LIBRO DECIMOSETTIMO

La pace poc'anzi conchiusa col Pontefice Gregorio, siccome si previde, fu non guari da poi per nuove cagioni rotta e violata; e pochi anni appresso di bel nuovo si venne ad una più fiera ed ostinata guerra, che lungamente afflisse Italia, de' cui perniziosi effetti furono anche tocche queste nostre province, ancorchè non l'avessero veduta ardere nelle proprie regioni. Federico, se bene si fosse pacificato con Gregorio, vivea però con continui sospetti, che non gli movesse nuova guerra nel nostro Reame; ed a tal fine in quest'anno 1232 fece egli fortificare, e munire tutti i castelli a' confini di Campagna; e nell'entrar del nuovo anno 1233 fece con maggior numero di Saraceni munire e fortificar Lucera in Puglia, ed all'incontro fece abbattere le mura di Troja, città, che ne' passati tumulti s'era mostrata quanto amica del Pontefice, altrettanto poco a lui fedele[359]. Fece ancora fortificar i castelli di Trani, di Bari, di Napoli e di Brindisi; e nel seguente anno fece ampliar in Napoli il castel Capuano; ed in Capua mandò Niccolò Cicala a presedere alla nuova fabbrica del castello di quella città, ch'egli di sua mano avea designato farsi sopra il monte. Ed avendo ripressa la fellonia di Bertoldo fratello del Duca di Spoleto, con intendimento del quale s'era contro di lui afforzato in Introducco, discacciò ambedue dal Regno, e furon mandati in Alemagna. Riebbe ancora la città di Gaeta; la qual prestò così a lui, come a Corrado suo figliuolo, giuramento di fedeltà; ed avendovi mandato Ettore di Montefuscolo Giustiziero di Terra di Lavoro, questi per ordine di Federico vi istituì la dogana, e privò quella città del Consolato, che insino allora vi s'era mantenuto, e togliendole la potestà di crear i Consoli, vi mise egli gli Ufficiali, che la governassero in suo nome, e di trenta torri la fortificò.

Ma non perchè avesse egli con tanta previdenza munito il Regno, era fuor di timore che il Pontefice per altre vie non avesse potuto frastornare i disegni ch'e' nudriva di sottoporre alla sua ubbidienza Milano, e l'altre città Guelfe d'Italia a se ribellanti. Egli per lunga esperienza erasi accorto che tutt'i disegni de' romani Pontefici erano di tener divise queste città, e fomentar le fazioni Guelfe contro le Ghibelline, acciocchè agl'Imperadori, sottoponendosi tutta l'Italia, non loro venisse voglia sottoporsi ancora Roma, e lo Stato della Chiesa, sottratto dall'Imperio di Occidente. Ed ancorchè Gregorio in queste prime mosse di Federico contro le città rubelle di Lombardia, proccurasse per mezzo de' suoi Legati porle in concordia, e più volte si fosse affaticato mostrando zelo di pace, di quietarle; nulladimanco tutti questi maneggi non ebbero niun buon effetto; poichè il Papa nelle condizioni d'accordo tirava a vantaggiar sempre quelle, che potevan giovare alle città nemiche della casa di Svevia, onde non si potè mai conchiuder niente. Faceva di ciò gravissime querele Federico, che a ragione si doleva di lui, il quale mal corrispondea a ciò, ch'egli avea per lui operato, di rendergli benevoli i Romani, i quali più volte avendo tumultuato in Roma contro di lui, ed avendolo costretto ad uscire con poco suo onore da quella città, egli non solo avea proccurata la pace tra i Romani, e que' di Viterbo, ma avea ancora ridotti i Romani alla sua ubbidienza, e fattolo ricevere in Roma con tanti segni di stima e d'ossequio con tutti i Cardinali.

CAPITOLO I. Errico Re di Alemagna si ribella contro l'Imperadore Federico suo padre: vinto, s'umilia; e Federico move guerra a' Lombardi in Italia, al che s'oppone Papa Gregorio, da chi finalmente ne fu di nuovo scomunicato.

Per queste procedure di Gregorio, pur troppo inclinate a favorir le città nemiche di Federico, diede egli sospetto, che essendosi in quest'anno 1234 rubellato Errico contro l'Imperador suo padre, fosse ciò proceduto per opera del Pontefice, e Berardino Corio seguitato da' moderni Scrittori lo narra come cosa indubitata, dicendo ch'Errico primogenito di Federico e di Costanza d'Aragona, che ancor fanciullo era stato per opera del padre creato Re de' Romani, e poi casato con Agnesa d'Austria figliuola del Duca Leopoldo; per opera di Gregorio si collegasse co' Milanesi, e con l'altre città della Lega di Lombardia contro suo padre, e che gli avesser promesso i Milanesi, giunto ch'e' fosse in Italia, di farlo coronare colla Corona di ferro.

Il Sigonio in altra guisa narra il fatto, e dice che la ribellione d'Errico non cominciasse in Italia, ma in Alemagna (nel che va d'accordo con Riccardo da S. Germano[360]) ove con alcuni Baroni congiurò contro l'Imperadore, e trasse dalla sua parte, tra per amore e per forza, molte città di quelle regioni, onde i Milanesi, e l'altre città collegate della Lombardia, volendo valersi di sì buona occasione, mandarono ad offerirgli la Corona di ferro, che avean negata al padre, e grosso ajuto di soldati e d'armi, se fosse venuto in persona a guerreggiar in Italia.

Il Campo nell'Istoria di Cremona aggiunge, che vennero in Italia il Maresciallo Anselmo Isticense, e Valcherio Tanvembro Arcidiacono d'Erbipoli per ricevere in nome d'Errico, come Re de' Romani, il giuramento di fedeltà; e che giunti in Milano a' 19 dicembre, convocarono un'Assemblea, ove convennero i Milanesi, il Marchese di Monferrato, e Bresciani, Bolognesi, Lodegiani, e Novaresi, e congiurarono tutti contro Federico, e contro Cremona, Padova, e l'altre città sue partigiane, lasciando da parte solamente di far dare il giuramento ad Errico Re de' Romani, e conchiusero, che sarebbero stati fedelissimi a lui. Ma nè il Sigonio, nè il Campo adducono cagion alcuna di tal discordia tra Errico e l'Imperadore; ed essendo tutti questi Autori moderni, bisogna rinvenir la certezza di cotal fatto in più antico Scrittore. Riccardo da S. Germano, accennando solamente tal sedizione d'Errico, non rapporta nemmeno egli le cagioni, le quali però si leggono nella Cronaca del Monastero di S. Giustina di Padova fatta da un Frate di quel monastero, che visse a tempo di Federico, e scrisse con molto avvedimento le sue gesta, e gli avvenimenti d'Italia insino all'anno di Cristo 1270, la qual Cronaca si conserva nel detto monastero, e si vede impressa nel volume dell'Istorie dette Rerum Germanicarum. Narrasi in questa Cronaca, che la cagione, la qual mosse Errico a far tal rivoltura contro il padre, fu follia, e disdegno per invidia, che Federico amava Corrado suo secondo figliuolo partoritogli di Jole, più che lui, e con effetto negli scritti di Riccardo, ed in altri Autori di que' tempi si scorge, che Federico amasse teneramente Corrado, e facesse più stima di lui, che di tutti gli altri suoi figliuoli[361].

Federico intanto, essendo entrato il nuovo anno 1235, avuta contezza della ribellion del figliuolo, e come tentava di movergli guerra in Italia, s'inviò verso Alemagna, e giunto a' confini di quella fu incontrato da alcuni Signori tedeschi, e ragunato un competente esercito, ebbe grave guerra col figliuolo, il quale era da molti Baroni e città seguito; ma abbandonato poscia da quelli, e quasi che solo rimasto, gitone agli alloggiamenti del padre, piangendo a' piedi di lui si gittò, chiedendogli mercede. Federico lo ricevè, ma fatto accorto per gli passati successi del suo feroce ingegno, il condusse seco prigione in Vormazia[362], ove, o che con effetto tentasse ciò fare, o oppostogli, che avesse voluto avvelenar Federico, fu in più stretta prigione dal padre sostenuto, dandolo prima in custodia al Duca di Baviera, e poscia, volendo affatto torlo da que' paesi, al Marchese Lancia di Lombardia, che con Margherita sua moglie, e co' suoi figliuoli d'ordine di lui il condusse in Puglia, e nella Rocca di S. Felice il racchiuse[363], la cui disavventurata morte a suo luogo racconteremo.

Dopo la qual cosa l'Imperadore prese per moglie Isabella figliuola del Re d'Inghilterra, colla quale, condottala in Vormazia, a' 13 agosto magnificamente si sposò: ciò che avvenne sett'anni appunto dopo la morte di Jole. Ben è vero, che Giovanni Cuspiniano, Autor tedesco di molta stima, nel suo libro de Caesaribus, atque Imperatoribus Romanorum, dice che Federico ebbe sei mogli legittime, riponendo fra Jole, e questa Isabella, Agnesa figliuola d'Ottone Duca di Moravia, la quale da lui ripudiatasi maritò con Udalrico Duca di Carintia; Rutina figliuola d'Ottone Conte di Wolhertzhausen in Baviera; ed Isabella figliuola di Lodovico Duca di Baviera; e di niuna di queste tre, dice, aver generato figliuoli.

Ma che si fosse di ciò, fece imporre Federico, dopo questo suo matrimonio, una general colletta nel Reame, e fatto creare, e coronare in Colonia Re de' Romani Corrado suo secondogenito in luogo del deposto Errico, e lasciato in Alemagna l'Imperadrice, calò col Re Corrado in Italia, ed andatone a Rieti dove era il Pontefice, volle Federico, ch'il figliuolo alla sua presenza giurasse al Papa d'esser sempre fedele ed ubbidiente a Santa Chiesa; e premendo col Pontefice, che l'ajutasse contro i Lombardi suoi fieri nemici, contro i quali era disposto a mover guerra; Gregorio, che non gli volea domati, lo dissuadea, dandogli grandissime speranze, che l'avrebbe egli accordati, e postigli sotto la sua ubbidienza; ed essendo già scorsi otto anni della tregua, che Federico avea conchiusa col Soldano per dieci anni, Gregorio, che voleva rinovar questa guerra, e con ciò distornar Federico da quella contro i Lombardi, rinovò gli ordini, comandando, che ciascuno dovesse prender la croce per così santa impresa di là a due anni, con significarlo per sue lettere particolari de' 9 settembre a tutt'i Principi e città del Cristianesimo. Ma Federico bramoso di guerreggiare in tutti i modi in Lombardia, appena giunto nel Reame, ritornò di nuovo in Alemagna all'esercito per tosto ricondursi in Lombardia, come scrive il Sigonio. Riccardo di S. Germano senza far menzione di cotal andata dell'Imperadore a Rieti, dice, che in quest'anno 1236 Federico lasciato il figliuolo e la moglie in Alemagna, con convenevole esercito, valicate l'Alpi, venisse a Verona, il che parimente fu vero; ma Riccardo scrivendo con particolar diligenza gli avvenimenti di Federico nel Reame, va solo accennando gli stranieri; onde per questi, è mestieri seguire il Sigonio[364], il quale raccolse cotai notizie da più altri antichi Scrittori, e particolarmente da Pietro Girardo padovano, Autor di veduta nella vita di Ezelino.

Narra adunque il Sigonio, che Federico, oltremodo sdegnato per la pertinace ribellione fatta contro di lui dalla maggior parte d'Italia, scrisse sin da Alemagna al Pontefice, non poter più sostenere l'ingiurie continuamente fattegli da' Lombardi; onde il pregava, che o avesse proccurato comporre tai rumori con fargli pacificare onorevolmente coll'Imperio, o che gli avesse prestato ajuto contro di loro, e particolarmente contro i Milanesi autori di tutt'i mali, e favoreggiatori degli Eretici, e dell'altre persone di mal affare, essendo ben giusto, che egli lo corrispondesse di quello, che avea più volte fatto a favor della Chiesa contro i Romani e i Viterbiesi, e gli altri suoi ribelli, i quali per sua opera eransi ridotti alla sua ubbidienza. Ma Gregorio, che avea fini all'intutto contrarj a quei di Federico, ricevuta la lettera, rispose al medesimo, che non dovea pensare di guerreggiare in Italia, ma più tosto disporsi alla guerra di Terra Santa, e non frastornare con ciò il passaggio, che allora ardentemente si preparava di fare da' Lombardi in Soria; e che notificasse a lui le querele, che contro i Lombardi avea, perciocchè gli avrebbe fatta compiuta giustizia; e lo stesso gli significò di là a poco per Giacomo Pecorari di Pavia Cardinal di Preneste. Federico sdegnato di questa risposta, e conoscendo più apertamente i disegni del Papa, gl'inviò una forte lettera rapportata dal Sigonio[365], che comincia, Italia haereditas est mea, etc., e non facendo conto delle parole del Papa, scrisse ancora il medesimo ad un altro Principe suo amico, aggiungendo voler nell'està vegnente passar in Italia, e tenere nel giorno di San Giacomo general Corte in Parma, e rendere il compenso a ciascuno delle passate ingiurie. Nè fur diverse l'opere dalle parole; perciocchè nel proposto tempo con potentissimo esercito di Tedeschi, Regnicoli, Siciliani, e Saraceni di Puglia, che avea assembrato in Alemagna, venne in Augusta, ove fu incontrato da Ezelino, che maggiormente l'accese a far guerra; e valicate le Alpi, il cui passo tentarono invano impedirgli i Milanesi, giunse a Trento, e di là a Verona[366]. Indi passò nel Mantovano, e quivi congiuntisi seco i Cremonesi, Modanesi, ed altri Popoli a lui fedeli, venne a' confini de' Bresciani, e dopo avergli posto a sacco ed a fuoco ne andò a Cremona nel mese d'agosto, e di là a Parma, ove ragunò l'Assemblea di tutti i Principi e città amiche, e veggendo che i suoi nemici voleano fermamente persistere nella Lega, si conchiuse nel Parlamento, che far loro si dovesse aspra guerra. Fu presa Vicenza, e data a sacco ed alle fiamme, con morte e ruina di buona parte de' Vicentini suoi nemici: devastati poscia i campi di Padova, assediò Trivigi, ma non potè allora conquistarla, perciocchè fu da Pietro Tiepolo suo Podestà valorosamente difesa, e Salinguerra Signor di Ferrara cognato di Ezelino, lasciata la parte de' Lombardi, co' quali era in lega, passò all'ubbidienza di Cesare.

In questo vennegli avviso, che in Alemagna s'era contro di lui ribellato Federico detto il Bellicoso, Duca d'Austria, onde temendo non potesse ciò recargli alcun grave danno, lasciato a' suoi Capitani convenevole esercito in Italia, tornò prestamente in Alemagna, ove secondo che scrive Giovanni Cuspiniano nella sua Austria, dopo breve guerra, tolse al Duca Vienna, e tutti gli altri più importanti luoghi del suo Stato, con l'ajuto d'Ottone Duca di Baviera, del Vescovo di Bamberga, e di molti altri Prelati e Baroni tedeschi; ed il figliuol Corrado navigando all'ingiù per lo Danubio con nobilissima compagnia venne a ritrovar il padre, e seco tre mesi in Vienna dimorò; e veggendo, che al Duca ribello non rimanevano, che alcuni pochi luoghi del suo dominio, creò Vienna città imperiale, e le diede per insegna l'aquila d'oro coronata in campo negro, la qual fin oggi ancor usa. Celebrò poi una general Corte in Ratisbona; ed il Duca Federico dopo varj avvenimenti, avendo ricovrato in processo di tempo il suo Stato, venne con ducento ben armati Cavalieri a Verona, e gittatosi a piè dell'Imperadore, fu da lui non solo caramente accolto, perdonandogli i commessi falli, ma anche di nuove dignità e prerogative ornato, come nel privilegio rapportato da Cuspiniano si vede.

Ezelino intanto co' Capitani di Federico prese Pavia e Trivigi con altri luoghi di Lombardia e della Marca, usando orribilmente in tutti que' luoghi crudelissime stragi contro i nemici di Cesare, scacciando ancora dalle lor Chiese Giordano Prior di S. Benedetto, ed Arnaldo Abate di Santa Giustina.

Questi progressi dell'armi di Federico dispiacquero grandemente al Pontefice, il qual vedendo ogni giorno debilitarsi le forze de' Collegati, ed all'incontro elevato l'Imperadore in maggiore alterigia per la vittoria, che avea riportata del Duca d'Austria, pensò rattener il corso di tante vittorie con frappor trattati d'accordo; ed in fatti mandò a Federico il Protonotario Gregorio da Montelongo, perchè gli significasse, che se avea cara la pace della Chiesa, e la sua grazia, ricevesse sotto la sua fede i Lombardi, con le stesse condizioni, con le quali l'avolo suo Federico nella pace fatta a Costanza, ed il padre Errico ricevuti gli aveano, e che a sua richiesta dovesse lor cortesemente rimettere alcuna delle ragioni che vi avea. Ma Federico pien di cruccio, veggendo, che quando dal Pontefice dovea aspettar più tosto ajuto contro i Milanesi nel suo ritorno in Italia, ora usasse intercessione a lor beneficio, non ostante d'esser quelli nemici, non pur suoi, ma della Chiesa istessa, come macchiati la maggior parte di varie eresie, non volle sentire gli progetti fattigli dal suo Messo; onde Gregorio composti, come potè meglio i rumori e tumulti contro di lui eccitati in Roma per opera di Pietro Frangipane, per potere con maggior forza attendere alla difesa di Lombardia, assai più chiaramente si scoverse nemico di Federico: ed ancorchè un'altra volta si ripigliassero questi trattati, e per parte dell'Imperadore si trattassero per mezzo del Gran Maestro de' Teutonici, e Pietro delle Vigne; e per quella del Pontefice, per mezzo del Cardinal Rinaldo de' Conti nipote di Gregorio, e del Cardinal Tommaso di Capua destinati dal Papa Legati per trattar questa pace fra l'Imperadore ed i Lombardi: fu però ogni trattato vano, perciocchè gli animi d'amendue le parti erano così pieni di baldanza e d'orgoglio, che non solo nulla si conchiuse, ma anco di là a poco si cominciò fra di loro quella rinomata e crudel guerra, nella quale succedette la famosa battaglia di Cortenuova con total ruina de' Milanesi, e dell'altre città collegate, descritta da molti Autori[367], e perciò da noi volentier tralasciata, della quale Federico avendo riportata piena vittoria si gloriò, e più d'ogni altro, d'avervi fatto prigione Pietro Tiepolo figliuolo di Giacomo Doge di Venezia suo crudel nemico, ch'era Podestà e Governadore di Milano; ed in Cremona, a guisa degli antichi Romani volle entrar in trionfo, e nel Carroccio, che prese a' Milanesi, ove in que' tempi stava riposta la gloria della vittoria[368], fece legar ad un legno il Podestà Tiepolo con un laccio alla gola, che poco da poi fece impiccare.

Questa vittoria, siccome recò a Federico grandissima riputazione, così diede a tutta la Lombardia tale spavento, che da Milano e Bologna in fuori, tutte le altre città di quella al suo dominio si sottoposero, sgomentandosi ancora gli scolari dello Studio di Bologna, i quali contro l'ordine dell'Imperadore, che d'indi partir dovessero ed andare a Napoli, pur vi dimorarono, per trovarsi in cattivo stato ridotto lo Studio di quella città a cagion delle continue guerre.

Mentre l'Imperadore era in Lodi, venne a lui di Napoli nobile Ambasciaria a pregarlo in nome sì del Comune, come de' Maestri e Scolari, che dovesse far con effetto riformare e riporre detto Studio in quel lodevole stato, che conveniva; a' quali Ambasciadori lietamente di ciò, che gli chiesero compiacque, e comandò di nuovo a' suoi Ministri, che il tutto ordinassero, vietando sì bene il poter ivi venire i Milanesi, Bresciani, Piacentini, Alessandrini, Bolognesi e Trivigiani, rubelli suoi e dell'Imperio, e che dalla Toscana, dalla Marca, dal Ducato di Spoleti e da Campagna di Roma quelli solo vi potessero andare, che erano stati seguaci e partigiani d'Enzio Re di Sardegna suo figliuolo da lui creato General Vicario in Italia, come si scorge da alcune scritture del registro di Federico, ch'è l'unico di detto Imperadore, che si conserva nel reale Archivio; poichè fra le poche memorie, che de' Principi svevi si ritrovano nei reali Archivi di questa città per essere stati da' vincitori franzesi a tempo di Carlo I tolte vie e mandate a male, vi è solamente rimaso un intero Registro di Federico dell'anno di Cristo 1239 in cui si favella delle lodi della nostra città e delle franchigie degli scolari, e de' modi particolari, come esso Studio s'avea da governare.

Comandò ancora la stessa riforma dello Studio per una sua particolar lettera al Capitano del Regno di Sicilia, rapportata da Pietro delle Vigne[369]; ed avendo parimente ordinato, che si dismettessero nel Reame ed in Sicilia ogni altro Studio pubblico, scrive poi per altre sue lettere al Giustiziero di Terra di Lavoro, che non dia per cotal ordine molestia alcuna a' Maestri, che leggeran grammatica, i quali come bisognevoli a' primi ammaestramenti de' fanciulli, non volea, che in esso ordine fossero compresi.

Nel medesimo tempo per aver dimostrato Ezelino nella battaglia di Cortenova e nell'altre guerre avvenute in Italia sommo valore e fede, seguitando le parti dell'Imperadore, Federico per essergli grato, il volle per suo genero e gli diede per moglie una sua figliuola bastarda nomata Selvaggia.

Federico ancorchè vittorioso, ed a cui quasi tutta l'Italia erasi resa ubbidiente, meditava però soggiogarla all'intutto e conquistar Milano, Piacenza, Bologna, Faenza, ed alcune altre città, che ancor duravano nella ribellione; onde partito da Italia ritornò di nuovo in Alemagna per ragunare colà di nuovo grosso esercito e ritornare nella seguente Primavera in Italia.

