna, per la nemistà, che avea col genero, onde era stato costretto a partire da' suoi Reami, vivea con molta strettezza, gli concedette in Governo tutto quello spazio di paese, che è da Viterbo a Monte Fiascone; ed in tanto l'Imperadore per mezzo d'Errico Morra suo Gran Giustiziero, pubblicò nuovi Ordini e Statuti da lui fatti, per la quiete e tranquillità de' suoi sudditi, rapportati da Riccardo di S. Germano. Morì ancora in quest'anno Francesco, chiaro per miracoli e santità di vita, il quale fondò la religione de' Frati Minori in Assisi sua patria, e fu in processo di tempo ascritto al numero de' Santi.
Il Pontefice Onorio, secondo la Cronaca di Riccardo, nel mese di marzo di questo nuovo anno 1227 trapassò in Roma, dopo aver governata la Chiesa di Dio dieci anni, sette mesi e tredici giorni, e fu in Roma sepolto nella chiesa di S. Maria Maggiore in umil sepolcro.
Le discordie, ch'ebbe questo Papa con Federico, ancorchè gravi e spesse, nulladimanco non furono così atroci, che obbligassero questo Pontefice di scomunicarlo, come falsamente scrissero alcuni. I primi, che scagliarono contro Federico questi fulmini furono Gregorio IX ed Innocenzio IV suoi successori, come più innanzi diviseremo.
CAPITOLO VI. Spedizione di Federico per Terra Santa.
Morto il Pontefice Onorio, nel seguente giorno fu da' Cardinali eletto in suo luogo Ugolino de' Conti, figliuol di Tristano d'Alagna fratello d'Innocenzio III de' Conti di Segna, a cui posero nome Gregorio IX. Questi tantosto che fu eletto, inviò lettere per tutto il Mondo della sua promozione, e della morte del suo predecessore, ed inviò Fra Guglielmo Frate Dominicano all'Imperadore, dandogli contezza per sua lettera della sua elezione, esortandolo a riverire e difendere la Chiesa di Dio, ed a badare al buon governo dei Popoli a lui soggetti, e ad abbracciare la guerra di Terra Santa, chiedendogli parimente che gli facesse da' Regnicoli portar vettovaglie ed altre cose bisognevoli per fornire le sue galee, che intendea inviare in Palestina, ciocchè Federico per mezzo d'Errico Morra Gran Giustiziero prestamente fece eseguire[320]. Simone Scardio rapporta una lettera, scritta da Gregorio in questo primo anno del suo Ponteficato all'Imperador Federico, ripiena di molti encomj ed eccelse lodi, che questo Pontefice dava a quel Principe, il quale avendo convocati tutti i Giustizieri delle province de' suoi Regni di Sicilia diede lor contezza di ciò, che Gregorio gli avea scritto, acciocchè s'apparecchiassero al passaggio d'oltremare; per la qual cagione impose una general taglia a' suoi vassalli, ed indi significò ad Errico suo figliuolo in Alemagna, che dovesse ragunare una Dieta in Aquisgrana, per dar contezza a' Baroni tedeschi del general passaggio, che egli intendea fare in Soria nella metà del vegnente mese d'agosto: giorno in cui si celebra la salita al cielo di Nostra Signora, acciocchè coloro, che gir seco volessero, postisi all'ordine, fossero venuti in Puglia, ove sopra i navilj per ciò apprestati s'aveano ad imbarcare, ed ei gli attendea. Inviò di là al Pontefice l'Arcivescovo di Reggio, e Fra Ermando Saltza Gran Maestro de' Cavalieri teutonici, a significargli, che egli era all'ordine per imbarcarsi, ed a condurgli le vettovaglie, ed ogni altra provigione, che per le galee gli avea chiesto.
Intanto convocatasi da Errico l'Assemblea in Aquisgrana, secondo il comandamento del Padre, per invitare i Tedeschi al passaggio d'oltremare, vi convennero Signori e Prelati in gran numero, fra' quali furono Sifridio Arcivescovo di Magonza, Teodoro Arcivescovo di Treveri, Errico Arcivescovo di Colonia, con gli Arcivescovi di Salsburg, di Magdeburg e di Brema, e con tutti i Vescovi a loro soggetti. Vi furono i Duchi d'Austria, di Baviera, di Carintia, di Brabante e di Lorena: Errico Conte Palatino del Reno, Lodovico Lantgravio di Turingia, e Ferdinando Conte di Fiandra, quello stesso, che preso dal Re Filippo nella battaglia di Tornay, dopo esser dimorato ben dodici anni nella prigione di Parigi, per opra del Pontefice, e d'altri Signori, che il favorivano, n'era alla fine uscito. Tutti costoro per esortazione di Errico Re d'Alemagna, e per la pietà cristiana, s'apprestarono prontamente a così pietosa impresa; onde tra per questi che in buona parte vi vennero, e per gli altri invitati da diversi Frati ed altri Ecclesiastici inviati dal Pontefice per la Cristianità ad esortare i Popoli, che prendessero la Croce nel tempo stabilito, infinito numero di Fedeli concorse in Brindisi, e nelle circostanti regioni, in guisa tale, che solo dall'isola d'Inghilterra, scrive l'Abate Uspergense, che ne vennero ben sessantamila. Ma sopraggiunto intanto il calor grande della state in quegli aridi siti di Puglia, cominciarono, non avvezzi a ciò, e sofferendo ogni sorte di disagio, ad infermare e morire i soldati oltramontani a migliaja, insieme co' quali di questa vita passarono i Vescovi d'Angiò e d'Augusta, ed il Lantgravio di Turingia, onde afflitti da così gravi mali, s'avviarono per ritornare indietro a' lor paesi, ma invano, perciocchè la maggior parte per lo cammino perirono[321].
Intanto Federico coll'Imperadrice Jole da Sicilia era passato in Otranto nel mese d'agosto, donde, avendo quivi lasciata l'Imperadrice, passò in Brindisi, ove era l'esercito de' Crocesignati, e quantunque fosse rimasto con picciol numero di soldati per la mortalità seguita, e per lo ritorno di molti, fece imbarcar nell'armata apparecchiata molta gente nel stabilito giorno dell'Assunzione per dover egli da poi seguirla; e ritornato in Otranto, ove avea lasciata l'Imperadrice, per prender da lei congedo, quivi infermossi[322]: ma non ostante la sua infermità, riavutosi appena, tornò in Brindisi, ed ivi imbarcossi: ed avendo navigato tre giorni, non potendo soffrire per la sua convalescenza l'agitazione del mare, volse le prore addietro, e a Brindisi ritornò. Il Fazzello narra, che Federico giugnesse in questa sua navigazione sino allo Stretto dell'isole della Morea e di Candia, e che da' venti contrarj, e dalla sua infermità fosse stato costretto con coloro, che eran in Lacedemonia far ritorno a Brindisi insieme con quarantamila persone di quelle, che si erano imbarcate, se diam credenza a ciò, che ne scrive il Sigonio.
(Sigonio seguitò la fede di Matteo Paris, il quale ad An. 1227, pag. 286 scrisse: Animo nimis consternati, in eisdem navibus, quibus venerant, plusquam XL armatorum millia sunt reversi).
Gregorio IX dimorando in Anagni, avendo inteso il ritorno di Federico, attribuendolo a poca volontà del medesimo, trasportato da fiero sdegno, il penultimo giorno di settembre, in cui si celebrava la festa della dedicazione di S. Michele Arcangelo, dichiarò esser Federico incorso nella scomunica, che da Onorio in S. Germano gli era stata minacciata, se non passava in Soria, fulminando contro di lui la censura[323], la cui sentenza vien riferita dal Bzovio e da Carlo Sigonio, che comincia: Imperatorem Federicum qui nec transfretavit, etc.
Aggiunge lo Bzovio, che Gregorio, non solamente per lo sturbato passaggio di Terra Santa, ma per molte cagioni ancora avea motivi di sdegno contro Federico; poichè oltre all'aver rapiti i beni degli Ecclesiastici da' suoi Regni, con far loro pagare tutte le taglie e gabelle, che egli imponeva, aveva di vantaggio, per vendicar suo privato sdegno, con la cagione del passaggio d'oltremare, fatto gir per forza in Soria il Vescovo d'Aversa e Ruggieri Conte di Celano suoi nemici, e posto il figliuolo del Conte in una stretta prigione, con altri mali che di Federico racconta Gio. Villani; ma perchè quest'Autore non rapporta, onde ciò ricavato se l'abbia, se non l'autorità del detto Villani, non merita veruna fede; poichè il Villani come straniero negli avvenimenti del Reame e massimamente in quelli di Federico, come Guelfo e di fazione a lui nemica, o per poco avvedimento o per mal talento infiniti errori commise, scrivendo cose che non mai avvennero, per non favellarne niuno degli altri Autori che allora vissero, come furono Riccardo ed altri che con molta diligenza le cose de' lor tempi raccolsero.
Federico recandosi a gravissima ingiuria cotal sentenza, partendosi di Puglia, ove ancor dimorava per dar più chiare pruove, che egli era infermo, ne andò a' bagni di Pozzuoli, secondo scrive Riccardo, per curarsi dalla sua infermità, e di là inviò a Roma, ove il Papa da Anagni era passato, l'Arcivescovo di Reggio e quel di Bari con Rinaldo Duca di Spoleto ed Errico di Malta per suoi Ambasciadori al Pontefice a scusarsi perchè non era passato oltremare, significandogli la cagione della dimora: ma fu tutto vano, perciocchè il Pontefice non dando credenza alcuna a tutto ciò che egli in sua difesa addusse, ragunando in Roma i Prelati oltramontani e quanti del Regno unir potè, nell'ottavo giorno dopo la festa di S. Martino lo dichiarò di nuovo pubblicamente scomunicato, interdicendo i suoi Regni, e mandò lettere generali per tutto l'Occidente a tutti i Principi e Signori della Cristianità pubblicandolo per tale. La qual cosa risaputasi da Federico, scrisse anch'egli a Lodovico Re di Francia del torto fattogli da Gregorio, come si legge nell'epistole di Pietro delle Vigne ed in Carlo Sigonio, con le seguenti parole: Gregorius IX sub ea occasione quod nos in termino nobis dato, infirmitate gravati, transire nequivimus ultramare, contra justitiam primitus excomunicationi subjecit. Dal che si vede, che essendo la primiera volta stato scomunicato da Gregorio, è vanità e bugia tutto quel ch'hanno scritto il Villani ed altri Autori, che Onorio l'avesse un'altra volta scomunicato, contro quel che ne riferisce Riccardo. Scrisse ancora a' Cardinali, dolendosi aspramente con loro, che non fossero stati in nulla uditi i suoi Ambasciadori. Scrisse a tutti i Principi e Signori d'Alemagna; e mandò un'altra sua epistola a tutti i Re e Principi del Mondo, gravandosi di cotal scomunica, con scusarsi de' falli imputatigli e narrando la cagione, perchè l'avea il Pontefice scomunicato, e gl'impedimenti che l'avean trattenuto dal non passare in Soria, dolendosi di tutti i Prelati e ministri della Chiesa, riprendendo acerbamente i Romani, che a cotal sentenza non s'erano opposti. Ordinò parimente a tutti i Giustizieri di Sicilia e di Puglia, che facesser celebrar da' Preti e da' Frati le messe nelle lor province e che non gli facessero partir dal Regno, nè gire da un luogo ad un altro senza loro licenza, nelle quali scritture si serviva della penna di Pietro delle Vigne suo Secretario: uomo, come si è detto, in quei tempi di somma dottrina ed avvedimento, e a lui carissimo, secondo che si scorge nel libro delle sue epistole che più volte abbiamo nomato.