Il Pontefice Gregorio amaramente soffriva questi disegni di Federico, e temea non la sua potenza in Italia ponesse anche lo Stato della Chiesa in sconvolgimento; onde pensò, non avendo a chi ricorrere in Italia, d'implorare l'aiuto de' Principi stranieri: inviò perciò suoi Ambasciadori a Giacomo Re d'Aragona, detto il Conquistatore, Principe sopra ogn'altro di grandissima stima in questi tempi per le magnifiche e valorose imprese da lui fatte in discacciando i Mori da molti Regni di Spagna, acciocchè il richiedessero in nome di lui e delle città collegate sopraddette, che venisse a guerreggiare con Federico, che l'avrebbero creato Signore di Lombardia, con pagargli tutte quelle rendite e fargli tutti quegli onori che si solevano fare agl'Imperadori. Dimorava allora il Re Giacomo all'assedio di Valenza tenuta da' Mori e sdegnato con Federico per la prigionia del suo figliuolo Errico, il quale per cagion della madre Costanza gli era fratello consobrino concorse nel voler del Pontefice e promise di venire in suo soccorso con dumila cavalli e con altre condizioni, le quali vengono rapportate da Girolamo Zurita; ma poscia, qual che se ne fosse la cagione, il Re Giacomo non venne mai in Italia, ma sì bene da poi ci venne il Re Pietro suo figliuolo, benchè contro la volontà de' seguenti Pontefici e con le ragioni della Casa di Svevia che la sua moglie Costanza gli avea recate, dal quale, secondo che appresso diremo, fu la Sicilia valorosamente signoreggiata.

Federico intanto, assoldata gross'armata in Alemagna, commise al figliuol Corrado che a Verona con essa il seguitasse; ed egli passato innanzi soggiogò senz'alcun contrasto Vercelli, Torino e tutte l'altre città e luoghi circostanti; e nel seguente mese di luglio, passate l'Alpi, venne il Re Corrado con molti Prelati, e Signori tedeschi e numeroso esercito a Verona, dove il padre l'attendea e di là passò a Cremona, ed indi a Padova, ove tenne una general Corte. I Milanesi spaventati per tant'apparati, per vedersi rimasti con poca compagnia, pregarono il Pontefice, che per loro s'adoperasse appresso l'Imperadore: inviarono Ambasciadori a chiedergli umilmente la pace, con offerirgli diecimila soldati, per mandargli in soccorso di Terra Santa, purchè egli avesse conservata la città in quella libertà, nella quale allor vivea. Della cui proposta facendosi beffe Federico allor rispose, che egli gli avrebbe ricevuti, purchè senza alcun patto essi e la lor città se gli rendessero a suo arbitrio e volontà; ma i Milanesi temendo della ferocia di Federico, risolvettero morir meglio sotto l'armi in campo combattendo da valorosi soldati, che o bruciati, o di fame in prigione, o impiccati per la gola; onde ostinati alla difesa rinforzarono le mura ed i fossi della città, e la munirono di soldati e di armi, collegandosi con chiunque poterono. Ma Federico, compiuta ch'ebbe l'Assemblea, divise in due parti l'esercito, e con una assediò Brescia e l'altra inviò sopra Alessandria, ed amendue con continui assalti travagliando distrusse e rovinò il lor territorio; e mancandogli denaro per sostenere sì crudel guerra per mezzo di suoi Ministri imponeva taglie e dazj sopra i beni delle Chiese e degli Ecclesiastici, di che isdegnato Gregorio, mentre l'Imperadore dimorava in quest'assedio gli significò, che lasciasse stare in pace le ragioni della Chiesa: onde Federico stimò per racchetarlo e per difendersi da tali accuse, mandare in Alagna, ove allor dimorava, l'Arcivescovo di Palermo, il Vescovo di Reggio, Taddeo da Sessa e Ruggiero Porcaprello suoi Ambasciadori: i quali favellando col Pontefice il ritrovarono oltremodo crucciato; onde rimandarono in Lombardia l'Arcivescovo di Palermo a significare a Federico quel che bramava Gregorio, il quale, non ostante tante rivolture in Italia, che obbligavano Federico a non partirsi da quella, non tralasciava però di promuovere in questi tempi l'espedizione di Terra Santa, con invitare al passaggio molti Principi; e Federico al contrario intento alle cose d'Italia, non volea intricarsi in tale impresa; anzi compiuto il tempo della tregua col Soldano, la rinnovò per altri dieci anni, ed ordinò a Rinaldo di Baviera suo Vicario in quel Regno, che in guisa alcuna non movesse l'armi contro i Saraceni. Nè per questo si rimase Gregorio, poichè mandò molti Frati in diverse province della Cristianità ad esortare i Popoli a prender la Croce per passare in Soria, laonde s'assembrò grosso numero di Fedeli così d'Alemagna, come d'Italia e di Francia; ma quest'espedizione fu molto infelice, poichè, ancorchè Federico l'avesse dato libero il passaggio per lo suo Reame, non essendovi armata di mare, nè navi sufficienti per così gran numero di persone, la maggior parte dell'esercito s'avviò per terra, ove di disagi quasi tutti perirono.

Nel medesimo tempo sopravvenne una nuova cagione di disturbo tra il Pontefice e Federico: Enzio suo figliuol bastardo, secondo che racconta Riccardo da S. Germano, si casò in Sardegna, per cagione del qual maritaggio occupò poi il Giudicato di Torre e Galluri: se n'offese Gregorio, il quale pretendea anch'egli que' luoghi esser per antiche ragioni della Chiesa; onde allegando per messi particolari più volte il diritto, che vi pretendea, richiese Federico, che quelle ragioni fossero restituite alla Chiesa; ma l'Imperadore replicava, che quell'isola appartenea all'Imperio e che l'avolo suo Barbarossa, riconoscendone il dominio n'avea investito con titolo di Principe Guelfo suo zio materno, e poi con titolo di Re Barisone Judice d'Arborea, ed indi in processo di tempo i Pisani, e' Genovesi; sicchè non solo non glie le volle rendere, ma ne creò allora Re Enzio suo figliuolo, il quale tolta la Corona di quel Regno, operò, che alcuni potenti Baroni dell'isola occupassero molti territori e castella, che i Vescovi di quel Regno s'aveano appropriate. Per queste nuove cose, mal sofferendo il Pontefice, che Cesare divenisse più potente, entrato il nuovo anno 1239 inviò sue lettere a Federico, esortandolo a lasciar stare in pace le ragioni della Chiesa; ma avendogli risposto l'Imperadore che infino da che fu coronato, avea proposto di riporre in piedi le ragioni dell'Imperio e che perciò avea fatto occupare que' luoghi a se spettanti, e che ciò non dovea aver egli a male, essendo lecito a ciascuno ricuperar il suo. Gregorio sdegnato gravemente gli comandò di restituirgliele sotto pena di scomunica, la qual parimente dispregiata da Federico, fu cagione che nel giovedì santo di quest'anno lo scomunicasse pubblicamente in Roma alla presenza di tutti i Cardinali, e di numeroso Popolo a cotal atto ivi concorso. Questa scomunica, che contiene molte accuse contro Federico, vien rapportata da Carlo Sigonio[370], e dagli Annali del Bzovio e comincia: Excommunicamus et anathematizamus ex parte Dei Omnipotentis, etc. Dopo aver Gregorio con terribili formole dichiarato scomunicato l'Imperadore, diede contezza di cotal scomunica a Balduino Imperador di Costantinopoli, a Giacomo Re d'Aragona, a Ferdinando Re di Castiglia, a Lodovico Re di Francia, ad Errico Re d'Inghilterra, al Re di Scozia ed a tutti gli altri Re e Principi cristiani, inviando altresì ordine a tutti i Prelati, e particolarmente a quelli d'Alemagna, che nelle loro Chiese pubblicassero per iscomunicato l'Imperadore, assolvendo i sudditi dal giuramento di fedeltà, e sottoponendo all'interdetto tutti coloro, che l'ubbidivano. E narra Matteo Paris[371], che Gregorio dopo aver assoluto i sudditi dell'Imperadore dalla sua ubbidienza, scrisse a Roberto fratello di Lodovico Re di Francia, offerendogli l'Imperio; ed il Re di Francia su quest'offerta, fece convocare a consiglio tutti i Principi della Francia, per risolvere ciò che dovesse farsi, i quali detestando questo sforzo del Pontefice in pubblica Assemblea così esclamarono: Quo spiritu vel ausu temerario Papa tantum Principem, quo non est major inter Christianos, non convictum, et confessum de objectis sibi criminibus exheredavit, et ab Imperiali apice praecipitavit? Scimus quod Domino Jesu Christo fideliter militavit, moriens, et bellicis se periculis confidenter opponens, tantum religionis in Papa non invenimus. Imo qui eum debuit promovisse, et Deo militantem protexisse, eum conatus est absentem confundere, et nequiter supplantare. Nolumus nos metipsos in tanta pericula praecipitare, ut ipsum Federicum tam potentem impugnemus, quem tot Regna contra juvabunt, et causa justa praestabit adminiculum. Quid ad Romanos de prodiga sanguinis nostri effusione, dummodo irae suae satisfecerimus, si enim per nos, et alios devicerit omnes Principes mundi, conculcabit sumens cornua jactantiae, et superbiam, quoniam ipsum Federicum Imperatorem Magnum contrivit.

Era l'Imperadore nella città di Padova, celebrando ivi con gran festa la Pasqua di Resurrezione, quando gli venne novella il lunedì d'essa, come il giovedì santo era stato dal Pontefice pubblicamente scomunicato; ed ancorchè espressamente se ne dolesse nell'interno, pure simulò il contrario, e riputando la censura ingiusta, tantosto convocò un'Assemblea de' più stimati cittadini padovani, ed altri Signori italiani e tedeschi nel palagio del Comune, ed ivi, secondo scrive Pietro Girardo, favellò Pietro delle Vigne suo Gran Cancelliero lungamente in difesa di lui, lagnandosi di Gregorio, con cominciare il suo discorso da questa sentenza: Leniter ex merito quidquid patiere ferendum est: quae venit indigne poena, dolenda venit; dicendo che Federico governando sì giustamente il suo Imperio, n'era in sì fatta guisa oltraggiato dal Pontefice, e che non perchè l'avea egli scomunicato così iniquamente dovesse riputarsi fuori del grembo di Santa Chiesa, essendo egli prontissimo a sottoporsi alla Sede Appostolica in tutte quelle cose, che ricerca la divina giustizia, non già al capriccio d'un uomo, essendo egli vero e fedel Cristiano[372]. Per la qual cosa niente curando di quella scomunica, partito da Padova con nobilissima compagnia di Baroni n'andò a Trivigi, ove onorevolmente ricevuto scrisse sue lettere a' Cardinali ed a' Romani, rampognandogli, come avean consentito, che Gregorio ingiustamente lo scomunicasse.

(Queste Lettere di Federico scritte nel 1239 si leggono presso Lunig. Cod. Ital. Diplom. Tom. 2 pag. 887, 889 e 898, siccome in contrario un Breve di Gregorio IX drizzato al Card. Ottone pag. 895).

Scrisse ancora a tutti i Re e Principi di Cristianità, purgandosi delle malvagità oppostegli dal Pontefice, gravando lui di gravissime colpe con tutti i Cardinali; e veggonsi sin ad oggi l'epistole di Federico ne' libri di Pietro delle Vigne, per le quali egli mostra, quanto a torto fosse stato così oltraggiato dal Pontefice. E ritornato poscia a Padova ingegnossi con ogni suo potere farsi partigiani ed amici i più stimati Signori d'Italia, per valersene contro il Pontefice, ed alla guerra d'Italia pose tutti i suoi pensieri.

Ma poichè il Pontefice, dopo questa scomunica per mezzo di Monaci e Frati, tentava di sconvolgergli questo Reame, Federico ancorchè intrigato nella guerra di Lombardia, vi diede però riparo, per mezzo di vari ordinamenti, che vi drizzò, discacciando dal monastero di Monte Cassino tutti que' Monaci, a riserba di solo otto Frati, che sopra il Corpo di S. Benedetto i divini Uffici celebrassero, mandandovi per custodia di quel monastero molti soldati a guardarlo: ed il munì a guisa di forte Rocca, con toglierne l'antico tesoro ed i sacri vasi d'argento e d'oro, che dopo molt'anni vi furono riposti per la previdenza de' Frati, e per la magnificenza de' passati Re ed altri Signori e Baroni del Regno. Tolse parimente a' Padri Pontecorvo e Rocca Janala. Ordinò ancora che tutti i Regnicoli, che si trovavano nella Corte romana partir dovessero da Roma, fuorchè quelli, che dimoravano a' servigi del Cardinal Tommaso e di Giovanni da Capua suoi vassalli. Discacciò dalle loro Chiese e dal Regno i Vescovi d'Aquino, di Carinola, di Teano e di Venafro. E da tutte le Chiese cattedrali, e dal monastero Cassinense, e da' suoi sudditi fece esigere un adjutorio per l'Imperadore, dando la cura a Ruggiero di Landolfo ed a Giacomo Gazzolo, a ciò eletti per lo Giustizierato di Terra di Lavoro, di raccorre la metà delle loro rendite, con parte delle quali sostentò i soldati, che dimoravano a guardia di Monte Cassino e di Pontecorvo.

E nell'istesso tempo furono da Federico ordinati gl'infrascritti Capitoli da doversi pubblicare nel Regno, e da osservarsi irremissibilmente, rapportati da Riccardo[373].

Primo, che tutt'i Frati di S. Domenico ed i Frati Minori di S. Francesco, nativi delle terre rubelle di Lombardia, uscissero prestamente da' suoi Stati, e da tutti gli altri Religiosi si togliesse sicurezza di non trattar cos'alcuna in disservigio di lui. II Che tutt'i Baroni e Cavalieri, che per l'addietro avessero seguito le parti del Pontefice, e particolarmente quelli, che aveano le loro Baronie a' confini d'Apruzzo e di Campagna, dovessero andare in ordine con armi e cavalli in Lombardia per servirlo in Campo a loro spese, e quegli che non eran agiati di moneta, col soldo, che egli avrebbe lor fatto pagare. III Che dalle Chiese cattedrali s'esigesse per lui, e s'imponesse per l'imperial Corte un adjutorio secondo il modo e potere delle loro ricchezze, e parimente da' Canonici e Preti sudditi di quella diocesi e da' Cherici ancora, secondo le loro facultà: ed il medesimo si dovesse esigere dagli Abati, Monaci negri e bianchi. IV Che tutti quei che sono nella Corte romana, eccetto gli esclusi ed i sospetti debbiano ritornare tosto nel Regno, e facendone il contrario, i loro beni saranno confiscati e dopo la citazione, se non ubbidiranno, non si permetterà loro più ritornare. V Che i beni ed i beneficj di quelli Cherici, che non sono del Regno, debbiano tutti confiscarsi. VI Ordinò, che niuno potesse nè gire dal Regno in Roma, nè venir da Roma nel Regno senza licenza de' Giustizieri delle province d'Apruzzi e di Terra di Lavoro. VII Che si stabilissero esploratori acciocchè niuno, sia mascolo o sia femmina, entrando nel Regno, portasse lettere, o altre scritture del Papa contro di lui, e che se fossero trovati, fossero fatti morire o Chierico o Laico che egli si fosse.

Ma non perchè queste ostilità fra di loro si praticassero, tralasciò Federico di mandare a Roma li Vescovi di S. Agata e di Calvi per trattar co' Cardinali di trovar modo di composizione; ma tosto che Gregorio seppe la lor venuta in Roma, furono da lui discacciati, e ritornarono indietro nel Reame senza conchiuder cosa alcuna[374].

CAPITOLO II. Si rompe aperta guerra tra Federico e Papa Gregorio, il quale in mille guise oltraggiato dall'Imperadore, se ne muore di dolor d'animo.

Inasprisconsi per tali cagioni gli animi d'ambedui, e mentre per opera del Papa si rubella Ravenna dall'Imperadore, e si dà in mano de' Veneziani, che la difendono, Federico richiama in Italia il Re Enzio suo figliuolo, il quale venuto di Sardegna, con grosso numero di soldati pugliesi, tedeschi, siciliani e saraceni invade la Marca d'Ancona, rompendo la guerra al Pontefice. Gregorio gl'inviò contro per suo Legato il Cardinale Giovanni Colonna, acciocchè difendesse que' luoghi, e nel mese di novembre di quest'istesso anno 1239 confermò le censure già fulminate contro Federico, e scomunicò il Re Enzio con tutti i suoi seguaci, per essere entrati ostilmente nella Marca, quam Juris esse dicebat Ecclesiae, come narra Riccardo.

Sollecitò anche il Pontefice i Veneziani, perchè movesser guerra a Federico, i quali scovertisi già di costui nemici, assalirono con la loro armata la Puglia, ed avuta Federico notizia d'essersi per queste mosse ribellati alcuni suoi Baroni, risolse di passar nel Reame per la qual cosa munite di soldati tutte le più importanti città di Lombardia, e passati gli Appennini pervenne a Lucca ed a Pisa, ove dimorato alcuni giorni s'adoperò a fare, che i Pisani movessero aspra guerra a' Genovesi partigiani del Pontefice, e che molti Popoli di Toscana con lui si collegassero. Nello stesso tempo Frate Elia, uno de' discepoli di S. Francesco d'Assisi, sdegnato col Pontefice, per essersi dimostrato più favorevole ad alcuni Frati del suo Ordine, co' quali avea nimistà, ed aspramente il travagliavano, che a lui, anch'egli aderì a Federico, divenendo suo gran partigiano e difensore: onde si veggono alcune lettere scritte dall'Imperadore a suo favore, e particolarmente una d'esse al Re di Cipri, nella quale lodandolo di somma bontà, dimostra averlo in molta stima.

Racconta Bernardino Corio, che prima di partir Federico da Lombardia, per trattato de' Milanesi, congiurarono di torgli la vita nell'istesso suo esercito, Pietro delle Vigne, Guglielmo di S. Severino, Teobaldo Francesco Siniscalco del suo palagio, Andrea di Cicala, Pandolfo della Fasanella e Jacopo di Morra, con altri molti de' suoi maggiori e più stimati Baroni, e che avvedutosi l'Imperadore della lor fellonia, facesse cavar gli occhi a Pietro, e gli altri in varie guise aspramente morire: nel qual racconto prende il Corio un manifesto errore, per seguir forse alcun Autore, che ciò con poco avvedimento scrisse prima di lui, non leggendosi tal fatto, nè in Riccardo da S. Germano, nè in altri Scrittori di que' tempi; anzi Andrea di Cicala, eletto dopo la morte d'Errico di Morra Gran Giustiziero, per lungo tempo appresso fedelmente il servì, e la ribellione de' S. Severini, di Teobaldo Francesco, e di coloro della Fasanella, e d'altri Baroni, con la rovina di Pietro delle Vigne, succedette in progresso di tempo nel Reame, e con altra cagione di quella che il Corio racconta, secondo che appresso diremo.

Federico adunque avendo creato il figliuolo Enzio suo Vicario in Italia, ed inviatolo con grosso numero di soldati ad occupar la Marca d'Ancona, egli entrò col rimanente del suo esercito per un altro lato nel Ducato di Spoleto, e negli altri luoghi del Patrimonio, essendo già l'anno di Cristo 1240, e se gli diede in un subito Fuligno, Viterbo, Orta, Civita Castellana, Corneto, Sutri, Montefiascone, e Toscanella con molt'altre castella; il perchè sbigottito grandemente il Pontefice ricorse alle orazioni, e cavate fuori le teste di S. Pietro e S. Paolo, col legno della Croce di Cristo, con tutt'i Cherici, Prelati, e gran parte del Popolo romano, gli condusse in processione da S. Giovanni in Laterano insino a S. Pietro, ed ivi largamente favellato delle miserie, che pativa la Chiesa di Dio per la malvagità, com'egli diceva, di Federico, pubblicò contra di lui la Croce, come di crudelissimo nemico di Dio e de' suoi Ministri, infiammando parimente con le sue parole molti degli astanti a prenderla. Infatti ragunatisi di loro un convenevole esercito con gli altri soldati del Pontefice, uscirono contro all'Imperadore, e vennero più volte a battaglia; della qual cosa Federico aspramente sdegnato, quanti dei Crocesignati faceva prigionieri, tanti faceva loro o fendere in quattro parti la testa, o con ferro infocato segnare in fronte una croce; e dati a sacco, ed abbruciati i territorj di Roma, se ne passò nel Reame, ove poco innanzi avea inviata l'Imperadrice sua moglie in compagnia dell'Arcivescovo di Palermo, ed andato egli in Puglia proccurò discacciar da que' liti i Veneziani, i quali con venticinque galee scorrendo per quelle riviere presero, e saccheggiarono Termoli, Campomarino, Vesti, Rodi, ed altre castella. Anzi incontrata appresso Brindisi una nave, che carica di soldati imperiali ritornava da Soria, dopo averla aspramente combattuta, ma non presa, per averla ostinatamente difesa coloro, che vi eran dentro, l'abbruciarono. A tai danni non potendo porger rimedio Federico, fece in vendetta morire obbrobriosamente impiccato per la gola in Trani in una torre presso la marina, Pietro Tiepolo figliuolo del Duce a vista dei Veneziani, i quali danneggiarono quelle contrade sino al mese d'ottobre, quando carichi di preda, senza ricever molestia alcuna, addietro a Vinegia si tornarono.

Nell'istesso tempo per opra de' Cardinali, Papa Gregorio pensò di convocare un general Concilio in Laterano nel giorno di Pasqua del seguente anno, per trovar opportuno rimedio a' travagliati affari della Chiesa, ed al soccorso di Soria, e spedì perciò Giacomo Pecoraro di Pavia Cardinal di Preneste, ed Ottone Bianco de' Marchesi di Monferrato suoi Legati in Ispagna, Francia, Inghilterra e Scozia a convocare i Vescovi, ed i Prelati di que' Regni, che venissero al Concilio a difendere le ragioni della Chiesa contro l'Imperadore con dar loro contezza delle guerre e persecuzioni che ciascun giorno sofferiva. Ciò inteso Federico, procacciò per ogni via di distorre i Prelati oltramontani dal venirvi, scrivendo nel mese di settembre al Re d'Inghilterra, che in guisa alcuna non avesse fatti partire i Vescovi del suo Regno, e con gravi minacce tentò parimente di non farvi intervenire gli Alemanni e gli Franzesi; ed acciocchè i fatti non fossero stati dissimili dalle parole, inviò Enzio suo figliuolo con un potente esercito nelle riviere di Genova, acciocchè proccurasse di non far passare i Prelati, e facesse prigionieri tutti quelli, che alle mani gli capitassero, e travagliasse con ogni suo potere i Genovesi seguaci del Pontefice. Era allora Federico in grande e felice stato, e potentissimo di gente e di denaro; tenendo al suo soldo cinque numerosi eserciti.

(Matteo Paris, pag. 493 e 495 scrive, che fossero sei eserciti, dicendo: Habuit enim sex exercitus magnos, populosos, et formidabiles; ed annovera i luoghi, ov'eran posti, ed i Generali che li comandavano. Vedasi Struvio Syntag. Hist. Germ. dissert. 20 § 15 pag. 658).

Perciocchè oltre a quello, che campeggiava in Faenza, e l'altro, che avea inviato in Liguria, teneva il terzo nella Marca d'Ancona e nella Valle di Spoleto, del quale, come si vede nelle Pistole di Pietro delle Vigne, era general Capitano Marino d'Evoli. Era il quarto in Palestina a difesa di que' luoghi, governato da Rodolfo suo Maresciallo, e del quinto era Capitano suo figliuol Corrado, in Alemagna ragunato per andare in soccorso di Bela Re d'Ungheria contro i Tartari, ch'eran poco innanzi usciti dagli ultimi confini della Scizia, ed aveano a guisa d'un diluvio scorsa e soggiogata la maggior parte dell'Asia: e così vittoriosi e potenti si divisero in più eserciti, uno dei quali passato in Europa avea vinto i Polacchi, i Russiani ed i Bulgari; onde il Re Bela, chiedendo soccorso a Federico, fu cagione, che non sol facesse dal figliuolo Corrado assembrar grosso esercito di Tedeschi per aiutar quel Re, e scacciare i Tartari da' confini di Lamagna, ma ancora, che ne scrivesse a' Senatori di Roma, dolendosi, che la discordia fra se e Gregorio il distogliea dall'andar di persona a così importante impresa, richiedendogli, che procacciassero di porlo con lui in concordia, come a pieno si scorge nel primiero libro delle Pistole di Pietro delle Vigne.

Intanto, entrato l'anno 1241, Federico per togliere ogni sospetto, che il Papa potesse per mezzo de' Frati rendere insidie nel Reame, fece scacciare di suo ordine da quello tutti i Frati Cordeglieri, e quei di S. Domenico, rimanendone sol due di loro, naturali del medesimo Reame, per monastero, e la città di Benevento fu prestamente assediata, siccome scrive Riccardo, la quale avendo per nove mesi continui sostenuto valorosamente l'assedio, alla fine da fame costretta si rese, e furono per ordine dell'Imperadore abbattute le sue mura e le torri insino al suolo, e tolte l'armi a' cittadini.

Nello stesso tempo Giovanni Colonna Cardinal di S. Prassede Legato di Gregorio nella Marca, venuto con lui in discordia, divenne partigiano di Federico, e gli sottopose buon numero delle sue castella presso Roma. Erano, mentre ancor durava l'assedio di Faenza, ritornati di là da' monti, e d'Inghilterra e di Scozia in Genova i Cardinali con grosso numero di Vescovi, Arcivescovi, ed altri Prelati per venire al Concilio, e trovarono in quella città Gregorio di Romagna, parimente Legato del Pontefice, da lui inviato a' Genovesi per lo stesso affare del Concilio. Or questi Prelati temendo di gire per terra a Roma per le gravi minacce di Federico, conchiusero di far cotal passaggio su le galee de' Genovesi condotte da Guglielmo Ubriachi loro Ammiraglio, non ostante, che Federico gli avesse invitati a venire a lui; perciocchè bramava, o fargli consapevoli delle sue ragioni riversando la colpa della discordia al Pontefice, o distorgli da gire nel Concilio; onde imbarcati su la detta armata de' Genovesi ebbero all'incontro il Re Enzio con venti ben armate galee, tra quelle del Reame, e quelle de' Pisani, che vennero in suo soccorso sotto il comando di Ugolino Buzaccherini da Pisa espertissimo Capitano di mare[375]; ma venute alle strette le due armate il giorno terzo di maggio tra Porto Pisano, e l'isola di Corsica non lungi dall'isoletta della Meloria (per non aver voluto li Capitano de' Genovesi allargarsi in mare, con più lungo viaggio sfuggendo l'incontrarsi co' nemici, giunger senz'altro intoppo in Roma) per lo valor de' soldati Regnicoli e de' Pisani, e del lor Capitano ne ottenne Enzio notabil vittoria. Furono in quell'occasione fatti prigionieri i tre Legati, e tutti i Prelati, che eran colà convenuti, e grosso numero d'Ambasciadori di diversi Principi e città, che anch'essi andavano al Concilio, con mettere a fondo tre galee nemiche, e prenderne ventidue, tredici delle quali fur particolarmente prese da vascelli regnicoli, e l'altre da' Pisani, e con fare altresì ben quattromila Genovesi prigioni, essendo stato fra i Prelati cattivi l'Arcivescovo di Roano con altri molti Vescovi inglesi e francesi, ed altri Prelati minori: alcuni de' quali furono crudelmente mazzerati in mare presso la Meloria, ed altri posti in prigione in Napoli, in Salerno, ed in altri luoghi della Costa di Amalfi, ove molti di essi di fame e di stento miseramente perirono, e gli altri furono rimessi in libertà ad istanza di Lodovico Re di Francia, del Re d'Inghilterra e di Balduino Imperadore di Costantinopoli. Vedesi ancora un'epistola[376] di Federico scritta ad alcuni suoi Baroni, ove particolarmente favella della presa di Faenza, e di cotal vittoria ottenuta dalle sue galee, la quale così comincia: Adaucta nobis continuae felicitatis auspicia, etc.

Dopo il quale avvenimento, Andrea di Cicala, che era Gran Giustiziere e General Capitano del Reame, d'ordine del suo Signore convocò tutti i Prelati regnicoli a Melfi di Puglia, e da loro volle consignati in suo potere tutti gli arredi delle loro chiese, così i vasi d'argento ed oro, come le gemme, e le vesti di seta, di porpora, e l'altre cose destinate al culto divino, gran parte delle quali condotta in una chiesa di S. Germano, fu data in custodia a dodici uomini de' più agiati, e migliori di quella terra, essendosi particolarmente tolte due tavole, una d'oro e l'altra d'argento purissimo dall'altar di S. Benedetto in Monte Cassino, con altri preziosi abbigliamenti ornati d'oro e di gemme, e vasellamento d'argento, e danari contanti in grosso numero; ma di queste sì profanamente ragunate spoglie, alcune furono ricomprate da' luoghi onde erano state tolte, e l'altre fur condotte a Grottaferrata per farne moneta in servigio dell'Imperadore; il quale soggiogata Faenza, e tutti gli altri luoghi di Romagna, e lasciato il figliuolo Enzio suo Vicario in Lombardia passò nella Marca, ed assalito Fano, Assisi, e Pesaro, non potè insignorirsene; onde posti a ruina i lor territorj, ne andò a Spoleti, che con Narni, ed altri luoghi dell'Umbria tantosto se gli diedero, mentre il Conte Simone di Chieti suo Capitano con un'altra parte dell'esercito avea parimente preso Chiusi, e Viterbo; poi verso Roma prese e distrusse Monte Albano, Tivoli ed altre castella, sollecitatone dal Cardinal Colonna, che come detto abbiamo, era divenuto ribello e nemico del Pontefice, il quale afflitto da tanti mali, dopo aver creato Senatore di Roma Matteo Rosso uomo d'avvedimento e valore, acciocchè s'opponesse a' moti del Cardinal Giovanni e dell'Imperadore, poco stante infermando d'una grave malattia, per affanno e per dolore trapassò di questa vita a' 21 agosto, secondo scrive Riccardo da S. Germano.

Morto il Pontefice Gregorio, Federico scrisse sue particolari lettere al Re d'Inghilterra, e ad altri Re e Signori di Cristianità, dicendo che sperava per la morte di Gregorio d'impor fine alle discordie, che avea avute con la Chiesa, e gire in lor compagnia contro i Tartari, che, come abbiam detto, in quei tempi travagliavano l'Ungheria, l'Alemagna ed altri luoghi de' Cristiani. E ragunati dopo la morte di Gregorio i Cardinali per creare il nuovo Papa, non essendo più che dieci, spedirono Ambasciadori a Federico, perchè si fosse contentato di mandare con quelle condizioni che gli fossero parute convenevoli i due Cardinali, che teneva prigioni; il perchè fattigli condurre a Tivoli da Teobaldo di Dragone, gl'inviò liberi in Roma con giuramento, siccome scrive il Sigonio, d'aver a ritornare in prigione fatta la novella elezione, fuorchè, se alcuno di loro fosse creato Pontefice. Così, lasciato buon numero di soldati in Tivoli, per la via di Campagna venne nel Regno, e fermatosi all'Isola, comandò che s'edificasse una nuova città all'incontro di Cepparano, e ne diede la cura a Riccardo di Monte Negro Giustiziero di Terra di Lavoro, comandando agli uomini d'Arce di S. Giovanni in Carico, dell'isola di Ponte Scellerato, e di Pastena, che dovessero colà andare ad albergare; e per operarj del nuovo edificio volle, che vi andasse certo numero d'uomini de' vassalli di Monte Cassino, e di quello di S. Vincenzo a Vulturno, del Contado di Fondi, di Comino, e del Contado di Molise, scambiandosi in giro settimana per settimana. Ma Riccardo, che ciò scrive, non fa menzione nel detto luogo del nome imposto alla novella città, se non che, per quanto egli poco appresso dice, e per quel, che si legge nella Cronaca del Re Manfredi, fu nominata Flagella, quasi volesse con tal nome inferire, che era fondata per travagliar Cepparano, e gli altri circostanti luoghi della Chiesa; nondimeno di tal città non appare oggi reliquia, nè vestigio alcuno, nè trovo essere stata altra volta menzionata ne' tempi appresso, o perchè non finisse d'edificarsi, o perchè fosse disfatta poco dopo il suo cominciamento.

Mentre Federico per S. Germano, Alifi e Benevento se n'andò in Puglia, con aver comandato, che tutti i mobili raccolti dalle Chiese fossero a lui condotti a Foggia, elessero i Cardinali, ch'eran ragunati al Conclave in Roma, trenta giorni dopo la morte di Gregorio, per nuovo Pontefice Goffredo Castiglione milanese Cardinal Vescovo Sabinense, vecchio ed infermo, ma di somma bontà, a cui poser nome Celestino IV, il quale appena diciassette giorni dopo la sua elezione passati, e prima di consegrarsi, di questa vita trapassò; onde i Cardinali venuti fra di loro in discordia, non crearono per lungo tempo altro Papa, con grave danno della Chiesa, anzi molti di loro temendo della fierezza di Federico, fuggitisi nascostamente di Roma, in Alagna, ed in altri luoghi si ricoverarono.

Venuto poscia il mese di dicembre, l'Imperadrice Isabella dimorando coll'Imperador suo marito in Foggia, soprappresa da improviso male, in breve tempo morì, e fu sepolta in Andria.

Nel seguente anno 1242 Federico impose un'altra grossa taglia di moneta nel Regno, e tolto l'Ufficio di Giustiziero di Terra di Lavoro a Riccardo di Monte Negro, vi fu creato in suo luogo Gisulfo da Narni. Fece poscia abbatter tutte le torri, ch'erano in Bari, per aver sospetta la fede de' Baresi, e mandò suoi Ambasciadori a Roma a comporre la pace fra' Cardinali, che colà erano, e trattar dell'elezione del nuovo Pontefice, il Gran Maestro de' Teutonici, l'Arcivescovo di Bari e Maestro Ruggiero Porcastrello.

Nello stesso tempo Errico, che lungamente fu prigione in Puglia nel Castel di S. Felice, e poi condotto in Calabria nella Rocca di Nicastro, e di là a Martorano, morì quivi in prigione di natural morte, secondo che scrive Riccardo da S. Germano. Ma Giovanni Boccaccio Autore vicino a quei tempi, e chiaro per la dottrina e per l'altre virtù, che in lui fiorirono, ne' casi degli uomini illustri, dice, che mentre Errico era ancor sostenuto in Martorano, fu dal Padre, mosso oggimai a compassion di lui, ordinato, che gli fosse innanzi condotto per riporlo in libertà: onde Errico, che di ciò nulla sapea, temendo non il padre avesse mandato a prenderlo per saziare in più fiera guisa la sua crudeltà contro di lui, mentre da' suoi Custodi era a cavallo menato all'Imperadore, al valicar d'un ponte del fiume, che tra via ritrovò, di suo volere con tutto il cavallo in esso si gittò, e prestamente affogato morì: della cui morte, comunque ella s'avvenisse, certa cosa è che Federico grandemente si dolse, piangendo morto colui, che mentre visse avea così acerbamente travagliato. Tal dimostrazione appunto ne fece egli con sue lettere appo tutti i Prelati del suo Regno, dolendosi della morte di lui, e dicendo loro, che celebrassero pompose esequie per un mese con Messe ed altri sacrificj a Dio, in emenda de' falli del morto figliuolo, rapportate da Riccardo, che cominciano: Fridericus, etc. Abbati Cassinensi, etc. Misericordia, etc.

Lasciò Errico, di Margherita figliuola di Leopoldo Duca d'Austria, detto il Glorioso, sua moglie, secondo che scrive Giovanni Cuspiniano, due figliuoli gemelli, cioè Errico e Federico: a' quali, ed alla madre Margherita non volendo Iddio, che alcuno di cotal disavventurata Casa sopravvivesse, i medesimi infortunj di Errico avvennero, perciocchè i figliuoli in età di dodici anni furono col veleno fatti morir da Manfredi, e Margherita sopravvivuta al padre, al marito, ed a' suoi fratelli, che tutti senza prole finirono, e rimasta erede del Ducato d'Austria, come unico germe di quel lignaggio, si rimaritò con Ottochiero figliuolo del Re di Boemia, col quale non generò figliuoli; anzi venuta seco in processo di tempo in grave discordia, fu da lui repudiata; ed Ottochiero sotto pretesto d'averne avuta dispensa dal Pontefice, il quale avea egli con molti doni ed offerte invano a ciò sollecitato, s'ammogliò di nuovo con Cunigonda nipote di Bela Re d'Ungheria, e confinata Margherita in Austria nella Terra di Krembs, poco stante ne la fece anche col veleno morire, per la qual cosa succedute gravissime guerre, venne alla fine il Ducato d'Austria in potere della Casa de' Conti d'Aspurg, da' quali preso il cognome d'Austria, fino a' nostri tempi col dominio di altri Regni e province, è felicemente posseduto.

CAPITOLO III. Sinibaldo Fieschi è eletto Pontefice sotto nome d'Innocenzio IV, il quale non meno, che il suo predecessore Gregorio, prosiegue con Federico la Guerra; ed intima il Concilio a Lione di Francia.

Federico intanto, a cui premea l'elezione del nuovo Pontefice, andò amichevolmente verso Roma, sollecitando i Cardinali all'elezione, come si vede per una sua epistola nel libro di Pietro delle Vigne; e nello stesso tempo morì di natural morte nel Reame il Gran Giustiziero Errico di Morra.

Succeduto poi l'anno di Cristo 1243, e non risolvendosi i Cardinali a crear Papa a suo piacimento, entrò irato ne' tenimenti di Roma, e quelli abbattè e distrusse, siccome scrive Riccardo; anzi perchè i Romani rovesciaron ne' Cardinali l'indugio dell'elezione, non solo occupò le lor Chiese, ma distrusse le lor ville e poderi, con rimaner distrutto per man de' Saraceni Albano, ch'era d'un Cardinale. Fece torre dalla Badia di Grotta Ferrata due statue di bronzo, e portarle a Lucera di Puglia, e rappacificatosi poi coi Romani, rimise in libertà e rimandò onoratamente in Roma il Cardinal di Preneste, che avea fatto sin allora strettamente sostenere in Rocca Janola, avendo parimente alcun tempo prima rimesso in libertà il Cardinal Ottone, ed a Roma inviatolo, perchè intervenisse alla creazion del Papa; i quali due Cardinali per serbar la fede promessa, erano dopo la creazione di Celestino ritornati di lor volere in prigione. Il perchè assembrati di nuovo tutti i Cardinali in Alagna a' 24 giugno nella festa di S. Giovanni Battista crearono Papa Sinibaldo Fieschi genovese, de' Conti di Lavagna, Cardinal di S. Lorenzo, il quale fu consegrato il giorno de' SS. Apostoli Pietro e Paolo, e nomato Innocenzio IV.

Era questi stato carissimo, e particolar amico di Federico, il perchè significatane prestamente la novella, come di cosa, che si giudicava dovergli essere carissima, comandò, che si rendessero grazie a Dio per tutto il Regno, ed inviò l'Arcivescovo di Palermo, Pietro delle Vigne, e Taddeo da Sessa suoi Ambasciadori a rallegrarsi con sue amorevolissime lettere della di lui assunzione al Ponteficato[377]: per la qual cosa i Popoli d'Italia giudicarono, che sarebbero senza fallo pacificamente vivuti, togliendosi insieme le discordie, che gli avean così acerbamente afflitti; ma Federico, che conoscea l'animo d'Innocenzio, rispose agli amici, che seco di ciò si rallegravano, che egli avea fortissima cagione di dolersi, perciocchè avea perduto un suo carissimo amico Cardinale, ed era stato creato un Papa, che gli sarebbe stato fierissimo nemico, come appunto addivenne; perciocchè appena che Innocenzio si vide sul trono, fece significare a Federico, che egli col Ponteficato avea parimente presa la cura di difendere le ragioni della Chiesa, ed inviò Pietro Arcivescovo di Roano, Guglielmo Vescovo di Modena, e Guglielmo Abate di S. Facondo ad intimargli, che dovesse purgarsi di tutte l'accuse, che gli erano state apposte, e che se in alcuna cosa avesse egli offesa la Chiesa, n'avesse avuto tosto a far l'emenda ad arbitrio d'alcuni, che egli avrebbe per ciò eletti[378]. Federico udite le insolenti proposizioni fattegli dal Papa, le ributtò immantenente, e fece guardare i porti e le strade, acciocchè Innocenzio non scrivesse lettere sopra cotali affari a' Signori ed a' Popoli di là dell'Alpi; ed accortosi, che Innocenzio per mezzo d'alcuni Frati Cordiglieri inviati da lui per messi in detti luoghi, proccurava tirar a se l'inclinazione di que' Signori e Popoli, fece tendere insidie a' detti Frati, e trovatigli, gli fece impiccar tutti per la gola.

Il Pontefice intanto nel mese d'ottobre di Alagna, ove era stato eletto, ed ancor dimorava, se ne passò in Roma, e fu con grandissima pompa ed onor ricevuto; nè guari da poi andò da lui il Conte di Tolosa, che era d'alcun tempo prima venuto in Puglia a ritrovar Federico, per proccurare, se potesse, di concordargli insieme.

Qui termina la sua Cronaca Riccardo da S. Germano, senza la cui guida per alcuni anni non avremo sì fatta chiarezza, come per addietro, dell'opere di Federico, e degli altri avvenimenti di que' tempi.

Entrato poscia il nuovo anno di Cristo 1244, Federico ritornò col suo esercito nello Stato della Chiesa; ma nondimeno mosso dalle preghiere degli amici, e dalle continue ammonizioni degli altri Principi cristiani, si dispose a voler accordarsi col Pontefice; onde inviò di nuovo il Conte di Tolosa, Pietro delle Vigne, e Taddeo di Sessa per suoi Proccuratori ed Ambasciadori in Roma, per mezzo de' quali nel giorno di Pasqua di Resurrezione in presenza di Baldovino Imperador di Costantinopoli, che colà dimorava, promise, che si sarebbe rimesso al prudente arbitrio d'Innocenzio, e che avrebbe lasciato in pace le ragioni, ed i luoghi della Chiesa; onde datosi cominciamento al trattato, il Pontefice, perchè da vicino l'affare potesse trattarsi, passò con molti Cardinali a Civita Castellana, e di là a Sutri. Federico prima d'ogni altro pretendeva, che fosse assoluto dalla scomunica ingiustamente fulminatagli da Gregorio suo predecessore; ma Innocenzio all'incontro non voleva in guisa alcuna assolverlo, se prima non restituiva tutto ciò, che egli diceva aver tolto alla Chiesa; per la qual cosa rottosi ogni trattato, Federico incominciò apertamente a minacciarlo, ed a trattar parimente d'averlo in suo potere; del che accortosi il Papa proccurò partir di colà prestamente per iscampar le sue insidie. Significò dunque per mezzo d'un Frate Cordigliere a Filippo Vicedomini Podestà di Genova, che con galee armate, e co' suoi nipoti del Fieschi venisse a levarlo nella più vicina riviera del mare, ed il Senato di ciò fatto consapevole dal Podestà, conchiuse, che con 22 galee si dovesse soccorrere Innocenzio. Apprestatosi il navilio, vi s'imbarcò sopra Alberto, Jacopo, ed Ugone del Fiesco, figliuoli del fratello d'Innocenzio, fingendo altra cagione al navigare, per non dar sospetto alla fazion, che Federico avea in Genova: si partirono dal porto di Genova a' 11 giugno, e con felice viaggio pervennero a Civita Vecchia senz'altro intoppo, ove trovarono Innocenzio, il quale montato sulla loro armata, giunse a Porto Venere, ed indi a Genova, ove fu con sommo onore ricevuto, e gli altri Cardinali, ch'eran rimasti a Sutri, poco stante sconosciuti per diversi cammini, col favor de' Milanesi, salvi anch'essi a Genova pervennero. Ma Federico risaputa la certa partita del Pontefice, munì e fortificò tutti i luoghi del Patrimonio, ch'avea in suo potere, e poscia se n'andò a Pisa, donde inviati suoi Ambasciadori a Parma (ove sapea aver molti parenti Innocenzio, per avervi maritate alcune sue sorelle) acciocchè provvedessero, che non vi succedesse qualche rivoltura e tumulto, ed i Parmegiani nella sua fede confermassero, partì da poi da Toscana, e ritornò nel Reame.

Innocenzio intanto giunto a Genova, ed accertatosi maggiormente, che Federico non intendea di lasciare cos'alcuna, se non era prima dalle censure assoluto, al che in niun modo voleva egli venire: per movere più fiera procella contro Federico, pensò allontanarsi da Italia, ed accompagnato da' Cardinali, e da altri Prelati e Baroni romani co' Marchesi di Monferrato e del Carretto n'andò ad Asti, e di là felicemente pervenne a Lione di Francia. Ivi dal Re Lodovico IX con ogni onor raccolto, incontanente intimò il Concilio, che Gregorio tanto avea bramato di ragunare, senza aver potuto ottenerlo: citando tutti i Prelati di Cristianità a venirvi nel giorno del natale di S. Giovanni Battista; e per dare più speziosa apparenza al Concilio, appoggiava la cagione di farlo per lo soccorso, che dovea darsi a' Cristiani, che guerreggiavano in Terra Santa, ove per le discordie con Federico erano ridotti a mal partito; si soggiungeva ancora, che in esso dovea trattarsi del modo di ridurre in pace i travagliati affari della Chiesa in Italia; ma il vero era di doversi trattare della deposizione di Federico. Questi all'incontro avendo penetrati i disegni d'Innocenzio, non mancò nel medesimo tempo di scrivere una sua lunga lettera a tutti i Principi del Mondo, con iscovrire i disegni del Pontefice, rappresentando loro, ch'erano questi pretesti, e che non poteva non conoscersi chiaramente, non esser tempo per lui d'attendere al soccorso di Soria, quando Innocenzio proccurava sconvolgergli con sedizioni li suoi Stati d'Italia, e che tutto il male e la ruina di Gerusalemme dovea incolparsi al Pontefice; poichè la discordia, che era in que' Santi luoghi fra i Templarj e gli Spedalieri, era fomentata da lui, per esser questi seguaci del Pontefice e suoi Ministri.