Dopo la qual cosa convocò un general Parlamento a Capua di tutti i Baroni del Regno, a cui impose, che ciascun di loro pagar gli dovesse per ogni Feudo che possedea, otto oncie d'oro, e per ogni otto Feudi un soldato, acciocchè ragunar potesse esercito per passare in Terra Santa nel seguente mese di maggio, nel qual tempo intendeva andarvi, posposta ogni altra dimora. Statuì ancora un'altra Assemblea da ragunarsi per tal cagione a Ravenna nel prossimo mese di marzo, ove convocò tutte le città e signori d'Italia e suoi partigiani; ed indi inviò in Roma Roffredo Epifanio da Benevento, famoso Giureconsulto di que' tempi, con le discolpe, che egli in suo favore adducea, le quali Roffredo, come si disse, fece pubblicamente leggere in Campidoglio di volontà del Senato e del Popolo romano.
Federico nel principio del seguente anno 1228 convocò in Puglia tutt'i Prelati e Baroni, che seco avea per passare in Palestina, e venuto il giorno di Pasqua, quella celebrò con grandissima pompa ed allegrezza in Barletta; perciocchè aveva avuta contezza, che Tommaso d'Aquino Conte dell'Acerra, che dimorava per suo Maresciallo in Soria, venuto a battaglia con Corradino Soldano di Damasco l'avea vinto e ucciso, e ritornando dopo questo il Conte nel Reame, inviò per soccorso in Terra Santa Riccardo di Principato, parimente suo Maresciallo, con altri cinquecento soldati che imbarcatisi in Brindisi passarono felicemente in que' paesi.
In questo mentre i Francipani e gli altri partigiani di Federico in Roma, essendo Gregorio, dopo aver celebrata la Pasqua in S. Gio. Laterano, passato nella chiesa di S. Pietro, per rinovar le censure contro Federico, gli mossero contro il Popolo, mentre faceva quell'atto, con grave sedizione e tumulto, e dopo averlo oltraggiato con molte ingiuriose parole, lo scacciarono dalla città e 'l costrinsero a ricovrar fuggendo a Perugia, ove per alcun tempo dimorò.
Federico intanto raccolta per l'espedizione di Terra Santa molta moneta dalle Chiese e dalle persone ecclesiastiche, non ostante che il Pontefice avesse ordinato per sue lettere, che nulla pagassero, s'avviò verso Barletta, ove intendea celebrare un general Parlamento, e giunto ad Andria, l'Imperadrice, che era seco partorì ivi un fanciullo, a cui fu posto nome Corrado, il quale fu dal padre, più di ciascun degli altri suoi figliuoli teneramente amato, ed indi a non molto, come sovente avvenir suole, se ne morì per li travagli del parto nella medesima città[324].
La morte di questa Imperadrice vien da Gio. Villani e da altri moderni Autori, che l'han seguito, descritta con molte favole e novelle, le quali non meritano fede alcuna; perciocchè Riccardo il veritiere Cronista di que' tempi, altro non racconta, salvo che la morte dell'Imperadrice nel parto; e lo stesso scrisse il Corio nell'istorie di Milano e Carlo Sigonio ed il Frate di Santa Giustina, e niun degli altri Autori, che con la dovuta diligenza scrissero gli avvenimenti di que' tempi, fan menzione, che ella morisse in prigione battuta dall'Imperadore come dice il Villani, e pur quelli non tacendo l'altre malvagità commesse da lui, avrebbero registrata ancor questa, se fosse stata vera; oltre che pare impossibil cosa aver potuto Federico amar tanto il figliuolo Corrado, come nel progresso di quest'Istoria si vedrà, se avesse in prima così acerbamente odiata la madre, che l'avesse ridotta a morire, come costoro raccontano.
Federico dopo la morte di Jole celebrò il Parlamento in Barletta, ed intento al passaggio di Terra Santa, prima di partire, volle provedere a' suoi Regni nel caso, che venisse egli a mancare; onde in presenza de' Prelati e Grandi del Regno, ed infinita moltitudine accorsavi, fece ad alta voce leggere i seguenti capitoli formati da lui in modo di testamento rapportati da Riccardo. Primo, voleva che tutti i Regnicoli tanto Prelati, quanto Signori e loro sudditi vivessero in quella pace e tranquillità, ch'eran soliti di vivere al tempo del buon Re Guglielmo II, e perciò lasciava per suo Vicario e Balio del Regno Rinaldo Duca di Spoleti. Secondo, se egli nella guerra che intendea di fare in Soria, fosse mancato di vita, gli succedesse nell'Imperio e nel Regno il suo maggior figliuolo Errico, al quale, se fosse morto senza prole, succedesse Corrado suo minor figliuolo e se costui ancor senza figliuoli fosse mancato, succedessero gli altri figliuoli da esso Imperadore procreati di legittima moglie, facendo giurare a Rinaldo Duca di Spoleti, ad Errico Morra, ed agli altri più stimati di coloro, che erano ivi adunati che se non fosse venuto a morte, ed altro testamento non avesse da poi fatto quel che allora avea statuito compiutamente osservassero. Terzo, che niuno del Regno per dazio, ovvero colletta fosse obbligato dare alcuna cosa, se non per l'utilità del Regno, e per le necessità che potevano occorrere.
Letti questi capitoli e fattigli giurare in suo nome dal Duca di Spoleti e da Errico Morra suo Gran Giustiziero, l'undecimo giorno del mese di giugno si imbarcò in Brindisi sopra venti galee, secondo che il Bzovio e l'Abate Uspergense scrivono, ed avendo in prima comandato, che tutti i vassalli che con lui navigar dovevano, si fossero assembrati a S. Andrea dell'Isola, ivi con lor si congiunse, e passò ad Otranto, ed indi in Terra Santa, dove di là a poco felicemente giunse ed a nobili imprese si accinse.
Gregorio IX ch'era in Perugia, udita la partenza dell'Imperadore, senza che prima da lui fosse stato assoluto dalle censure, come pretendea, si accese di tanto sdegno, che scrisse lettere al Patriarca di Gerusalemme ed al Maestro dello Spedale del Santo Sepolcro in Soria, colle quali premurosamente gl'incaricava, che si guardassero di Federico, nè loro prestassero aiuto, poichè era partito scomunicato, e che potea perciò apportar loro grave danno; di vantaggio stimolò in Italia i Milanesi nemici di Federico a collegarsi con lui a' suoi danni, dividendo l'Italia in fazioni, onde crebbero in maggior numero i Guelfi; e medita intanto per l'apparecchio d'una nuova espedizione sopra il Regno di Puglia, per toglierlo a Federico nell'istesso tempo, che questo Principe era lontano ed inteso all'impresa di Terra Santa.
Dall'altra parte Rinaldo Duca di Spoleti lasciato da Federico per Vicario del Regno, per impedire i disegni del Papa ed intricarlo con una guerra ne' propri Stati, invase col suo esercito la Marca, ed il suo fratello Bertoldo assalì da un altro lato i tenimenti di Norcia e distrusse il castello di Brusca, che si era a lui ribellato, dando gli abitatori in potere de' Saraceni, che seco di Puglia avea condotti, i quali con vari tormenti gli fecer tutti crudelmente morire[325].
Questi avvenimenti significati a Papa Gregorio, e come il Duca era entrato ostilmente nello Stato della Chiesa, e fatti quivi gravissimi danni, lo ammonì, che via si partisse, lasciando in pace i suoi sudditi; ma il Duca facendo poco conto di cotal ordine, irato il Pontefice lo scomunicò con tutti i suoi seguaci: e vedendo che nulla giovavano le censure, ragunò grosso esercito con gli aiuti de' Milanesi, e di tutte l'altre città della Lega di Lombardia, e chiamata la milizia di Cristo, l'inviò contro il Duca Rinaldo creandone Capitano Giovanni di Brenna già Re di Gerusalemme ed inimico di Federico, ed il Cardinal Legato Giovanni Colonna.
CAPITOLO VII. Spedizione di Gregorio IX sopra il Regno di Puglia.
Papa Gregorio scorgendo, che questi sforzi non eran bastevoli ad impedire i progressi del Duca, il quale avea già sottoposta la Marca al dominio dell'Imperadore insino a Macerata, deliberò di muover guerra nel Reame di Puglia e spinger le sue armi contra queste province, acciocchè postele in isconvolgimento, dovesse per lor difesa prestamente accorrere il Duca, e lasciar liberi i suoi Stati. Congregati adunque nuovi soldati, ne creò Capitani Pandolfo d'Alagna suo Legato, Ruggieri dell'Aquila Conte di Fondi e Tommaso Conte di Celano ribelli e nemici di Federico.
Questi Capitani a' 18 gennaio del nuovo anno 1229 per la strada di Cepparano, entrarono in Terra di Lavoro co' loro soldati, che eran nomati Chiavesegnati; ed assalirono ed espugnarono in un subito il castello di Ponte Solarato, che era allora la Porta del Regno ed il primo luogo forte da quella parte a' confini dello Stato della Chiesa, e l'aveva in guardia, per l'Imperadore, Adenolfo Balzano. La caduta di questo castello cagionò sì fatto timore in Bartolommeo di Supino Signore di S. Giovanni in Carrico, ed in Roberto dell'Aquila Signore del castello di Pastena, che senza far altra difesa, di lor volere anch'essi si resero; indi passato il fiume di Telesa s'avviarono li soldati papali verso il Contado di Fondi.
Intanto Errico Morra Gran Giustiziero, avuta contezza della mossa di cotal guerra, ragunati in un subito molti soldati, ne venne a San Germano per contrastare colle genti del Pontefice, ed impedire di far altro acquisto. Ma queste opposizioni poco valsero per impedire i felici progressi dell'esercito del Pontefice, il quale scorrendo per molti luoghi di questa provincia avea occupato molte Rocche e castelli insino a Gaeta. Questa città, mentre si rendeano tanti luoghi al Legato del Papa, fu sempre fedele all'Imperadore, resistendo agli sforzi del Legato, apparecchiandosi valorosamente alla difesa, per la qual cosa fu dal Cardinal Pelagio, Vescovo d'Albano e Legato del Pontefice sottoposta all'interdetto. Si resero parimente al Legato Pontecorvo con tutte l'altre Terre di Monte Cassino, la Rocca d'Evandro, Trajetto, e Sugio e finalmente fu forza che si rendesse anche la città di Gaeta, nella quale fu abbattuto e spianato il castello, che l'Imperadore con molta spesa vi avea edificato, essendosene partiti, per non poter far altro molti fedeli di Federico, che non vollero rimaner sudditi del Pontefice; ed i Beneventani avuta contezza de' felici successi dell'esercito Papale, rompendo anch'essi da quel lato la guerra, ne andarono a far gravi danni e prede in Puglia di bovi ed altri animali, e nel lor ritorno ruppero, e posero in fuga il Conte Raone di Valvano, che lor s'era opposto; per la qual cosa il Gran Giustiziero con tutt'i Baroni fedeli all'Imperadore andarono con lor soldati contra quelli di Benevento e guastarono e distrussero molti lor poderi dalla banda di Porta Somma, ove era posta la lor Rocca.
Non tralasciavano ancora i Frati Minori ed i Monaci di S. Benedetto portar lettere del Papa ed ambasciate a molti Baroni, Prelati e Comunità delle città e castella, acciocchè si ribellassero dal lor Signore e passassero dalla banda del Pontefice, pubblicando falsamente, che Federico era morto e che però in Puglia non sarebbe più tornato[326]; la qual novella fermamente creduta da molte di quelle città, da lui si ribellarono, come avrebbono ancor fatto tutte l'altre, secondo che scrive l'Abate Uspergense con uccidere quanti Oltramontani vi dimoravano, se non l'avesse trattenuto l'essersi scoverta la frode, e che Federico era per ritornar presto nel Reame; per la qual cosa furono dal Duca di Spoleti scacciati dal Regno e da' loro monasteri tutti i Frati Minori e tutti i Monaci Cassinensi, de' quali parte andarono via, altri buttando l'abito si nascondevano, vivendo da secolari.
Intanto aveano il Re Giovanni ed il Cardinal Colonna, dopo vari conflitti, costretto il Duca di Spoleto ad uscir dalla Marca, e ricovrare in Apruzzi, dove da coloro seguito, era stato dentro la città di Sulmona strettamente assediato: della qual cosa fatto consapevole il Cardinal Pelagio significò al Re Giovanni che prestamente fosse venuto a congiungersi seco per far con maggior sforzo la guerra in Terra di Lavoro; il perchè il Re Giovanni, sciolto l'assedio da Sulmona, per la Valle di Sangro venne nel Contado di Molise, e prese per istrada Alfidena col suo castello, prese parimente Paterno con altri luoghi, ed abbrugiò Castel di Sangro; e nello stesso tempo il Conte di Campagna con buona mano di fanti e cavalli, assoldati novellamente dal Pontefice per supplimento della guerra del Regno, gitone improviso sopra Sora in un subito la prese, rimanendo però la Rocca in poter degl'Imperiali: ed indi partito, colla stessa agevolezza, prese Arpino, Fontana e la Valle di Sora con tutto il paese de' Marsi; e dall'altra parte il Re Giovanni col Cardinal Colonna giunto in Terra di Lavoro e valicato il fiume Volturno, si congiunse con l'esercito del Cardinal Pelagio, che l'attendea presso Telesa, e così uniti andarono a campeggiare sopra Cojazza.
Nel medesimo tempo, che Gregorio travagliava il Regno, Federico in Soria impiegava le sue forze per quella santa impresa; poichè giunto non molto dopo la sua partenza nel mese di settembre in Accone[327], indi passato in Cipro, dopo varie imprese, ne andò in Soria, e giunse coll'esercito de' Crocesignati in Joppe a' 15 novembre del passato anno, e fortificò quella città, che era disfatta. Dimorò in cotal opera tutta la quaresima, nella quale corse pericolo d'aver da abbandonar l'impresa, ed andarsene per terra a Tolemaida, per mancamento di vettovaglie, essendo dalla tempesta del mare impediti a condurvele i suoi vascelli, che colà dimoravano; ma tranquillatosi poi ne ebbe in gran copia. Pure, dopo aver fortificata Joppe, andò in Tolemaida, indi passò al castel di Cordana, ove dimorando inviò Bagliano Signor di Tiro ed il Conte di Lucerna per suoi Ambasciadori al Soldano d'Egitto, che era attendato col suo esercito presso Napoli, avendo seco suo fratello, a cui gli Ambasciadori, dati preziosi doni da parte dell'Imperadore, esposero in cotal guisa la loro imbasciata; che Federico il volea per fratello ed amico, se così di grado gli fosse, e che non era passato in Soria per torgli niun luogo del suo Stato, ma solo per ricuperare il Reame di Gerusalemme col Sepolcro di Cristo, il quale era stato già posseduto da' Cristiani, ed ora per cagione di Jole sua moglie, che n'era stata legittima Reina, spettava di ragione a Corrado lor comune figliuolo. Alla quale proposta rispose il Soldano, che considerato il tutto, avrebbe per suoi messi risposto all'Imperadore; ed onoratigli con altri convenevoli doni gli accommiatò. In questo punto giunsero al Patriarca di Gerusalemme le lettere, che Papa Gregorio gli mandava per due Frati Minori, nelle quali gli ordinava, che dichiarasse scomunicato Federico, e mancator di fede, per non esser passato in Terra Santa nello stabilito tempo, nè col convenevole apparecchio, proibendo a' Cavalieri dell'Ospedale e del Tempio, ed a' Teutonici, che non l'ubbidissero in cosa alcuna.
Il Soldano ancorchè avesse contezza, che l'Imperadore avea mancamento di vittovaglia, e che per essere in grave discordia col Pontefice, era stato novellamente dichiarato scomunicato, e che era poco ubbidito da' Peregrini (così chiamavano que' soldati, che stavan continuamente militando in Soria) pure temendo grandemente l'armi ed il valor de' Cristiani, gli inviò suoi Ambasciadori con parole cortesi, e con multi elefanti, camelli e cavalli arabi, ed altri nobilissimi presenti, senza però veruna conclusione d'accordo, con dirgli, che gli avesse di nuovo mandati alcuni suoi Baroni, che non avrebbe mancato di conchiudere con loro quel, che giusto e convenevol sarebbe; onde l'Imperadore gli spedì i primi uomini di sua Corte, i quali arrivati che furono in Napoli, il ritrovaron di colà partito, con ordine, che l'avesser seguito a Gaza, ma essi non volendo far ciò, se ne tornarono a dietro all'Imperadore. Or come Cesare conobbe essere stato con astuzia barbara deluso dal Soldano, che gli dava parole per menar la bisogna in lungo, convocati in Tolemaida i primi della città, ed i Peregrini e soldati, disse che voleva assalire il Zaffo per esser più presso a Gerusalemme, ove potevan anch'essi venire. A tal proposta di Federico risposero i Maestri dello Spedale e del Tempio in nome di tutti gli altri, che non ostante, che dal Pontefice romano, al quale dovevano ubbidire, fosse stato lor proibito il trattar seco, e secondarlo, pure per l'utile di Terra Santa e del Popolo cristiano, eran pronti a far con lui quell'impresa; ma volevano, che le grida e gli ordini, che nel Campo si aveano a fare, si facessero in nome di Dio, e della Cristiana Republica, senza che in essi di Federico sotto alcun titolo sì facesse menzione; della qual cosa sdegnato Federico, non volle in guisa alcuna consentirvi, e senza lor compagnia procedette avanti sino al fiume Monder, che corre tra Cesarea ed Artus; significato ciò a' Cavalieri dello Spedale ed a' Templarj, ed agli altri Peregrini, considerando quel che conveniva al pubblico bene, e temendo non fosse l'Imperadore offeso dal Soldano, che avea ragunato innumerabile esercito, cominciarono alquanto da lontano a seguirlo, attendandosi sempre a vista di lui per potere, se il bisogno il richiedesse, prestamente soccorrerlo; ma l'Imperadore accortosi più chiaramente del pericolo, che correa per tal divisione, da dura necessità fu costretto a cedere al lor volere, e si contentò che senz'esser lui nominato, le grida far si dovessero, in nome di Dio, e della Repubblica Cristiana; onde con lor si congiunse ad un rovinato Castello, mentre cominciavano a riedificarlo.
Era, quando queste cose successero, nel mezzo del verno, ed ecco che sopraggiunse a Federico un veloce navilio, con un messo, rapportandogli la novella che il Reame di Puglia era da' Capitani del Pontefice tutto sconvolto, e che molte province erano state da coloro occupate, e che l'altre correan gran pericolo di perdersi.
Questa rea novella fece precipitare le cose di Soria; poichè Federico prestamente s'indusse a concordarsi col Soldano per tornare al soccorso de' suoi Stati in Italia; onde a ragione scrisse Riccardo da S. Germano: Verisimile enim videtur, quod si tunc Imperator cum gratia, et pace Romanae Ecclesiae transiisset, longe melius et efficacius prosperatum fuisset negotium Terrae Sanctae, sed quanta in ipsa sua peregrinatione adversa pertulerit ab Ecclesia, cum non solum ipsum Dominus Papa excommunicaverit, verum etiam quod ipsum excommunicatum scirent et tanquam excomunicatum vitarent eundem Patriarco Jerosolimitano mandavit. E l'Abate Uspergense[328] non potè parimente, considerando questi fatti, non esclamare, e dire: Quis talia facta recte considerans non deploret, et detestetur, quae indicium videntur, et quoddam portentum, et prodigium ruentis Ecclesiae?
La pace conchiusa col Soldano, ancorchè fatta in tempo, che men si conveniva per le cagioni già dette, fu nondimeno per quanto si potè, per Federico vantaggiosa; essendosi accordati i seguenti capitoli. Si conchiuse fra loro triegua per dieci anni, in virtù della quale il Soldano restituiva a Federico la città di Gerusalemme con tutti i suoi tenimenti; e si convenne, che il Sepolcro di Cristo dovesse essere in custodia de' Saraceni: perchè quelli lungamente aveano usato ivi orare, ma che ciò non ostante, il Sepolcro fosse esposto a' Cristiani, i quali similmente potessero con tutta la lor libertà andar ivi per adorarlo; gli restituì ancora la città di Bettelemme e di Nazzaret; e tutte le ville, che sono per lo dritto cammino sino a Gerusalemme, e la città di Sidone e Tiro, ed alcun'altre castella possedute già da' Cavalieri del Tempio, con condizione, che potesse l'Imperadore fortificare, e munire Gerusalemme con muri e torri a suo talento; fortificare il castel di Joppe, e quel di Cesarea, Monteforte, e castel Nuovo. Che fossero restituite a Federico tutte quelle cose, che erano state in potestà di Balduino IV, e che gli furono tolte dal Saladino; e che si ponessero senz'altra taglia in libertà tutti i prigionieri.
(Contro questa pace declamò tanto Gregorio IX che Federico trattasse meglio i Maomettani, che i Cristiani; e da Lunig[329] si rapporta la Bolla, che istromentò in quest'anno 1228 in Roma, dove vien imputato Federico di molti delitti. All'incontro questo medesimo Collettore rapporta alla pag. 879 le risposte, che i Vescovi e Principi di Germania, e d'Italia fecero alle accuse di Gregorio, confutando una per una le imputazioni ingiustamente fattegli. Questa pace si appartiene solamente al Regno di Gerusalemme; poichè Federico nell'anno 1230 ne conchiuse un'altra col Soldano, che riguarda la libera negoziazione tra Cristiani e Maomettani in Corsica, Marsilia, Venezia, Genova e Pisa, e la libera navigazione ne' porti d'Affrica, d'Egitto, ed altre regioni adiacenti al mare Mediterraneo; l'istromento della quale vien anche rapportato da Lunig[330]).