Con questi avvenimenti passato l'anno 1244 nel quale l'Italia era stata miseramente travagliata, oltre alla guerra, da fame e peste crudelissima, nel principio del seguente anno 1245 vedendo Federico, che il Concilio convocato in Lione era contro di lui, propose di tornar in Lombardia per opporsi nel miglior modo, che potea a' disegni del Pontefice; e giunto a Verona convocò ivi un general Parlamento, nel quale convennero molti Baroni italiani e tedeschi, e fra di essi Corrado figliuolo di Balduino Imperadore di Costantinopoli, il Duca d'Austria, ed il Duca di Moravia con Ezellino; e dato assetto a diversi affari d'Italia, si dolse acerbamente d'Innocenzio, purgossi dalle colpe che gli opponeva, e deliberò mandar suoi Legati al Concilio Pietro delle Vigne, e Taddeo di Sessa, acciocchè s'opponessero agli attentati del Pontefice, siccome in effetto andarono in Lione, dove anche intendea condursi Federico; onde partito di Verona s'avviò per passare oltra i monti, e gire al Concilio; ma giunto a Torino intese, come a' 27 luglio il Papa avea dato contro di lui sentenza, privandolo del Reame di Puglia e di Sicilia, e della Corona imperiale, come rubello, nemico, e persecutor di Santa Chiesa.

§. I. Istoria del Concilio di Lione, e della deposizione di Federico.

Narrano Matteo Paris ed altri gravissimi Scrittori, che congregato il Concilio nel Duomo di Lione, sedendo Innocenzio nel soglio, ed alla sua destra Balduino Imperador di Costantinopoli, primieramente ornò del Cappello rosso i Cardinali, volendo dimostrar con tal colore, che doveano esser pronti sino allo spargere del sangue in servigio della Chiesa contro Federico. Aggiunse loro per maggior ornamento di tal dignità la valigia, e la mazza d'argento quando cavalcavano, volendo, che alla regia dignità fosse la loro agguagliata. Ciò fece ancora ad onta, e per l'impegno che teneva contro Federico, il quale diceva, che i Prelati doveano imitar Cristo e gli Apostoli, ed andar scalzi, e a piedi, e che bisognava ridurgli alla povertà primitiva della Chiesa[379]. Favellò poi d'altri affari della Chiesa e del soccorso, che intendea dare a Terra Santa, e della difesa da farsi contro i Tartari, che l'Ungheria e l'Alemagna con gravissimi danni avevano assalita; cominciò poi ad esagerare le malvagità di Federico, le persecuzioni, che continuamente dava ai romani Pontefici, ed agli altri Ministri della Chiesa di Dio, mandando in esilio i Vescovi, con privargli d'ogni avere, imprigionando i Cherici, con fargli anche spesse fiate crudelmente morire, e commettendo continuamente queste, ed altre simiglianti cattività. Ma surto in mezzo con molta intrepidezza Taddeo di Sessa, uno degli Ambasciadori di Federico, rispose in faccia del Pontefice e di tutti coloro del Concilio, che di tutte quest'accuse, delle quali si caricava il suo Signore, era quegli innocente, e che la colpa delle passate guerre dovea addossarsi a' Pontefici romani, e che egli fidando nella giustizia del suo Signore avrebbe dileguate tutte quelle accuse; e che Federico, se Innocenzio avesse voluto riconciliarlo con la Chiesa, avrebbe proccurato unire la Chiesa greca con la latina, ricuperare Terra Santa, e restituiti i beni tolti alla Chiesa romana, e che di queste promesse egli ne offeriva per mallevadori i Re di Francia, e d'Inghilterra; ma il Pontefice burlandosene come vane ed illusorie, ributtò l'offerte; co' quali discorsi si diè compimento per quel giorno a questa prima sessione del Concilio.

Ragunatosi poi nella seguente settimana, nella seconda sessione si cominciò di nuovo a trattar dello stesso affare, e dopo aver il Pontefice orato di nuovo intorno alle malvagità di Federico, surse in mezzo il Vescovo di Carinola, Frate che fu dell'Ordine Cisterciense, il quale era uno de' Prelati, che l'Imperadore avea fatti cacciare del Reame: questi, mostrando in voce afflitta e mesta gli strazj, che avea sofferti da Federico, cominciò a fare un racconto della costui mala vita da che era stato fanciullo, caricandolo di molte, e gravissime ingiurie, dicendo, che Federico non credea nè a Dio, nè a' Santi: che tenea in un medesimo tempo più mogli; che favoreggiava continuamente i Saraceni: che tenea particolar familiarità col Soldano di Babilonia: che sovente si contaminava con illeciti concubiti di donne saracene; e che menando vita epicurea e tutta mondana, mostrava non credere a niuna legge, solito a repetere quelle parole d'Averroe, che tre persone avevano ingannato tutto il Mondo, il Salvator nostro Gesù i Cristiani, Moisè gli Ebrei, e Maometto gli Arabi; e dopo aver soggiunto il Vescovo altre simiglianti accuse, terminò il suo discorso col dire, che Federico intendea di ridurre i Prelati a quella bassezza e povertà della primitiva Chiesa, come per le sue opere, e per molte sue lettere potea chiaramente conoscersi. Dopo costui surse un Arcivescovo Spagnuolo, e confermando le cose, che avea dette il Vescovo di Carinola, ve n'aggiunse dell'altre, accusandolo d'eretico, di sacrilego, di spergiuro, confortando il Pontefice a procedere contro di lui, e deporlo dall'Imperio, ed offerse d'assisterlo con l'avere, e con la persona in tutto quel che fosse stato necessario con tutt'i Prelati della sua Nazione, i quali in maggior numero, e con più magnificenza degli altri eran venuti al Concilio.

Ma Taddeo di Sessa impaziente per le parole ingiuriose del Vescovo di Carinola rispose intrepidamente, che egli in tutto ne mentiva, declamando che ei non per zelo della giustizia, ma per odio particolare favellava in cotal guisa, opponendogli molti gravissimi falli, per li quali lui, ed i suoi fratelli erano stati dall'Imperadore convenevolmente puniti; che mentiva chiunque volesse imputar Federico d'eresia; e che se egli fosse stato quivi presente colla sua propria bocca avrebbe professata la vera fede non meno di tutti i più fini e fedeli Cristiani; che della sua vera e cristiana religione poteva egli mostrare un incontrastabile argomento, di non aver voluto tollerare ne' suoi dominj gli usuraj, e d'avergli severamente puniti; in hoc Curiam Romanam reprehendens (come dice Matteo Paris) quam constat hoc vitio maxime laborantem; ed avendo risposto a tutte le accuse fatte da que' Prelati, pregò instantemente il Pontefice a soprastare a ragunar la terza volta il Concilio, perchè Federico era giunto a Torino, e fra poco tempo sarebbe colà venuto di presenza per purgarsi de' delitti, che se gli opponevano; ma il Pontefice negò alla prima di volergli dare questa dilazione, anzi soggiunse, che se Federico veniva, egli subito si sarebbe partito; ma il seguente giorno a richiesta dei Proccuratori de' Re di Francia e d'Inghilterra, fu costretto a dar la dimandata dilazione; la quale non potè esser più lunga, che di due settimane.

Federico scorgendo essere inevitabile la sua condannazione, riputando miglior partito di non essere presente, ed innanzi a Giudice a se sospetto, recusò di venire; e non ostante che Taddeo di Sessa si protestasse, che di ciò, che s'avea a trattar contro l'Imperadore n'appellava al futuro Concilio, passate le due settimane, tosto ragunò Innocenzio di nuovo i Prelati, e pubblicate da lui prima alcune Costituzioni fatte per lo soccorso di Terra Santa, diede non sine omnium audientium, et circumstantium stupore, et horrore, come scrive Paris, la sentenza contro Federico, per la quale lo pronunciò privato dell'Imperio, e di tutti gli onori e dignità, e di tutti gli altri suoi Stati, assolvendo i sudditi del giuramento, ed ordinando loro sotto pena di scomunica, che non gli dovessero più ubbidire, ordinando agli Elettori dell'Imperio, che dovessero eleggere il successore, e che niuno lo riconoscesse più per Imperadore o Re. Questa sentenza vien rapportata dal Bzovio negli Annali ecclesiastici, e si legge ancora tutta intera nella vita di Federico, che Simone Scardio prepose a' libri dell'epistole di Pietro delle Vigne; ed abbiamo, nel raccontar la deposizione di Federico, voluto seguitare più tosto ciò, che se ne scrive nel quarto volume de' Concilj universali e negli annali di Matteo Paris, che il Sigonio, ed alcuni altri Autori, giudicando con tali scorte meglio potersi incontrar la verità.

Diede contezza il Pontefice immantinente per sue particolari lettere di cotal sentenza a tutti i Principi cristiani, ed inviò Filippo Fontana Vescovo di Ferrara a' Principi d'Alemagna, ed agli Elettori, perchè creassero nuovo Imperadore, esortandogli ad esaltare a cotal dignità Errico Langravio di Turingia.

Federico intesa la novella di cotal fatto mentr'era a Torino, acceso di gravissimo sdegno rivolto a' suoi Baroni così disse: Il Pontefice mi ha privato della Corona imperiale, veggiamo se così è; e fattasela recare innanzi, se la pose in testa, dicendo queste parole, che nè il Pontefice, nè il Concilio avean potestà di togliernela; ed ancorchè riputasse vana ed ingiusta cotal sentenza, nulladimanco considerando di quanto detrimento potea essergli cagione, non tralasciò far ogni sforzo per riconciliarsi col Pontefice; onde per mezzo del Re di Francia fece offerire al Papa satisfactionem facere competentem (narra Paris): obtulit etiam quod in Terram Sanctam irrediturus obiret, quoad viveret Christo ibidem militaturus; ma il Papa ridendosi di queste cose rispose al Re, che Federico tante volte queste, e cose maggiori avea promesse, e poi niuna attesa; al che replicò il Re: Septuagies septies pandendus est sinus, peto, et petens consulo, tam pro me, quam pro multis aliis millium millibus peregrinaturis prosperum exitum expectantibus, imo potius pro Statu Universalis Ecclesiae, et Christianitatis accipite, et acceptate tanti Principis talem humilitatem, Christi sequentes vestigia, qui se usque ad crucis patibulum humiliasse legitur; il che quando vide il Re di Francia rifiutarsi ostinatamente dal Papa, adirato contro di lui andò via sdegnato grandemente, ed ammirato, che quella umiltà, che avea conosciuto in Federico Imperadore, non avea egli potuto trovare nel servo de' servi. Ed ancorchè il Pontefice per mezzo di sue lettere avesse fatto volar per lo Mondo questa sentenza; nulladimanco, come scrive l'Abate Stadense, quidam Principum cum multis aliis reclamabant, dicentes, ad Papam non pertinere Imperatorem instituere, vel destituere: sed electum a Principibus, coronare. E fu così vana, e di niun effetto cotal deposizione, che narra Tritemio, che Federico in tutto il tempo che visse da poi, per annos ferme sex contra eum, nec Papa, nec aliquis Principum praevalere potuit; sed non advertens sententiam Papae, quam frivolam, et injustam esse dicebat, se Imperatorem gessit, magnamque Principum nobiliorum, et Civitatum usque ad mortem aderentiam habuit. Perlaqualcosa vedendo Federico niente giovargli la sua umiltà, fu tutto rivolto a disingannare il Mondo di quanto proccurava opporgli Innocenzio; onde fece scrivere più sue lettere a tutti i Principi di Cristianità purgandosi dall'accuse, che gli erano opposte, facendo nota la nullità di tal deposizione, come quella, che procedeva da chi non avea potestà alcuna di farla, onde si leggono perciò ne' libri di Pietro delle Vigne molte epistole, fra le quali è da leggersi la prima del primo libro, che comincia: Collegerunt Pontifices et Farisaei consilium in unum, etc. e l'altra: In exordio nascentis Mundi, e molte altre di consimile tenore.

(Presso Lunig[380], si leggono le vicendevoli imprecazioni, querimonie, ed accuse d'Innocenzio IV e di Federico, che nell'anno 1245 seguirono fra di loro; ed infra gli altri delitti Innocenzio imputava a Federico, che all'usanza de' Saraceni facesse castrare in Capua alcuni, destinandoli per custodia delle sue donne nel serraglio).

E fu da valenti Teologi dimostrato[381], non essere della potestà del Pontefice, nemmeno del Concilio il deporre i Principi; e tanto meno può dirsi di questo Concilio di Lione, il quale oltre di non essere stato generale, siccome per tale non l'ebbero Matteo Paris, Alberto Stadense, Tritemio, Palmerio, Platina ed altri, per mancarvi tutte le condizioni de' Concilj generali, e per esservi intervenuti pochi Prelati, nemmeno di tutte le province d'Occidente, la sentenza non fu profferita dal Concilio, ma dal solo Pontefice, non Sacro approbante Concilio, ma solamente Sacro praesente Concilio, come si legge negli atti di quel Concilio, e rapportano Dupino, ed altri insigni Scrittori ecclesiastici.

Per la qual cosa quasi tutti i Principi e Popoli d'Europa, anche dopo questa deposizione tentata da Innocenzio, lo riconobbero per Imperadore e Re. Nè Federico permise, che in cos'alcuna fosse Innocenzio ubbidito da' suoi sudditi ne' suoi dominj, e ne' Regni di Sicilia; anzi ordinò per sue lettere al Gran Giustiziere di Sicilia, che desse aspro castigo, privandogli di tutti i beni, e scacciasse dal Regno tutti i Frati e Preti, che per ordine del Pontefice, e suo interdetto non avesser voluto in quell'isola celebrare i divini Ufficj, e ministrare i Sacramenti a' Popoli; e che niuno Religioso potesse trasferirsi da luogo a luogo senza espressa licenza, e testimonianza donde ei venisse.

Scrisse parimente consimili lettere al Giustiziere di Terra di Lavoro, e gl'impose strettamente, che dovesse esigere da' Cherici la terza parte dell'entrate, che possedevano di Chiesa, e gli facesse pagare tutte le altre imposte, che pagavano i Laici, comandandogli altresì, che coloro, i quali avessero negato di ciò fare, gli avesse prestamente imprigionati.

§. II. Infelice fine di Pietro delle Vigne.

Dall'aver così bene adempiute le sue parti nel Concilio di Lione Taddeo da Sessa, ed all'incontro dal vedersi, che Pietro delle Vigne pur ivi mandato Ambasciador di Federico, non avesse in quella Assemblea fatto nè pur minimo atto a difesa del suo Signore, fu cagione, che gli emoli di Pietro cominciassero a preparargli quella ruina, che poco stante gli sopravvenne; perciocchè gli apposero appresso l'Imperadore, che essendo in esso Concilio suo Legato con Taddeo di Sessa, fosse stato corrotto o dalle parole, o da' premj d'Innocenzio, e perciò avesse tralasciato di fare quel, che gli convenia per suo servigio; non trovandosi così negli atti del Concilio, come negli Annali ecclesiastici del Bzovio, ed in tutti gli altri Autori, che scrissero di tal avvenimento, fatta menzione d'altri, che di Taddeo di Sessa: indizio chiaro, che, Pietro in nulla si volesse intrigare, ancorchè vi fosse anch'egli presente, per la qual cosa, fatto credere cotal fallo all'Imperadore da' suoi emoli, in gran parte intepidirono il grande amore, che prima gli portava, e venne in sospetto non gli ordisse qualche tradimento; onde ammalatosi Cesare poco da poi in Puglia, consigliato da Pietro, che per ricuperar sua salute dovesse purgarsi il ventre, e poi entrare in un bagno per ciò apprestato, fece da un Medico famigliare d'esso Pietro, e che altre volte in cotal mestieri l'avea servito, comporre il medicamento, e mentre s'apprestava di torlo, gli fu data contezza, che Pietro corrotto dai doni del Pontefice, per insinuazione del medesimo tentava avvelenarlo; onde appresentandosegli il Medico colla bevanda, rivolto a lui, ed a Pietro, che colà era, disse loro: Amici, io ho fede in voi, e so che non mi darete il medicamento per veleno; e Pietro gli rispose: o Signore, spesse volte questo mio Medico vi ha dato giovevol rimedio, perchè ora più del solito temete? e l'Imperadore guardando con torvo aspetto il Medico disse, dammi cotesta bevanda; il perchè atterrito colui, fingendo di sdrucciolare col piede, ne versò la maggior parte, per la qual cosa venendo in maggior sospetto, fattigli prendere ambedue, fece trar di prigione alcuni condennati a morte, i quali bevuto d'ordine di Federico quel poco della medicina, che rimasto vi era, prestamente gli uccise; e si scoperse, che di violentissimo veleno insieme col bagno era composta, sicchè chiarito Cesare del tradimento, fece appiccar per la gola il Medico: e Pietro (non volendolo far morire) fu abbaccinato, e spogliato di tutt'i beni, e d'ogni ufficio ed autorità ch'egli avea, e condotto a vivere miserissima vita. Ma Pietro non potendo soffrire la caduta di tanta grandezza, informatosi da colui, che il guidava, che era presso d'un muro, o d'una colonna di marmo, come scrive il Sigonio[382], vi battè così fortemente la testa, che rottosegli il cerebro, in un subito morì. Altri dicono essersi precipitato da una finestra della sua casa nella città di Capua, ove acciecato dimorava, mentre colà di sotto passava l'Imperadore, ed esser di repente per tal caduta morto nell'anno 1249. Ed in quest'anno rapportano cotal morte Matteo Paris Monaco di Monte Albano in Inghilterra negli Annali di quel Regno, che visse nell'anno di Cristo 1250, Carlo Sigonio, ed altri più antichi Autori. Non mancarono ancora di quegli, che scrissero esser egli morto innocente, e sol per invidia de' Cortigiani, che della di lui grandezza capitali insidiatori, postolo in odio di Federico con dargli a divedere, che per opera del Papa gl'ordiva tradimento, gli cagionassero così sventurato fine; fra' quali fu Dante Alighieri, stimatissimo Poeta di quel secolo, il quale nel 13. canto dell'Inferno, essendo di tal opinione, fa da Pietro così favellare in sua difesa.

Io son colui, che tenni ambo le chiavi

Del cuor di Federico, ec.

Da' quali versi, qualunque si fosse la cagion di sua morte, chiaramente si scorge, ch'egli venuto in odio del suo Signore, di proprio volere per gravissimo sdegno si uccise. Scrive ancora Matteo Paris, che l'Imperadore acerbamente si dolse del tradimento, che Pietro commetter pensava e della sua morte, dicendo (come sono le parole di questo Autore) Vae mihi, contra quem saevire coactus.

Ma dalle insidie tese da Innocenzio contro Federico per mezzo d'altri personaggi di conto, ben si conosce, che siccome per la sua potenza tirò al suo partito molti Principi e Signori, che prima erano partigiani di Federico, con facilità potè anche abbattere la costanza e fedeltà di Pietro delle Vigne; poichè corruppe ancora con doni, e con danari per mezzo del Vescovo di Ferrara alcuni Principi d'Alemagna, i quali non tenendo conto di Corrado suo figliuolo, per compiacere al Pontefice elessero Re de' Romani Errico di Turingia, il quale dopo la sua elezione cominciò in quei Paesi con varj successi a fare aspra guerra contro Corrado.

Corruppe ancora molti suoi Baroni, così di quelli, ch'erano con lui nel suo esercito, i quali se gli erano congiurati contro per ammazzarlo, come anche molti di quelli, che dimoravano nel nostro Reame in prima suoi fedeli, i quali tentarono con sedizioni sconvolgergli il Regno di Puglia: tanto che bisognò interrompere la guerra contro i Milanesi, e di lasciare il Re Enzio suo Vicario in Lombardia, ed accorrere contro i Baroni alla difesa del Regno, i quali aveano contro di lui manifestamente prese l'armi, ed occupato Capaccio ed altre castella di quella provincia.

I Baroni, che per opra del Pontefice contro di Federico si congiurarono erano in prima de' suoi più cari partigiani ed amici: questi furono Teobaldo Francesco, Pandolfo, Riccardo, e Roberto della Fasanella, con tutta la lor famiglia, tutti i Sanseverini, Capo de' quali era il Conte Guglielmo, Jacopo e Goffredo di Morra; Andrea Cicala General Capitano nel Reame; Gisolfo di Maina, con molt'altri, di cui non sappiamo i particolari nomi.

Costoro, che contro di lui congiurarono per torgli la vita, mentre stavano attendendo di porre ad effetto il loro intendimento, furono scoverti a Federico dal Conte di Caserta, che, come scrivono alcuni Autori, di tutto gli diè conto per un suo fedele famigliare nomato Giovanni da Presenzano, sin da ch'egli era in Lombardia; onde alcuni d'essi fur fatti prestamente imprigionar da Federico, ed alcuni altri si salvarono con la fuga, fra' quali fu Pandolfo della Fasanella, e Jacopo di Morra; e pervenuta agli altri la novella della scoverta congiura, Teobaldo Francesco, Guglielmo Sanseverino ed Andrea Cicala occuparono di furto Capaccio e Scala, e colà si ricovrarono, fortificando, e munendo que' luoghi quanto poterono, per difendersi; ma assalita Scala da' fedeli dell'Imperadore, fu combattuta con molto valore, e prestamente espugnata; e fur sostenuti in essa Tommaso S. Severino, ed un suo figliuolo.