In cotal maniera fu conchiusa questa pace da Federico, contro il quale non mancò chi lo dannasse, e biasimasse, perchè avesse lasciato il sepolcro di Cristo in mano de' Saraceni, per cui era stata impresa questa guerra: lo biasimarono ancora alcuni altri più moderni Autori trattandolo da timidissimo e vile, opponendogli, che sofferse dal Soldano, e da' suoi soldati mille obbrobriosi scherni. Ma la Cronaca di Riccardo da S. Germano Scrittor contemporaneo a que' successi, ben convince le costoro bugie e malignità contro quel Principe. Ed i nostri Italiani, come ancora il Patriarca di Gerusalemme nelle sue lettere, per esser stati la maggior parte Guelfi suoi nemici e partigiani, ed aderenti del Pontefice, non meritano in ciò credenza alcuna. In fatti per quel, che s'attiene al sepolcro di Cristo, Riccardo da S. Germano attesta la necessità, che ebbe di lasciar la custodia di quello in mano dei Saraceni, rapportando la cagione di questo articolo: Quia, parlando de' Saraceni, diu consueverant orare ibidem, et ut liberum introitum, et exitum habeant illuc accedentes orationis causa: ma si convenne ancora, che a' Cristiani fosse in libertà far il medesimo, et Christianis similiter orationis causa sit expositum; donde si convince quanto sfacciata sia la menzogna insieme, e l'adulazione del Bossio[331], che nell'istoria della religione di Malta, dice, che fu proibito a' Cristiani di potervi entrare. Ed il voler accagionare Federico di timidezza e viltà, è contro tutta l'istoria; poichè fu egli un Signor grande e valoroso, e di cuor feroce e magnanimo, come per tant'imprese, che egli fece, chiaramente si scorge; nè par verisimile, anzi è impossibil cosa l'aver voluto soffrire dagli effeminati Popoli d'Egitto, e da' vilissimi Arabi quei dispregi ed oltraggi, che non sofferì, nè da' Lombardi, nè dai Tedeschi, nè da tante valorose Nazioni, delle quali ottenne più volte nobilissime vittorie per tutto il tempo di sua vita.
Federico adunque, dopo la pace fatta, volendo partir di Soria, e tornare al soccorso de' suoi Stati d'Italia e della Puglia, propose di voler prima prender la possessione, e la Corona regale dell'acquistato Regno di Gerusalemme; fece adunque, che Ermanno Saltza significasse per sue lettere al Patriarca di Gerusalemme, che fosse andato per tal affare insieme con lui in quella città; ma il Patriarca partigiano del Pontefice, gli rispose, che ciò non potea farlo, se prima non vedesse le capitolazioni dell'accordo seguito tra l'Imperadore ed il Soldano. Il Maestro Ermanno tosto glie le inviò per un Frate di S. Domenico. Veduto che ebbe l'accordo il Patriarca, negò d'intervenirvi, dicendo, che non avea sicurezza alcuna di porsi nelle mani di quei barbari, non facendosi nell'accordo menzione del Clero, nè essendo giurato dal Soldano in Damasco, a cui quel Regno di ragione appartenea, e che perciò non era nè sicuro, nè durabile: anzi col pretesto, che il tempio ed il sepolcro di Cristo fosse rimasto in custodia dei Saraceni, e per impedire, che Federico in quello si incoronasse, mandò l'Arcivescovo di Cesarea per suo Legato, e fece dal medesimo di suo ordine interdire tutta la città santa di Gerusalemme, e spezialmente sottopose all'interdetto il sepolcro istesso di Cristo, vietando, che non potessero ivi celebrarsi i divini Uffici.
(È singolare ciò, che Giovanni Vito Durano nella Cronaca al 1243 scrisse parlando della coronazione di Federico in Gerusalemme, dicendo, che non ostante l'interdetto vi si cantò messa, e che il Soldano, che stava a lato di Federico gli dimandò, che voleva dire quel pane in mano del Sacerdote, e ch'egli adorava: udito che l'ebbe, mossesi ad un sorriso, e con uno scipito motto schernì il Mistero. Seguitando la fede di Durano rapporta ancora questo fatto il diligentissimo Aulisio[332]).
Onde Federico in cambio in questa impresa di riceverne benedizioni, ebbe maledizioni, come dice Riccardo: Primitias recuperationis ipsius, non benedictione, sed anathemate prosecutus; ma l'Imperadore poco di ciò curando entrò a 17 marzo a Gerusalemme, e nel vegnente mattino con convenevol pompa accompagnato dal Maestro Ermanno, e da tutti i suoi famigliari ne andò alla chiesa del sepolcro, e dopo aver lungamente orato, e dato grazie al Signore, scorgendo, che per l'interdetto niuno ardiva celebrar la messa, nè si poteva far altro ufficio a ciò bisognevole, non avendovi voluto intervenire nè anche gli stessi Prelati tedeschi, che egli avea richiesto di ciò, con rispondergli, che non volean per tal atto essere scomunicati dal Papa: prese egli colle proprie mani la Corona dell'altare ove ella era, e se ne incoronò; ed il Gran Maestro dei Teutonici orò lungamente in lode di Federico, esagerando, che col suo avvedimento e valore quella città, ed il suo Reame a' Cristiani restituito avea[333]; e coronato che fu, diè subito provedimenti per fortificar Gerusalemme, e rifar le sue mura, che da Corradino Soldano di Damasco erano state abbattute e disfatte. Dopo la qual cosa, camminando velocemente per la novella del Reame di Puglia invaso dal Papa, passò al Zaffo, e di là a Tolemaida, ove creò due Capitani della gente, che avea a rimanere in presidio de' luoghi acquistati; e de' Tedeschi, che aveano a navigar seco in Puglia, creò Capitano il Maestro de' Teutonici, ed avendo in questo ritorno sofferte e superate molte ostilità fattegli dal Patriarca di Gerusalemme, e dai Maestri Ospitalieri e Templari, finalmente con felice viaggio capitò prima di tutti gli altri, che seco venivano, nel mar di Brindisi.
Giunto appena Federico in Brindisi, inviò suoi Ambasciadori al Pontefice Gregorio, che furono gli Arcivescovi di Reggio e di Bari, col Gran Maestro Ermanno, i quali andati prima a Cajazza, ove erano ad assedio il Cardinal di S. Prassede, ed il Cardinal Albano, ed avute da amendue lettere per lo Pontefice, a Roma da lui n'andarono; e datogli conto di quel, che s'era fatto in Palestina, gli chiesero poi in nome dell'Imperadore, che l'avesse assoluto dalla scomunica, e si fosse pacificato seco.
Ma Gregorio adirato di quel, che contro l'Imperadore gli avea scritto il Patriarca di Gerusalemme, dicendo, che l'accordo col Soldano era fatto in pregiudizio de' Cristiani, non volle far nulla di quanto gli chiesero gli Ambasciadori; per la qual cosa rimastosi in Roma il Gran Maestro, ritornarono gli altri due Arcivescovi nel Reame.
Intanto si resero all'Imperadore per opera di Adinolfo, e di Filippo d'Aquino le castella d'Atino e di Celio; ed essendo Federico col suo esercito de' Crocesegnati venuto in Terra di Lavoro contro il Re Giovanni, ed i Cardinali Legati, che stavano coll'esercito de' Chiavesegnati all'assedio di Cajazza, pose sì fatto timore colla sua venuta, che sciolto l'assedio, ed abbruciate le macchine, si ritrassero frettolosamente a Teano, andandone in Roma il Cardinal Colonna a chieder moneta al Pontefice per pagare i soldati, e l'Imperadore ne venne a Capua, ove alloggiato il suo esercito, passò a Napoli e chiese, ed ottenne da' Napoletani soccorso d'armi e di soldati[334].
Racconta ancora Riccardo, che il Cardinal Pelagio non avendo modo per sostener l'esercito, si prese tutto il tesoro, ed ogni altro suppellettile d'argento e d'oro, che era in Monte Cassino, per farne moneta, ed intendendo fare il medesimo nella chiesa di S. Germano, gli Ecclesiastici di quel luogo si composero in una certa somma di danari, perchè il Cardinal Pelagio non si pigliasse il tesoro della lor chiesa: ed intanto l'Imperadore ritornato da Napoli a Capua, n'andò poi a Calvi, la qual città prese a forza, e molti soldati del Pontefice che la difendevano, fece crudelmente morire impiccati per la gola, e quantunque il Re Giovanni cercasse impedirgli il cammino, passò per Riardo a S. Maria della Ferrata, ove per tre giorni dimorato, ebbe in sua balia Vairano, Alife, Venafro e tutto lo Stato de' figliuoli di Pandolfo, per li cui felici progressi sgomentato il Re Giovanni col Cardinal Pelagio, per la strada di Venafro se n'andò a Mignano, ed indi con veloce cammino se n'andò a S. Germano; ma sentendo che l'Imperadore frettolosamente veniva a quella volta, tosto fu disciolto l'esercito papale, e passò frettolosamente in Campagna di Roma, e tutti gli altri Prelati partigiani del Pontefice eran passati col Re Giovanni a Roma.
L'Imperadore intanto entrato col suo esercito nelle Terre della Badia di Monte Cassino, prese, e diede a sacco a' soldati la villa di Piedemonte, con dar la sua Rocca a' Signori d'Aquino. Tentò poi di prender Monte Cassino, ma ne fu ributtato da' difensori; e mentre colà dimorava, per opra di Taddeo di Sessa Giudice della sua Gran Corte, se gli rese la città di Sessa. Se gli rese ancora Presenzano, la Rocca d'Evandro, Isernia, Arpino, e Fontana, con tutte l'altre Terre di S. Benedetto; alla fine se gli rese anche S. Germano colla sua Rocca. E volendo dar poi sesto agli altri suoi affari d'Italia, e trattare di concordarsi col Pontefice, fece chiamare tutti i Potestà e Comuni delle città di Lombardia, significando loro la sua venuta nel Reame, e le sue vittorie con una sua lettera scritta da San Germano, che si legge presso Riccardo, nella quale fra l'altre cose si leggono queste parole: Nos de ultramarinis partibus prospere per Dei gratiam redeuntes, de inimicis nostris, qui Regnum nostrum invaserant foeliciter triumphavimus, dum audientes nos contra eos in manu valida, et potenti venturos, non expectatis, aut expertis viribus nostris, in Campaniae finibus, fugae sibi praesidium elegerunt. Sicque Domino cooperante, et nos comitante justitia, qui de coelo prospexit, quod ipsi de Regno nostro, nobis absentibus, per anni dimidium occupaverant, nos brevi dierum spatio recuperavimus, et revocavimus ad demanium, et dominium nostrum.
Dopo la qual cosa se gli rese la città di Teano, con patto, che il suo Vescovo potesse a suo talento o partirsi, o colà rimanere. Inviò altresì ducento soldati ne' Marsi, con Bertoldo fratello del Duca di Spoleto, ed ottenne agevolmente tutta quella regione; e dopo essersi trattenuto sette giorni in S. Germano passò ad Aquino, donde scrisse sue lettere a tutti i Signori e Principi della Cristianità, per difendersi dalla sinistra opinione, che di lui s'era conceputa e divulgata intorno all'accordo fatto col Soldano, dando lor conto degli affari di Terra Santa, con mostrare ch'eran passati altrimenti di ciò, che figurati gli avea il Patriarca di Gerusalemme al Pontefice, chiamandone in testimonio i Vescovi di Vintona, e di Lancastro, i Maestri dello Spedale e de' Teutonici, e di molti altri Cavalieri degl'istessi Ordini, ed ancora dei Frati Predicatori, che intervennero in quell'accordo. Nell'istessa città andarono a ritrovarlo alcuni Ambasciadori romani, per rallegrarsi seco del suo ritorno, da parte del Senato e del Popolo, e per trattare d'altri loro affari, i quali dopo tre giorni a Roma di nuovo se ne ritornarono. E fatto in miglior forma fortificare S. Germano, si partì d'Aquino, ed andò ad assediar Sora, la quale per essersi voluta difendere prese a forza ed abbruciò con morte e ruina de' suoi cittadini.
Intanto Ermanno Saltza, ch'era restato in Roma per trattar la pace col Pontefice, partito di là, insieme con Giovanni Cardinal di Santa Sabina, e con Tommaso Cardinal di Capua Legati del Pontefice, andarono tutti e tre a ritrovar l'Imperadore in Aquino, ove era da Sora ritornato il quarto giorno di novembre, e dopo aver favellato con lui, la stessa sera passarono a Monte Cassino, e persuasero al Cardinal Pelagio, che di colà partisse co' soldati, che vi aveva introdotti senza ricever noja alcuna. Fu ancora conceduto a' Vescovi il ritornar senza molestia alcuna alle loro sedi. Restituì ancora Federico tutt'i luoghi tolti all'Abate di Monte Cassino Adenolfo, commettendone però la cura al Gran Maestro Ermanno, sinchè si fosse compiuto il trattato della pace col Pontefice; ed Ermanno dovendo ritornare in Perugia, ove di nuovo andò col Cardinal Pelagio per accordare alcuni capitoli della pace, vi sostituì un tal Fra Lionardo Cavalier teutonico insino al suo ritorno. E Federico passato indi a Capua, ove celebrò la festa del Natal di Cristo, diede libertà a molti cittadini di Sora, che avea fatti imprigionare dopo la presa di quella città.
Con tai successi compiuto l'anno di Cristo 1229 nel seguente anno 1230 nel mese di gennajo comandò l'Imperadore al suddetto Fra Lionardo sustituito Governador della Badia, che da quelle Terre raccogliesse eletti soldati, e gli ponesse in guardia di Monte Cassino, facendogli dare il giuramento d'averlo a custodire, e difendere con tutt'i beni, ed i Frati che vi eran dentro, nè consignarlo ad altri, che al Gran Maestro Ermanno. E poco da poi l'Arcivescovo di Reggio, il Gran Maestro de' Teutonici, ed il Cardinal Pelagio, dopo esser più volte andati e tornati da Roma in Puglia per lo trattato della pace, celebrarono finalmente un'Assemblea in S. Germano, ove parimente convennero il Patriarca d'Aquileja, i due suddetti Legati, Giovanni Cardinal di Santa Sabina e Tommaso Cardinal di Capua, e Eberardo Arcivescovo di Salsburg, Sifrido Vescovo di Ratisbona, Leopoldo Duca d'Austria e di Stiria, Bernardo Duca di Moravia, con Fra Lionardo Cavalier Teutonico, nella quale, dopo varj discorsi, diedero cominciamento alla pace, che poco da poi, come diremo, si conchiuse fra l'Imperadore ed il Papa. Ed intanto si diedero all'Imperadore alcune città della Puglia, le quali nei passati tumulti se gli erano ribellate, come Civitate, Larino, S. Severo, Casal nuovo e Foggia. Nè si dee dar fede all'Autor della scrittura intitolata Itinerario dell'Imperador Federico, perchè è piena di favole e di sogni, convincendosi di sfacciata menzogna sin dal suo incominciamento; poichè Federico dimorò in Terra Santa solo sei mesi, e non tre anni; non assediò Gerusalemme, perchè il Soldano glie la diede subito; non fu in Sicilia quando tornò d'oltremare, ma solo a Brindisi, la qual città non fu mestieri soccorrere, perchè non era altrimenti cinta d'assedio, nè per tal cagione assoldò Saraceni nell'isola de' Gerbi, mentre potea averne di vantaggio in Sicilia ed in Puglia.
Intanto mentre l'Imperadore celebra in Foggia la Pasqua del Signore, Gregorio nel giovedì santo scomunica Rinaldo Duca di Spoleto, ed il suo fratello Bertoldo, come assalitori della Marca, ed altri luoghi della Chiesa.
Dopo tutto questo ritornarono di Roma, ove erano andati dopo l'Assemblea tenuta in S. Germano, tutti quei Prelati e Signori, che abbiam nominati nel trattato della pace, e con essi i Cardinali Legati, per assolvere l'Imperadore della scomunica, i quali commisero al Maestro de' Teutonici, che significasse all'Imperadore, che venisse a Capua, ove essi perciò l'averiano atteso con tutt'i Prelati, che per timor di lui s'eran fuggiti dal Reame; ma avendo poscia avuta contezza, che egli avea fatto abbattere le mura di Foggia, S. Severo e Casal nuovo, e che partitosi di Puglia veniva a Capua con intenzione, che tra gli articoli della pace s'accordasse ancora, che Gaeta e S. Agata ritornassero sotto il suo dominio, e non già rimanessero in balia della Chiesa, come pretendea il Pontefice: fecero ritornare tutti i Prelati regnicoli a Cepparano, ed essi se ne girono coll'Abate Adinolfo a Capua, nella qual città a' 30 maggio arrivò poscia Federico, con cui abboccatisi i Cardinali, disconvenendo nell'articolo di Gaeta e S. Agata passarono a Sessa, ed avendo trattato con quelli di Gaeta, fecero venire da loro Pietro delle Vigne, e Filippo di Citro Contestabile di Capua; ma non potendo effettuar la pace, per le nuove cagioni e difficoltà, che ogni giorno sopravvenivano, fu mestiere, che l'Arcivescovo di Reggio ed il Maestro de' Teutonici più volte andassero, e ritornassero da Roma a Cesare; onde alla fine, per l'opera d'un tal Fra Gualdo dell'Ordine dei Predicatori, essendo il Pontefice venuto al monastero di Grotta-Ferrata, e l'Imperadore a S. Germano, per esser più da presso, si conchiuse con comune letizia la pace, e se ne fecero dimostrazioni d'allegrezza in S. Germano, e ne' circonvicini luoghi, e per darvi compimento, vennero il nono giorno di luglio i Cardinali Legati nella maggior chiesa di S. Germano, ove parimente convennero il Patriarca d'Aquileja, l'Arcivescovo di Salisburg, il Vescovo di Ratisbona e quel di Reggio, i Duchi di Carintia e di Moravia, Principi dell'Alemagna; e del nostro Reame v'intervennero gli Arcivescovi di Palermo, quel di Reggio di Calabria, e quel di Bari, l'Abate di Monte Cassino, ed altri molti Prelati, ch'eran via fuggiti in Roma, Rinaldo Duca di Spoleto, Tommaso d'Aquino Conte della Corra, Errico di Morra Gran Giustiziero con altri Baroni e Ministri imperiali in gran numero, in presenza de' quali promise l'Imperadore di soddisfare alla Santa Romana Chiesa in tutte quelle cagioni per le quali era stato scomunicato, facendolo così giurare da Tommaso Conte della Cerra, e da tutti quei Prelati e Signori Alemani, i quali fecero la scrittura colle Capitolazioni dell'accordo, che vien inserita da Riccardo nella sua Cronaca, la qual contiene i seguenti Capitoli.
I. Che per quel che s'attiene alle città di Gaeta e S. Agata fra un anno s'abbia da trovar modo da comuni arbitri eliggendi, di dar compimento a questo articolo; e di trattar la forma, affinchè facciano ritorno all'ubbidienza dell'Imperadore Gaeta e S. Agata e tutti i Regnicoli, co' loro beni nel Regno; ed intanto l'Imperadore non offenderà le città predette, nè gli uomini di quelle; nè permetterà farle offendere dai suoi.
II. Che l'Imperadore rimetterà ogn'offesa a' Teutonici, Lombardi, a coloro della Toscana, e generalmente a tutti gli uomini de' Regni di Sicilia, ed ai Franzesi, i quali hanno aderito alla Chiesa romana contro di lui, nè permetterà che siano per detta cagione offesi da' suoi.
III. Il suddetto Imperadore rimetterà tutte le sentenze, costituzioni e bandi contro di loro promulgati coll'occasione della suddetta guerra.
IV. Promette ancora, che le terre della Chiesa nel Ducato di Spoleto e nella Marca, ed in altri luoghi del patrimonio della medesima, non saranno invase, nè devastate per se, o per altri.
Promettendo i suddetti Principi d'Alemagna, essere mallevadori di quanto ne' suddetti articoli s'era convenuto.
Dopo la qual cosa l'Arcivescovo di Salisburg favellò lungamente del buon voler dell'Imperadore verso la Chiesa romana, con iscusarlo dalle passate discordie, a cui rispose con pari eloquenza il Cardinal di Santa Sabina. E nell'istesso giorno i Cardinali Legati in nome del Papa fecero giurare all'Imperadore di restituire ciò, ch'egli avea occupato, o fatto occupare da' suoi Capitani nella Marca, e nel Ducato di Spoleto, ed in ogni altra parte del patrimonio della Chiesa, e tutt'i territori e castelli de' monasteri, o Badie, e particolarmente del monastero di S. Chirico d'Introducco, e tutt'i beni de' Cavalieri del Tempio e dello Spedale, e di qualsivoglia altro Barone, e d'altri Nobili del Reame, che fossero stati aderenti e partigiani del Pontefice, e di rimettere parimente nelle loro sedi l'Arcivescovo di Taranto, e tutti gli altri Vescovi e Prelati, che avea scacciati dal Reame. E di vantaggio gli fecero giurare; Ut de caetero nullus Clericus in civili, vel in criminali causa conveniatur, et quod nullas talleas, vel collectas imponat Ecclesiis, Monasteriis, Clericis, et viris Ecclesiasticis, seu rebus corum; et quod electiones, postulationes, et confirmationes Ecclesiarum, ac Monasteriorum libere fiant in Regno secundum statuta Concilii Generalis[335].