Giunto poi nel seguente anno di Cristo 1246 l'Imperadore nel Reame, fu assediato Capaccio; ed ancorchè i suoi difensori sentissero estrema carestia di acqua, non essendosi ripiene le cisterne per mancamento di pioggia, pure con molto valor si mantennero sino a' 28 di luglio, quando furono a forza presi i difensori, con rimaner prigioni Teobaldo Francesco, e la maggior parte degli altri congiurati; i quali furono dall'adirato Imperadore con atrocissimi tormenti fatti morire, incrudelendo altresì contro tutti i loro legnaggi, con farne uccidere grosso numero, ed agli altri dar bando dal Regno. Allora dovette succedere quel che Matteo Spinello scrive di Ruggieri Sanseverino, che salvato da Donatello Stazio suo famigliare, fu per opera poi di Polisena Sanseverina sua zia inviato al Pontefice, da cui fatto con paterno affetto allevare, divenne poi prode ed avvenente giovane, il quale con esso Pontefice nel Regno, e con più felice fortuna con Carlo I d'Angiò divenne Capo de' forusciti napoletani a ricovrare il suo Stato; perciocchè la rotta di Canosa, che Matteo Spinello racconta, non fu vera, nè Federico, che scrisse particolarmente questo fatto in due sue epistole, quando avesse combattuti e debellati i Sanseverineschi nel piano di Canosa, l'avrebbe taciuto; se pure il primo trascrittore di Spinello, in luogo di voler dir la presa di Capaccio, non avesse detto la rotta di Canosa; ovvero ve l'avesse di sua testa aggiunto, come in molti altri luoghi di quell'Autore si è fatto, facendogli scrivere quel, che mai non successe, e ch'egli mai non ebbe intendimento di dire.

CAPITOLO IV. Federico prosiegue la guerra contra i Lombardi nell'istesso tempo, che Corrado suo figliuolo è travagliato in Alemagna da Errico di Turingia, e da Guglielmo Conte d'Olanda. Muore in Fiorentino, e gli succede Corrado.

Intanto il Re Enzio seguitava a travagliar con aspra guerra la Lombardia: ed in Alemagna non minori e men crudeli erano le battaglie tra Corrado ed Errico di Turingia, il quale ancorchè avesse data una gran rotta a Corrado, fu poi ucciso da un colpo di saetta mentre combattea la città d'Ulma: onde Innocenzio saputa la morte d'Errico, inviò di nuovo quattro altri suoi Legati ad istigare i Principi tedeschi contro Federico; e per essere stato dal Re Enzio d'ordine del padre fatto morir impiccato per la gola un parente d'esso Pontefice, di nuovo amendue scomunicò, e tanto operò co' Tedeschi, che fu eletto in nuovo Re de' Romani Guglielmo Conte d'Olanda, il quale incamminatosi dopo la sua elezione a prendere la Corona in Aquisgrana, se gli oppose intrepidamente col suo esercito Corrado, il quale occupata e munita quella città lungamente dentro d'essa da Guglielmo, e dai suoi si schermì. Non avea il Pontefice trascurata ogni opera di far ribellare Corrado istesso contro il suo padre, e per mezzo del Cardinal Ubaldino suo Legato, dell'Arcivescovo di Colonia, e di molti altri Baroni alemani, faceva continuamente insinuare al medesimo a non seguire l'imprese e le dannate vestigia, com'essi diceano, di suo padre: ma Corrado Principe pio e costante gli rispose, che avrebbe difese le sue parti insino all'ultimo spirito di sua vita.

Federico intanto racchetati i rumori del Regno partì di Puglia, e passò a Pisa, e di là per li confini dei Parmegiani a Cremona. Quivi essendo, fugli da alcuni insinuato di dover trovare qualche modo di riconciliarsi colla Chiesa, e conchiuse perciò di conferirsi di persona in Lione per umiliarsi al Pontefice; sicchè tolto in sua compagnia onesto numero di famigliari, passò da Cremona a Torino, e celebrata quivi un'altra Assemblea, partiva già per Lione; ma giunto appena alle radici dell'Alpi gli fu per particolar messo significato, per opra d'Innocenzio essergli stata dai suoi partigiani ribellata Parma; onde accorse immantenente per riaverla, ed intrigato col Re Enzio suo figliuolo in questa guerra, ampiamente scritta da Sigonio, passò quivi tutto quest'anno, e nel seguente anno 1248 per occasione di questa guerra, nella quale ora perdente, ora vincente, perdè Vittoria città novellamente da lui edificata a fronte di Parma, nel qual fatto i suoi nemici uccisero, e fecer prigioni la maggior parte degli assediati, fra' quali morì Taddeo di Sessa, quel celebre nostro Giureconsulto, e che in questi tempi avea anche avuto l'onore d'essere stato fatto General Capitano in quell'esercito. E mentre con tali successi era afflitta Italia, Guglielmo Conte d'Olanda creato Re de' Romani, dopo un lungo contrasto, presa la città d'Aquisgrana, era stato in essa dall'Arcivescovo di Colonia incoronato nel dì primo di novembre di quest'anno; e poco stante azzuffatosi con Corrado, ch'era col suo esercito di nuovo sopra detta città venuto, il ruppe e pose in fuga.

Nel seguente anno 1249 Federico lasciato il Re Enzio suo Vicario in Lombardia, se ne passò in Toscana, ove giunto, se creder vogliamo a Giovanni Villani, non volle entrare in Firenze, perchè per vana predizione di Michele Scoto grande Astrologo e Mago di que' tempi, gli era stato detto, che aveva da morirvi dentro, e fermatosi ad un luogo ivi vicino, poco da poi passò l'Imperadore in Puglia, ove finchè visse, che fu molto poco, dimorò.

In questo medesimo anno avendo i Bolognesi data una terribile rotta al Re Enzio, lo fecero prigione; onde crebbe oltremodo la fortuna e potenza de' Bolognesi, e per la fama dell'acquistata vittoria per sì riguardevole personaggio, e per la nobiltà del suo aspetto, e per la fiorita età, che non passava 25 anni, e per la grandezza del padre; e avendolo condotto con gran trionfo prigioniero a Bologna, diede manifesto esempio dell'incostanza ed infelicità delle cose umane, ed i Bolognesi statuito con pubblico decreto, che mai non s'avesse a riporre in libertà, regiamente a spese del Pubblico, mentre egli visse lo sostennero, non si movendo a liberarlo, nè per le minacce del Padre, che sopra di ciò scrisse loro una sua lettera, nè per offerta di grossa somma d'oro in suo riscatto. In tal maniera ventidue anni, e nove mesi dimorato, come scrive Cuspiniano, fu poi venendo a morte con nobilissima pompa sepolto da' Bolognesi nella chiesa di S. Domenico in un ricchissimo avello di marmo con la sua statua indorata, ove sino al presente, secondo che scrive Stradero, si legge l'inscrizione in una piastra di bronzo.

Ricevette, non molto tempo dopo tal successo, l'Imperadore lettere da' Modanesi, ove significandogli la ricevuta sconfitta si dolevano della prigionia del figliuolo, a' quali egli rispose magnanimamente ringraziandogli del loro ben volere, con minacciare aspramente i Bolognesi, e tutti i partigiani della Chiesa. Ma questi col favor dell'ottenuta vittoria, dopo aver soggiogate molte città e castelli di Lombardia e di Romagna, e fra essi Modana, che per alcun tempo strettamente assediarono, mossero Federico per non perdere affatto il dominio di quei paesi, essendo già entrato l'anno di Cristo 1250 a raccorre soldati, e moneta per rinovar la guerra, e tentare di riporre il figliuolo in libertà, e mentre a ciò badava, ammalò del suo ultimo male nel castel di Fiorentino, ora disfatto, in Capitanata di Puglia, sei miglia lungi da Lucera, e come scrive Cuspiniano, non senza sospetto, che Manfredi Principe di Taranto suo figliuol bastardo l'avesse avvelenato, o come è più verisimile, perchè aspirando al dominio del Reame, voleva torsi dinanzi il padre, per tentare di porre il suo pensiero ad effetto, come si conobbe da poi.

L'Imperadore aggravato dal male, pentitosi de' suoi falli, e chiedendone a Dio perdono, si confessò a Bernardo Arcivescovo di Palermo, e da lui ricevette l'assoluzione, ed il sacramento dell'Eucaristia, se creder dobbiamo ad Alberto Abate di Strada; e persuaso dall'istesso Arcivescovo fece il suo testamento, il qual tutto intero, come quello, che contiene più notabili cose, addurremo.

Soggiunge Cuspiniano, che mentre superando la forza del veleno o della malattia, o per la sua robusta complessione, o per la diligente cura de' Medici, stava per riaversi, Manfredi aggiungendo fallo a fallo per tema non il padre campasse, di notte tempo, postogli un piumaccio alla bocca crudelmente il soffocò; alla qual opinione di violenta morte par che concorra lo Scrittor di Giovennazzo, quando dice, che a tempo si sparse voce, che l'Imperadore era già guarito, e che il seguente giorno voleva uscir di letto, per aver mangiato la sera certe pera cotte con zuccaro, si ritrovò poi il mattino morto nel letto, verificandosi il vaticinio fattogli (se tai vanità son degne di fede) che aveva a morir in Fiorenza, ma secondo le solite anfibologie degl'Astrologi non in Fiorenza di Toscana, ma in Fiorentino di Puglia; se bene l'Anonimo[383] Autor della Cronaca di Manfredi, come troppo appassionato di questo Principe, passa sotto silenzio le circostanze di questa morte violenta, per non incolpar Manfredi suo Eroe.

Cotal fu dunque il fine di Federico II Imperador romano, il quale morì in età di cinquantasei anni, e nel trentesimo ottavo del suo Imperio, lo stesso giorno, che fu eletto a cotal dignità in Alemagna, dopo aver cinquantatre anni dominato il Reame di Napoli e di Sicilia, e 28 quello di Gerusalemme, Principe degno di chiara ed immortal memoria, per le molte e singolari virtù, che così nell'animo, come nel corpo di pari in lui fiorirono; perciò, lasciando star da parte quello, che alcuni Scrittori italiani di lui con troppa malevoglienza, e alcuni altri tedeschi con troppa adulazione scrissero: egli è certo, che fu un savio ed avveduto Signore, valoroso e prode di sua persona, e di nobile, e signoril presenza: fu liberale e magnanimo, perchè premiò ampiamente coloro, che l'aveano servito, così nell'opere di pace, come nella guerra, ed onorò i Signori dell'Imperio di grandissime prerogative e privilegi; poichè primieramente creò Federico, detto il Bellicoso, di Duca, che in prima egli era, Arciduca d'Austria[384], e gli diede l'insegne reali per quel, che ne scrive il Cuspiniani; ma nel sesto libro delle Pistole di Pietro delle Vigne appare, che nel creò Re, benchè secondo il Zurita, di cotai titoli di Re, e d'Arciduca non si servì niuno de' suoi seguenti Signori, che quella provincia dominarono fin all'Imperador Federico III ch'il concedette di nuovo a Filippo suo nipote, quando stava trattando d'ammogliarsi con una delle figliuole di Ferdinando Re di Castiglia e d'Aragona, detto poi il Re Cattolico, nell'anno di Cristo 1488.

Fu nella militar disciplina espertissimo, per la quale ottenne nobilissime vittorie de' suoi nemici; e mostrò non men fortezza ne' casi avversi, che temperanza e continenza ne' prosperi. E provvido ne' consigli, e prudente nel riordinare i suoi Regni di molte utili e giuste leggi.

Per aver avuti nemici tre romani Pontefici, Onorio, Gregorio ed Innocenzio, e le città Guelfe partigiane dei medesimi, acquistò egli presso i posteri nome di spergiuro, e di crudele con tutti i Prelati e Ministri della Chiesa; e per averne perseguitati molti, e scacciati dalle loro sedi, altri imprigionati, e fatti morire in esilio, ed avere in altre strane guise fatto impiccare grosso stuolo di Frati e Preti; e per aver taglieggiate le chiese, i monasterj, e gli Ecclesiastici, con torre loro i beni e facoltà: pose timore a tutti gli Ecclesiastici, non volesse ridurgli alla strettezza e povertà della primitiva Chiesa, tanto maggiormente ch'era lor riferito, che l'Imperadore soleva avere spesso in bocca cotali voci; onde Matteo Paris, che prima che Federico fosse stato deposto, avea sempre nella sua Cronaca aderito al suo partito, quando da poi intese, che Federico soleva dir queste parole, come che egli si trovava Abate di Monte Albano d'Inghilterra, e ricco di molti Beneficj e Commende, dispiacendogli tal proponimento, cominciò a mutar stile e scrivere contro di lui in altra maniera, che prima avea fatto.

Se questo fece Paris, ognun può credere, che cosa mai facesser gli altri Scrittori italiani partigiani dei Pontefici romani, e tutti Guelfi: e particolarmente i Frati. Paolo Pansa nella Vita d'Innocenzio IV rapporta, che Fr. Salimbene da Parma Frate Minore, che visse in que' tempi, e conobbe Federico, in una sua Cronaca a penna lasciò scritto, che Federico in quest'ultima sua infermità fu afflitto da' vermi, che scaturivano dalle sue carni, e che morto che fu, usciva tal puzza da quel cadavere, che non si poteva in alcun modo tollerare, e che per allora non gli si potè dar sepoltura: ch'era poco cattolico, anzi epicureo, come quegli, che non credea trovarsi altra vita, che questa; soggiungendo, che quando e' fu in Oriente, e vide la Terra, che si chiama di Promissione, si pose a ridere, e facendosene beffe, ebbe a dire che se il Dio de' Giudei avesse veduto il Reame di Napoli, e massimamente Terra di Lavoro, non avrebbe fatto sì gran conto di quella sua terra di Promissione.

(Oltre a ciò i Monaci nelle loro Croniche anche scrissero, che Federico passando un giorno col suo esercito vicino alcuni campi di formento, che avea le spiche già mature, e danneggiando i Soldati coi loro cavalli le spiche, e rapportato ciò a Federico, avesse motteggiando risposto, che se ne astenessero, e le portassero rispetto, poichè un giorno i grani di quelle spiche potevano divenire tanti Cristi. Le parole sono rapportate da Simone Hanh, Hist. Germ. in Friderico II).

Lo dipinsero perciò, ch'egli fosse ateo, e che negando l'immortalità dell'anima avesse posto ogni suo intendimento ne' diletti del corpo, godendosi, e sollazzandosi con quel, che più gli aggradiva, e che perciò si contaminasse con ogni sorte di lussuria, tenendo sempre, oltre alla moglie, uno stuolo di concubine attorno, alcune delle quali erano anche Saracene; della quale opinione mostra essere stato anche Dante[385], ancorchè Ghibellino, ponendolo a patire le pene dell'Inferno, in un luogo, ove era simil peccato d'eresia punito, con il padre di Guido Cavalcanti, e Farinata degli Uberti Cavaliere Fiorentino, e col Cardinale Ottavio degli Ubaldini, facendo dall'istesso Farinata dire:

Qua entro è lo secondo Federico,

E 'l Cardinale, e degli altri mi taccio.

Ma da ciò, che s'è in questi libri veduto, si conosce, che Federico quando fu corrisposto da' Pontefici, fu cotanto attaccato alla Chiesa romana, ed ai suoi Ministri, che Ottone soleva perciò chiamarlo il Re de' Preti. E si vede ancora dalle tante sue Costituzioni promulgate tutte favorevoli alla giurisdizione della Chiesa, le quali insino oggi s'osservano. Quanto perseguitasse gli Eretici ben si è di sopra veduto, e ben lo dimostrano le severe sue Costituzioni, che promulgò contro i medesimi, non meno per estirpargli da Italia, che dalla Germania[386]. E se dobbiam credere a Capecelatro[387], Inveges[388], e ad alcuni Scrittori, egli fu, che per osservar la promessa fatta al Pontefice Innocenzio III istituì nell'anno 1213 il Tribunal dell'Inquisizione in Sicilia.

In questo nostro Reame si è ancor veduto quanto fosse grande il suo zelo in estirpargli; poichè oltre d'aver pubblicata quella celebre Costituzione Inconsutilem, avendo preinteso, che in queste nostre province, e particolarmente in Napoli, era penetrata l'eresia de' Patareni, mandò l'Arcivescovo di Reggio, e Riccardo di Principato suo Maresciallo a carcerargli. Non istituì però (che che si facesse in Sicilia, di che alcuni anche ne dubitano, non essendovi Scrittor contemporaneo, che lo rapporti) per queste nostre Province particolar Tribunale d'Inquisizione contro i medesimi. Solo comandò a' suoi Ufficiali, che contro di loro, ancorchè non accusati, procedessero ex inquisitione, siccome si costumava negli altri enormi e gravi delitti, e con molto più rigore di quello, che si praticava ne' delitti di lesa Maestà umana. Perciò stabilì, che gl'indiziati, ancorchè per leggieri sospetti, si dovessero portare ad esaminarsi avanti i Prelati e persone ecclesiastiche, come coloro, a' quali appartiene, ed è della lor perizia di conoscere se le opinioni deviano dalla fede cattolica in qualche articolo; i quali Prelati se evidentemente, e con manifeste e chiare pruove conosceranno essere i rei convinti d'eresia, era solamente della loro incumbenza di ammonirgli pastorali more, affinchè lasciassero gli errori, e l'insidie del Demonio; e se, così ammoniti, pertinacemente s'ostineranno ne' loro errori, e costantemente vorranno in quelli perseverare, era terminata la loro incumbenza[389]; e de' rei in cotal guisa convinti, prendevano cura i Magistrati secolari, i quali a tenore di quella sua Costituzione gli sentenziavano a morte, e ad esser bruciati vivi nel cospetto del Popolo. Stabilì ancora che nelle Corti generali, che due volte l'anno doveano tenersi nel Regno, i Prelati dovessero denunciar gli Eretici al suo Legato, ed agli Ufficiali, che componevano quella Corte[390], affinchè ne prendessero severo castigo. E quantunque presso di noi non istituisse particolar Tribunale, volendo, che que' medesimi suoi Ufficiali, a' quali era commessa la punizione di tutti gli altri delitti, procedessero anche in quello: i modi però, che prescrisse di procedere contro gli Eretici, e le pene, ed i mezzi per iscovrirgli, furono troppo diligenti e rigorosi. Egli fu il primo, che generalmente gli condennò a pena di morte: egli castigava severamente i loro recettatori, e coloro, dai quali erano ajutati: favoreggiò le pruove, e volle, che contro di quelli si procedesse anche ex inquisitione, come in tutti gli altri enormi delitti, e che a somiglianza di questi, per inquisirgli bastassero leggieri indizj: separò con ben fermi e chiari confini le conoscenze, che gli Ecclesiastici, ed il Magistrato secolare doveano avere intorno a questo delitto. La conoscenza del diritto, se tal opinione era eretica, o no, tutta intera la lasciò agli Ecclesiastici; e perciò volle, che gl'imputati d'eresia fossero esaminati da persone ecclesiastiche, perchè non altronde poteva conoscersi se l'errore era dannabile o no, se s'opponeva alla nostra Fede, ed a' suoi Dogmi, o non s'opponeva. Essi doveano ricercarli, essendo ciò della lor perizia, non altrimente che negli altri delitti, ne' quali accade richiedersi il giudicio de' periti. La conoscenza del fatto, e la condanna era del Magistrato secolare, non potendo la Chiesa, come altrove fu notato, in questi delitti, toltone di separargli dal consorzio de' Fedeli, condennar a morte, nè a mutilazion di membra, nè d'affliggere i rei con altre temporali pene.

A torto adunque vien lacerata la fama di Federico da' nostri Scrittori italiani, per lo più tutti Guelfi. E se egli fu crudele contro alcuni Prelati, e più contro i Frati e Monaci, ben nel corso di questo libro si sono vedute le cagioni di tanta severità, e delle occasioni dategli d'usarla. Nè deve riputarsi estraneo dalla potestà del Principe, quando si mova con giuste cagioni, e precisamente se lo faccia per ragion di Stato, d'esiliare i Vescovi, discacciargli dalle loro sedi, imprigionare i Frati, ed incrudelire contro di essi, quando sono perturbatori dello Stato, e della pubblica quiete. E molto meno deve parer cosa strana di taglieggiare i beni degli Ecclesiastici, quando il bisogno del Principe e della Repubblica lo richieda.

I Principi, sempre che il bisogno de' loro Regni il richiedeva, sono stati soliti imporre alle Chiese e Monasterj certo tributo, che esigevano unitamente dalle città e Feudatarj; e come altrove fu notato, li Patrimonj delle nostre Chiese pagavano il tributo agli Imperadori d'Oriente.

Carlo M., discacciato Desiderio, e resosi padrone del Regno d'Italia, lo impose alle Chiese e Monasterj d'Italia, come lo testimonia il Sigonio[391]. E coloro, che sotto il nome di Principi di Benevento ressero la maggior parte di queste province, che oggi compongono il nostro Regno, han sempre esatto questi tributi dalle Chiese e monasterj che si tassavan a proporzione, dal valore delle robe, che possedevano. Così quando nell'anno 851 sotto Lotario Imperadore, e Lodovico Re d'Italia suo figliuolo, fu diviso il Principato di Benevento, ed eretto in Principato di Salerno tra Radelchiso Principe di Benevento e Siconolfo Principe di Salerno, abbiamo, che fra l'altre cose, che furono accordate tra questi due Principi, fu che di tutte le robe de' Vescovadi e monasterj, ovvero Xenodochii, se ne prendesse conto, e secondo il valore delle medesime si tassasse il censo solito a contribuirsi al Principe: nel che furono solamente eccettuati i monasterj di Monte Cassino, e l'altro di S. Vincenzo a Vulturno, i quali perchè stavano sotto l'immediata protezione dell'Imperador Lotario, e del Re Lodovico, furono esentati per li privilegi e prerogative, che ne tenevano. Siccome ne furono anche eccettuate le robe degli Abati e d'altri Ecclesiastici, che servivano al Principe nel proprio palazzo[392]. Ma poi mutate le cose ed innalzato da' Papi l'Ordine ecclesiastico in più sublime stato, sottraendogli, così per ciò che riguarda le loro persone, come le loro robe, dalla potestà e giurisdizione del Principe; sembrava Federico empio e tiranno, il quale seguendo gli antichi esempj, si studiava restituire l'antiche ragioni, e preminenze sopra le loro persone e beni.

Del rimanente, tolte da lui queste false accuse, fu Federico un Principe, in cui di pari gareggiavano la giustizia, la magnificenza e la dottrina. Egli ci lasciò molte sagge ed utili leggi; ed a cui molto deve questo Regno, e Napoli più d'ogni altra città del medesimo. Egli amantissimo delle lettere vi fondò una famosa Accademia, ove chiamò gli scolari da tutti i suoi dominj. Egli ancora dottissimo in filosofia, ed in ogni altra scienza, pose in grande onoranza lo studio pubblico di Salerno per la medicina, e ne fondò un altro di nuovo in Padova, togliendolo da Bologna città sua inimica, ordinando, che in questi Studj non dovessero gire a studiare i cittadini delle città Guelfe sue nemiche di Lombardia, di Toscana e di Romagna.