Dopo questo, d'ordine del Papa fu tolto l'interdetto da Frate Gualdo, con dar libertà di celebrare i divini Ufficj alle Chiese di S. Germano, ed all'altre Terre della Badia di Monte Cassino, e di tutti gli altri luoghi, ove dal Cardinal Pelagio era stato posto, escludendo però di potere esser uditi come scomunicati dal Duca di Spoleto, e da tutti gli altri, che in sua compagnia avevano guerreggiato nella Marca. E l'Imperadore, per eseguire il concordato fatto, restituì indi a poco Trajetto e Suggio col Contado di Fondi a Ruggieri dell'Aquila, ed il monastero di Monte Cassino, e Rocca Janola all'abate Adinolfo, con patto sì bene, che detta Rocca dovesse esser custodita da Rinaldo Belenguino di Sant'Elia insinattanto, che fosse l'Imperadore assoluto dalle censure. E passato Federico alla Rocca d'Arce, fece restituire all'Abate Adinulfo da' Signori d'Aquino, a cui commessi gli avea, Ponte Corvo, Piedemonte, e Castel Nuovo, e di là passò a Cepparano con buon numero di suoi soldati, e quivi nella cappella di S. Giustina il dì di S. Agostino nel mese di agosto, fu Federico assoluto dalla scomunica dal Cardinal di Capua Vescovo Sabinense, e nell'ultimo del detto mese andò a trovar Gregorio, che in Alagna l'attendea, avendo nello stesso tempo inviato per lo Reame sue lettere favorevoli per la libertà de' monasteri e delle Chiese, delle persone Ecclesiastiche, e dei beni di quelle, ordinando a' Conti, Baroni, Giustizieri, Camerarj e Baglivi del Regno di Sicilia, che niuno Monasteriis, Ecclesiis, personis Ecclesiasticis, aut rebus eorum talleas, vel collectas praesumat imponere, salvis illis servitiis, ad quae certae Ecclesiae, vel personae tenentur nobis specialiter obligatae, come dal suo diploma trascritto da Riccardo nella sua Cronaca.
Federico attendatosi col suo esercito fuori delle mura d'Alagna, il primo giorno di settembre vi entrò, accolto, ed incontrato con ogni onore da' Cardinali, e da tutti gli altri Prelati e famigliari del Pontefice, dal quale fu invitato a mangiar seco, e per tre continui giorni dimorarono insieme favellando de' loro importanti affari in presenza solo del Maestro de' Teutonici. Accommiatato poscia caramente da Gregorio ritornò a' suoi alloggiamenti, ove dimorando diede a Gio. di Poli il Contado d'Albi in luogo del Contado di Fondi, che gli avea tolto, per restituirlo a Ruggieri dell'Aquila; ed allora l'Abate di S. Vincenzo, ed i Prelati, che si trovavano scomunicati per aver aderito all'Imperadore, furono a preghiere del medesimo dal Papa assoluti. Ed intanto i Vescovi di Tiano, d'Alife, di Venafro, e tutti gl'altri Prelati, ch'erano usciti del Regno, alle proprie sedi ritornarono, e li Prelati e Principi d'Alemagna ritornarono a' loro paesi. Aggiunge il Bzovio ne' suoi annali, che alcuni Autori tedeschi scrivono, che l'Imperadore per pacificarsi col Pontefice gli pagasse per gli danni, che con la guerra avea patiti, cento e ventimila oncie d'oro. Girolamo dalla Corte nell'istoria di Verona, dice non essere stati più che dodicimila ducati; ma Riccardo, che particolarmente scrive questo fatto, non favella in guisa alcuna di tal pagamento.
Conchiusa dunque in cotal maniera questa pace, l'Imperadore partito d'Alagna ritornò a S. Germano, e di là per la strada di Capua passò in Puglia, e nella città di Melfi fermossi, e disbrigato dagli affari di questa guerra, quietato il Regno, pensò poi nel seguente anno 1231 a ristabilirlo con varj provedimenti, e ad ordinar nuove leggi per la quiete e tranquillità del medesimo, e per ristorarlo da' passati danni.
(Nell'anno stesso 1230 fu questa pace confermata da' Principi di Germania, i quali n'entrarono mallevadori; e l'istromento della garantia è rapportato da Lunig[336]).
CAPITOLO VIII. Delle Costituzioni del Regno.
Niuna parte delle nostre patrie leggi è stata per l'ignoranza dell'istoria da' nostri Professori tanto confusamente trattata, e con minor diligenza, che quella che concerne la compilazione di queste nostre Costituzioni. Non è chi non sappia, che l'Imperador Federico l'avesse a Pietro delle Vigne commessa, e che per suo comandamento questi la facesse; ma come, ed in qual tempo si pubblicasse, di quali Costituzioni e di qual Principe; qual uso ed autorità presso di noi avesse, e come da poi a noi fossero le leggi, che contiene, state esposte e commentate da' nostri Scrittori, evvi un profondo silenzio. Molti perciò confusero le Costituzioni, e ciò ch'è d'un Principe, l'attribuiscono ad un altro, come si è osservato ne' precedenti libri di quest'Istoria, ove molte leggi di Ruggiero furono, o a' due Guglielmi, o a Federico attribuite; ed all'incontro molte Costituzioni di quest'Imperadore, o a' Guglielmi, o al riferito Ruggiero. Molti altri, non intendendo la lor forza, nè l'uso di que' tempi, stranamente a noi l'esposero, e fuvvi ancora chi riputasse alcune di esse empie e sacrileghe.
Federico adunque savissimo Principe, che non meno nell'armi, che nelle leggi volle imitare i più savj Re della terra, in quest'anno 1231 avendo conchiusa la pace col Pontefice Gregorio, e resi tranquilli i suoi Reami di Sicilia e di Puglia, rivolse i suoi pensieri alle leggi, per dar a' Popoli a se soggetti più stabile e fermo riposo. Non è però, che egli in questo solo anno promulgasse tutte quelle Costituzioni, che si leggono in questo volume diviso in tre libri. La compilazione si fece in quest'anno, ma le leggi si stabilirono, e prima, e da poi, essendosi molte altre Costituzioni aggiunte dopo la compilazione fatta in quest'anno 1231 ond'è, che quelle portino in fronte l'inscrizione, Nova constitutio. Egli in questo Codice volle, che si inserissero le Costituzioni de' Re di Sicilia suoi predecessori, e tra quelle ne scelse molte di Ruggiero I Re suo avolo: alcune di Guglielmo I suo zio, e poche di Guglielmo II suo fratel cugino, delle quali a bastanza fu ragionato ne' precedenti libri. Non volle tener conto di ciò, che s'avessero fatto Tancredi e Guglielmo III come quelli, che furon riputati da lui per Re illegittimi ed intrusi, come si è altre volte notato. Oltre delle Costituzioni di questi Principi suoi predecessori, volle che s'inserissero le sue promulgate già in diversi tempi, in varie occasioni, ed in varie città de' suoi Reami di Sicilia e di Puglia, stabilendo che cassate ed annullate le antiche leggi e consuetudini, che a tali Costituzioni fossero contrarie, queste sole s'osservassero, e queste così ne' giudicj, come fuori, avessero tutt'il vigore ed autorità nel suo Regno di Sicilia, ch'egli chiama credità preziosa[337]. Ed egli è da notare, che per Regno di Sicilia comprende non meno quello, che propriamente è detto di Sicilia, ma oltre di quell'isola, anche questo nostro, che ora Regno di Puglia, ora di Sicilia di qua del Faro, ed ultimamente Regno di Napoli fu detto; onde siccome di gran lunga andarono errati coloro, che riputarono le presenti Costituzioni essersi solo ordinate per l'isola di Sicilia, così anche non merita scusa il Ramondetta, che scrisse, queste leggi non essere state stabilite per coloro di quell'isola, ma solo per quello di Napoli. Errore così manifesto, che non vi è Costituzione, che nol convinca per tale.
Molte Costituzioni prima di quest'anno 1231 avea Federico per lo governo di questi Reami già stabilite[338]; e fin da' primi anni del suo Regno, dopo il Baliato d'Innocenzio III cominciò in varj Parlamenti tenuti in Puglia, o in altre città del Regno a stabilirne. Oltre di quelle fatte in Roma dopo la sua incoronazione per mano d'Onorio, delle quali si è discorso nel libro precedente, e che non han che far con le nostre, nell'anno 1220 essendosi dopo la sua incoronazione, da Roma portato nel nostro Regno e passato a Capua, quivi resse un Parlamento generale per bene del Regno, e promulgò suoi ordinamenti contenuti in venti capitoli, come narra Riccardo da S. Germano[339]: Et se recto tramite Capuam conferens, et regens ibi Curiam generalem pro bono Statu Regni suas assisias (cioè regolamenti, che nelle Corti generali per pubblico bene, e comodo de' vassalli solevansi stabilire[340]) promulgavit, quae sub viginti capitulis continentur.
Vi è chi scrive, che nel seguente anno 1221 anche in Melfi avendo ragunata una general Assemblea, avesse promulgate altre sue Costituzioni; ma non facendone menzione alcuna Riccardo, non ci assicuriamo di dirlo; coloro, che lo scrissero, furono ingannati dalla data, che porta questa compilazione, nella quale, nelle vulgate edizioni, in cambio di notarsi l'anno 1231 si trova con error manifesto impresso 1221. Ne furono sì bene in quest'anno non in Melfi, ma in Messina promulgate dell'altre, le quali oggi pur veggiamo inserite in questo volume, come ce ne rende testimonianza l'istesso Riccardo: Imperator per Apuliam, et Calabriam iter habens, feliciter in Siciliam transfretat, et Messanae regens Curiam generalem, quasdam ibi statuit assisias observandas contra lusores etc., le quali ora pur leggiamo in questa compilazione nel libro terzo sotto i titoli; de his qui ludunt ad dados, etc. de Blasphemantibus Deum, etc.
Nell'anno 1222 narra l'istesso Riccardo, che Federico sua Statuta per Regnum dirigit in singulis Civitatibus et Villis; e nell'anno 1224 molte leggi furono da lui pubblicate intorno allo stabilimento dello studio generale eretto in Napoli, come altrove abbiam notato; e nella Costituzione nihil veterum[341] si parla della spedizione fatta da Federico in Lombardia per frenare la ribellione de' Lombardi, e del suo presto ritorno in Puglia, ciocchè, siccome scrissero Riccardo[342], ed Errico Sterone[343], amendue Scrittori di quel tempo, avvenne nell'anno 1226, e così di mano in mano anche dopo il ritorno fatto da Soria nell'anno 1229 altre ne promulgò in varie occorrenze[344]; e nel principio di quest'istesso anno 1231 nel mese di gennajo narra Riccardo[345], che mandasse Federico a Stefano di Anglone suo Giustiziero di Terra di Lavoro suoi ordinamenti riguardanti le concessioni e privilegi fatti da lui, e da Rinaldo Duca di Spoleti dopo il suo passaggio in Soria, comandando, che dovessero quelli presentarsi alla sua imperial Corte fra certo tempo: altrimenti, che d'essi non dovesse tenersi alcun conto, nè tenessero fermezza alcuna, ciò che pur lo vediamo inserito in questo Codice sotto il titolo de privilegiis al libro 2.