E ciò che è da ammirare, in un secolo, nel quale, come dice l'Anonimo[393], erant Literati pauci, vel nulli, egli non solo fu amante delle buone lettere, ma come studiosissimo di filosofia e d'ogni altra scienza compose un libro de Natura, et Cura Animalium[394]. Egli spinse Giordano Ruffo Maestro della sua Manescalchia reale a comporre un Trattato della cura e medicamenti de' cavalli, il quale nel fine del libro, che si conserva in S. Giovanni a Carbonara, fra i libri, che furono del Cardinal Seripando, dice, che egli di quanto avea scritto n'era stato istrutto da Federico suo Signore.

Fece dal Greco e dall'Arabico traslatare molti libri in linguaggio latino, come l'Almagesto di Tolomeo, l'opere di Aristotele, e molti altri di medicina, e di altre scienze, de' quali, siccome scrive Giovanni Pontano, inviò a donare con sua particolar lettera, che si legge nel terzo libro dell'epistole di Pietro delle Vigne, alcune opere d'Aristotele a' Maestri e Scolari dello Studio di Bologna, prima che divenissero suoi nemici.

Fece parimente comporre da Michele Scotto famoso Medico ed Astrologo di que' tempi, e suo carissimo famigliare molti libri di filosofia, di medicina, e di astrologia, come testifica l'istesso Michele in alcuni d'essi, che li dedica, e Corrado Gesnero nel suo Compendio; ond'è, che le cose filosofiche e le matematiche cominciarono ad aver vita: e per essersi queste opere d'Aristotele, e libri di Galeno, e degli altri Medici arabi lette nelle nostre Scuole, e favorite da Federico, quindi la filosofia d'Aristotele, e la medicina di Galeno, acquistarono appresso di noi, e fecero quei progressi nelle Scuole, che insino a' nostri tempi abbiam veduto.

Fece ancora ridurre in ordine quelle sue Costituzioni, donde furon prese molte Autentiche ed inserite nel Codice di che altrove abbiam ragionato; siccome i libri delle nostre Costituzioni pur a lui li dobbiamo che fece compilare da Pietro delle Vigne celebre Giureconsulto di questi tempi. Compose ancora un libro della Caccia de' Falconi, della quale non s'avea allora notizia alcuna; e Manfredi suo figliuolo vi aggiunse poscia molte altre cose.

E se in sì gran Principe questo anche annoverar si dee, fu egli versatissimo in molte lingue, così nella latina, come nella greca, nella italiana, nella francese ed anche nella saracena, oltre della tedesca sua natia; e si dilettò di poesia italiana, e vagamente molti Sonetti e Canzoni compose, che insino ad ora si leggono unite con quelle di Pietro delle Vigne, di Enzio suo figliuolo e d'alcuni altri Poeti di que' tempi, quando la nostra lingua italiana surta dal mescuglio di tante altre lingue e dalla latina precisamente, cominciava a diffondersi, e che raffinata poi da valenti Scrittori, meritò d'esser paragonata alla latina, ed alla greca istessa, anzi contendere con quelle di maggioranza, ed al suo genio verso la poesia deve questo secolo tanto numero di Poeti antichi, de' quali Lione Allacci[395] tessè lungo catalogo; e fra noi l'Abate di Napoli: Giacomo dell'Uva di Capua: Folco di Calabria: Guglielmo d'Otranto: Guezolo da Taranto: Ruggiero e Giacomo Pugliesi: Cola d'Alessandro, e tanti altri antichi Rimatori nell'infanzia della lingua italiana.

Principe magnificentissimo, che ornò Italia e questo nostro Reame di molti nobili edifici, e particolarmente Capua e Napoli, avendo in questa ampliato e ridotto in miglior forma il castello Capuano; ed in quella rifatto con gran magnificenza l'antico ponte di Casilino sopra il fiume Vulturno con due fortissime torri, ove fece porre la sua statua di marmo, che ancora oggi ivi s'addita.

Fondò molte città in questi suoi Reami, le quali furono Alitea e Monte Lione in Calabria; Flagella in Terra di Lavoro a fronte di Cepparano e Dondona in Puglia, delle quali due oggi non vi è vestigio, essendo subito dopo il lor principio disfatte; Augusta ed Eraclea in Sicilia; e l'Aquila in Apruzzi a' confini del Regno per fronteggiare allo Stato della Chiesa.

Ma quello, di che questo nostro Reame è principalmente debitore a questo Principe, si è il vedere, che sotto di lui con miglior ordine e distinzione si videro divise queste nostre province: ciocchè bisogna minutamente notare, per lo rapporto, che si tiene ancora oggi di questa divisione.

CAPITOLO V. Disposizione e novero delle province, delle quali ora si compone il Regno.

La presente divisione delle nostre province in dodici, che ora compongono il Regno di Napoli, dal Surgente[396], dal Mazzella[397], e comunemente da tutti gli Scrittori s'attribuisce a Federico II Imperadore, le quali non con nome di province, ma di Giustizierati erano dinotate. Ma questa loro opinione non è in tutto vera, poichè nè Federico fu il primo a far cotal divisione, nè a' suoi tempi il lor numero arrivava a dodici ma era minore; onde non al solo Federico, ma a Carlo I d'Angiò, ad Alfonso I d'Aragona ed a Ferdinando il Cattolico, cioè a tutti insieme dee attribuirsi, siccome molto a proposito avvertì il Tassone[398].

Nè questo numero fu sempre costante: poichè in alcun tempo per le novelle prammatiche[399] alcune province (per ciò che riguarda il lor governo ed amministrazione) furono unite, e da poi di nuovo divise in dodici e poste nello stato, nel quale oggi si trovano; nè in tutti i tempi ebbero le medesime città per loro metropoli e sedi de' Presidi.

Sortirono tal divisione tutta difforme dall'antica dei tempi d'Adriano, o di Costantino M. e degli altri Imperadori suoi successori; poichè mutata prima la vecchia descrizione da Longino, indi succeduti i Longobardi, avendo sotto il Ducato, e poi Principato di Benevento comprese parte intere, parte diminuite, la Campagna, la Puglia e la Calabria, la Lucania, e' Bruzi ed il Sannio; variarono in tutto l'antica divisione delle province d'Italia. Sortì ancora questa nostra cistiberina Italia altra divisione, quando di più Principati e Ducati ella si componeva: del Principato di Benevento, che fu poi diviso in altri due, in quello di Salerno, e nell'altro di Capua: indi del Principato di Bari e di quel di Taranto: de' Ducati di Napoli, di Sorrento, di Amalfi, di Gaeta, ed ultimamente di Puglia e di Calabria, siccome ne' precedenti libri di quest'Istoria si è potuto osservare.

Ma la più immediata cagione ed origine di quella divisione che oggi abbiamo di queste nostre province non deve attribuirsi ad altro, che a' Castaldati e Contadi, che v'introdussero i Longobardi; poichè avendo essi diviso il Ducato di Benevento in più Castaldati, come in province, siccome manifesto dal Capitolare del Principe Radelchi rapportato dal Pellegrino, quindi avvenne, che molti di quelli ne' tempi de' Normanni passaron in Giustizierati e da poi in Province.

Quanto fosse il numero di questi Castaldati in tempo de' Longobardi, tutta la diligenza ed accuratezza di Camillo Pellegrino non bastò per diffinirlo; poichè dalla divisione fatta del Principato di Benevento da Radelchi con Siconolfo Principe di Salerno non può certamente sapersi se tanti fossero, quanti se ne veggon in quella nominati. L'accuratissimo Pellegrino[400] ne novera alcuni, de' quali i più insigni furono, quello di Capua, che verso Occidente si distendeva insino a Sora. L'altro di Cosenza, che si stendeva insino a S. Eufemia e Porto del Fico, che sono ancora oggi i confini della provincia di Calabria Citra, di cui tiene Cosenza anche ora il primato, ed è sede de' Presidi, e quello di Cassano. Il Castaldato di Chieti, che abbracciava molte città e terre, e che poi fu detto anche la Marca Teatina. Il Castaldato di Bojano, che co' luoghi adjacenti, posseduto prima da Alezeco Bulgaro sotto nome di Castaldo, passò poi dopo 200 anni a Guandelperto, di cui presso Erchemperto hassi memoria: la qual prerogativa da Bojano essendo passata a Molise, castello a Bojano vicino, sotto nome di Contado, quindi avvenne, che prima fosse detto Contado di Molise e poi provincia del Contado di Molise, il qual nome oggi ritiene.

Fuvvi ancora il Castaldato di Telese e di Sant'Agata: quello d'Avellino; e l'altro d'Acerenza. Fuvvi il Castaldato di Bari, assai celebre presso i Longobardi; onde avvenne, che a' tempi de' Normanni ottenne questa città il primato di tutta la Puglia e fosse riputata sua capo e metropoli. L'altro di Lucera e di Siponto città in Capitanata assai illustri, sotto il di cui Castaldato comprendevansi tutte quelle città e terre, che erano tra il Castaldato di Bari e quello di Chieti. Fuvvi il Castaldato di Taranto, quello di Lucania, ovvero Pesto, e l'altro assai rinomato di Salerno. In questa forma o poco dissimile divisero i Longobardi il Ducato beneventano, che in que' tempi abbracciava nove intere province di quelle, che oggi compongono il Regno di Napoli, e che sortirono questi nomi, cioè di Terra di Lavoro, toltone alcune poche città marittime, come Napoli e Gaeta; del Contado di Molise; di Abruzzo-Citra; Capitanata; Terra di Bari; Basilicata; Calabria-Citra; e l'uno e l'altro Principato; e parte ancora delle province di Terra d'Otranto, di Calabria e d'Abruzzo Ulteriore. E se presso gli Scrittori di questi tempi, e forse anche nel sermon popolare furono ritenuti gli antichi nomi di Campagna; di Calabria e di Puglia; di Lucania e Bruzj e del Sannio, non è, che secondo questi nomi serbassero gli antichi confini e la distribuzione antica; ma chi per ostentar erudizione, chi per dinotare ove erano i Castaldati collocati, d'essi valevansi, non altrimenti che presso di noi ancor rimane l'antico nome di Puglia, ancorchè niuna delle dodici province del Regno si nomini di Puglia, ma di Bari, o di Capitanata.

Succeduti a' Longobardi i Normanni, colla nuova Nazione presero nuovi nomi; e siccome presso i Longobardi, dal nome del Magistrato, al quale era commesso il governo di quelle regioni, ch'essi chiamarono Castaldo, acquistarono il nome di Castaldati: così parimente commettendo i Normanni il governo di quelle province a' loro Ufficiali; ch'essi chiamavano Giustizieri, presero parimente il nome di Giustizierati, onde sursero i nomi del Giustiziero, e Giustizierato di Terra di Lavoro, d'Apruzzo, di Puglia, di Terra di Bari, e simili. E siccome i nomi di queste province furono variati, e da Castaldati, passarono in Giustizierati; così anche ciascheduna di loro, a riserba di alcune, prese nuovo nome, ed alcune altre anche nuova divisione, come si scorgerà chiaro noverandole una per una, secondo la disposizione ed ordine, che oggi tengono presso i nostri più moderni Autori.

§. I. Terra di Lavoro.

Il Castaldato di Capua, non si disse Glustizierato di Capua, ma di Terra di Lavoro. Ma in qual tempo e donde questa provincia prendesse questo nuovo nome di Terra di Lavoro, e lasciasse quello di Campagna, o di Capua, non è di tutti conforme il sentimento. Alcuni credettero, che molto prima de' Normanni avesse questa provincia acquistato tal nome, ingannati dal passo d'una lettera di Martino Romano Pontefice scritta ad Elitterio, nella quale narrando egli ciò che patì nel viaggio, che nell'anno 650 per ordine di Costanzo Imperador greco gli convenne da Roma fare in Oriente, dice: Pervenimus Kalendis Julii Misenam, in qua erat navis, id est carcer; non autem Misenae tantum, sed in Terra Laboris, et non tantum in Terra Laboris, quae subdita est magnae Urbi Romanorum (cioè a Costantinopoli) sed et in pluribus Insularum, ec. Ma siccome ben avvertì l'accuratissimo Camillo Pellegrino[401], chi non vede, che in quella epistola per imperizia de' librari, in vece di dirsi Terra Liparis, siasi con errore scritto Terra Laboris? Perchè secondo il viaggio, che il Pontefice da Roma intraprendeva per Oriente, da Miseno dovea passare in Lipari, siccome da Lipari nell'altre isole, di Nasso, ed altre per condursi in Oriente. Parimente se intendeva di Terra di Lavoro, non dovea separar Miseno da questa provincia, come fece, per esser quella città compresa in quella nè porla tra le altre isole; già che Terra di Lavoro non è isola, ma Terra continente, la quale non era allora tutta sottoposta all'Imperador greco di Costantinopoli.

Non dissimile fu l'error di Narcisso Medico[402], il quale presso Sebastiano Munstero, credette che Terra di Lavoro fosse stata un tempo chiamata anche Terra Leporis; quando gli antichi monumenti, ch'egli allega parlano non già della Campagna, oggi detta Terra di Lavoro, ma della Terra di Lipari: poichè prima così tutte l'isole di Lipari erano nomate: non altrimente che presso Erchemperto[403] si legge, Barium Tellus ed altrove Rhegium Tellus; e noi anche diciamo perciò Terra di Bari, Terra d'Otranto, Terra di Lavoro, ec.

Più sconci, e da non condonarsi furono gli errori presi su ciò dal Biondo, e dal suo seguace Leandro Alberto, e da' nostri moderni Scrittori, che il seguitarono. Credette il Biondo nella descrizione della Campania, che essendo Capua per l'antico odio dei Romani, e per le desolazioni patite, resa infame, i Popoli delle città e terre convicine, reputando il nome de Campani ignominioso insieme e pericoloso, lasciarono di nomarsi più tali, e vollero esser chiamati non più Campani, ma Leborini: e che indi dalla loro ostinata perseveranza nacque, che tutta quella regione nella quale prima eran poste le città e luoghi della Campagna, si nomasse Terra di Lavoro.

Ma esser tutti questi sogni, appieno l'ha dimostrato il non mai a bastanza lodato Pellegrino nella sua Campania[404], il quale ci ha data la vera origine di tal nome, il suo Autore, ed il tempo quando fu a questa provincia imposto. E' narra, che non prima acquistasse tal nome, se non intorno l'anno di Cristo 1091, e non da altri prima il ricevesse, che dal Principe di Capua Riccardo II e da' suoi Normanni in quell'anno, i quali da' Capuani longobardi discacciati da Capua nell'entrar di quest'anno 1091, come abbiam narrato nel nono libro di quest'Istoria, furono i primi, che disusarono nel parlare il nome del Capuano Principato, ed introdussero in suo cambio quello di Terra di Lavoro, preso dalla dolcezza del terreno atto ad ogni travaglio, e lavorio; il qual nome fu da essi ritenuto, benchè di Capua avesser poi di nuovo fatto acquisto nel 1098, sicchè quel primo sol rimase in bocca di pochi, e nelle pubbliche scritture; non in altra maniera, ch'oggi con la stessa varietà, ancor questo Regno ritiene due nomi.

Così questa provincia, che dall'oriente ha per confine il fiume Silari, dall'occaso il Garigliano, già detto Liri, da settentrione il Monte Appennino, e da mezzogiorno il mar Tirreno, acquistò non meno questo nome, che sì ampia estensione, ed oggi infra l'altre tiene nel Regno il primo luogo, non meno per le tante città che l'adornano, e per l'ubertà ed abbondanza de' suoi campi, quanto per Napoli capo già e metropoli del Regno. Ne' tempi, ne' quali siamo di Federico II questa provincia era anche per una annoverata, detta Terra Laboris, come si legge presso Riccardo di S. Germano; e ne' tempi de' Re così normanni, come svevi fu governata dal suo Giustiziero che risedeva ora in Capua, ora in Napoli, ora in altre città di quella, presso di cui erano i Giudici, e gli altri Ufficiali di Giustizia coll'Avvocato fiscale. Egli amministrava l'intera provincia, ancorchè ciascuna delle città avesse suoi particolari Capitani, da cui immediatamente eran rette, dalle determinazioni dei quali per via d'appellazione si ricorreva al Giustiziero della provincia. Anche Napoli, non dico Pozzuoli, e l'altre città, ebbe in questi tempi il suo Capitano, il quale co' suoi Giudici amministrava giustizia in Napoli, e suoi borghi[405]. E poichè ne' tempi di Federico cominciava ad ingrandirsi, volle questo Imperadore, che a pari di Capua, e di Messina, il suo Giustiziero, o sia Capitano potesse presso di se tener tre Giudici, e più Notai; ciò che non era permesso all'altre città minori. E narrasi, che Giudice appresso questo Capitano nell'anno 1269 fosse stato Marino di Caramanico valente Dottore di que' tempi[406].

§. II. Principato citra. §. III. Principato ultra.

L'altra provincia ovvero Giustizierato fu detta, ed ancora oggi ritiene il nome di Principato. Donde prendesse tal nome è assai chiaro; ed in ciò tutti i Scrittori concordano. Arechi quando, come si è narrato nel sesto libro di quest'Istoria, da Duca ch'era di Benevento, volle incoronarsi Principe, fece, che quello che prima era detto Ducato di Benevento prendesse nome di Principato; ed abbracciando allora il Ducato di Benevento, prima della divisione fatta da Radelchi con Siconolfo, anche Salerno, fatta che fu tal divisione, sursero due Principati, e quindi avvenne, che il nome di Principato convenisse ad ambedue, e questa provincia abbracciasse tante immense e spaziose regioni; in maniera che da poi per la sua estensione bisognò dividerla in due; onde surse il nome di Principato citra (l'Appenino) detta ancora Picentina, con parte della Lucania; e Principato ultra (l'Appennino) ovvero il Sannio degl'Irpini.

Il Principato citra, che abbraccia la regione, che fu anticamente abitata da' Picentini, e parte da' Lucani, si divide da Terra di Lavoro col fiume Sarno dall'occaso: da settentrione lo divide dagl'Irpini l'Appennino: dall'oriente il fiume Silario lo divide con la Basilicata; e da mezzogiorno ha per termine il Mar Tirreno, e tiene Salerno per suo capo e metropoli.

Il Principato ultra è quella provincia, che sola delle altre del Regno si allontana dal mare, essendo posta fra' monti nelle viscere dell'Appennino. Ella è nel capo del Sannio, ove furono anticamente gl'Irpini. Si divide dal Principato citra co' gioghi dell'Appennino verso mezzogiorno: da Terra di Lavoro, e Contado di Molise è partita col detto Monte Appennino sopra Nola, e con le Forche Caudine sopra Arpaja verso ponente, e col principio del Monte Matese verso settentrione, col quale ancora si divide da Capitanata verso tramontana; ma più da oriente col medesimo Appennino, col quale si parte ancora da Basilicata. Contiene una contrada detta Valle Beneventana, che fu prima parte principale del Sannio; ed avea prima per metropoli la città di Benevento: ma da poi che quella passò sotto il dominio della Chiesa di Roma, ebbe altre città per sede de' suoi Presidi.

Quindi avvenne, che i Normanni succeduti a' Longobardi nomassero questa provincia col nome di Principato; e l'Abate della Noce[407], trascrivendo nelle sue note alla Cronaca Cassinense le parole del privilegio conceduto da Niccolò II R. P. all'Abate Desiderio, facendolo suo Vicario sopra i monasterj e Monaci di queste nostre province, tra l'altre, novera questa col nome di Principato, come sono le parole del Privilegio: per totam Campaniam, Principatu quoque, et Apuliam, atque Calabriam etc. E Lione Ostiense[408], che scrisse quella Cronaca poco da poi della morte dell'Abate Desiderio; e poi Papa, detto Vittore III pur disse per totam Campaniam, et Principatum, Apuliam quoque, atque Calabriam, etc.

Ne' tempi del nostro Federico II, secondo che Riccardo di S. Germano, parlando delle Corti generali instituite da Federico nel Regno, rapporta, perchè questa provincia non fosse ancor divisa in due, come fu fatto da poi, perchè statuendo Salerno per città, ove dovea tenersi la general Corte, e dove doveano ricorrere le altre province, dice: In Principatu, Terra Laboris, et Comitatu Molisii usque Soram, apud Salernum.

§. IV. Basilicata.

Siegue, secondo quest'ordine, la Basilicata, che occupa molta parte dell'antica Lucania, e parte della M. Grecia. Vien circondata in parte anch'ella dall'Appennino, col quale si divide da Principato ultra, e col medesimo da Principato citra. In questa provincia si divide l'Appennino in due capi principali intorno a Venosa: con quel che va a Brindisi è partita Basilicata da Terra di Bari sino ad Altamura: e con l'altro da Calabria citra infin alla metà del fiume Crati, ove entra Corianello; distendesi un poco al mare, e tocca Terra d'Otranto nel golfo di Taranto nel lido del suo mare piccolo. Confina ancora per breve spazio con Capitanata, dalla quale è divisa con una parte del fiume Ofanto fra Ascoli di Puglia, e Lavello. Ebbe questa provincia Pesto, Venosa, Acerenza, Melfi, ed altre chiare città: ora ha Matera, Potenza, Lavello, ed altre città minori, e delle antiche appena serba vestigio.

Donde questa provincia pigliasse il nome di Basilicata, ed in qual tempo, non ben seppero i nostri Scrittori rintracciarlo: ma sarà molto facile rinvenirlo, se si porrà mente a ciò che nel fine del decimo secolo avvenne a queste nostre province, per le tante spedizioni, e conquiste fattevi da' Greci, i quali siccome per un nuovo Magistrato introdotto da essi in Puglia detto Catapano, diedero nome ad una gran parte della medesima, detta ora perciò Capitanata: così ne' tempi di Basilio Imperador greco, o di qualche suo Capitano, ch'ebbe il medesimo nome, acquistò questa parte di Lucania nome di Basilicata; essendosi veduto nel libro ottavo di quest'Istoria, che nell'anno 989 mentre in Oriente imperava Basilio con Costantino suo fratello, i Greci per la famosa vittoria, che riportarono sopra Ottone II Imperador d'Occidente, non solo dominarono per lungo tempo, insino che da' Normanni non ne fossero discacciati, tutta la Puglia e la Calabria; ma anche questa parte della Lucania fu da Basilio occupata, la quale fu amministrata dagli Ufficiali greci da lui mandati, alcuni de' quali, come è manifesto nella Cronaca di Lupo Protospata, anche tennero di Basilio il nome; onde questa provincia Basilicata fu detta. Giovanni Pontano anche credette, che in questi tempi de' Greci acquistasse questa provincia tal nome; ma donde così si denominasse, soggiunse, jure anceps est, ac dubium[409].

Ne' tempi di Federico II fu da Riccardo da S. Germano la Basilicata anche annoverata per una delle province del Regno, dicendo questo Scrittore, che Federico avea designata la città di Gravina per reggervi la Corte generale, ove doveano ricorrere queste tre province, cioè Apulia, Capitaniata, et Basilicata apud Gravinam.

§. V. Calabria citra. §. VI. Calabria ultra.

La Calabria secondo la denominazione, che prese dagli ultimi Imperadori greci, ne' tempi di Federico era divisa in due; non già come ora diciamo in Calabria citra, ed ultra, ma in Terra Jordana, e Val di Crati, come rapporta Riccardo di S. Germano, in Calabria, Terra Jordane, et Vallis Gratae apud Cusentiam: e questi nomi anche s'osservano nelle scritture, non solo nel Regno degli Angioini, ma anche degli Aragonesi; ed in tempo del Re Alfonso I il Tutino[410] fa vedere, che valevansi di questi medesimi nomi; e si dissero così dal fiume Crati, che irriga quella Valle, come rapporta il Pellegrino[411]; e oggi Terra Jordana diciamo la provincia di Calabria ultra, che riconosce Catanzaro per capo; e Val di Crati Calabria citra, che ha ora Cosenza per sede de' Presidi. Ambedue queste province se ne vanno dall'una e dall'altra parte dell'Appennino al Jonio ed al Tirreno. Si dividono fra loro ne' Mediterranei sopra Cosenza, andando per dritta riga all'uno ed all'altro mare, nel Jonio presso a Strongoli, e nel Tirreno al golfo Ipponiate. La Calabria citra include parte della M. Grecia, termina fra terra con Basilicata e con Principato citra, e nel monte Appennino da Ponente, e si distende all'uno, e all'altro mare; finchè dalla parte, che mira a Levante, si giunge con Calabria ultra. La Calabria ultra (ove furono i Bruzj) ha questi soli confini, dalla parte che ella riguarda Tramontana; ma nel rimanente è per tutto circondata da' mari; da levante, dal Jonio: da mezzogiorno, dal Siciliano: e da ponente, dal Tirreno.

§. VII. Terra di Bari. §. VIII. Terra di Otranto.

La Puglia (secondo che pure i Greci la denominarono) la quale abbracciava ancora parte dell'antica Calabria, ora detta Terra d'Otranto, ne' tempi di Federico non era divisa, com'oggi, in due province, cioè in Terra di Bari, e Terra d'Otranto; e siccome si reputava per una provincia, così anche si denotava coll'istesso nome d'Apulia, come la chiama Riccardo. Egli è però certo, siccome anche rapporta il Pontano[412], che questi nomi di Terra di Bari, e di Terra d'Otranto, nacquero ne' medesimi tempi, ne' quali Basilicata, e Capitanata acquistarono tali nomi: e presso Erchemperto[413] ancor leggiamo: Barium Tellus, e nei diplomi a' tempi de' Normanni anche si legge la provincia di Terra d'Otranto. L'una di queste province fu tale appellata da Bari sua antica ed illustre metropoli, e che fu capo di quella regione. L'altra da Otranto città pur ella chiara e rinomata ne' Salentini.

Terra di Bari, già detta Puglia Peucezia, dalla parte, ch'ella è volta a ponente riceve il suo principio dal fiume Ofanto, e distendendosi per lungo, si contiene fra il lido del mar Adriatico, ch'ella ha da tramontana, e l'Appennino, che da mezzogiorno la divide da Basilicata, ov'ella termina verso levante. Si divide da Terra d'Otranto nel territorio d'Ostuni fra terra, e tra Monopoli e Brindisi nel lido del mare a Villanova, già porto d'Ostuni.

Terra d'Otranto quivi riceve il suo principio, e fu inclusa ancor'ella dagli antichi fra la Puglia, e chiamata ancora Calabria, Japigia e Salentina. Questa provincia forma quell'estremo capo di Terra, ch'è uno de' triangoli d'Italia, ove ha per fine l'uno di que' due principali capi, ne' quali si parte l'Appennino. Finisce ancora ivi il mare adriatico, e si mesce col Jonio; ed è toccata solamente fra terra da ponente con Terra di Bari, e con Basilicata. La circondano poi da Settentrione l'Adriatico, da Levante il fine di questo mare, e 'l principio del Jonio, e da mezzogiorno il golfo di Taranto nel mare Jonio. Ha nelle spiagge marittime Brindisi, Otranto, e Gallipoli e Taranto già fortissime città, e comodissime di Porto.

§. IX. Capitanata.

Quella provincia, che ora diciamo di Capitanata, e che fu anticamente chiamata Puglia Daunia, e che abbracciava la Japigia nel Monte Gargano, acquistò tal nome da' Greci ne' tempi del maggior loro vigore, e quando in Bari tenevano la loro principal sede. Essi, che pensavano mantener le conquiste novellamente fatte, credendo, che col timore potessero mantener in fede que' Popoli, vi mandarono un nuovo Governadore per tener in freno la Puglia, chiamandolo non più Straticò, come gli altri di prima, ma con nome greco Catapano, cioè che ogni cosa potesse. Fra i Catapani, de' quali Lupo Protospata tessè lungo catalogo fuvvi nell'anno 1018 Basilio Bugiano, che da Guglielmo Puliese[414] vien chiamato Bagiano. Questi fu, che per lasciar di se nome in Italia, tolta dal rimanente della Puglia una parte verso il Principato di Benevento, e fattane una nuova provincia, vi fabbricò ancora nuove terre e città, una delle quali nomò Troja per rinovar la memoria dell'antica: l'altre Dragonaria, Firenzuola, ed altre terre: indi la provincia, siccome altrove fu narrato, acquistò nome di Capitanata, il qual ancor oggi ritiene.

Questa provincia è divisa dal Contado di Molise col Monte Matese, e col fiume Fortore, nella foce del quale si tocca con Abruzzo citra, lasciandosi per se Termoli; e girando il monte Gargano, da Siponto pel lido del mare viene insino al fiume dell'Ofanto, col corso del quale si parte da Terra di Bari, lasciandole quelle ville, che sono nel territorio di Barletta, che arriva fin presso al lago di Versentino; col detto fiume Ofanto nel suo principio si divide da Basilicata, e coll'Appennino in Crepacuore, ed in Sferracavalli ha i suoi confini con Principato ultra.

Ne' tempi di Federico fu pure reputata una provincia; onde Riccardo la novera coll'altre del Reame col nome di Capitaniata. Egli è però vero, che ancorchè queste province di Puglia ne' tempi di Federico fossero divise, perchè tutte tre, cioè Capitanata, Terra di Bari e Terra d'Otranto, erano comprese nella Puglia, presa nel più ampio suo significato, un solo Giustiziero le governava, detto perciò il Giustiziero di Puglia.

§. X. Contado di Molise.

Il Contado di Molise, che succedette al Castaldato di Bojano, diede nome ad un'altra picciola provincia, che ancor oggi il ritiene[415]; e 'l prese da Molise città antica del Sannio, non altramente che Isernia, Bojano, ed altri luoghi, che ne' tempi de' Longobardi componevano quel Contado, il qual diede anche nome alla famiglia Molise, oggi estinta. Anche ne' tempi di Federico fu questo Contado distinto dall'altre province, e Riccardo infra l'altre la ripone, col nome istesso di Comitatus Molisii: ond'è che sia stata riputata sempre, e sia ancor oggi la più ristretta provincia di tutte l'altre, nè ritenga sedi di Presidi, ma il di lei governo sia commesso a quel di Capitanata, colla quale si congiunge.

§. XI. Abruzzo ultra. §. XII. Abruzzo citra.

Il Giustizierato d'Abruzzo ne' tempi di Federico II era riputato come una sola provincia, e quest'Imperadore costituì Sulmona per doversi ivi reggere la Corte generale, come narra Riccardo: in Justitiariatu Abrutii, apud Sulmonam. Alfonso I d'Aragona fu quegli, che per togliere i litigi, che spesso sorgevano tra i Questori delle gabelle, la divise in due parti. Fu un tempo questa regione assai chiara, e rinomata per tanti valorosi Popoli, che l'abitarono, i Preguntini, i Marrucini, Amiternini, Marsi, Vestini, Irpini, ed altri. I Longobardi vi costituirono un Castaldato, che nomarono promiscuamente ora d'Abruzzo, ora di Teramo, come si legge presso Pietro Diacono[416]: Castaldatus Teramnensis; poichè Teramo, detta dagli antichi Interamnia, fu la città metropoli de' Preguntini. Donde questa provincia prendesse il nome d'Abruzzo, ancorchè se le assignassero più derivazioni, chi dall'asprezza de' monti, altri dall'abbondanza de' cignali; il vero è ch'ella tale si nomasse da Teramo, che fu chiamata anche Abruzzo per esser metropoli de' Preguntini, dai Latini detti Praegutii, onde con corrotto vocabolo furon da poi chiamati Abrutii[417].

Ebbe quella regione, che ora diciamo Abruzzo ultra (cioè di là dal fiume Pescara) oltre Teramo, Amiterno (dalle ruine della quale è surta l'Aquila, sede oggi de' Presidi) Forcone, Valeria, ed altre chiare città ne' Marsi. Ebbe nella regione de' Maruccini e Ferentani, oggi chiamata Abruzzo citra (cioè di qua dal fiume Pescara) Chieti, detta da Strabone Theate, che fu capo e metropoli de' Marrucini, e che oggi ancor è sede de' Presidi, Ferentana, Orione, Lanciano, Sulmona, Aterno, ed altre insigni città, delle quali alcune ancor oggi sono in piedi. Per queste province d'Abruzzo si divide il Regno dallo Stato della Chiesa romana suo confine mediterraneo, e quasi tutti i confini onde da quello si parte, si fanno con queste province, e con un poco di quella di Terra di Lavoro.

Ecco come a' tempi del nostro Federico erano disposte queste province, che oggi compongono il nostro Reame, chiamate Giustizierati, da Giustizieri, a' quali era commesso il di lor governo. Secondo il conto, che ne fa Riccardo di S. Germano Scrittor di que' tempi, non eran più che diece. Calabria, divisa in due, cioè Terra Jordana, e Val di Crati. Puglia divisa in due, Terra di Otranto, e Terra di Bari. Capitanata. Basilicata. Principato, diviso in due. Terra di Lavoro. Contado di Molise. Giustizierato d'Abruzzo, poi diviso in due.

Non ad ogn'una era destinato il Giustiziero, ma sovente un solo governava più province, come leggiamo di Giacomo Guarna Conte di Marsico, che fu Giustiziero di Puglia e Terra di Lavoro[418], e di Tommaso d'Aquino, che fu Giustiziero di Puglia, sotto la cui amministrazione era tutta la Puglia, che oggi è divisa in tre province; ed anche a' nostri tempi si vede, che il Preside di Capitanata, che tiene la sua sede a Lucera, governa anche la provincia di Contado di Molise. Alle volte due Giustizieri amministravano una provincia, siccome nell'anno 1197. Roberto di Venosa, e Giovanni di Frassineto furono Giustizieri di Terra di Bari; e nell'anno 1225 Pietro d'Eboli, e Niccolò Cicala di Terra di Lavoro[419]. Nel Regno degli Angioini un solo Giustiziero si mandava a più d'una provincia; e così ancora si praticò sotto gli Aragonesi; e fino a' tempi del Re Filippo II per quello, che rapporta Alessandro d'Andrea[420], il quale scrisse, e fu nella guerra, che questo Re ebbe col Pontefice Paolo IV, non vi erano che sei Governadori, chiamati prima Giustizieri, e poi volgarmente Vicerè, e congiungendosi intorno al governo per conto della giustizia alcune province insieme, siccome ne' due Abruzzi vi era allora un sol Preside, nel Contado di Molise, e Capitanata un altro, siccome è ancor oggi. Principato ultra ne avea un altro. Principato citra e Basilicata un altro. Uno terra di Bari, e terra d'Otranto, ed un altro le due Calabrie. Ma da poi al numero de' Ministri dell'entrate regali, chiamati Tesorieri, ovvero Percettori, a comodo de' quali, e per cagion di più diligente esazione fu fatta la divisione, fu pareggiato quello de' Governadori, onde ora, toltone il Contado di Molise, ciascuna provincia tiene il suo proprio e particolar Preside.

CAPITOLO VI. Corti generali, e Fiere istituite da Federico in queste nostre province: suoi figliuoli, che rimasero; e suo testamento.

Tutti questi Giustizieri eran subordinati al Gran Giustiziero del Regno, che in tempo de' Normanni per aver que' Re collocata la loro sede regia in Palermo, quivi risedeva appresso il Re nella sua Gran Corte; ma Federico, che non seppe star fermo in alcun luogo ma per accorrere a' bisogni scorreva sempre per tutte le province de' suoi Reami, presso di lui in ogni città ove si fermava, era la sua Gran Corte, ed il Gran Giustiziero ed i Giudici, che la componevano. E questo savio Principe per meglio riordinare queste province, come amante della giustizia, avendo nell'anno 1233 convocato in Messina un general Parlamento, statuì, che due volte l'anno in certe province del nostro Regno si dovesse tener Corte generale[421], ove qualunque persona, che si sentisse gravata, o mal soddisfatta de' Giustizieri, o di qualunque altro suo Ufficiale esponesse le sue querele ad un suo Nunzio, quivi a quest'effetto da lui mandato, il quale dovesse le querele di tutti porre in iscrittura, e questa ben suggellata con suo suggello, e di quattro altre persone ecclesiastiche di provata fama e probità, dovea presentarla alla sua imperial Corte.

Le querele poi date contro coloro, che non erano Ufficiali, doveano i Giustizieri delle regioni deciderle. Doveano intervenire in queste Corti generali quattro persone di ciascuna città di quella provincia delle migliori, di buona fede ed opinione, come anche di ciascuna terra o castello. E quando non gli scusasse qualche giusto impedimento, stabilì ancora, che vi dovessero assistere i Prelati di que' luoghi, i quali o per essi, quando v'intervenivano, o per altri, quando non erano presenti, dovessero denunciare se nella loro provincia vi erano Patareni, o altri infettati d'eretica pravità, affinchè fossero esterminati e severamente da lui puniti. Doveano queste Corti durare otto dì, e quando occorreva di doversi trattar negozio di momento, poteva prorogarsi il tempo per quindici giorni.

I luoghi, ove doveano celebrarsi, erano in Sicilia, Plazza. In Calabria, Cosenza, ove doveano comparire le due province, cioè Terra Jordana e Valle di Grati, oggi dette Calabria ultra, e Calabria citra. Nella città di Gravina convenir doveano le province di Puglia, Capitanata e Basilicata. Nella città di Salerno, ambedue le province Principato, Terra di Lavoro e Contado di Molise, insino a Sora. E nella città di Sulmona convenir doveano le due province d'Abruzzo.

Il tempo nel quale doveano congregarsi i Ministri per tener queste Corti, era il primo di maggio, ed il primo di novembre. Ed in esse doveano assistere in presenza del Legato, o Nunzio dell'Imperadore, il Maestro Giustiziero, i Giustizieri delle province, il Maestro Camerario, i Camerari, i Baglivi e gli altri Ufficiali della Corte ed i Prelati, i Conti, i Baroni, e' cittadini di que' luoghi e di quella provincia, che secondo erasi stabilito, doveano convenire a quella città designata per la Corte.

In questo medesimo general Parlamento tenuto in Messina, per provedere all'abbondanza di questo nostro Reame, stabilì in sette parti di quello le Fiere generali[422], ove dovessero i mercatanti portar le loro merci, e sin tanto che quelle durassero, non fosse lor permesso portarle altrove. Le prime le stabilì in Sulmona, e volle che durassero, dal dì di S. Giorgio insino alla festa dell'Invenzione di S. Arcangelo. Le seconde in Capua, e volle che durassero, da' 22 di maggio, insino alli 8 di giugno. Le terze in Lucera e duravano, dal dì del B. Giovanni Papa per otto giorni. Le quarte in Bari e duravano dal dì di S. Maria Maddalena, insino alla festa di S. Lorenzo. Le quinte in Taranto, e duravano, dal dì di S. Bartolommeo, insino alla festività della Nascita della Beata Vergine. Le seste in Cosenza, e duravano dalla festa di S. Matteo, insino a quella di S. Dionigi. Le settime in Reggio, e duravano, dal dì di S. Luca, insino al primo di novembre, giorno di tutti i Santi.

Ecco come questo saviissimo Principe pose in miglior ordine lo stato di queste nostre province, alla di cui providenza e saviezza molto debbono; e se non fosse stato nel meglio de' suoi progressi tolto a' mortali, di molte altre provide leggi, e di molti altri pregi, ed utilità avrebbele fornite; ma la sua morte pur troppo immatura, troncò il corso della sua felicità, ed in istato pur troppo lagrimevole da poi si videro, quando per l'ambizione di dominare furono da più invasori combattute e perturbate, e miseramente afflitte, insino che estinta la regal stirpe degli Svevi, ad altra Gente non fossero trasferite; ciò che sarà il soggetto del libro seguente.

Lasciò Federico di varie mogli, e d'alcune concubine, molti figliuoli. Ebbe egli, secondo scrive Giovanni Cuspiniano, sei mogli. La I fu Costanza figliuola del Re Alfonso II d'Aragona e della Regina Sancia di Castiglia; dalla quale generò Errico Re di Alemagna, che morì in prigione, e Giordano, che morì fanciullo. La II fu Jole figliuola di Giovanni di Brenna, Re di Gerusalemme, la quale gli recò in dote le ragioni di quel Reame, pervenute a Jole per cagione della madre Maria, e con lei generò Corrado Re de' Romani. La III fu Agnesa figliuola d'Ottone Duca di Moravia, la quale da lui ripudiata, si maritò ad Udelrico Duca di Carintia. La IV fu Rutina figliuola d'Ottone Conte di Wolffenshausen in Baviera. La V fu Isabella figliuola di Lodovico Duca di Baviera; e di niuna di queste tre generò prole alcuna.

La VI fu pure nomata Isabella, ovvero Elisabetta nata di Giovanni Re d'Inghilterra, sorella del Principe di Galles, poi Re d'Inghilterra e detto Errico III. E notasi negli Atti pubblici di quel Regno, fatti ultimamente stampare dalla Regina Anna, che Federico per trattar questo matrimonio inviò in Inghilterra Pietro delle Vigne; dal qual matrimonio essendone nato Errico, che poi si credette essere stato fatto avvelenar da Corrado, ne nacquero que' disturbi tra il Re d'Inghilterra zio di Errico con Corrado che si noteranno appresso; dalla quale Isabella ebbe anche alcune figliuole femmine oltre Errico; onde mal credette Cuspiniano, che scrisse non esservi nato alcun maschio di questo matrimonio; poichè i più appurati Autori, e fra essi Girolamo Zurita, con più verità dicono, che di lei gli nacque Errico, a cui lasciò il padre il Reame di Gerusalemme, e centomila oncie d'oro; e fu fatto poi avvelenar da Corrado, siccome diremo nel seguente libro. Delle figliuole femmine la primiera nominata Agnesa si maritò con Corrado Langravio di Turingia, e la seconda detta Costanza con Lodovico Langravio d'Assia.

Ebbe anche di Beatrice Principessa d'Antiochia (la quale egli, come dice lo stesso Zurita, tolse illegittimamente per moglie) Federico Principe d'Antiochia, e Conte d'Albi, di Celano, e di Loreto, dal padre intitolato Re di Toscana, secondo che alcuni Autori scrivono: da costui nacque Corrado d'Antiochia, che ammogliatosi con Beatrice figliuola del Conte Galvano Lancia generò Federico, Errico e Galvano d'Antiochia; il cui legnaggio durò alcun tempo chiarissimo in Sicilia.

Generò ancora l'Imperador Federico dalla sorella di Goffredo Maletta Conte del Minio e di Trivento, Signor del Monte S. Angelo, e Gran Camerlengo del Regno, Manfredi Principe di Taranto, e poi Re di Napoli e di Sicilia, e Costanza, che si maritò in vita del padre con Carlo Gio. Vatasio Imperador di Costantinopoli scismatico e nemico della Chiesa romana, siccome appare nel reale Archivio: ciocchè gli rimproverò Innocenzio IV, quando lo privò dell'Imperio; e dal testamento di Federico si raccoglie, che Manfredi da Federico fosse stato reputato, come nato da legittimo matrimonio, giacchè, non altrimenti che Errico, vien invitato Manfredi alla successione de' suoi Stati, in mancanza de' figliuoli di Corrado, e di Errico, e così credettero alcuni Scrittori, che reputarono Manfredi figliuolo legittimo, non bastardo di Federico; ed in ciò ha preso errore Matteo Paris, mentre nella sua istoria crede, che Manfredi sia nato di Bianca Lanza, e che con lei l'Imperadore avesse celebrato il matrimonio, stando infermo poco prima di morire. E dalla detta Bianca Lanza Marchesana, come alcuni dicono, di Monferrato, e da altre donne, gli nacquero Errico Re di Sardegna, nominato comunalmente Enzio, che morì prigioniero in Bologna, ed alcune altre figliuole femmine, delle quali Selvaggia fu moglie d'Ezzelino Tiranno di Padova, un'altra di Tommaso d'Aquino Conte dell'Acerra, ed un'altra del Conte Caserta.

Federico prima di morire fece il suo testamento, nel quale lasciò erede dell'Imperio, e di tutti gli altri suoi Stati, e particolarmente del Reame di Puglia, e di Sicilia Corrado Re de' Romani suo figliuolo; e questi mancando senza figliuoli ordinò, che dovesse succedere Errico altro suo figliuolo, e questi pure morendo senza figliuoli, che gli dovesse succedere Manfredi Principe di Taranto, parimente suo figliuolo; e dimorando Corrado in Alemagna, o in qualsivoglia altro luogo, statuì per suo Balio in Italia, e particolarmente in Puglia ed in Sicilia, Manfredi con amplissima autorità. Lasciò al detto Manfredi il Principato di Taranto con li Contadi di Montescaglioso, di Tricarico e di Gravina, ed il Contado di Monte S. Angelo, con il titolo ed onor suo, che gli aveva in vita donati, con tutte le città, terre e castella, a' detti luoghi appartenenti, con riconoscere Corrado come Sovrano Signore.

Lasciò a Federico suo nipote il Ducato d'Austria, e di Stiria, con condizione, che dovesse egli riconoscerlo da Corrado, e di più diecemila once d'oro.

(Chi fosse questo Federico suo nipote, ce lo additta Matteo Paris ad An. 1251 pag. 102 il quale raccorciando il Testamento di Federico, scrisse: Item Nepoti meo, (scilicet Filii mei Henrici) relinquo Ducatum Austriae, et decem millia unciarum auri).

Lasciò a Errico per suo figliuolo il Regno di Gerusalemme, o Arelatense ad arbitrio del Re Corrado (non com'altri credettero il Regno di Sicilia, di cui insieme con quello di Puglia ne fu Corrado erede; onde mal fece d'Inveges a dividere da ora questo Regno in due, e quel ch'è peggio, chiamare la Puglia Regno di Napoli) e centomila once d'oro; ed altre centomila ne lasciò da spendersi in sussidio di Terra Santa per la salute della sua anima, secondo che avesse ordinato il medesimo Corrado, ed altri nobili Crocesegnati.

Ordinò che si restituissero tutti i beni tolti a' Templarj, ed a tutte l'altre Chiese e Religiosi, de' quali avessero da godere la solita libertà e franchezza che lor si dovea.

Lasciò ordinato, che i suoi vassalli del Reame di Napoli e di Sicilia fossero liberi ed esenti da tutte le generali Collette, secondo che erano a tempo del buon Re Guglielmo; e che tutti i Conti, Cavalieri, Baroni e Feudatarj de' suoi Regni godessero delle loro giurisdizioni, privilegi e franchezza, come goder soleano al tempo del detto Re Guglielmo.

Ordinò, che si rifacessero i danni fatti da' suoi Ministri alle Chiese di Lucera e di Sora, ed a ciascun'altra, che nell'istessa guisa fosse stata danneggiata.

Ordinò, che si ponessero in libertà tutti i prigioni, fuorchè quelli dell'Imperio e del Reame, ch'eran sostenuti per la congiura fatta contro di lui.

Ordinò parimente, che si soddisfacessero tutti coloro, che doveano aver da lui alcuna somma di moneta, e che si restituisse alla Santa Romana Chiesa tutto ciò che s'apparteneva alle ragioni dell'Imperio.

Ordinò, che il suo corpo si dovesse trasportare in Sicilia, e sepellire nel Duomo di Palermo (siccome da Manfredi suo figliuolo fu eseguito) ove eran parimente sepolti il Padre Errico, e la madre Costanza, alla qual Chiesa lasciò cinquecento once d'oro da spendersi in suo servigio per l'anima del padre, e della madre sua, secondo il parere di Bernardo Arcivescovo di Palermo, con alcune altre cose, che nel suo testamento si leggono, fatte non già come eretico o cattivo uomo, ma come buono e fedel Cristiano: il qual testamento, e per queste e per l'altre cose, che contiene degne di memoria abbiam voluto far qui imprimere, essendo l'istesso, che si vedea gli anni addietro nel regale Archivio, siccome scrive Matteo d'Afflitto nelle Costituzioni del Regno, e se ne fa menzione dal Bzovio negli Annali Ecclesiastici, e da altri Scrittori regnicoli, e che da Capece-Latro fu tolto da un original Cronaca scritta da antichissimo tempo degli avvenimenti dell'Imperador Federico, e di alcuni altri de' seguenti Re, che si conservava in suo potere: e si vede esser lo stesso, del quale han fatta menzione il Costanzo, il Summonte, il Tutini[423], e gli altri Autori, che ne han favellato.

(Questo Testamento di Federico è stato anche impresso da Lunig[424] il qual dice averlo trascritto ex Editione P. Octavii Cajetani in sua Isagoge ad Historiam Sacram Siculam; collatum et suppletum ex vetusto Codice Manuscripto Bibliothecae Marchionis Jurattanae.)

Testamento di Federico II.

In Nomine Dei aeterni, et Salvatoris nostri Jesu Christi. Anno ab Incarnatione ejus millesimo ducentesimo quinquagesimo primo, et primo anno Regni Domini nostri Corradi gloriosissimi Romanorum, Hierusalem, Siciliae, et Italiae Regis, mense Januarii, 9 Indictione. Dum in Archiepiscopali Salernitano Palatio, in praesentia Domini Caesaris, Dei gratia Venerabilis Salernitani Archiepiscopi essemus nos Philippus, Matthaeus, Romoaldus, et Philippus Judices, praesentibus Matthaeo de Vallone Straticoto Salerni Philippo Greco, et Gulielmo Curiali Notariis ad hoc specialiter rogatis: Illustris Vir Dominus Bertoldus Marchio de Hohenburch Dei, et Domini nostri Regis Corradi gratia, Dominus Montis fortis, et Argentii, Castri S. Severini, et honoris ejus, ostendit, et praesentavit praedicto Domino Archiepiscopo testamentum, sive ultimam voluntatem quondam Domini nostri Serenissimi Imperatoris Friderici II cerea, et pendente Bulla ejusdem Domini Imperatoris insignitum, quod vidimus, et legimus, et omni vitio, et suspicione carebat, et erat continentiae talis.

In Nomine Dei aeterni, et Salvatoris nostri Jesu Christi, Anno ab Incarnatione ejus millesimo ducentesimo quinquagesimo, die Sabati, decimoseptimo Decembris, nonae Indictionis. Primi parentis incauta transgressio sic posteris legem conditionis indixit, ut eam nec diluvii proclivis ad poenam effugio effrenis adduceret, nec Baptismatis tam celebris, tam salubris unda lineret, quin fatalitatis cu..... mortalibus senescentis aevi.... lascivia transgressionis in poenam culpae transfuga tanquam cicatrix ex vulnere remaneret. Nos igitur Fridericus II Divina favente Clementia Romanorum Imperator semper Augustus, Hierusalem, et Siciliae Rex, memor conditionis humanae, quam semper comitatur humana fragilitas, dum vitae nobis instaret terminus, loquelae, et memoriae in nobis integritate vigentibus, aegri corpore, sani mente, sic animae nostrae consulendum providimus, sic de Imperio, et Regnis nostris duximus disponendum, ut rebus humanis assumpti videamur, et filiis nostris, quibus nos Divina Clementia faecundavit, quos praesenti dispositione sub poena benedictionis nostrae volumus esse contentos, ambitione sublata, omnis materia scandali sopiatur. Statuimus itaque Conradum Romanorum in Regem electum, et Regni Hierosolymitani haeredem dilectum filium nostrum, nobis haeredem in Imperio, et in omnibus aliis... et quoquo modo acquisitis, et specialiter in Regno nostro Siciliae: quem si decedere contingeret sine liberis, succedat ei Henricus filius noster, quo defuncto sine liberis succedat ei Manfredus filius noster: Corrado vero morante in Alemannia, vel alibi extra Regnum, statuimus praedictum Manfredum Balium dicti Corradi in Italia, et specialiter in Regno Siciliae, dantes ei plenariam potestatem omnia faciendi, quae persona nostra facere posset, si viveremus, videlicet, in concedendis Terris, Castris, et Villis, parentelis, et dignitatibus, beneficiis, et omnibus aliis juxta dispositionem suam, praeter antiqua demania Regni Siciliae, quod Corradus, et Henricus praedicti filii nostri, et eorum haeredes omnia, quae ipse fecerit firma, et rata teneant, et observent. Item concedimus, et confirmamus dicto Manfredo filio Principatum Tarenti, videlicet, a Portu Rositi, usque ad ortum fluminis Brandani, cum Comitatibus Montis Caveosi, Tricarici, et Gravinae, prout Comitatus ipse protenditur, a maritima Terrae Bari usque Palinurum, cum Terris omnibus a Palinuro per totam maritimam usque ad dictum Portum Rositi, cum Comitatibus, Castris, et Villis infra contentis cum omnibus Justitiis, pertinentiis, et rationibus omnibus tam ipsius Principatus, quam Comitatuum praedictorum. Concedimus etiam eidem Comitatum Montis S. Angeli, cum titulo, et honore suo, et omnibus Civitatibus, Castris, Villis, Terris, Pertinentiis, Justitiis, et rationibus eidem Comitatui pertinentibus, videlicet, usque de demanio in demanium, et quae de servitio in servitium. Concedimus, et confirmamus eidem quidquid sibi in Imperio etiam a nostra majestate concessum, ita tamen quod praedicta omnia a praefato Corrado teneat, et recognoscat. Item statuimus, quod Federicus nepos noster habeat Ducatus Austriae, et Stiriae, quos a praefato Corrado teneat, et recognoscat, cui Federico judicamus duri pro expensis suis decem millia unciarum auri. Item statuimus, ut Henricus filius noster habeat Regnum Arelatense, vel Regnum Hierosolymitanum, quorum alterum dictus Corradus praefatum Henricum habere voluerit, cui Henrico judicamus dari centum millia unciarum auri pro expensis. Item statuimus, ut centum millia unciarum auri expendantur pro salute animae nostrae in subsidium Terrae Sanctae secundum ordinationem dicti Corradi, et aliorum nobilium Crucesignatorum. Item statuimus, quod omnia bona Militiae Domus Templi, quae Curia nostra tenet restituantur eidem, ea videlicet, quae de Jure debent habere. Item statuimus, ut Ecclesiae, et Domibus Religiosis restituantur jura earum, et gaudeant solita libertate. Item statuimus, quod homines Regni nostri sint liberi, et exempti ab omnibus generalibus collectis, sicut consueverunt esse tempore Regis Gulielmi II Consobrini nostri. Item statuimus, quod Comites, Barone, et Milites, et alii Feudatarii Regni gaudeant juribus, et rationibus, quae consueverunt, habere praedicti Regis Gulielmi in collectis, et aliis. Item statuimus, ut Ecclesiae Luceriae, Sorae, et si quae aliae Ecclesiae laesae sunt per Officiales nostros, reficiantur, et restituantur. Item statuimus, ut tota massaria nostra, quam habemus apud S. Nicolaum de Aufido, et omnes proventus ipsius deputentur ad reparationem, et conservationem Pontis ibi constructi, vel construendi. Item statuimus, ut omnes captivi in carcere nostro detenti liberentur, praeter illos de Imperio, et praeter illos de Regno, qui capti sunt ex proditionis nota. Item statuimus, quod praefatus Manfredus filius noster omnibus benemeritis de Familia nostra provideat vice nostra in Terris, Castris, et Villis, salvo demanio Regni nostri Siciliae, et quod Corradus, et Henricus praedicti filii nostri, et haeredes corum ratum, et firmum habeant quicquid idem Manfredus super hoc duxerit faciendum. Item volumus, et mandamus quod nullus de proditoribus Regni aliquo tempore reverti debeat in Regnum, nec alicui de eorum genere succurrere possint, imo haeredes nostri teneantur de eis vindictam sumere. Item statuimus, quod Mercatoribus creditoribus nostris debita solvantur. Item statuimus, ut Sanctae Romanae Ecclesiae Matri nostrae, et aliorum nostrorum fidelium jura restituantur, si ipsa Ecclesia restituat jura Imperii. Item statuimus, ut si de praesenti infirmitate nostra mori contigerit, in majori Ecclesia Panormitana, in qua Divi Imperatoris Henrici, et Divae Imperatricis Constantiae parentum nostrorum, memoriae recolendae tumulata sunt corpora, corpus nostrum debeat sepeliri; cui Ecclesiae dimittimus uncias auri quingentas pro salute animarum dictorum parentum nostrorum, et nostrae, per manus Berardi Venerabilis Panormitani Archiepiscopi, familiaris, et fidelis nostri, in reparatione ipsius Ecclesiae erogandas. Praedicta autem omnia, quae acta sunt in praesentia praedicti Archiepiscopi, Bertoldi Marchionis de Hohenburch dilecti consanguinei, et familiaris nostri, Riccardi Comitis Casertani dilecti generi nostri, Petri Ruffi de Calabria Marescallae nostrae Magistri, Riccardi de Monte Nigro Magnae Curiae nostrae Magistri Justitiarii, Magistri Joannis de Idrunto Notarii nostri, Fulconis Ruffi, Magistri Joannis de Procida, Magistri Roberti de Panormo Imperii, et Regni Siciliae, et Magnae Curiae nostrae Notarii, meorum fidelium, quos praesenti dispositioni nostrae mandavimus interesse, per praedictum Corradum filium, et haeredem nostrum, et alios successive sub poena benedictionis nostrae tenaciter disponimus observari, alioquin haereditate nostra non gaudeant. Ita autem universis fidelibus nostris praesentibus, et futuris sub sacramento fidelitatis, qua nobis, et haeredibus nostris tenentur, injungimus, ut praedicta omnia illibata teneant, et observent. Praesens autem testamentum nostrum, et ultimam voluntatem nostram, quam robur firmitatis volumus obtinere, per praedictum Magnificum Nicolaum de Brundusio scribi, et signo Sanctae Crucis propriae manus nostrae sigillo nostro, et praedictorum subscriptionibus jussimus communiri. Actum apud Florentinum in Capitanata, anno, mense, die, et indictione praedicta. Anno Imperii nostri XXXII. Regni Hierusalem XXVIII. et Regni Siciliae LI. Signum Sanctae Crucis propriae manus praedicti Domini Imperatoris Federici. Qui supra Berardus Panormitanus Archiepiscopus Domini Imperatoris familiaris. Ego Bertoldus Marchio de Hohenburch iis interfui, et subscripsi. Ego Riccardus Comes Casertae iis interfui, et me subscribi feci. Ego Petrus Ruffus de Calabria Imperialis Maresciallus Magister interfui his, et subscribi feci. Ego Riccardus de Monte Nigro Magnae Imperialis Curiae Magister Justitiarius. Ego Magister Robertus de Panormo, qui supra Judex. Ego Joannes de Idrunto, qui supra interfui. Ego Fulcus Ruffus de Calabria his interfui, et subscripsi. Ego Joannes de Procida Domini Imperatoris Medicus testis sum. Ego, qui supra Notarius Nicolaus de Brundusio, quia omnibus praedictis interfui, praesens testamentum propria manu subscripsi, et meo signo signavi.

Cum autem testamentum praedictum a nobis lectum fuisset, idem Dominus Archiepiscopus tunc nos rogavit, ut quia quaedam in dicto testamento continentur, quae ad utilitatem Salernitanae Ecclesiae Matris nostrae pertinere noscuntur, ipsum insinuare, seu publicare deberemus, ut ex insinuatione, seu publicatione ipsius possit inde fidelis assumi. Nos autem preces juri consentaneas admittentes ipsum testamentum totum per ordinem de verbo ad verbum nihil in eo addito, vel subtracto in hanc scripturam publicam per manum Thomasii publici Salerni Notarii transumi fecimus, et transcribi, quod scripsi Ego praedictus Thomasius publicus Salerni Notarius, qui rogatus interfui, vidi, et legi, et illud in hanc scripturam redigens publicam, meo signo signavi, quod autem superius nititur virgulas scriptum, et legitur nostra, et quod disturbatum est, legitur, recognoscat..... Adest signum ✠. Ego qui supra Philippus Judex ✠. Ego qui supra Matthaeus Judex ✠. Ego qui supra Romoaldus Judex ✠. Ego qui supra Philippus Judex.

FINE DEL VOLUME QUARTO.

[ TAVOLA DE' CAPITOLI] CONTENUTI
NEL TOMO QUARTO

[LIBRO DUODECIMO] pag. 5
[§. I.] L'Imperador Federico I fa lega con Emanuele Comneno Imperadore d'Oriente, e move guerra col Papa al Re Guglielmo 12
[§. II.] Articoli di pace stabiliti con Papa Adriano, ed investitura data dal medesimo al Re Guglielmo; e pace indi seguita coll'Imperadore Emanuele 22
[Cap. I.] L'Imperador Federico sdegnato col Papa della pace fatta con Guglielmo cala di nuovo in Italia: tiene una Dieta in Roncaglia, e restituisce in Italia le regalie 28
[Cap. II.] I Baroni del Regno di Puglia cospirano contro Majone: Matteo Bonello l'uccide, e s'ordisce nuova congiura contro il Re Guglielmo per torgli il Regno, e darlo a Ruggiero suo figliuolo di nove anni 37
[Cap. III.] Il Re Guglielmo posto in libertà ripiglia il governo del Regno: morte di Ruggiero suo primogenito; e nuovi tumulti in Palermo ed in Puglia, che finalmente si quietano per la morte del Bonello e degli altri congiurati 57
[Cap. IV.] Papa Alessandro III riconosciuto da tutti per vero Pontefice, morto l'Antipapa Vittore, ritorna in Roma; ed il Re Guglielmo, dopo aver sedati nuovi tumulti accaduti nel suo palazzo, se ne muore in Palermo l'anno 1166 63
[Cap. V.] Leggi del Re Guglielmo I 69
[LIBRO DECIMOTERZO] 84
[Cap. I.] Nozze del Re Guglielmo con Giovanna figliuola d'Errico II Re d'Inghilterra. Sconfitta data da' Milanesi all'esercito dell'Imperador Federico; e pace indi conchiusa dal medesimo con Papa Alessandro III 94
[§. I.] Dominio del Mare Adriatico 108
[§. II.] I Veneziani sono stati Soggetti degli Imperadori d'Oriente e d'Occidente 115
[Cap. II.] Spedizione de' Siciliani in Grecia: Nozze tra Costanza ed Errico Re di Germania; e morte del Re Guglielmo e sue leggi 128
[§. I.] Leggi del Re Guglielmo II 143
[Cap. III.] Della compilazione de' libri Feudali; e loro Commentatori 148
[§. I.] Dell'uso ed autorità di questi libri nelle nostre province 158
[§. II.] Autori che illustrarono i libri feudali 160
[§. III.] Costituzioni imperiali attenenti ai Feudi, e leggi di Federico I 164
[LIBRO DECIMOQUARTO] 169
[Cap. I.] Guglielmo III Re di Sicilia succede al padre Tancredi. L'Imperador Errico gli muove guerra, gli toglie il Regno, e lo fa suo prigione 188
[Cap. II.] L'Imperadrice Costanza prende il Governo del Regno. Sua morte; e fine del regal legnaggio de' Normanni 203
[Cap. III.] Politia ecclesiastica di queste nostre province per tutto il duodecimo secolo, insino al Regno de' Svevi 209
[§. I.] Nuove Collezioni de' Canoni; e del decreto di Graziano 213
[§. II]. Elezione de' Vescovi ed Abati 217
[LIBRO DECIMOQUINTO] 225
[Cap. I.] Spedizione di Gualtieri Conte di Brenna sopra il Reame di Sicilia per le pretensioni di sua moglie Albinia 235
[§. I.] Cuma distrutta, e la sua Chiesa unita a quella di Napoli 251
[Cap. II.] Papa Innocenzio naviga in Sicilia: conchiude le nozze di Federico con Costanza figliuola d'Alfonso II Re d'Aragona; e difende il Regno dall'invasione d'Ottone IV Imperadore 256
[Cap. III.] Il Re Federico viene eletto Imperadore da' Principi della Germania. Va in Alemagna, ed in Aquisgrana è coronato; ed Innocenzio intima un general Concilio in Laterano 265
[Cap. IV.] Origine dell'Inquisizione contra gli retici; e morte di Papa Innocenzio III 271
[LIBRO DECIMOSESTO] 284
[§. I.] Delle fazioni Guelfe e Ghibelline 290
[§. II.] Della Corte Capuana 293
[Cap. I.] Prime origini delle discordie tra l'Imperador Federico II con Papa Onorio III 297
[Cap. II.] Unione della Corona di Gerusalemme a quella di Sicilia 302
[§. I.] Trasmigrazione de' Saraceni di Sicilia in Lucera di Puglia, e de' Pagani 310
[Cap. III.] Degli Studj generali istituiti da Federico in Napoli 312
[Cap. IV.] De' Giureconsulti, che fiorirono fra noi a questi tempi 319
[Cap. V.] Onorio III sollecita l'Imperador Federico per l'espedizione di Terra Santa ma è prevenuto dalla morte 327
[Cap. VI.] Spedizione di Federico per Terra Santa 336
[Cap. VII.] Spedizione di Gregorio IX sopra il Regno di Puglia 347
[Cap. VIII.] Delle Costituzioni del Regno 369
[§. I.] Dell'uso, ed autorità di queste Costituzioni durante il Regno de' Svevi, e dei loro Spositori 379
[LIBRO DECIMOSETTIMO] 387
[Cap. I.] Errico Re d'Alemagna si ribella contro l'Imperadore Federico suo padre; vinto, s'umilia; e Federico move guerra a' Lombardi in Italia, al che s'oppone Papa Gregorio, da chi finalmente ne fu di nuovo scomunicato 389
[Cap. II.] Si rompe aperta guerra tra Federico, e Papa Gregorio, il quale in mille guise oltraggiato dall'Imperadore se ne muore di dolor d'animo 409
[Cap. III.] Sinibaldo Fieschi è eletto Pontefice sotto nome d'Innocenzio IV, il quale non meno, che il suo predecessore Gregorio prosiegue con Federico la guerra; ed intima il Concilio a Lione in Francia 421
[§. I.] L'Istoria del Concilio di Lione, e della deposizione di Federico 427
[§. II.] Infelice fine di Pietro delle Vigne 434
[Cap. IV.] Federico prosiegue la guerra contro i Lombardi nell'istesso tempo, che Corrado suo figliuolo è travagliato in Alemagna da Errico di Turingia, e da Guglielmo Conte d'Olanda. Muore in Fiorentino, e gli succede Corrado 440
[Cap. V.] Disposizione, e novero delle Province, delle quali ora si compone il Regno 455
[§. I.] Terra di Lavoro 460
[§. II.] Principato Citra 463
[§. III.] Principato Ultra ivi
[§. IV.] Basilicata 465
[§. V.] Calabria Citra 467
[§. VI.] Calabria Ultra ivi
[§. VII.] Terra di Bari 468
[§. VIII.] Terra d'Otranto ivi
[§. IX.] Capitanata 470
[§. X.] Contado di Molise 471
[§. XI.] Abruzzo Ultra 472
[§. XII.] Abruzzo Citra ivi
[Cap. VI.] Corti Generali, e Fiere istituite da Federico in queste nostre province: suoi figliuoli, che rimasero, e suo testamento 475
[Testamento di Federico II] 483

FINE DELL'INDICE