Nel medesimo tempo proibì a' Baroni, che nelle lor terre e castelli potessero far nuovi edificj di muri e torri, come narra Riccardo, ciò che anche leggiamo nel libro terzo sotto il titolo de novis Aedificiis: diede parimente altri provedimenti intorno alle sovvenzioni, che dovean prestare i Conti, Baroni e Prelati, che tenevan Feudi, de' quali ci restano ancora i vestigi nei tre libri di queste Costituzioni. E forti argomenti abbiam di credere, che quella cotanto famosa e rinomata Costituzione Inconsutilem, piena di tanto rigore ed asprezza contro i Patareni e gli altri Eretici di questi tempi, nel mese di febbrajo di quest'istesso anno 1231 avesse Federico promulgata, per accorrere a' mali, che il numero de' medesimi, il qual tuttavia andava crescendo, potevano apportare a questi Regni. Narra Riccardo essere in Italia cresciuto tanto il numero de' Patareni, che ne fu anche Roma, sede della religione, contaminata ed infetta, bisognando per estirpargli usar molto rigore; in guisa che molti, i quali ostinati non vollero lasciare i loro errori, furono fatti ardere nelle fiamme, e gli altri più docili, furono mandati a carcere nel monastero di Monte Cassino, ed a quello della Cava per dovervi stare insino che abjurassero, e facessero penitenza de' loro falli. E crebbe il lor numero in guisa che, oltrepassando Roma, cominciarono anche a contaminare le città di questo nostro Reame, ed in Napoli particolarmente multiplicavano assai più, tanto che Federico per estirpargli mandò quivi l'Arcivescovo di Reggio, e Riccardo di Principato suo Maresciallo, perchè severamente gli punissero, siccome in fatti molti ne furono trovati e posti in carcere: e questa fu l'occasione che mosse Federico a punir questi Eretici, ed i loro recettatori e fautori con pene sì terribili e severe, come appunto e' dice in quella sua Costituzione[346]: Et tanto ipsos persequamur instantius, quanto in evidentiorem iujuriam fidei Christianae, prope Romanam Ecclesiam, quae caput aliarum Ecclesiarum omnium judicatur, superstitionis suae scelera latius exercere noscuntur. Adeo quod ab Italiae finibus, et praesertim a partibus Lombardiae, in quibus pro certo perpendimus ipsorum nequitiam, amplius abundare, jam usque ad Regnum nostrum Siciliae, suae perfidiae rivulos derivarunt. Quod acerbissimum reputantes, statuimus, etc. Narra ancora Riccardo, che nel mese di giugno di quest'istesso anno si fossero nuove altre Costituzioni da Federico stabilite in Melfi: Constitutiones novae, quae Augustales dicuntur, apud Melfiam, Augusto mandante, conduntur. Siccome nell'istesso tempo fu fatta inquisizione de campangiis, falsariis, aleatoribus, tabernariis, homicidis, vitam sumptuosam ducentibus, prohibita arma portantibus, et de violentiis mulierum; e puniti i rei secondo quelle pene, che furono da lui stabilite in varie sue Costituzioni, che oggi sotto questi titoli leggiamo in questo Codice.
Da tutte queste Costituzioni sinora da lui stabilite ne' precedenti anni in varie occasioni, e da quelle dei Re di Sicilia suoi predecessori fu in quest'anno da Pietro delle Vigne compilato questo nuovo volume delle nostre Costituzioni, che oggi diciamo del Regno; e terminata tal compilazione, nel mese d'agosto del suddetto anno 1231 nel solenne Concistoro tenuto in Melfi furono, tutte unite insieme, pubblicate a' Popoli, perchè cassate l'antiche, queste dovessero osservare. Ecco come Federico ne favella: Accipite gratanter, o Populi, Constitutiones istas, tam in judiciis, quam extra judicia potituri. Quas per Magistrum Petrum de Vineis Capuanum Magnae Curiae nostrae Judicem, et fidelem nostrum mandavimus compilari[347].
Che tal pubblicazione si fosse fatta in agosto di quest'anno 1231 ce lo testifica Riccardo nella sua Cronaca a tal mese, ed anno: Constitutiones Imperiales Melfiae pubblicantur. Ed a quel che ne scrive Riccardo, sono concordi l'edizioni antiche e corretta, che portano questa data: Actum in solenni Consistorio Melfiensi, anno dominicae incarnationis M.CC.XXXI. mense Augusti, indictionis quartae. Ed in tal guisa ancora leggevasi nell'antica edizione, della quale si valse il nostro Matteo d'Afflitto, quando a quelle fece il suo gran Commento, non ponendosi allora in dubbio, che in quest'anno fossero state pubblicate, come scrisse quest'Autore[348]: Ex quo istae Constitutiones editae fuerunt mandante dicto Imperatore per doctissimum virum Petrum de Vinea in anno Domini 1231. Onde si scorge con evidenza, che nell'edizioni nuove e vulgate, che oggi vanno attorno, vi sia errore manifesto, portando altra data, cioè dell'anno 1221.
Egli è da notare ancora, che dopo questa pubblicazione, furono negli anni seguenti da Federico in varj tempi fatte altre Costituzioni, le quali da Taddeo di Sessa, da Roffredo Beneventano, ed ultimamente da Andrea e Bartolommeo di Capua furon sotto i loro dovuti titoli fatte inserire in questo Codice, ond'è, che si appellino Novae Constitutiones. Così Federico nel mese di febbrajo del seguente anno 1232 fece pubblicar in S. Germano le sue Costituzioni de Mercatoribus, Artificibus, Medicis, Alcatoribus, Damnis, Militibus, Notariis, etc., come si legge nella Cronaca di Riccardo, ov'è d'avvertire, che Ferdinando Ughello, il qual nel terzo volume della sua Italia Sacra fece imprimere questa Cronaca, mal fece inserire, dopo queste parole: Post mundi machinam providentia Divina firmatam, etc. quest'altre: Harum aliquot Richardus Author historiae ponit, sed nos remittimus lectorem ad librum Constitutionum Regni Siciliae; dalle quali parole si conosce, che questa fu una postilla fatta da qualche studioso alla Cronaca di Riccardo; onde non meritava, che si confondesse col testo della Cronaca. Queste Costituzioni pubblicate a S. Germano le vediamo ancora inserite nel volume delle nostre Costituzioni, come sotto il titolo de Mercatoribus, sotto il titolo de Fide Mercatorum, sotto il titolo de Medicis, sotto il titolo de Alcatoribus ovvero de his, qui ludunt ad dados, ed altre, che si leggono nel libro terzo. E nel mese d'ottobre del medesimo anno nell'istesso luogo di S. Germano ne pubblicò altre attenenti all'annona, a' pesi e misure, ed altre che si leggono nella citata Cronaca, e delle quali ne restano ancora a noi i vestigj ne' libri delle nostre Costituzioni: Mense Octobri in S. Germano hujusmodi sunt Imperiales Assisiae publicatae. Ed essendo l'Imperador Federico nel seguente anno 1233 passato in Sicilia, tenendo nel fine di quest'anno in Siracusa un general Parlamento, stabilì quella famosa Costituzione: Ut nulli, come dice Riccardo, liceat de filiis, et filiabus Regni matrimonia cum externis, et adventitiis, vel qui non sint de Regno, absque ipsius speciali requisitione, mandato, seu consensu Curiae suae contrahere, videlicet, ut nec aliquae de Regno nubere alienigenis audeant, nec aliqui alienigenarum filias ducere in uxores, poena apposita omnium rerum suarum amissione. Costituzione che noi leggiamo sotto il titolo de uxore non ducenda sine permissione Regis, dopo quella, che comincia Honorem nostri diadematis, nella quale si leggono quasi le medesime parole di Riccardo, e per essere promulgata in questo anno dopo la pubblicazione fatta in Melfi, perciò porta in fronte: Nova constitutio. Fu la medesima da Federico stabilita non senza forte ragione, poichè avendo invitate le femmine alla successione de' Feudi, perchè queste maritandosi non trasferissero i Feudi alle famiglie a se ignote, e forse non a se fedeli, volle perciò, che senza consenso della sua Corte non potessero casarsi; della qual Costituzione abbastanza fu da noi scritto, quando ci toccò favellare delle leggi di Ruggiero, riprovando l'error d'Andrea d'Isernia, che la reputò restrittiva della libertà de' matrimonj. La quale durata per lungo tempo, fu poi da Carlo II d'Angiò riformata in questo Regno, ed in Sicilia abolita affatto dal Re Giacomo.
Ci diede ancora Federico altre leggi ne' seguenti anni per render più tranquilla la quiete di questi suoi Regni; e dopo avere nell'anno 1234 stabilite le Fiere in alcune città delle sue province, delle quali si parlerà a suo luogo, per quanto noi possiamo raccorre da Riccardo, insino all'anno 1243 ove termina la sua Cronaca, troviamo essersi da lui varie altre Costituzioni pubblicate; e nel mese di settembre del suddetto anno abbiamo, che in Grossetto quadam edidit Sanctiones, come dice Riccardo, contra judices, Advocatos, et Notarios, quas per totum Regnum publicari praecepit, et tenaciter observari, quarum initium tale est, nihil veterum authoritati detrahitur, etc. che sono l'ultime sue Costituzioni, che ancor vediamo inserite nel nostro volume nel libro primo sotto il titolo de Officio Magistri Justitiarii, et Judicum Magnae Curiae, che perciò porta l'iscrizione di Nova Constitutio; e sotto il titolo de Advocatis ordinandis, co' due seguenti. Tutte queste Costituzioni, come riguardanti a' Regni di Puglia e di Sicilia, non bisogna confonderle, come altrove fu avvertito, colle Augustali stabilite in Roma, ovvero con quelle pubblicate in Germania, come in Egra nell'anno 1213, in Francfort nell'anno 1234, in Magonza nell'anno 1235 ed altrove, delle quali Goldasto[349] ne fece raccolta, e si leggono ne' suoi volumi, le quali non furono per questi Regni stabilite, e perciò appresso di noi non ebbero forza, nè vigor alcuno di legge.
§. I. Dell'uso ed autorità di queste Costituzioni durante il Regno de' Svevi; e de' loro Spositori.
Le Costituzioni di questo Principe nel tempo, che furono promulgate, e mentre durò il Regno nella sua persona, ed in quelli della Casa di Svevia, furono universalmente riputate savissime, giustissime e ricolme d'ogni prudenza, nè eccedenti la potestà d'un Principe. Non parve allora strano d'aver in questo volume fatte inserire quelle Costituzioni di Ruggiero e di Guglielmo I, delle quali si parlò ne' precedenti libri. Nè ch'egli ne avesse poi rifatte moltissime attenenti ai matrimonj, a' beni delle Chiese, proibendo gli acquisti degli stabili agli Ecclesiastici, come vietò per sua Costituzione, che leggiamo al libro terzo sotto il titolo de Rebus stabilibus Ecclesiis non alienandis, e cose simili. Ma da poi che per gli impegni de' romani Pontefici, nemicissimi della Casa di Svevia, il Regno passò a quella de' Duchi d'Angiò e Conti di Provenza, come diremo, ancorchè Carlo I comandasse, che fossero osservate nel Regno, ed il medesimo avesse ordinato Carlo II suo figliuolo[350]; nulladimanco i nostri Professori, che fiorirono sotto i Re angioini, per accomodarsi a' tempi, che allora correvano, tutti favorevoli a' romani Pontefici, da' quali questi Principi riconoscevano il Regno, cominciarono a malmenare alcune Costituzioni di questo savio Principe, riputandole, in quanto al lor credere, e secondo quelle massime, che allor correvano, che fossero contrarie a quelle della Corte romana; e però strane, inique, ingiuste, offensive dell'ecclesiastica immunità, della libertà de' matrimonj e cose simili; tanto che la Costituzione de Rebus stabilibus Ecclesiis non alienandis, non trovò chi volesse commentarla, come sacrilega, per la libertà ecclesiastica, che si credeva, che s'offendesse: e Matteo d'Afflitto, che brevemente l'espone, si protesta sul bel principio, con dire: Haec Constitutio nihil valet, quia Imperator non potuit contra libertatem Ecclesiae, et personarum Ecclesiasticarum prohibere, quod non relinquantur res stabiles Ecclesiae inter vivos, vel in ultima voluntate; quasi che Federico fosse stato il primo a stabilirla; e pure egli, come si dichiara in quella, non fece altro, che ristabilire ciò, che i suoi Predecessori avean fatto, e ciò che a tutti gli altri Principi fu permesso, e dovrà sempre permettersi ne' loro Reami e Signorie.
Per questa cagione Marino di Caramanico, il più dotto Glossatore di queste Costituzioni, ancorchè fiorisse sotto Carlo I d'Angiò, perchè le chiose, che vi fece, le dettò poco da poi, che si fossero pubblicate, nel Regno de' Svevi[351], perciò fu più moderato di tutti gli altri. Fiorì egli nel principio del nuovo governo degli Angioini, e fu sotto Carlo I nell'anno 1269 Giudice presso il Capitano di Napoli[352]. Le sue chiose sono sobrie e dotte, tanto che presso i posteri s'acquistò il nome d'approvato glossatore, come lo qualifica Matteo d'Afflitto[353]. A costui le riferite Costituzioni di questo Principe non parvero cotanto strane ed esorbitanti, come agli altri, che successero. Egli non muove dubbio alcuno, se come promulgate da Federico, che fu deposto dal Regno e dall'Imperio, dovessero osservarsi, ed aver forza e vigor di legge; egli dice del sì; ed ancorchè si muova da leggier cagione, cioè perchè Federico le fece compilare e pubblicare, antequam Imperio privaretur, et de Regno[354]; nientedimeno parla della potestà de' nostri Principi, sebben non quanto si dovrebbe, almeno il meglio, che comportavano i suoi tempi, ne' quali bisognava andar a seconda de' Pontefici romani, da' quali si riconosceva il Regno. In tali o somiglianti termini si contennero due altri antichi Glossatori, che a Marino successero, i quali furono Bartolommeo di Capua e Sebastiano Napodano, e molto più fece Andrea da Barletta, che fu il primo a glossarle, come si raccoglie da Andrea d'Isernia[355], siccome quegli, che fiorì nell'età di Federico istesso loro Autore, e Francesco Telese Avvocato fiscale nel 1282 che scrisse pure sopra le Costituzioni del Regno, e del quale non si dimenticarono Gesnero, ed il Toppi nelle loro Biblioteche.
Ma ne' tempi susseguenti mettendo più profonde radici le nuove massime della Corte di Roma, e succeduto Andrea d'Isernia, che volle prendersi la briga di commentarle; costui, come se fosse un capital nemico di Federico, non tralascia di dannar la memoria di questo Principe, quando gli vien fatto: biasima molte sue Costituzioni, ed infra l'altre quella stabilita per li matrimonj de' Baroni da non contraersi senza licenza del Re, e non si ritien di dire, che quella portasse destructionem animae istius Federici prohibentis per obliquum matrimonia instituta a Deo in Paradiso.
Egli ingrandisce quanto può le pretensioni de' romani Pontefici, riputando questo Regno come vero Feudo della Chiesa[356], e nudrito colle massime degli Ecclesiastici empiè i suoi Commentarj d'errori pregiudizialissimi alle supreme regalie de' nostri Re, veri ed independenti Monarchi di questo Reame.
Più sobrj furono Luca di Penna, Pietro di Monteforte, Diomede Mariconda, Biagio di Marcone, Pietro Arcamone, Giacopo e Niccolò Ruffo, Sergio Domini Ursonis, Argentino, Pamfilo Mollo, Niccolò Caposcrofa, Pietro Piccolo di Monforte, Lallo di Toscana, Giovanni Grillo, Cesare de Perinis, il Vescovo Giovanni Crispano e Niccolò Superanzio, ed alcuni altri, i quali si contentarono far alcune brevi chiose e piccole note alle Costituzioni suddette, insin che nel Regno degli Aragonesi non venisse voglia a Matteo d'Afflitto, mentr'era di età già cadente, ancorchè di vivacissimo spirito, nell'anno 1510 d'intraprendere di adornarle di più ampj e voluminosi Commentarj, ch'è gran meraviglia, come in tre soli anni, che vi pose, avesse potuto tirargli a fine.
Erano queste Costituzioni, ancorchè in gran parte rivocate, e molte andate in disusanza per li nuovi Capitoli fatti da' Re angioini, ne' tempi degli Aragonesi nella lor fermezza e vigore; e Ferdinando I d'Aragona con sua particolar Costituzione data in Foggia a' 25 dicembre dell'anno 1472 stabilì doversi quelle osservare nel Regno suo[357]; perciò Matteo d'Afflitto reputò non dover impiegar invano le sue fatiche, adornandole d'un più pieno Commentario. Si mosse ancora, come e' ci testifica, che nel corso di 40 anni e più, da che furono commentate da Andrea d'Isernia insino a' suoi tempi, erano occorse, mentr'egli fu prima Giudice della Gran Corte della Vicaria, e poi Consigliere, nuove altre quistioni non trattate da Andrea.
Ma per vizio del secolo non seppe allontanarsi dai triti e comuni sentieri, ed empiè i suoi Commentarj di quistioni vane ed inutili, le quali oggi non hanno il loro uso. Egli fra le altre cose pose in disputa, se Federico, ancorchè avesse pubblicate queste Costituzioni prima della sua deposizione, avesse potuto dar loro forza e vigor di legge, in guisa che da' suoi sudditi dovessero osservarsi, giacchè era stato già scomunicato da Gregorio IX, e come leggi d'uno scomunicato non avrebbero dovuto aver vigore alcuno. Queste dispute sono all'intutto vane, non solo per la ragione, ch'e' rapporta dell'accettazione de' Popoli, ma perchè Federico quando le pubblicò nell'anno 1231 era stato già assoluto da Gregorio, ed era in pace colla Chiesa romana, come si è detto. Ma non bisogna ammettere nemmeno per vera questa ragione, perchè Federico fu scomunicato la seconda volta da Gregorio nell'anno 1239, e sebbene il volume delle sue Costituzioni si trovava già sin dall'anno 1231 pubblicato; nulladimanco, come si è di sopra narrato, egli dopo il suddetto anno 1239 ne pubblicò alcune altre, come nell'anno 1243 e negl'anni seguenti, le quali furono inserite in detto volume, nel tempo che si trovava già scomunicato da Gregorio questa seconda volta. Quindi è che i più sensati riputan esser improprio, ed affatto lontano, ed estraneo il vedere, se il Principe quando stabilisce le sue leggi si trovi scomunicato, perchè avessero vigore o no; e tralasciando il considerare, di qual sussistenza fossero state le censure scagliate da Gregorio IX a Federico; le scomuniche non han niente, che fare colla potestà, che tengono i Principi in istabilir le leggi, ch'è una delle loro supreme regalie inseparabilmente attaccata, ed annessa alla lor Corona, che non può torsi dalla scomunica, la quale non ha altra forza ed effetto, quando che sia legittimamente fulminata, che separare il Fedele dalla Comunione della Chiesa, rendendolo incapace de' Sacramenti, de' suffragi, delle orazioni, e di tutto ciò ch'ella può dare a' suoi Fedeli, non già di disumanar gli uomini, e torgli dalla società civile, e molto meno i Principi da' loro Reami, e di tutto ciò che riguarda la promulgazion delle leggi e l'amministrazione, ed il loro governo, come si ponderò altrove nel corso di quest'Istoria.
Ed i nostri Dottori, che trattano ancora della deposizione di Federico fatta da Innocenzio IV nel Concilio di Lione, con dire, che se queste Costituzioni si fossero da lui stabilite dopo questa sua deposizione, che seguì nell'anno 1246 non avrebbero avuto forza nè vigore alcuno, sono degni di scusa; poichè allora passava per indubitato, che potessero i Pontefici romani deponere gl'Imperadori, ed i Re dall'Imperio, e da' Regni loro, con assolvere i vassalli dal giuramento, secondo le massime, che allora aveano ingombrate le menti degli uomini; ma ora abbastanza da valenti Teologi e Giureconsulti si è posto in chiaro, che nè il Papa, nè la Chiesa istessa ha questa potestà di deporre i Principi da' loro Regni, e molto meno gli Imperadori dall'Imperio, ed assolvere i vassalli dal giuramento prestato, non essendo ciò della potestà della Chiesa, la quale è sola ristretta nelle cose spirituali, e di privare i Fedeli di quello, ch'ella può dare, non già degl'Imperj e de' Reami, i quali i Principi riconoscono non dalla Chiesa, nè dal Papa, ma da Iddio, unico e solo lor Signore; ciò che ben a lungo infra gli altri, fu dimostrato da quell'insigne Teologo di Parigi Dupino[358], e più innanzi da noi se ne discorrerà, quando della deposizione di Federico ci toccherà favellare.
Dopo questi Commentarj di Matteo d'Afflitto, così ampj e voluminosi sopra le Costituzioni, gli altri nostri Professori, che a lui succedettero, si contentarono d'impiegare i loro talenti intorno alle medesime, con far solamente alcune piccole note ed alcune addizioni al Commento d'Andrea d'Isernia, come fecero il Consigliero Giacopo-Anello de Bottis, Giovanni Angelo Pisanello, Fabio Giordano, Bartolommeo Marziale, Marco Antonio Pulverino, ed alcuni altri. Ed essendo da poi agli Aragonesi succeduti gli Austriaci, li quali con nuove leggi e prammatiche, variarono in gran parte le Costituzioni suddette; si fece sì che i nostri Professori impiegassero altrove le loro fatiche, come si dirà a suo luogo; nè si attese più allo studio delle medesime, e restano così, come le lasciarono Matteo d'Afflitto, e quegli altri pochi, che a lui successero; ed oggi in quelle cose, che non sono state rivocate, o che per lungo disuso non si trovano antiquate, hanno presso di noi tutto il vigore, e tutta la forza di legge, a differenza delle longobarde, l'autorità delle quali è presso noi affatto estinta ed andata in dimenticanza.
FINE DEL LIBRO DECIMOSESTO.
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI