LIBRO QUARANTESIMO
La pace stabilita in Nimega fra le due corone di Spagna e di Francia, dagli andamenti de' Franzesi ben si prevedeva, che dovea avere brevissima durata: dopo la morte di Maria Teresa d'Austria Regina di Francia, seguìta in quest'anno 1683, il dì 30 di luglio, apertamente fu violata: ed essendosi per ciò nel mese di dicembre pubblicati bandi[58] per li quali fu ai Franzesi severamente comandato, che sgombrassero dal nostro Regno, cominciossi di nuovo una più fiera ed ostinata guerra, che durò per molti anni; e quantunque si vedesse cessare per una tregua conchiusa nel mese d'agosto del seguente anno 1684 fra la Spagna e la Francia, e l'Imperadore; nulladimeno si ripigliò da poi più ostinata, che mai, nè finì, se non con la pace di Riswick, conchiusa il dì 20 di settembre dell'anno 1697. Questa guerra tenne sempre solleciti i nostri Vicerè a mandar dal Regno continui e poderosi soccorsi, particolarmente in Catalogna, dove i Franzesi sotto il comando del Duca di Noailles fecero notabili progressi. Ma il prudente e saggio governo del Marchese del Carpio, avendo con savj provvedimenti riordinato il Regno, ci fece sentir poco questi incomodi. A lui dobbiamo, che non pur mentre ci governò, si restituisse in quello la quiete e la tranquillità, ma che in virtù di suoi buoni regolamenti vi durasse anche ne' tempi de' suoi successori.
CAPITOLO I. Del Governo di D. Gaspare de Haro Marchese del Carpio: sue virtù: sua morte, e leggi che ci lasciò.
Prese ch'ebbe il Marchese nel mese di gennajo di quest'anno 1683 le redini del governo, per la sua probità e prudenza, e per la conoscenza, che avea acquistata delle cose del Regno in tempo della sua Ambasceria di Roma, si avvide tosto, che la dissolutezza, ed i disordini procedevano non già, che il Regno avesse bisogno di provvide, e salutari leggi, perchè potesse governarsi con rettitudine; nè che fin allora non fossero stati da' suoi predecessori conosciuti i mali, e che non avessero proccurato di darvi rimedio: conobbe che le loro ordinazioni non potevano essere più savie e prudenti, e s'avvide che i più saggi facitor delle leggi, dopo i Romani, fossero gli Spagnuoli. Ma nell'istesso tempo considerava, che la troppa facilità praticata in dispensarle, e la molta indulgenza usata nell'esecuzione delle pene prescritte, avea corrotta la disciplina, e posto in disordine lo Stato. Vide aver sì bene i suoi predecessori posto ogni studio per darvi rimedio; ma nell'elezione de' mezzi essere stati, o ingannati o trascurati. Per ciò avendosi fisso nel pensiere di regolar la sua condotta con una costante e ferma deliberazione di seguitar rigorosamente le norme d'una incorrotta, ed inflessibile giustizia, cominciò a far valere (perchè non rimanessero inutili) le leggi, e le ordinazioni già stabilite; e perchè si conoscesse la premura, ch'egli avea, acciocchè con effetto fossero osservate, aggiunse egli nuove, e più rigorose pene.
Conobbe nel principio del suo governo la frequenza de' delitti, così nella città, come nel Regno, principalmente derivare dell'asportazione dell'armi da fuoco, e da tante altre sorte d'armi offensive inventate, delle quali, come per usanza, ciascuno era fornito e cinto. Vi erano molte leggi, che severamente ne proibivano l'asportazione; ma la facilità che s'usava in concederne licenza, non pur dal Vicerè, ma da altri magistrati, li quali s'arrogavano tal potestà e l'indulgenza usata nell'esecuzione delle pene, rendevan inutili le proibizioni. A questo fine in febbrajo di quest'anno ne' principj del suo governo, promulgò severa Prammatica[59], per la quale, oltre di rinovar l'antiche, tolse a tutti la facoltà di dar licenza per la loro asportazione, e stabilì severe pene agli trasgressori, le quali erano irremissibilmente fatte eseguire. Conoscendo parimente, che non meno dall'asportazione delle armi, che dalla moltitudine e copia delle persone oziose, vagabonde e disutili, delle quali eran ripiene Napoli e l'altre città e terre del Regno, procedevano i tanti furti, omicidj, assassinamenti, ed altri delitti; la sua vigilanza fu, non solo di rinovar le antiche e nuove leggi ordinanti, che tutti sgombrassero del Regno, ma aggiungendo nuovi rigori, faceva eseguir la Legge, imponendone a' magistrati con molta premura l'adempimento e l'esecuzione[60]. Tal che in breve tempo si videro nella città e nel Regno tolte due principalissime cagioni di tanti delitti e disordini.
Vide la frode e l'inganno aver preso gran piede in tutte le arti, ed in quelle particolarmente dove era molto più dannosa e pregiudiziale, cioè negli Orafi, ed Argentieri, e ne' Tessitori di drappo d'oro e di seta. Pose perciò egli tutta la sua vigilanza in estirparla; ed a tal fine fece pubblicare più ordinanze, prescritte dal Re Carlo II per toglier le loro frodi, le quali volle che inviolabilmente s'osservassero[61], e tassò egli li prezzi de' drappi di seta[62]; e contro gli Orafi, ed Argentieri diede egli varj provvedimenti[63] per ovviare alle loro frodi, ed inganni. Scorgendo, che non meno la città, che il Regno languivano nelle miserie, per li perniziosi abusi introdotti nella ricchezza delle vesti, nel numero de' servidori, e negli altri lussi, con severa legge[64] proibì l'eccessivo numero dei servidori, le vesti ricamate, e i drappi d'oro e d'argento: vietando parimente, che questo metallo non si consumasse nelle sedie da mano, nelle carrozze, nei calessi, insino nelle selle di cavalli.
Attese non meno alla riforma de' nostri Tribunali, e con somma vigilanza proccurò estirparne gli abusi, e le corruttele. Avendo il visitator Carati dopo la visita de' nostri Tribunali, fatta una piena rappresentazione al Re de' molti abusi introdotti in quelli, e particolarmente nel Consiglio di S. Chiara, de' quali ne fece un lungo catalogo: il Re dandovi sopra ciascheduno dovuta provvidenza con sua regal carta spedita in Madrid a' 18 di settembre del 1684, incaricò al Marchese, che ponesse ogni studio in fargli abolire; ond'egli a' 19 d'aprile del seguente anno 1685, ne comandò una precisa esecuzione[65] e nell'istesso tempo tolse anche i molti abusi introdotti nella Corte della Bagliva di Napoli, prescrivendole molti regolamenti per sua miglior riforma[66].
Ma ciò, che presso di noi rese degno d'immortal gloria questo savio Ministro, fu d'aver data la total quiete al Regno per due azioni veramente illustri, di aver abolita la vecchia, e formata la nuova Moneta; e d'aver affatto sterminati gli sbanditi dalle nostre province. Dalli precedenti libri si è veduto quanto in ciò si fossero travagliati in vano i suoi predecessori, perchè non seppero mai trovar i mezzi più proprj ed efficaci per ridurre a glorioso fine imprese sì dure e malagevoli. Considerando egli perciò la loro arduità, ed all'incontro quanto non men a se gloria, che allo Stato indicibile bene e tranquillità sarebbe per apportare, dirizzò tutti i suoi talenti a trovar mezzi convenevoli per ridurle a fine.
Formò pertanto una nuova Giunta di prudenti, e ben esperti Ministri, dove doveano esaminarsi con la maggior vigilanza, ed accorgimento tutti i più proporzionati mezzi per la fabbrica d'una nuova Moneta, che fosse di bontà e di peso, e che restituisse il giusto prezzo alle merci, il sollievo a' Cittadini, ed a' Negozianti forastieri l'antica opinione e stima della moneta del Regno. Non faceva mestieri pensare all'abolizione dell'antica, se non si cominciasse a pensar sopra gli espedienti per la fabbrica della nuova; ma perchè ciò era un affare di somma importanza, e che per maturamente risolversi richiedeva tempo e molto scrutinio: perciò, affinchè in tanto che si pensava al rimedio, il male non s'avanzasse, con rigorosi editti pubblicati a' 29 di maggio 1683, primo anno del suo governo, rinovò l'antiche Prammatiche contro coloro, che introducevano nel Regno monete false, contro gli orafi, argentieri, ed altre persone, che ardissero di fondere qualsisia sorta di moneta, aggiungendo alle già stabilite pene, altre più gravi, e severe[67]. Da poi, considerandosi, che per supplire al danno, che per necessità dovea cagionare l'abolizione della vecchia, e la formazione della nuova moneta fosse altrettanto indispensabile doversi pensare donde tal danno dovesse supplirsi; dopo varj scrutinj e rigorosi esaminamenti fatti in più sessioni avute nella giunta, riflettendosi, che per ottener la tranquillità d'un sì florido Regno, fosse perdita molto leggiera di venire all'imposizione di qualche peso, o picciolo gravame a' sudditi: fu pertanto risoluto, che s'imponessero in perpetuo grana quindici per ogni tomolo di sale più del prezzo, che a que' tempi si vendeva, da pagarsi da tutti e qualsivoglia persone, senz'eccezione alcuna ed anche un'annata di tutte le rendite, tanto de' forastieri, quanto de' Napoletani e regnicoli abitanti fuori del Regno con casa e famiglia, senz'eccezione di persona, di stato, o grado, da esigersi però in tre anni. Tutte le Piazze così Nobili, come quella del Popolo, concorsero di buon animo a questa deliberazione, e dal Regio Collateral Consiglio nel mese di luglio ne fu Interposto solenne e pubblico decreto. Ciò che dal Tribunal della Regia Camera fu tosto mandato in esecuzione con ispedire per la città e province del Regno gli opportuni ordini per la distribuzione e riscuotimento[68].
Fu da poi immantinente posta mano alla fabbrica della nuova moneta, e fur prescritti dal Vicerè molti regolamenti intorno alle fonderie, agli artefici, agli affinatori, a' tiratori d'oro, a' mercanti, agli orefici, argentieri e bancherotti; e dati vari provvedimenti[69], perchè le frodi e gl'inganni, in opera che per se richiedeva tutta la buona fede, non vi avesser parte alcuna. Furono dal 1683 insino all'ultimo anno del suo governo, fabbricate quattro sorte di monete nuove di argento, tutte d'una stessa bontà intrinseca. La I chiamata ducatone, (alla quale si era dato valore di grana cento) avea da una parte impressa l'effigie del Re, e dall'altra uno scettro coronato e due globi col motto: Unus non sufficit. La II detta mezzo ducatone, il cui valore era di grana cinquanta, avea pure da una parte l'effigie del Re, e dall'altra la figura della Vittoria sopra un globo, tenendo in una mano lo scudo con le arme regali d'Aragona e di Sicilia, e nell'altra una palma. La III il cui valore era di grana venti, da una parte avea lo scudo dell'armi regali, e dalla altra un globo, in cui è descritto il sito geografico del Regno di Napoli, ornato da due cornocopj indicanti la giustizia e l'abbondanza. La IV il cui valore ascrittole era di grana diece, da una parte ha l'effigie del Re, e dall'altra un lione sedente col motto: majestate securus.
(Queste quattro monete nella maniera qui descritta furono impresse dal Vergara tra le monete del Regno di Napoli Tav 54.)
Ma mentre si proseguiva questa grand'opera, scorgendosi che per essersi data a questa nuova moneta tal valore, sebbene soddisfacesse al desiderio del Vicerè, che proccurava, che la moneta di questo Regno per bontà intrinseca, non meno riuscisse di sollievo a' Cittadini, con tutto ciò non s'arrivava a supplire al danno, che dovea cagionare l'abolizione dell'antica e formazione della nuova, e di più essendosi considerato ancora, che per essere alterato il prezzo dell'argento, da poi che s'era cominciata la fabbrica della nuova moneta, ne sarebbe succeduto, che poteva venir quella in breve tempo distrutta o con liquefarsi, o con mandarsi fuori del Regno per contenere maggior valore intrinseco di quello, che se l'era dato; si pensò perciò di alterarla di un grano sopra ogni diece, più di quello erasi stabilito.
Si proponevano difficoltà dalle Piazze intorno a tal alterazione, riputandola dannosa e pregiudiziale al Regno: tal che ne fu differita per allora la pubblicazione. E mentre si stava, nell'anno 1687, dibattendo sopra questo affare, ecco che s'inferma il Vicerè, ed in novembre da importuna morte è a noi tolto. Morì al piacere del suo immortal nome, e senza che avesse potuto godere de' frutti di questa sua gloriosa impresa, lasciò al suo successore questo vanto. Il Conte di S. Stefano, che gli successe, per non trascurare sì opportuna occasione, che ne' principi del suo governo potea recargli gran fama, avidamente la ricevè; e senza altro maggior dibattimento, non curando le difficoltà proposte dalle Piazze, approvò la premeditata alterazione dello monete già coniate, e prestamente, nel 1688, ne fabbricò tre altre spezie, con dare all'una il nome di tarì, che avea da una parte l'effigie del Re e dall'altra le sue semplici arme regali, col valore di grana venti: all'altra di carlino, che avea pure la medesima impronta, con aggiungervi solo alle Regali arme l'insegna del Tosone, col valore di grana diece; ed all'ultima di grana otto, coll'istessa effigie del Re da una parte, e dall'altra la Croce quadra con raggi a quatro angoli[70]; ed a' 11 dicembre del medesimo anno 1688, per mezzo d'una sua Prammatica[71], ordinò la pubblicazione della nuova e l'abolizione della vecchia ed il di lor scambiamento, e diede intorno a ciò varj regolamenti, non meno per la città, che per le province del Regno, siccome diremo, quando del suo governo ci accaderà di ragionare.
Ma se il Marchese del Carpio non potè aver il piacere di veder compita quest'opera, l'ebbe pur troppo nell'altra gloriosa intrapresa del totale esterminio de' banditi. Egli, fra tanti che a ciò si accinsero, vide co' suoi propri occhi purgato il Regno di tali masnade e restituito nell'antica tranquillità. Per estirparli affatto, dopo aver nel primo anno del suo governo conceduto un pieno indulto a tutti gl'inquisiti e fuorgiudicati, purchè attendessero alla persecuzione tanto de' loro Capi e comitive, quanto dell'altre squadre che scorrevano la campagna[72], si pose con ogni studio a disporre i mezzi per lo total loro esterminio; gli spedì contro milizie, ordinò l'abbattimento di tutte le torri, o case dove solevan annidarsi: ed ove trovò resistenza, vi fece condurre l'artiglierie e batterli con ostinato e risoluto animo di distruggerli affatto: pose grosse taglie per premio di coloro, che non potendo vivi, gli portassero le loro teste, e con questi risoluti ed efficaci mezzi purgò molte province del Regno di tal peste. Rimanevano però le due province d'Apruzzo assai contaminate, nelle quali questi ribaldi, disprezzando non meno gl'inviti fattigli di perdono, purchè si riducessero ad emendarsi, che li rigori praticati con li contumaci; più pertinaci, che mai, non tralasciavano le rapine, gl'incendj, i ricatti, i saccheggiamenti, ed altre enormi scelleratezze. Applicò egli pertanto i suoi pensieri per estirparli ancora da queste province, affinchè tutto il Regno si riducesse in riposo e tranquillità. A questo fine pubblicò a' 12 giugno dell'anno 1684 una severa Prammatica[73] contenente più capi, nelli quali non meno a' presidi, che a' sindici delle comunità di ciascheduna città o terra rigorosamente s'incaricava di scoprirli, perseguitarli, e minacciò severe pene contro coloro, che vivi li nascondessero, ed anche morti li seppellissero.
Ma quello, che più d'ogni altro produsse il total loro esterminio, fu l'avere questo savio Ministro con rigorosi ed efficaci mezzi, proccurato d'avvilire e recar terrore a' loro protettori, ricettatori e corrispondenti. La maggior parte erano sostenuti da diversi Baroni, ed altre persone potenti, li quali proccuravan ricetto e vitto, e per mezzo o di lettere o ambasciate, avvisavanli degli aguati e insidie, che gli eran tese. Per ciò fulminò contro costoro severa legge, per la quale, oltre di rinovar l'antiche pene, aggiunse dell'altre più terribili, nelle quali volle, che si comprendessero tutti coloro, che tenessero con banditi qualsisia corrispondenza, egli assistessero con ajuto e favore o con vittovaglie, o loro scrivessero avvisi o raccomandazioni, ancorchè stassero fuori del Regno, e sotto il dominio d'altro Principe. Anzi, concorrendo nella protezione o ricettazione qualità tale che alterasse il delitto, come, se cotali ricettatori partecipassero dei furti e de' ricatti, o fossero mediatori e gli ajutassero ne' loro delitti, ovvero provvedesser loro d'armi, di polvere e di altri arnesi per armare, acciocchè si potessero mantenere in campagna, o pure loro facessero commettere violenze: in tali casi rimise all'arbitrio del Giudice, di stendere le pene imposte, insino alla pena di morte naturale: favorendo ancora in ciò le pruove, con ammettere la testimonianza di due banditi e le pruove di due testimonj, ancorchè singolari, perchè s'avessero per pienamente convinti. Questi rigori fecero da dovero pensare a' loro protettori di abbandonarli affatto, li quali scorgendo, che le pene erano inviolabilmente eseguite, senz'ammettersi scusa alcuna, nè avendo luogo la grazia o il favore, fece sì che tutti si ritraessero da proteggerli. Quando questi ribaldi si videro senza ricovero, si costernarono in guisa, che tutti, o colla fuga cercarono scampo, o rimessi cercarono perdono, o finalmente presi portarono i condegni castighi delle loro scelleragini. Così furono estirpati affatto dal Regno con total esterminio, tal che di essi non ne rimase alcun vestigio. E riuscì l'impresa così felice e gloriosa, che presso di noi se ne perdè affatto la semenza: tal che quella quiete, che da poi il Regno ha goduto e gode nella sicurtà dei viaggi, de' traffichi e del commerzio, tutta si deve all'incomparabile vigilanza e provvidenza di questo savio e glorioso ministro, la cui memoria per ciò rimarrà presso noi sempre eterna ed immortale.
Molto ancora gli dobbiamo per averci tolto un altro pernizioso e scandaloso male, che radicatosi non men in Napoli, che nell'altre città del Regno, cagionava infiniti disordini ed oppressioni. Alcuni potenti nutrendo ne' loro palagi molti scherani ed uomini di male affare, incutevan timore a' più deboli, minacciandoli, sovente sfregiandoli, ed in mille guise oltraggiandoli e con imperio estorquendo da essi tutto ciò che lor veniva in mente: favorivano gli uomini più rei, nè vi era faccenda nella quale non s'intrigassero, non forzassero i più deboli di fare a lor voglia. Sforzavano i padri di famiglia a collocare in matrimonio le lor figliuole con chi ad essi piaceva: n'impedivano degli altri da essi non graditi: in brieve avean ridotti i cittadini in una miserabile servitù. Estirpò questo eroe con gran vigore sin dalle radici sì pernizioso malore: punì severamente gli scherani, li dissipò tutti, ed a' loro protettori con severe pene portò tal terrore, che se n'estinse affatto ogni abuso: tal che non si videro da poi, nè soverchierie, nè imperj, ed il timor della giustizia fu per tutti eguale.
Ma ciò, che maggiormente fece conoscere, che in questo Ministro s'accoppiavano tutte le virtù più commendabili, fu che nell'istesso tempo, ch'era terribile contro gl'imperiosi ed ingiusti, era tutto umano e placido con gli uomini da bene e con i deboli. La sua pietà era ammirabile: sovveniva con inudita carità i poveri e dall'ingiuria della fortuna oppressi; invigilava per se medesimo perchè non si soverchiassero i deboli e gl'impotenti: ebbe per inimica mortale la sordidezza: molto più la cupidigia delle ricchezze. Era sobrio, ed in tutte le cose parco e moderato; ma nell'istesso tempo magnanimo e grande.
Conoscendo, che per tener soddisfatto il Popolo, bisognava lautamente provvederlo di quelle due cose che ardentemente desidera, Panem et Circenses, egli applicò i suoi talenti a tener in abbondanza la città di ogni sorte di viveri, tal che non vi fu Vicerè, che fosse cotanto amato ed adorato quanto lui dal Popolo: gioiva questi e tutto ubbriacato d'allegrezza e di contento gli correva dietro per le pubbliche strade, ed innalzando insino al cielo le sue lodi ed encomj, lo chiamavan con tenerezza affettuoso padre e signore.
Negli spettacoli fu imitatore della magnificenza degli antichi Romani: non ne vide Napoli più magnifichi e stupendi. Ne rimangono ancora a noi le memorie, che nè la lunghezza del tempo, nè l'invidia l'emulazione le potrà cancellare. I suoi successori, che mossi dal suo esempio vollero imitarlo, riuscirono al paragone secondi e molto inferiori. Ma o sia, che morte per suo costante tenore soglia furarne i migliori: o veramente che il fatto sinistro di questo reame con consenta, che lungamente perseveri nella felicità e contenti; nel meglio del suo glorioso corso, venne a noi pur troppo intempestivamente rapito. Infermatosi egli di febbre lenta, diede in prima a' Medici speranza di potersene riavere, ma aggravatosi il male, ancorchè con lentezza, lo condusse finalmente alla morte nel dì 15 di novembre di quest'anno 1687. Fu amaramente pianto da tutti gli ordini, ed assai più dal Popolo, che non poteva darsi pace, nè conforto per una sì grave ed irreparabil perdita. Oltre i savi provvedimenti sinora rapportati, ce ne lasciò ancor degli altri, che vengono additati nella tante volte rammentata Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche. Morte crudele tolse a noi di lui altri monumenti, ed altre insigni memorie, che si doveano sperare dalla sua magnanimità ed ammirabile sapienza. Il suo cadavere con superba e militar pompa fu condotto nella chiesa del Carmine, ove gli furon celebrate magnifiche esequie. Ed intanto rimaso il vedovo Regno senza il suo rettore, corse da Roma il G. Contestabile del Regno D. Lorenzo Colonna a prenderne il Governo, infino che dal Re non si fosse provveduto di successore. Ma poco tempo durò la costui amministrazione; poichè essendosi dalla Corte di Spagna destinato per successore il Conte di S. Stefano, che si trovava Vicerè nella vicina Sicilia, tosto egli si portò in Napoli, e ne prese immantenente il governo, di cui saremo ora a ragionare.
CAPITOLO II. Governo di D. Francesco Benavides Conte di S. Stefano: suoi provvedimenti e leggi che ci lasciò.
Il Conte di S. Stefano, lasciato il governo dell'Isola di Sicilia, si portò subitamente in Napoli, dove giunse nel fin di dicembre, e nell'entrar del nuovo anno 1688 cominciò ad amministrarlo. In questo primo anno del suo governo s'intese in Napoli un così spaventevole tremuoto, che abbattè i più cospicui edificj: cadde la gran cupola del Gesù Nuovo, e l'antico portico del Tempio di Castore e Polluce, ch'era un perfetto esemplare dell'ordine Corintio. Fu rovinata Benevento, Cerreto ed altre Terre. Ma sopra tutto apportò non poco cordoglio la morte, per mal di pietra, nel seguente anno 1689, accaduta agli 12 d'agosto, dell'esemplarissimo Pontefice Innocenzio XI, a cui a' 6 di ottobre succede Pietro Cardinal Ottoboni, col nome d'Alessandro VIII. Proccurò il Conte calcare le medesime orme del suo predecessore, avendo egli avuta la sorte d'esser succeduto ad un tanto Eroe, donde potea prender ben illustri esempi d'un ottimo governo. Rinvigorì per tanto con nuove sue Prammatiche quelle stabilite dal Carpio intorno all'asportazione delle armi, all'Annona, e al prezzo delle cose. Ma sopra ogni altro, non meno in questo primo anno del suo governo, che nelli seguenti fu tutto inteso a regolare lo scambiamento della vecchia moneta colla nuova, da lui, come si disse, pubblicata, accresciuta ed alterata nel valore. Prescrisse in quest'anno 1688 molti regolamenti intorno a questo scambiamento, disegnando i luoghi e le persone non meno nella città, che in tutte le province del Regno. Previde i disordini, che poteano accadere, e vi diede vari provvedimenti. Fece continuare la fabbrica della nuova moneta, aggiungendo nell'anno 1689 due altre spezie, cioè il ducato, che ha dall'una parte il ritratto del Re coronato, e dall'altra le sue Armi, ed il mezzo ducato, colle medesime impronte[74]; anzi permise, che a qualunque persona volesse nella Regia Zecca farsela fabbricare con suoi argenti al peso e bontà di quella, che si era fabbricata, fosse lecito di farlo col solo pagamento di grana 32 per ogni libbra d'argento per la manifattura e lavoro[75]. Che nello scambiamento si ricevessero le antiche monete, ancorchè di falso conio, purchè l'argento fosse buono[76]. Regolò la maniera, come dovesse praticarsi ne' Banchi, e prescrisse il modo intorno alla recezione delle polizze, e delle fedi di credito[77]. Rinovando le antiche leggi promulgate contro i falsificatori e tonditori delle vecchie monete, altre più rigorose e severe ne stabilì contro coloro, che avessero ardimento di adulterar le nuove[78]. In brieve ebb'egli il vanto di ridurre a compimento questa utilissima opera, per la quale si vide presso di noi rifiorire il commerzio, e fu restituito nel Regno lo splendore della negoziazione e del traffico. E se questo ministro si fosse contenuto tra questi limiti, la sua fama presso di noi correrebbe assai più chiara e luminosa; ma l'aver voluto da poi a' 8 di gennajo del 1691 con nuova Prammatica[79] non bastandogli l'alterazione già fatta, alterar di nuovo la moneta con doppio avanzo, fino di venti per cento, nella forma, che si spende al presente (con far coniare per ciò, a' 7 aprile del medesimo anno, quattro altre nuove spezie di moneta, il ducato, mezzo ducato, tarì e carlino, che hanno la medesima impronta, da una parte il ritratto del Re coronato, e dall'altra l'insegna del Tosone)[80] cagionò non meno alla sua fama, che alla negoziazione del Regno non picciol danno e nocumento; e tanto più gli fu di biasimo, quanto che avendo in quella sua Prammatica espresso, che una delle cagioni, per le quali era mosso a far questa alterazione si fu d'estinguere dall'augumento del denaro, che si trovava ne' pubblici Banchi, la gabella delle grana 15 imposta, per la fabbrica della nuova moneta, sopra il sale, questa estinzione non seguì giammai, tal che ci rimane il peso, ed insieme il danno recatoci dall'alterazione.
Intanto a Corte di Spagna agitata da gravi pensieri per la creduta sterilità della Regina Maria Lodovica Borbone, fu veduta poco da poi in funestissimi apparati piangerne la morte. Morì questa incomparabile Regina il dì 12 di febbrajo dell'anno 1689, ed il Re Carlo II suo marito, per compire a' suoi ultimi ufficj, comandò, che a spese Regie si celebrassero con magnifica pompa esequie solenni in tutti i suoi Regni. Toccò al Conte di S. Stefano d'eseguirlo in Napoli; onde dopo aver dati premurosi ordini ai Presidi delle province, che nelle città più cospicue facessero celebrare solenni esequie alla defunta Regina, comandò, che in Napoli si celebrassero assai più maestosi e magnifici funerali: Fu secondo l'uso già introdotto trascelta la Chiesa di S. Chiara, dove si ergè il Mausoleo, la magnificenza del quale, la bellezza dei poetici componimenti, e la solennità delle cerimonie furono tali, che maggiori non si erano per l'addietro vedute. Non fu mestieri a questi tempi, come già, ricorrere a' Gesuiti per questi componimenti, poichè nella nostra città fiorivan, per lo progresso che vi avean fatto le buone lettere, molti insigni e rinomati Letterati. Furono adunque costoro adoperati, e colui che v'ebbe la maggior parte fu il celebre Domenico Aulisio, pregio della nostra Università degli Studi, il quale adornò della più peregrina e varia erudizione, vi compose nobilissimi elogi ed alquante purissime ed eleganti iscrizioni. Fu destinato il giorno nono di maggio per la sagra cerimonia, la quale dovendo durare dal vespro fino alla seguente mattina, fu obbligato il Vicerè a far continua la vigilia sopra il tumulo, senza partirsi da quel luogo, nè per la notte, dove erasi portato, secondo l'antico costume, solennemente con cavalcata; nella quale gli Eletti della città col Marchese di Fuscaldo Sindaco, cinto da' Baroni del Regno, e da molti Nobili, accompagnarono il Vicerè. Furono piantati due grossi squadroni in due diversi luoghi della città, uno di fanti nella piazza dei regal palagio, l'altro di fanti e cavalli nel largo, che è a lato alla chiesa di S. Chiara, con tutti i loro Capi militari vestiti a bruno, e tenendo l'armi capovolte, conforme l'uso fin da tempi antichissimi a noi trasmessoci da' Greci e da' Romani, li quali nelle pompe de' funerali voltavano le punte dell'aste in terra, ed imbracciavan gli scudi al rovescio.
(Di quest'uso antichissimo ci rende testimonianza Virgilio Libro XI Aeneid in princip. dove parla dei funerali celebrati a Pallante figliuolo d'Evandro).
Vegghiatosi tutta la notte sopra il tumulo, la mattina seguente, dovendosi compire la sagra cerimonia, ritornò il Vicerè in chiesa, dove cantossi l'uffizio; da poi nell'altar eretto vicino al mausoleo, si celebrò da Monsignor Francesco Pignatelli, Arcivescovo di Taranto, ora Cardinale, ed esemplarissimo nostro Arcivescovo, il sagrifizio della Messa, nella qual celebrità ebbe quattro Vescovi assistenti: quello di Gaeta, di Castellamare, d'Acerra e di Capaccio. Si recitò poi dal P. Ventimiglia Teatino l'Orazione in lingua Spagnuola, la qual finita, lo stesso Monsignor di Taranto, dato l'incenso, ed asperso il tumulo finì la sagra cerimonia. Fu data la cura all'Aulisio di comporre una minuta e distinta descrizione non men degli apparati, e del mausoleo colle iscrizioni, che delle cerimonie e solennità celebrate sopra il deposito: ed egli compiutamente l'avea eseguito, con distenderne un libretto, a cui diede il titolo: Descrizione del Mausoleo, e delle solennità sopra il deposito della Regina Maria Lodovica Borbone; nel quale fe' pompa della sua varia e pellegrina erudizione: ma non avendo voluto poi darlo alle stampe, per la natural repugnanza che vi avea in tutte le sue cose, ancorchè rare e pellegrine, si conserva ora da noi M. S. insieme coll'altre insigni e nobili sue fatiche.
Il vedovo nostro Re, per secondare i voli de' suoi sudditi, che sospiravan da lui numerosa prole, conchiuse tosto a' 28 agosto del seguente anno 1690 le seconde nozze con la Principessa Marianna di Neoburgo figliuola dell'Elettore Filippo Guglielmo Conte Palatino del Reno e Duca di Neoburgo. Ma nel decorso del tempo, scorgendosi, che nè pure da questa seconda moglie se ne potea sperar prole, si videro i Regni, che componevano la sua vasta monarchia, in costernazioni e timori grandissimi. Accrescevansi le afflizioni per la vita del Re molto cagionevole e soggetta a spesse e continue infermità, le quali facevan sovente temere della sua grave ed inestimabil perdita, che dovea partorire disordini gravissimi e grandi revoluzioni. Si vedeva eziandio, quanto la sua monarchia infiacchita e debole, altrettanto quella di Francia nel suo maggior vigore e floridezza: i suoi eserciti, da per tutto vittoriosi, aver fatte stupende conquiste nella Fiandra, in Alemagna, ed in Ispagna, dove il Duca di Noailles, tenendo assediata Roses per terra, ed il Conte d'Etrè per mare, la presero dopo otto giorni d'assedio; ed in Catalogna l'anno 1694 il Duca di Noailles, dopo avere sconfitto l'esercito spagnuolo sulle sponde del Ter, prese le città di Palamos, di Girona, d'Ostalrico e di Castelfollit.
Intanto il Conte di S. Stefano proseguendo il suo governo, prorogatogli per un altro triennio, dopo aver dato sesto all'affare delle monete, applicò i suoi pensieri alla riforma de' nostri Tribunali; e scorgendo, che una delle principali cagioni, onde le liti venivan allungate, fosse la facilità, colla quale eran ricevute le sospezioni de' Ministri, e la lunghezza praticata in non tantosto deciderle, prefisse termini certi ed indispensabili per la loro decisione, e per togliere le opinioni de' Dottori, li quali con varie loro interpetrazioni aveano rendute quasi che inutili le precedenti Prammatiche sopra di ciò stabilite, prescrisse i modi, diffinì i gradi della consanguineità, ed affinità, e per una sua spezial Prammatica[81] vi diede altri opportuni provvedimenti.
Parimente essendo nell'anno 1690 insorto romore, che nella città di Conversano della provincia di Bari, ed in Civita Vecchia dello Stato romano, per le moltissime e spesse infermità, il male fosse contagioso; nel principio dell'anno seguente con rigorosi provvedimenti proibì il commerzio di quella provincia, e di Civita Vecchia, sospendendo ancora quello con la città di Roma e Stato Ecclesiastico[82]; e da poi, in luglio del medesimo anno, deputò per li quartieri di Napoli Ministri, perchè invigilassero alla custodia, non meno della città, che de' borghi e casali non permettendosi l'entrata a qualunque persona, senza li ricercati requisiti e debite licenze[83]. Talchè per lo rigore usato in quella provincia, perchè il malore non s'avanzasse, fu preservato il Regno, e non guari da poi s'estinse per tutto ogni sospetto di mal contagioso.
Furono ancora ne' seguenti anni del suo governo dati altri provvedimenti intorno all'Annona della città e del Regno[84]; alle falsità, che si commettevano nelle fedi di credito[85]; intorno all'introduzione delle drapperie, lavori e telarie forastiere[86], ed intorno ad altri bisogni: e date varie altre provvidenze, che si leggono sparse nel IV e V tomo delle nostre Prammatiche. Non potè questo Vicerè compire il terzo incominciato triennio; poichè il Duca di Medina Coeli, che si trovava ambasciadore del Re in Roma presso il Pontefice Innocenzio XII Antonio Pignatelli, già nostro Arcivescovo, ch'era succeduto ad Alessandro VIII sin da' 12 luglio dell'anno 1691, sollecitava la corte di Spagna, perchè da quella dispendiosa per lui Ambasceria lo facesse passar tosto nel governo del Regno. Portossi egli in Napoli in quest'anno 1695, e scelse, per dar tempo al suo predecessore d'accingersi con la Contessa sua moglie e famiglia alla partenza, il palagio del Principe di S. Buono nel largo di Carbonara, per sua abitazione: dove dimorò infin che, terminate le consuete visite, il Conte di S. Stefano partisse per la volta di Spagna, lasciandoci pur egli, oltre le già rapportate, una più perenne memoria del suo Governo, com'è quella del fortino da lui fatto costrurre alla punta del Castel dell'Uovo.
CAPITOLO III. Governo di D. Luigi della Zerda Duca di Medina Codi: sua condotta ed infelicissimo fine.
Al Duca di Medina Coeli prese il governo del Regno con idee magnifiche e gloriose; e scorgendo, che il Marchese del Carpio avea in quello lasciato di se luminosa fama per suoi magnifici e generosi fatti, pensò imitarlo in quella parte almeno dove credette essersi da colui trascurata. Credea aver sì bene il Carpio sterminati gli sbanditi e tolti molti altri abusi nella città e nel Regno, ma non già d'aver sterminati i controbandi e le frodi, che si commettevano nell'introduzione delle merci, e nelle Dogane, donde ne derivano notabilissimi danni non meno all'Erario regale, che agli Assegnatarj degli arrendamenti; per ciò applicò egli nel principio del suo governo tutti i suoi talenti con severe Prammatiche a rigorosamente proibirgli. Favoreggiò le loro pruove in guisa, che riputandosi sommo eccesso, convenne alle Piazze d'opporsegli, per mitigare in parte il rigore.
Pretese ancora imitar il Carpio nella magnificenza degli spettacoli, onde nel suo tempo se ne videro superbissimi; e sopra ogni altro intese ad ingrandir il nostro Teatro di S. Bartolommeo, e fornirlo non men di maestose, e superbe scene, che di provvederlo dei migliori Musici, che fiorissero a' suoi tempi in Europa; tal che oscurò la fama de' Teatri di Venezia, e dell'altre città d'Italia. Egli cominciò, e ridusse a fine quella magnifica strada, adorna d'ameni alberi, e di limpidissimi fonti, che al lido del mare costrusse per quanto corre la spiaggia di Chiaja. La pompa ed il fasto della sua corte fu veramente regale e magnifica, nè in altri tempi fu veduta presso noi altra più numerosa e splendida. Favorì le lettere e sopra modo i Letterati, ragunandogli spesso nel regal palazzo, dove egli con somma attenzione e compiacimento, ascoltava nell'assemblee i loro varj componimenti. Tal che le buone lettere, che nel preceduto governo s'erano presso noi stabilite, a' suoi tempi, per li suoi favori, presero maggior vigore, e più fermamente si confermarono.
Ma tutte queste nobili, ed amene applicazioni venivano amareggiate da altri più severi e gravi pensieri. Col correr degli anni sempre più si confermavano i popoli nella credenza, che nemmeno dal secondo matrimonio avrebbe il nostro Re lasciata prole, e si teneva per fermo, che la sterilità, non già dalla Regina giovane sana e valida, ma dal Re procedesse, e dalla sua complessione debole, ed infermiccia. Le continue sue malattie ci recavan spessi timori, e se ben talora migliorava, nell'istesso tempo, che noi per gli avvisi della sua ricuperata salute facevamo feste ed illuminazioni, egli era già ricaduto nel pristino malore. Il Duca nostro Vicerè per rallegrar i popoli e divertire i loro animi da sì funesti pensieri, in occasioni di miglioramento faceva celebrar feste magnifiche, e nel regal palagio tenne accademie de' più famosi Letterati, nelle quali per la ricuperata salute del Re recitarono nobilissimi componimenti in varie lingue, così in prosa, come in verso, che furon ancora dati alle stampe. Fece ancora nell'anno 1697 coniare una moneta d'oro col nome di scudo riccio, nella quale, alludendosi alla sua ricuperata salute, da una parte sostenute da un aquila coronata vi erano scolpite le sue regali arme, e dall'altra un mezzo busto del Re, che per base avea una palma, che stendeva sopra il capo le sue foglie, col motto: Reviviscit.
(Questa moneta, come qui sta descritta, dal Vergara fu impressa nella Tav. 52, e per essersene coniate pochissime si è presentemente resa molto rara.)
Ma non per tanto non si ricadeva appresso, per contrarie novelle, ne' pristini timori, di dover fra breve il Re mancare senza posterità.
Si vedeva all'incontro la Francia formidabile e tremenda, la quale nell'anno 1696 avea posto in piede cinque fioritissimi eserciti e gli sostenne nel paese nemico per tutta la campagna. Che quel Re pien di gloria e di vasti pensieri, meditava alte imprese; e che per togliersi l'ostacolo del Duca di Savoja, avea conchiusa col medesimo la pace, e per maggiormente stabilirla a' 4 luglio del medesimo anno, affrettò le nozze tra Maria Adelaide di Savoja, figliuola del Duca, col Duca di Borgogna, figliuolo del Delfino di Francia suo nipote. Che per ciò avea rivolte tutte le sue forze contro la Spagna, in Fiandra, dove nel 1697 conquistò molte piazze ed in Catalogna, dove prese la città di Barcellona, nell'istesso tempo, che avea nominati i Plenipotenziarj per la pace. Anzi per più speditamente pervenire al gran disegno, sollecitò in questo istesso anno coll'Inghilterra, con l'Olanda e colla Spagna istessa la pace, la quale fra queste Potenze fu conchiusa in Riswic il dì 20 di settembre, e dopo sei settimane coll'Alemagna. Ma alquanto dopo la conchiusione di questa pace fu sottoscritto in Loo un segreto trattato fra gl'inglesi, gli Olandesi, la Francia e la Savoja, col quale s era fatto un partaggio della monarchia di Spagna, in caso che il nostro Re venisse a mancare senza figliuoli, come vi era molta apparenza.
(In questo primo partaggio, che si trattò nel 1698 essendo ancor vivente il Principe Ferdinando Giuseppe di Baviera, il qual si legge nella nuova Raccolta di Mr. du Mont Tom. II p. 52, era divisa la Monarchia in cotal guisa: al suddetto Principe di Baviera assegnavasi la Spagna con l'America: al Delfino di Francia i Regni di Napoli e di Sicilia colla provincia Guipiscoa ed i porti de' presidj: all'Arciduca Carlo il ducato di Milano.)
L'Imperador Leopoldo, ancorchè vedesse gli altri Principi a ciò consentire, con somma costanza non volle mai dar suo consentimento a divisione alcuna
Si credette nascondersi sotto questa voce, ch'erasi già divulgata di partaggio, un più profondo arcano; poichè l'istesso Re di Francia Lodovico prevedeva, che non sarebbe cosa, che toccasse tanto più al vivo gli animi degli Spagnuoli, che lor proporre un tal partito, stando certo, che avrebbe lor recato sommo abborrimento: gelosi, che una sì vasta ed ampia monarchia, con tanta gloria de' loro maggiori unita e stabilita in tant'altezza, dovesse così miseramente lacerarsi, e divisa in pezzi, estinguersene il nome e la gloria: siccome in effetto non pur gli Spagnuoli, ma l'istesso Re Carlo II l'ebbe in orrore e per prevenire i disegni e romper quest'impertinenti ed intempestivi trattati, che si facevan sopra i suoi Regni, rivolse in novembre del seguente anno 1698 l'animo a Ferdinando Giuseppe, Principe Elettoral di Baviera nato di Maria-Antonia, figliuola dell'Imperadrice Maria sua sorella per innalzarlo al trono; ma morto questo fanciullo a 9 febbrajo del seguente anno 1699 non avendo ancor compiti otto anni, s'interruppe il disegno; onde con maggior vigore furono ripigliati dal Re Franzese i suoi negoziati con l'Inghilterra e l'Olanda, premendo sempre, come dava a sentire, sopra la concertata divisione, e nel mese di marzo del 1700 confermò con quelle Potenze il trattato di Loo, variandosi solamente, che alla parte assegnata al Delfino dovessero aggiungersi gli Stati del Duca di Lorena, cui in iscambio si dasse lo Stato di Milano, siccome all'Arciduca Carlo la Spagna, fuor degli Regni d'Italia per estinzion di tutte le pretensioni di sua casa: con aggiungere ancora, che questo trattato si dovesse comunicar subito all'Imperadore, acciocchè in termine di tre mesi, dal giorno della notizia, dichiarasse la sua volontà, mentre rifiutando egli di accettar la parte destinata all'Arciduca Carlo suo figliuolo, li due Re di Francia e d'Inghilterra e gli Stati Generali d'Olanda, la destinerebbero ad altro Principe, e che se alcun volesse opporsi alle cose concordemente stabilite, si unirebbero per combatterlo con tutte le loro forze.
(Questo secondo partaggio firmato in Londra a' 3 di marzo del 1700, rapportato anche nella raccolta di Mr. du Mont, Tom. II p. 104, variava dal primo: poichè per la morte del Principe di Baviera la Spagna, l'America colle province di Fiandra si assegnarono all'Arciduca Carlo; al Delfino i Regni di Napoli e di Sicilia con porti d'Italia; al Duca di Lorena il Ducato di Milano, con patto di dover cedere a' Franzesi.)
Quanto più si proccurava spingere avanti questo trattato, tanto più gli Spagnuoli erano commossi e risoluti di non soffrir partaggio veruno della loro monarchia. Il Re Carlo II con intenso cordoglio lo sentiva e ne fece in Londra e nell'altre Corti da' suoi Ministri sentire le doglianze; e nell'istesso tempo, tenero della sua propria casa, assecurava l'Imperador Leopoldo, che non si dimenticherebbe delle leggi del sangue e delle disposizioni de' suoi maggiori. Tanto bastò perchè vie più l'Imperadore stasse fermo e costante in non accettare la concertata divisione; onde al Marchese di Villars, ch'era stato mandato dal Re di Francia per sollecitarlo ad accettarla, secondo il termine stabilito, rispose che se mai il Re di Spagna cedesse alla natura senza prole, la qual cosa stimava rimota per la fresca età, allora essendo egli inchinato alla quiete, avrebbe volentieri a più giusti, ed a più salutevoli consigli condisceso. Ma quel Re intanto, accertatosi di questa sua deliberazione di non accettar divisione alcuna, cominciò i suoi negoziati co' Grandi della corte di Spagna, i quali fu facile portargli al suo disegno, mostrando loro, che non men per giustizia, che per proprio interesse, doveano insinuare al loro Re d'innalzare al trono Filippo duca d'Angiò secondogenito del Delfino: poichè in niun altro poteano sperare che si fosse mantenuta salda ed intera la loro monarchia, che nella costui persona, la quale assistita dalle sue potenti e formidabili armi, avrebbe potuto reprimere gli sforzi di tutti coloro, che tentassero oltraggiarla, o in modo alcuno partirla.
Mentre che nella corte di Spagna si maneggiava affare sì importante, infermossi in Roma nel mese di settembre di quest'anno 1700 il Pontefice Innocenzio XII, il quale dopo aver retta quella sede nove anni e duo mesi, in età di 86 anni rese lo spirito a' 27 dello stesso mese, giorno di lunedì ad ore tre di notte. Giunse al Duca di Medina nostro Vicerè tal avviso la seguente giornata di martedì ad ore tre della notte, ed al Cardinal Cantelmo nostro Arcivescovo ad ore sei; e la mattina del mercoledì furono dal Vicerè spedite per la volta di Roma le consuete soldatesche per dover assistere all'Ambasciador Cattolico (allora il Duca Uzeda) in Roma: dove dopo alquanti giorni si chiusero i Cardinali in Conclave per l'elezione del successore. In Napoli dal Cardinal Arcivescovo la mattina de' 5 d'ottobre gli furon fatte celebrare nel Duomo solenni esequie, avendovi recitata l'orazion funebre in idioma latino il P. Partenio Giannettasio Gesuita, celebre per le sue opere date alle stampe; ed il Nunzio, un mese da poi, nella Chiesa di S. Maria della Nuova glie ne fece celebrar altre più pompose e magnifiche.
Ma mentre che i Cardinali divisi in fazioni, dibattevano in Conclave sopra l'elezione del nuovo Pontefice, verso la fine d'ottobre giunse a noi di Spagna funesta novella, che il Re gravemente infermatosi, dava poca speranza di salute; ma poco da poi giungendo nuovi avvisi, ch'era migliorato, furono dal Vicerè fatte pubbliche magnifiche feste per rallegrar il popolo, e fu veduta la città in tutte le strade arder fuochi per allegrezza e nelle finestre numerosi torchj; tal che per tre sere si continuarono le illuminazioni. Ma miseri nell'istesso tempo, che noi con tanta pompa e gioja celebravamo feste per la ricuperata salute del Re, se n'era già morto il primo di novembre; ed in un punto s'intese la sua morte e l'esaltazione nel trono di Spagna di Filippo d'Angiò. Questo accidente affrettò l'elezione del nuovo Pontefice; poichè congiuntisi insieme i Cardinali Spagnuoli ed i Franzesi, vennero ad eleggere con pluralità di voti il Cardinal Francesco Albani d'Urbino, ch'era stato segretario de' Brevi a tempo del passato Pontefice e non avea più che 51 anni. Fu eletto il dì 23 di novembre di quest'anno 1700 ad ore 18 giorno di Martedì, in cui la chiesa celebra la festività di S. Clemente Papa; onde volle chiamarsi Clemente XI con tutto che fosse stato creato Cardinale da Alessandro VIII.
Il Duca di Medina Coeli nelle tante rivoluzioni di cose, che accaddero dopo l'acerba e funestissima morte del Re Carlo II fu spettacolo insieme e spettatore di varie mondane vicende, le quali in ultimo lo condussero ad un infelice e lagrimevol fine. Di lui oltre i rammentati, ci restano a noi altri monumenti, che si leggono nel V tomo delle nostre Prammatiche, secondo l'ultima edizione 1715.
CAPITOLO IV. Morte del Re Carlo II, leggi che ci lasciò; e ciò che a noi avvenne dopo sì grave ed inestimabil perdita.
I Franzesi per la disperata salute del Re Carlo, sempre più insistendo nella corte di Spagna presso que' Grandi, e sopra ogni altro presso del Cardinal Portocarrero Arcivescovo di Toledo, che sopra quel Re s'avea acquistato grand'opinione di probità e di prudenza, perchè, mancando senza prole, dichiarasse per successore ne' suoi Regni Filippo, secondo figliuolo del Delfino; esageravano non meno i diritti sopra quella monarchia del Delfino per le ragioni della Regina Maria Teresa d'Austria sua madre, e sorella primogenita del Re Carlo, che il loro proprio interesse. Sin dalla guerra mossa per la successione del Brabante, essi s'erano sforzati d'abbattere la di lei rinunzia stabilita con giuramento, ed ogni maggior fermezza e solennità; e sin d'allora aveano pubblicato un libro contenente settantaquattro ragioni per provar la nullità della medesima. Ma essendosi in quella occasione per contrario, con forti e vigorose scritture fatto vedere, quanto quelle fossero deboli e vane: essi aggiungevan ora, che molte di quelle risposte non potevan adattarsi al caso occorso, dove non già la rinunziante, che, trovavasi defunta, aspirava alla successione, ma il di lei figliuolo, al quale non si poteva per colei recar pregiudizio, venendo secondo le leggi chiamato alla successione per propria persona, ed al quale non poteva far ostacolo qualunque rinunzia, che da' suoi maggiori si trovasse fatta. Ma non perciò uscivano d'impaccio; poichè oltre alle pressanti ed amplissime clausole, che in quelle rinunzie s'erano apposte, appunto per render vano quest'asilo; non si dovean tali renunzie regolare secondo le vulgari conclusioni de' nostri Dottori, ma da fini più alti e sovrani, che s'ebbero, quando quelle si fecero: li quali furono la perpetua separazione di queste due monarchie; ed affinchè per qualunque accidente queste due corone non potessero mai congiungersi sopra un sol capo. Per iscansare quest'altro ostacolo, i Franzesi proposero, che tal dichiarazione dovesse farsi, non già in persona del Delfino, ma del Duca d'Angiò suo figliuolo, al qual'egli avrebbe cedute le sue ragioni. In cotal guisa s'evitava l'unione, e mancava il fine, per cui s'eran le rinunzie ricercate. Ma questo concerto, fra di essi cotanto ben ideato, ed aggiustato, non poteva togliere la ragione già acquistata all'Imperador Leopoldo, ed a' suoi figliuoli in vigor de' testamenti de' Re di Spagna, e delle rinunzie, al quale, oltre di non ostare il fine della sempre abborrita unione, ben egli con ceder le sue ragioni all'Arciduca Carlo suo secondo figliuolo, avrebbe ancora avuto più spedito modo di farlo; oltre che s'assumeva da' Franzesi per certo quel ch'era in quistione; poichè quest'appunto si negava, che al Delfino per l'incompatibilità delle corone, si fosse potuto acquistar giammai ragione alcuna, e per conseguenza, niente aveva che rinunziare al Duca d'Angiò suo figliuolo. Ciò, che dunque principalmente spinse gli Spagnuoli ad indurre quel Re, con sommo rincrescimento, a dichiarar per successore il Duca d'Angiò fu il timore, che facendosi altrimente, sarebbe venuto ad effetto il cotanto abborrito partaggio. Ponevano avanti gli occhi di quel piissimo Re le ruine e le calamità, che avrebbero dovuto inevitabilmente soffrire tanti suoi fedeli ed amati popoli, e che la sua pietà non avrebbe permesso d'esporgli a tanti disagi e pericoli. Ricordavangli la grandezza e generosità della nazione spagnuola, la quale sarebbe stata altamente percossa, ed al niente ridotta, se l'avesse lasciata esposta, facendo altrimente, agli oltraggi d'un Re cotanto formidabile e potente. Ma sopra ogni altro gli raccomandavano l'unione della sua monarchia; la quale ingrandita con tanta gloria da' suoi predecessori e ridotta in un'ampiezza, che non avea la simile il mondo, non dovea esporla ad esser così miseramente lacerata e divisa in pezzi, sicchè nelle future età di questa gran macchina appena ne rimanessero le ceneri. Ricordavangli, che il savio Re Ferdinando il Cattolico, ancorchè avesse potuto innalzare al trono, almeno de' regni proprj, e da lui acquistati colle forze d'Aragona, uno del suo casato, volle nondimeno chiamare alla successione di tutti Carlo d'Austria Fiamengo; perchè ben conosceva, che nella persona di quel potentissimo Principe e per quel ch'era, e per quel che dovea essere, poteano quei Regni mantenersi uniti formando una ben ampia monarchia, la quale avrebbe potuto lungamente durare, e non dissolversi con iscadimento della sua gloria, e dell'inclita nazione spagnuola.
Espugnato per tanto il Re ne' principj d'ottobre per queste insinuazioni suggeritegli, fra gli altri, con vigore dal Cardinal Portocarrero, aggravatosi il male, disperarono i Medici della sua salute: e postosi nella fine di quel mese in agonia, spirò il primo di novembre, giorno di Lunedì, di quest'anno 1700. Il martedì fu imbalsamato il suo cadavere, ed il mercoledì fu esposto nel regal palagio in quella medesima stanza dove nacque. Assisterono molti religiosi in una gran sala per li suffragj, dove in molti altari ivi eretti furon celebrati i sacrificj insino al venerdì, nel qual giorno furono celebrate tre messe solenni nelle cappelle regali e da poi una pontificale coll'assistenza di tutt'i Grandi. Fu da poi levato il cadavere e portato nell'Escuriale, accompagnato da tutti i Grandi, da quelli della regal casa e dalle quattro religioni mendicanti: dove se gli diede sepoltura con quelle solennità, che convenivano ad un così grande ed amato Re. Fu seppellito nell'istesso giorno e nell'istessa ora che veniva a compire 39 anni di sua vita. Cominciò egli a regnare da' 6 di novembre dell'anno 1675, nel qual dì finì i quattordici anni della sua età e la reggenza della Regina madre e della Giunta. Nel 1679, ai 30 d'agosto prese per moglie Maria Lovisa di Borbone, e costei morta a' 12 di febbrajo del 1689, prese nell'anno seguente Marianna di Neoburg: di niuna delle quali lasciò prole. Fra le sue virtù furono ammirabili la pietà e la religione: giammai se n'intese parola alcuna ingiuriosa: aveva una somma applicazione al dispaccio, privandosi sovente dell'ore del divertimento, per non mancare alla spedizione di quello: nè mai risolveva cosa, senza che precedesse il Consiglio de' suoi ministri, ed eseguiva i loro dettami con tanta esattezza, che anche le cose, ch'egli ardentemente desiderava, s'asteneva di farle, e sovente ne ordinava di molte, anche contro il proprio sentimento, sempre che così gli era da' suoi ministri consigliato, riputando, che in cotal guisa operando, non avea di che render conto a Dio dell'amministrazione de' suoi Regni. Fu sommamente divoto di Nostra Signora degli Angioli, ed ebbe speziale e costante venerazione al Santissimo Sagramento dell'Eucaristia, tal che non mancava d'assistere all'esposizioni delle quaranta ore circolari.
Lasciò pure a noi questo piissimo Principe alcune sue leggi; e nel 1675, primo anno del suo regnare dopo la Reggenza, ne stabilì una, colla quale comandò, che gli ufficj, senza il suo regale assenso, non potessero nè obbligarsi, nè vendersi, e conceduti in burgensatico, non si stendesse più oltre la concessione, che insino al quarto grado: comandò ancora, che dagl'inquisiti, prima che fossero convinti rei, non potesse esigersi cosa alcuna di giornate, o d'altro, ma aspettarsi la loro condanna: prescrisse i modi e le norme intorno alla fabbrica e lavori di seta, d'argento e d'oro, per toglier le frodi, le quali, come si disse, furono pubblicate dal Marchese del Carpio in tempo del suo governo; e diede vari provvedimenti, che sono additati nella Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche, secondo l'ultima edizione.
Concedè pure questo clementissimo Re alla nostra città e Regno molti privilegj e grazie, così quelle cercate in tempo dell'ambasceria di D. Ettore Capecelatro, che ancorchè domandate vivente il Re Filippo IV, ebbero compimento nell'anno 1666 dopo la sua morte; come quelle domandate da D. Luigi Poderico, e da D. Francesco Caracciolo Marchese di Grottola ambasciadori inviati alla corte; ed altre, che si leggono nel II volume de' Privilegj e Capitoli impresso ultimamente nel trascorso anno 1719.
Giunse in Napoli la funesta novella della morte del Re Carlo II a' 20 di novembre di quest'anno 1700, e nell'istesso tempo l'avviso d'aver egli dichiarato per suo successore in tutt'i Regni della monarchia di Spagna Filippo Duca d'Angiò; ed il Duca di Medina Coeli per maggiormente accreditarne la fama, fece tosto imprimere e pubblicare due clausole, che diceansi essere estratte dal testamento del defunto Re, in una delle quali dichiaravasi la successione nella persona del Duca d'Angiò e nell'altra s'esprimeva la Giunta del Governo, ch'egli avea eretta sin tanto che il successore non si fosse portato in Ispagna, Capo della quale si faceva la Regina vedova e li governadori erano il Presidente, o Governadore del Consiglio di Castiglia, il Vicecancelliere, o Presidente d'Aragona, l'Arcivescovo di Toledo, l'Inquisitor Generale, un Grande, ed un Consigliere di Stato. Accompagnò il Medina quelle clausole con una lettera scrittagli dalla Regina e Governadori suddetti, per la quale se gli imponeva, ch'eseguisse ciò che quelle ordinavano e ciò che in simili casi solevasi praticare. I popoli attoniti e sorpresi a tanta novità, commossi dal dolore per la morte d'un Principe cotanto pio e religioso, piansero la comune sciagura per tanta perdita; ed il Medina imitando l'esempio degli altri Regni di Spagna, fece eseguire il comando, tal che senza commozione o scompiglio alcuno fu da noi riconosciuto quel Principe, che la Spagna ci aveva dato.
(Il Testamento del Re Carlo II contenente LIX Clausole, fra le quali le 14 e 15 contengono la successione dichiarata per Filippo d'Angiò leggesi impresso in più raccolte e Scrittori; presso Cassandro Tucelio in Actis Publicis Tom. 5 c. 5 pag. 299, presso Fabri Staats-Cantzeller. tom. 5 pag. 135, nella vita di Carlo III part. 1 p. 95 e nelle Mem. de la Guerre, tom. 2 pag. 253).
Ferirono questi inaspettati avvenimenti altamante l'animo, non meno dell'Imperador Leopoldo[87] per lo gran torto, che pareagli essersi fatto alle sue ragioni, in manifestamento dalle quali fu dato poi alle stampe nel 1703 il libro intitolato: Defense du droit de la Maison d'Autriche à la succession d'Espagne[88]; che degli altri Principi concorsi nel meditato partaggio, i quali tenendosi delusi dalle arti del Re Franzese, e mal sicuri, se permettessero, che tanta potenza e tanti Regni s'unissero nella casa di Francia; e considerando, che tutto il timore della Spagna era di non vedere la loro monarchia divisa, fu risoluto d'impiegare tutte le lor forze, per metter in quel trono Carlo Arciduca d'Austria, figliuolo secondogenito di Leopoldo, al quale perciò, non meno il padre, che il fratello, cederono le loro ragioni[89]: sicchè fu egli dichiarato Re di Spagna, e spinto a condursi in quei Regni per discacciar l'emulo dalla Sede. Gli Olandesi si dichiararono per l'Arciduca: il Re d'Inghilterra, quel di Portogallo, e poi il Duca di Savoja si unirono coll'Imperadore e fecero fra di lor lega per togliere dal possesso degli Stati di Spagna Filippo e riporvi l'Arciduca Carlo. Fu ciò cagione d'una sanguinosa e crudel guerra, fra gli Alleati e la Francia, la quale fu dichiarata l'anno 1701. Ed essendo da poi morto il Principe d'Oranges dichiarato Re d'Inghilterra, sotto il nome di Guglielmo III ch'era entrato in quell'Alleanza; la Regina Anna Stuarda secondogenita di Giacomo II che successe in quel reame, non pur confermò l'alleanza, ma con impegno maggiore impiegò le forze del suo Regno per mettere nel trono di Spagna il Re Carlo. Le sue flotte ve lo condussero: Catalogna fu presa, ed in Barcellona il nuovo Re collocò la sua Sede regia, il qual poi costrinse Filippo, colle forze imperiali, ed inglesi a lasciar la città di Madrid: e se la battaglia di Almanza guadagnata da' Franzesi il dì 25 d'aprile dell'anno 1707 non frastornava il bel disegno, la Spagna sarebbe passata interamente sotto il suo dominio. Non potè avere l'Imperador Leopoldo il piacere di veder così bene impiegate le sue armi, ed esser secondati i suoi voti da sì prosperi successi: era egli già morto, ed in suo luogo eletto nel 1705 Giuseppe I suo figliuolo.
Ma non meno in Fiandra, che in Italia ebbero a questi tempi le gloriose armi imperiali felici avvenimenti. Non pur si tolse l'assedio a Turino ma in un tratto fu occupato lo Stato di Milano, Mantova, e l'altre piazze della Lombardia; tal che i Franzesi furon costretti abbandonar l'Italia, e ritirarsi colle loro truppe in Francia. Aveano i Franzesi per soccorrere il Milanese lasciato voto il nostro Regno di loro truppe; onde s'ebbe opportunità di tentarne l'impresa con felicissimo successo. Per la natural affezione di questi popoli all'augustissima casa d'Austria, bastò al Conte Daun con un sol distaccamento dell'esercito imperiale, che l'Imperador Giuseppe teneva in Lombardia, entrar, senza esservi chi gli facesse opposizione, nel Regno, ed a' 7 di luglio di quest'anno 1707 felicemente impossessarsi, in nome del Re Carlo, della città di Napoli, gli Eletti della quale corsero insino ad Aversa a presentargli le chiavi. L'esempio della Metropoli fu tosto imitato dalle altre città del Regno: i castelli tutti si resero alle vittoriose insegne: Pescara parimente fu resa: sola Gaeta, dove eransi ritirati gli Spagnuoli, fece resistenza; ma in men di tre mesi, dopo breve assedio fu presa per assalto e saccheggiata. In breve con universal giubilo e contento furono ricevute le imperiali armi e senza commozione, senza scompiglio e senza que' disordini, che sogliono cagionare le mutazioni di nuovi dominj, il Regno tutto pacatamente ed in somma tranquillità passò sotto il dominio del Re Carlo, che teneva allora collocata la sua Sede regia in Barcellona.
Furono ritenute le medesime leggi, i medesimi magistrati, (sol mutandosi le persone di coloro, ch'eranvi dal suo emolo fra que' sette anni stati esaltati) li medesimi stili nelle segretarie all'uso di Spagna, ed i medesimi istituti. Gli Spagnuoli, che vollero rimanere, furono mantenuti ne' loro posti: furono ne' Tribunali conservate le alternative, ch'essi godevano nelle toghe: in breve, toltone i Vicerè di nazion tedesca, e gli ufficiali militari, che aveano il comando delle loro truppe, in niente fu alterata la politia del Regno.
Ricevette però non picciol vantaggio dall'aver fatto ritorno sotto il dominio di questa augustissima famiglia, per le tante concessioni e privilegi, che a larga mano, sopra tutti gli altri Re suoi predecessori, gli furon conceduti da un sì grato ed indulgentissimo Principe. Egli mosso dalla fedeltà e prontezza mostrata in quest'occasione, concedette alla città e Regno nuove grazie, e tutte considerabilissime, e quel ch'è più, la pronta esecuzione dell'antiche. Onorò la città, ed i suoi Eletti con nuovi e più speziosi titoli. Preferì i suoi nazionali nelle cariche, beneficj e negli uffizj, escludendone i forestieri. Con più sue regali cedole stabilì l'importante diritto dell'Exequatur Regium in tutte le Bolle, Brevi ed altre provvisioni, che ci vengono di Roma: vietò rigorosamente l'alienazione dei fondi delle entrate regali: sterminò affatto ogni vestigio d'Inquisizione: con suoi Regali editti comandò, che in tutt'i Beneficj, Vescovadi, Arcivescovadi, ed altre Prelature del Regno ne fossero affatto esclusi i forestieri, nè che in lor beneficio sopra quelli possano imporsi pensioni o altre gravezze; confermò tutti i privilegi e grazie concedute al Baronaggio, ed al Regno, da' Re suoi predecessori; tolse la Ruota del Cedulario: volle, che contro il suo Fisco militasse la prescrizion centenaria, anche nelle regalie, nelle cose giurisdizionali e nelle altre sue ragioni fiscali: stese la succession feudale a favor de' Baroni per tutto il quinto grado. Nè dee riputarsi picciol giovamento quello, che si ritrae dal venire ora il nostro Regno compreso nelle tregue, che si fanno dall'Imperio col Turco: e dal commerzio, al quale è inteso d'aprire colla Germania ne' nostri Porti, con scale franche; ciò, che dagli Spagnuoli non era da desiderare, non che da sperare. In fine concedè a noi tante rilevanti grazie, le quali non senza nostra confusione insieme e contento, leggiamo ora nel II volume delli Privilegi e Grazie fatto imprimere nell'anno 1719 dalla nostra città, perchè non meno si sappiano i suoi pregi, che la munificenza di un tanto Principe, de' quali gli è piaciuto di profusamente arricchirla.
Intanto fu provveduto il nostro Re Carlo III d'una non men savia, che avvenente Principessa per moglie Elisabetta Cristina di Wolffembutel, la quale da' suoi Stati, traversando la Germania e l'Italia, si condusse in Barcellona al suo sposo; nel qual tempo i progressi delle sue armi in Ispagna, sotto la condotta del Conte di Staremberg, fecero maravigliosi acquisti, penetrando co' suoi eserciti insino a Madrid; e se il Duca di Vandomo, al quale era stato conferito il comando delle truppe di Spagna, non si fosse valorosamente opposto all'esercito nostro, costringendolo a ritirarsi in Catalogna, la guerra di Spagna sarebbe allora gloriosamente finita. Gli Olandesi e gl'Inglesi dall'altra parte aveano interamente rotti i Franzesi in Fiandra, nella battaglia, che lor diedero vicino ad Oudenarde sopra la Schelda, la quale portò in conseguenza la presa di Lilla e di Gant; e poi l'anno seguente quella di Tournai e di Mons; tal che costrinsero Lodovico XIV a far proposizioni di pace, le quali, ancor che fossero svantaggiose alla Francia, nelle conferenze che si fecero in Gertruidemberg fra i Plenipotenziari della Francia, dell'Inghilterra e dell'Olanda, non furono accettate.
Ma la morte accaduta in quest'anno 1711 a' 17 di aprile dell'Imperador Giuseppe, in età di 32 anni, otto mesi e ventitrè giorni, senza lasciar di se prole maschile, ruppe tutti i disegni, e fece mutar sembiante allo stato delle cose. Tutti i Principi d'Alemagna richiamavano il nostro Re all'Imperio, tal che, stando egli in Barcellona, fu dal comun lor consenso in Francfort eletto Imperadore, e Carlo VI sempre Augusto Imperador Romano fu universalmente acclamato. Gli convenne perciò, lasciando la Regina Elisabetta in Barcellona al Governo di Catalogna di ritornare in Alemagna e prender il possesso dell'Imperio. Ed intanto il Re di Francia, profittandosi di tal mutazione, e più per aver ridotta la Regina Anna d'Inghilterra con vari negoziati e lusinghe a' suoi voleri, promosse con maggior calore nuovi trattati di pace. Indusse da principio quella Regina ad acconsentire ad una sospension d'armi fra la Francia e l'Inghilterra, tal che fece ella ritirare le sue truppe, che avea in Fiandra, dall'esercito degli Olandesi; il qual essendo divenuto più debole a cagion di questa ritirata, fu assalito dall'esercito Franzese guidato dal Maresciallo di Villars, e stretto sì vivamente a Denain, che dopo una considerabil perdita, i Franzesi s'impadronirono del campo nemico, presero poi S. Amando e Marchienna, fecero levar l'assedio da Landrecì, e costrinsero la città di Dovay e quella di Quesnoy alla resa.
Questi vantaggi costrinsero gli Alleati ad ascoltare le proposizioni di pace; onde furono nominati dall'una e dall'altra parte i Plenipotenziarj, i quali portatisi in Utrech (dopo essersi a' 14 marzo, tra il nostro Imperadore ed il Re di Francia, accordato un armistizio per Italia e l'evacuazione della Catalogna e di Majorica[90]) conchiusero la pace il dì 11 del mese di aprile dell'anno 1713 fra l'Inghilterra, l'Olanda, Portogallo, Savoja, Prussia, Francia e Spagna. Fu tra di loro stabilito, che col mezzo della rinunzia fatta da Filippo alla Corona di Francia, tanto per se, quanto per li suoi discendenti, e di quella del Duca d'Orleans alla Corona di Spagna, a Filippo rimanessero le Spagne e l'Indie. La Sicilia fu data al Duca di Savoja, al quale anche fu promessa la successione al Regno di Spagna, come pure a' suoi eredi, in caso venisse a mancare il ramo di Filippo. Il Regno di Napoli ed il Ducato di Milano rimanesse al nostro Imperadore. Gli Elettori di Baviera e di Colonia furono restituiti nel possesso de' loro Elettorati. La Regina Anna fu riconosciuta Regina d'Inghilterra, e dopo la di lei morte il Principe d'Annover e suoi eredi. Che le fortificazioni di Doncherc dovessero demolirsi. Le Piazze della Fiandra spagnuola furono date in potere degli Olandesi, per essere restituite alla Casa d'Austria; e Lilla, ed Aire furono restituite al Re di Francia.
Il nostro Imperadore non volle ratificar questo trattato per non pregiudicare le sue ragioni sopra la Spagna, nè volle colla medesima trattar pace, per ciò ne fu fatto un altro particolare tra lui e la Francia, in Rastat il dì 6 di marzo del seguente anno 1714[91], col quale si confermarono le condizioni precedenti a riguardo di tutte le altre Potenze, ma non già di cedere le sue ragioni e titoli sopra quella monarchia, da poterle, quando che sia, sperimentar coll'armi. Fur per tanto questi trattati di pace eseguiti con ogni sincerità (toltone la Spagna) fra tutte le Potenze, che vi concorsero. Al Duca di Savoja fu data la Sicilia; se bene avendo poi la Spagna voluto romper questo trattato, con tentar d'occuparla di nuovo per se, questa mossa è stata cagione, che lo scambio, che poi se ne fece, sia riuscito in maggior vantaggio del nostro Monarca; poichè vindicata colle sue armi, dalle mani degli Spagnuoli, si diede al Duca in iscambio della Sicilia l'Isola di Sardegna, tal che la Sicilia rimane ora unita al nostro Regno, come prima, sotto un medesimo Principe.
(Gli articoli accordati nel campo vicino Palermo per l'evacuazione de' Spagnuoli dal Regno di Sicilia e di Sardegna a' 6 maggio del 1720 tra il Conte di Merus per l'Imperadore e tra il Marchese di Lede General comandante degli Spagnuoli, si leggono presso Lunig[92], siccome gli articoli accordati da' medesimi nel campo suddetto a' 8 dello stesso mese, riguardanti l'evacuazione del Regno di Sardegna, si leggono presso lo stesso pag. 1435. Per esecuzione de' quali, usciti da quella gli Spagnuoli, ne presero il possesso le truppe Cesaree, ed in vigore dell'Artic. II della quadruplice Alleanza, la maestà di Cesare per mezzo del Principe di Ottaiano suo plenipotenziario costituito a questo atto, diede il possesso del Regno col titolo di Re al Duca di Savoja, il quale dall'ora avanti deposto il titolo di Re di Sicilia, assunse quello di Re di Sardegna).
Fu evacuata la Catalogna, e l'Imperadrice Elisabetta ritornò in Alemagna, nell'imperial Sede di Vienna, a ricongiungersi col suo Augusto marito, di cui già gravida, diede poi alla luce un Principe; ma morte troppo acerba, crudele ed inesorabile a noi presto cel tolse, lasciandoci in amari lutti e pianti.
Fu per tanto per lo governo di questi Regni di Spagna, che rimanevano all'Imperador Carlo, eretto in Vienna un supremo Consiglio, composto non men di Consiglieri di toga, che di Stato, e nel quale non v'hanno parte alcuna Ministri tedeschi. A questo dal nostro Regno si manda un Reggente, come già praticavasi sotto il governo degli Spagnuoli di mandarsi in Madrid. Si serbano per ciò i medesimi istituti e le segretarie rimangono ancora all'uso di Spagna: in quella lingua vengon dettate le regali cedole ed i dispacci, ed i Ministri spagnuoli, che seguirono il nostro Augustissimo Principe ritengono in quel Consiglio la lor parte, di cui ora è Capo e presidente l'Arcivescovo di Valenza, che sopra tutti gli altri è distinto nella fedeltà e zelo del servigio del suo Signore.
Si credette, che per la competenza e contrasto fra questi due Principi Carlo e Filippo, ciascun de' quali per se dimandava istantemente al Pontefice Clemente XI l'investitura del Regno di Napoli, dovesse con tal opportunità cancellarsi quest'uso; poichè essendo stato sempre costante quel Pontefice a negarla all'imperador Leopoldo, che giustamente la dimandava per l'Arciduca Carlo suo secondo figliuolo, ripugnava ancora (per ostentar neutralità) di darla al Re Lodovico di Francia, il quale, non men che Leopoldo, istantemente la chiedea per lo Duca d'Angiò suo nipote.
(Tutti gli atti e pubbliche scritture uscite per l'occasione di questa investitura, che dimandavasi al Papa da' Principi rivali, e le relazioni della ridicola pretensione, che da ciascuno si faceva del cavallo bianco, che non accettato si lasciava andar ramingo e scapolo per Roma, furono unite ed impresse da Cassandro Tucelo Tom. I. cap. 6, dove si leggono le Allegazioni di Ulrico Obrecto, e le contrarie di Rolando de Duvinck.)
Per questa competenza in tutto il Pontificato di Clemente, che fu molto lungo, non si curò più da competitori dimandarla, tal che si credea, che l'ultima investitura dovess'esser quella, che Carlo II prese nell'anno 1666 dal Pontefice Alessandro VII. Per una consimile occasione si tolse l'investitura del Regno di Sicilia; poichè negando sempre i Pontefici romani di darla al Re Pietro d'Aragona, ed a' suoi successori Re Aragonesi, per non offendere Carlo I d'Angiò, ed i suoi successori Re Angioini; gli Aragonesi da poi, riflettendo, che niente di male per ciò loro era avvenuto, nè più di ciò ch'essi aveano in quel Regno loro si dava, se non un poco di carta con quattro parole scritte, siccome solea dire il Re Carlo III di Durazzo al Pontefice Urbano VI, non si curarono più di cercarla; onde, siccome per certa usanza si trovava ivi introdotta, così per contrario uso rimase quella affatto abolita; tal che da poi nè il Re Alfonso I di Aragona, nè Ferdinando il Cattolico, nè gli altri Re dell'augustissima Casa Austriaca giammai la dimandarono, e rimase solo per lo Regno di Napoli.
Parimente i Pontefici romani per un tempo s'arrogarono la podestà di dar l'investitura del Regno di Sardegna, siccome in effetto Bonifacio VIII la diede a Giacomo Re d'Aragona; ma poi que' Re non si sognarono più di cercarla[93]. E ne' Regni d'Aragona medesima e di Valenza pur pretesero lo stesso, siccome fece Martino IV, che privò di quelli Regni Pietro Re d'Aragona, e ne diede l'investitura a Carlo di Valois figliuolo di Filippo Re di Francia. Ma sono ormai scorsi cinque secoli, che gl'istessi romani Pontefici hanno lasciato tali pensieri e tali pretensioni[94]. Lo pretesero ancora nel Regno d'Inghilterra, siccome si praticò in tempo di Re Giovanni, il quale volle riceverne l'investitura e l'incoronazione dal Papa, che vi mandò per tal effetto Pandolfo suo Legato appostolico ad incoronarlo[95]. Ma da poi gli altri Re d'Inghilterra non si sognarono in conto veruno cercarne più investitura, nè fu più praticata. Il medesimo tentarono nel Regno di Scozia a tempo d'Odoardo I, che refutò il Regno alla Chiesa romana. Ma gl'Inglesi niente di ciò curando, fecero sentire al Papa, che non s'impacciasse con gli Scoti, ch'erano sudditi e vassalli del Re d'Inghilterra[96]. Sono per ultimo note le intraprese de' romani Pontefici sopra l'Impero romano germanico, che veniva da loro connumerato tra' feudi della Chiesa romana, e che per ciò fosse della lor potestà eleggere gl'Imperadori. Ma da poi fu tolta ogni soggezione, ed ora la potestà d'eleggere è rimasa assolutamente presso i Principi Elettori, con essersi anche tolta quella cerimonia d'andarsi a coronare in Roma per mano del Pontefice. Così secondo le opportunità, che le si presentarono, tolsero i savj Principi da' loro reami queste soggezioni, le quali introdotte ne' tempi dell'ignoranza, siccome per abuso s'erano in quelli stabilite, così per contrario uso furono abolite.
Con tutto ciò essendo a' 19 marzo dell'anno 1721 morto Papa Clemente XI, in età di 72 anni, dopo un lungo Pontificato d'anni, poco men che ventuno, ed essendo stato eletto in suo luogo nel mese di maggio del medesimo anno il Cardinal Conti col nome d'Innocenzio XIII che ora con somma lode di prudenza e bontà regge la Sede appostolica, non ha costui fatto passar un anno del suo Pontificato, ch'essendone stato richiesto dal nostro Imperadore (per fini forse più alti e prudenti, che a noi cotanto umili e bassi, non lece indagare) glie n'ha conceduta l'investitura, con avergliene in maggio del passato anno 1722 spedita Bolla, nella quale, non altramente che fece Lione X coll'Imperador Carlo V, fu duopo dispensare alla legge dell'antiche investiture, le quali proibivano a' Re di Napoli d'essere Imperadori, o Re di Romani, e s'intendevano decaduti dal Regno, accettando la Corona imperiale; siccome si è potuto vedere ne' precedenti libri di quest'Istoria.
(La Bolla colla quale Leone X dispensò l'Imperador Carlo V da questa legge, spedita a' 3 giugno dell'anno 1521 si legge presso Lunig tom. 2 pag. 1343.)
(Il Cardinale Althann, che si trovava allora in Roma Legato di Cesare, nel dì 9 giugno del medesimo anno 1722, diede in nome dell'Imperadore, come Re di Napoli, il giuramento di fedeltà avanti una generale congregazione di Cardinali, ed al Tribunale della Camera papale, presenti li suoi Protonotarj, ricevendo dal Papa l'investitura. Da poi a' 28 del medesimo mese nella vigilia di San Pietro, giorno da antichissimo tempo statuito a questa prestazione, il Colonna, come Gran Contestabile del Regno presentò il cavallo bianco, ed il solito censo, con solenne celebrità e gran pompa, per render gli altrui trionfi più maestosi e splendidi. La relazione di questa solenne funzione con le ristucchevoli cerimonie usate, non si dimenticò Struvio inserirla nella giunta del suo Corpus Hist. Germ. tom. 2 period. 10 sect. 13 de Carolo VI §. 47 nella pag 4112).
Ma il decorso del tempo, e gli avvenimenti dell'anno 1734 han fatto chiaramente conoscere quanto ai nostri tempi riesca a' Re di Napoli inutile il cercare, ed ottenere tali vane Investiture, e che queste celebrità e pompe di presentarsi ogni anno per tributo il censo di settemila ducati d'oro, ed il cavallo bianco, siano tutte spese perdute, che si potrebbero impiegare a miglior uso. Che profitto ricavonne L'Imperador Carlo VI di averla ottenuta da Innocenzio XIII? se non quello di avere Clemente XII successore, non già impedita, ma agevolata l'impresa all'Infante di Spagna Don Carlo inviato dal Re Filippo V suo Padre ad occupar il Regno, e discacciarne il legittimo possessore. Niente gli valse l'investitura d'Innocenzio. Niente que' giusti e legittimi titoli che ne avea, non solo per le ragioni di succedere al Re Carlo II, ma in vigore di più istromenti di pace stipulati e firmati con giuramento fra l'Imperadore ed il Re Filippo, così nella pace stabilita in Vienna nell'anno 1725 in esecuzione della pace di Londra del 1718, e ratificata con tanti altri reiterati atti ne' susseguenti tempi, come nelle altre convenzioni seguite prima e dopo la pace di Siviglia, per le quali i Regni di Napoli e di Sicilia per titolo di transazione irrevocabile si cedevano dal Re di Spagna perpetualmente all'Imperador Carlo; siccome questi all'incontro cedeva le sue pretensioni sopra tutta la Spagna e l'Indie al Re Filippo. Non s'incontrerà certamente nelle istorie esempio più chiaro e manifesto, che ad un principe, alla legittimità del possesso siansi accoppiati tanti giusti e validi titoli, quanto che a riguardo di questi due Regni all'Imperador Carlo. E pure il Vicario di Cristo, che dee zelar cotanto per la giustizia, che dee esclamare, increpare, maledire, ed opporsi agl'invasori, tanto è lontano che ciò abbia fatto, che al contrario agevolò l'impresa, somministrò alle truppe nel passaggio ogni agio ed abbondanza di vettovaglie e di viveri, ed animava i Popoli alla resa. Come colui, che si pretende padron diretto di questo Regno, riputandolo vero Feudo della Sede, anzi della Camera Appostolica, e che i Re dopo esserne stati investiti siano veri suoi Feudatarii, non si oppone all'invasore? e le leggi Feudali istesse esclamano, che di sua natura il feudo essendo da altrui invaso, porti seco l'indispensabil obbligo al padron diretto di difendere il Feudatario, opporsi all'invasore e far tutto ciò che possa per impedire l'invasione. A che dunque giovano oggi queste varie, ed inutili investiture? Almanco a' tempi antichi gl'Investiti erano sicuri, che i Pontefici si armavano a lor difesa; e quando non potevano far altro scomunicavano gli aggressori, interdicevano i loro Stati e scagliavano anatemi terribili contro i fautori e tutti coloro che gli prestavan ajuto e soccorso. Che non fecero li Pontefici romani contro Re Pietro d'Aragona, quando occupò il Regno di Sicilia, togliendolo al Re Carlo I d'Angiò, che n'avea avuta Investitura da Papa Clemente IV per se e suoi discendenti? che non fecero i successori di Clemente, morto Re Pietro, contro Re Giacomo suo figliuolo, e contro Re Federico fratello di Giacomo?
In tempo del famoso scisma, quando in Napoli si conoscevano, secondo le fazioni, due Re e due Pontefici, ciascun Papa difendeva contro l'altro il da lui investito, e si pugnava ferocemente fra di loro, come pro aris, et focis; ed i libri di quest'Istoria Civile sono pieni di contenzioni e brighe nate per occasioni simili.
Ma al presente i Papi riposatamente vogliono attendere il successo delle armi, e tutti soccorrono al vincitore, e discacciano il vinto. Quando nel mese di aprile dell'anno 1734 l'Infante Don Carlo entrò colle sue truppe nel Regno, ed i Napoletani se gli resero; poichè in sue mani non erano ancora passate le piazze di Gaeta, Capua, Pescara; ed i Castelli della Puglia, e di Calabria; ed erano ancora nel Regno Milizie Alemanne; sopraggiunto il mese di giugno, dovendosi nella vigilia de' SS. Apostoli Pietro e Paolo pagar il censo, e presentar il cavallo bianco con la usata celebrità e pompa, Clemente XII escluse l'Infante e ricevè dall'Imperadore, siccome per lo passato, il censo e la Chinea; ma nel mese di giugno del seguente anno 1735 essendosi già rese quelle Piazze e tutti i Castelli all'Infante D. Carlo, e dissipate le truppe Alemanne, allora la Corte di Roma mutò stile, ed il Papa ricusò di ricevere nel dì stabilito il censo e la Chinea dall'Imperadore, con tutto che dal Principe di S. Croce destinato dal medesimo per suo Ambasciador estraordinario a questo atto, si fosse offerto di pagar il censo e di presentar la Chinea; anzi la Camera Appostolica non volle ammetterlo nè meno a farne deposito; e ciò perchè il Papa gliel'avea proibito, dando fuori un suo motu proprio, col quale comandava de plenitudine potestatis Pontificiae, che in quell'anno si fosse prolungata e differita la presentazione e pagamento per il tempo e tempi a nostro arbitrio, come sono le sue parole, sicchè si prolungasse non solo il deposito, e pagamento delli ducati 7000 d'oro, ma anche la solenne funzione del Cavallo Bianco, o sia Chinea. E quel ch'è da notare, nel motu proprio dichiara il Papa tal ricognizione doverseli pel supremo e diretto dominio, che noi e questa S. Sede abbiamo sopra il Regno dell'una e dell'altra Sicilia: chiamandolo Regno nostro. Ma merita assai maggiore ponderazione che si contrastava per parte dell'Imperadore la soggezione, ed in tutte le maniere d'un Regno del quale egli era assoluto Signore e vero Monarca, voleva esserne Feudatario, e vassallo della S. Sede; poichè il Cardinal Cienfuegos ministro Plenipotenziario dell'Imperadore nella Corte di Roma, avendone avuta special commessione da Cesare per suo imperial dispaccio de' 18 giugno, mandatogli per espresso, altamente a' 28 del suddetto mese protestò contro il motu proprio del Papa, come manifestamente ingiurioso a S. C. M. e lesivo de' suoi diritti, e come quello, che andava a violare a dirittura la fede del patto reciproco, che sempre esiste fra il Padron diretto, ed il Feudatario: soggiungendo e rinfacciando al Papa, che non ammettendosi la presentazione della Chinea ed il pagamento del censo nel giorno convenuto senz'alcuna delle solite legittime cause, la Santità vostra autorizza la ingiusta occupazione del Feudo, mettendosi dalla parte dell'usurpatore, a cui è stata anche facilitata l'impresa, quando più tosto ragion voleva, che il Feudatario fosse ajutato dal Padrone diretto nella difesa del Feudo. Soggiunge in oltre che essendo l'Imperadore l'unico legittimo Feudatario investito dalla S. Sede.... quantunque con la forza sia stato spogliato del Feudo, ritiene però sempre l'animo di ricuperarlo. Si protesta adunque col Papa e suoi ministri camerali di nullità e d'ingiustizia contro la suddetta dilazione, la quale, come sono le sue parole, espressamente e legalmente disapprovata da S. M. non possa, nè debba in qualunque tempo ed occasione allegarsi in suo danno e pregiudizio de' suoi diritti; ma che anzi si debbo riputare e considerare, si reputi e consideri sempre come voluta da V. S. senz'alcuna delle solite legittime necessarie cause, e non ammessa, nè approvata, ma bensì espressamente disapprovata e rigettata da S. M. la quale in effetto ha instato con tutto il vigore, e non cessa d'insistere affinchè si riceva il pagamento del censo, e la presentazione della Chinea al tempo prescritto e convenuto nelle Investiture; protestandosi altresì che affine di far conoscere e manifestare la nullità, e la ingiustizia di una tal dilazione, ed insieme l'aggravio e la violenza, che soffre S. M. come Feudatario della S. Sede, si servirà di tutti i mezzi leciti, che dalla naturale difesa e dalle leggi si prescrivono, affine di preservare il suo diritto legittimamente acquistato, e vendicare le sue ragioni.
Queste querele e proteste firmate a' 28 giugno dal Cardinale furono per mezzo di pubblico Notaro presentate e notificate a' Ministri Camerali, i quali le riceverono colle solite clausole forensi sic et in quantum; ma nell'istesso tempo ordinarono per lor Decreto: in omnibus esse servandum Motum proprium Sanctissimi.
Chi crederebbe, che il fascino nelle menti umane possa giungere a tanto, che ama e si contrasta la propria soggezione e servitù, essendo assoluti e liberi? che nulla tutto ciò giovando per discacciar l'invasore, ma tutto il presidio essendo riposto nelle armi, si voglia profonder denaro in cose vane ed inutili, e non più tosto impiegarlo ad accrescer truppe e milizie, che sono i più efficaci mezzi per vendicar i torti e le offese? A ragione adunque potrebbesi esclamare:
O miseras hominum mentes, o pectora coeca.
Qualibus in tenebris vitae.....
Degitur hoc aevi!
CAPITOLO V. Stato della nostra Giurisprudenza e dell'altre discipline, che fiorirono fra noi nella fine del secolo XVII insino a questi ultimi tempi.
I progressi, che la Giurisprudenza e le altre scienze fecero fra noi nel Regno di Carlo II sino al presente furono veramente maravigliosi. Eransi negli altri Regni d'Europa e spezialmente in Francia ristabilite già e ridotte nel più alto punto di perfezione sin dal principio di questo secolo XVII, e nel suo decorso. Presso di noi però più tardi si perfezionarono, e ricevettero maggior politezza e candore. La nostra Giurisprudenza per Francesco d'Andrea, e per quegli altri che lo seguirono, prese, come si disse, miglior forma, e non men nelle Cattedre, che nel Foro si cominciarono ad insegnar le leggi con nuovi metodi, ed a disputar gli articoli legali secondo i veri principj della nostra Giurisprudenza, e secondo l'interpretazioni de' più eruditi Giureconsulti. La Filosofia, che sino a questi tempi era stata fra noi ristretta ne' Chiostri, e ridotta, o ad alcune sottigliezze di Logica e di Metafisica, o ad alcuni discorsi vani ed inutili, prese un nuovo lustro dallo studio delle scienze naturali e da un'infinità di nuovi scoprimenti, e dal buon metodo posto in uso per trattarla. La Medicina profittandosi degli scoprimenti della Fisica, e dell'uso di molti medicamenti ignoti agli antichi, si scoprì non tanto inutile per le malattie. Le Matematiche, e in spezie l'Algebra, furono spinte sino all'ultima astrazione col mezzo di metodi nuovi. Le Accademie istituite fra noi, e composte in questi tempi di uomini insigni, contribuirono non poco, per le lingue, per l'eloquenza e per l'erudizione alla perfezione delle scienze ed all'avanzamento della letteratura. Ridusse finalmente presso noi nell'ultimo punto di perfezione le discipline il commerzio, che per mezzo de' Giornali de' Letterati s'introdusse fra noi, con la Francia, la Germania e l'Olanda; poichè col mezzo di questo gran numero di Giornali, che da quelle province escono, ogni uno può aver notizia de' libri, che s'imprimono in Europa, delle materie che contengono, e degli avvisi della Repubblica Letteraria.
Ne' nostri Tribunali, per quanto s'appartiene alla Giurisprudenza, come si è veduto, Francesco d'Andrea fu il primo, che l'adoperò secondo i veri principj, e secondo le interpretazioni di Cujacio e degli altri eruditi, non men orando, che scrivendo; ed avendo egli per più anni esercitata fra noi l'avvocazione, ed acquistato quel grido, che il Mondo sa, acquistò ancora molti imitatori; onde nel nostro Foro cominciaron poi a distinguersi i meri Forensi da' veri Giureconsulti. Creato poi egli dal Conte di S. Stefano Giudice di Vicaria, e per mezzo del medesimo tosto promosso dal Re Carlo II al posto di Consigliere, e poi d'Avvocato Fiscale della Regia Camera, non mancò, esercitando questa carica, nelle sue allegazioni, e sopra ogni altra in quella famosa disputazion feudale[97], d'accoppiare insieme l'erudizione, l'istoria, e la vera Giurisprudenza colle disputazioni Forensi. Dopo tre anni di quest'esercizio, ottenne dal Re di far ritorno nel Sagro Consiglio; da dove poi per le stravaganti sue infermità, e per voler nel rimanente di sua vita vivere a se medesimo, ed attendere più quietamente allo studio della Filosofia, di cui erasi oltremodo invaghito, licenziossi, ed abbandonando la città e tutt'i luoghi più frequentati, ritirossi nelle solitudini di Candela, picciola terra dello Stato di Melfi. Quivi morì quest'incomparabile Giureconsulto, dopo alquanti giorni d'infermità, assistito dal Governadore di quello Stato e da più Religiosi; ed a' 10 settembre dell'anno 1698, su le 21 ore rendè al suo Fattore l'immortal sua anima; ed il giorno seguente da Monsignor Spinelli Vescovo di Melfi gli furono celebrati nobili e divoti funerali.
Dopo costui, chi più se gli avvicinasse nell'eloquenza e nell'erudizione, e sostenesse nel Foro l'arte del ben dire e scrivere, fu il famoso Avvocato Serafino Biscardi. Ebbe ancor costui per compagni, se non nell'eloquenza, nel sapere e nell'erudizione, D. Niccolò Caravita, ed Amato Danio; e nella dottrina legale que' due profondi Giureconsulti Pietro di Fusco e Flavio Gurgo. Ve ne furono ancora degli altri che sostennero ne' nostri Tribunali la vera arte del dire e del sapere, li quali durando ancor fra noi, e collocati nei primi onori del magistrato temerei offendere la lor modestia in favellandone; ma fra questi la gratitudine e l'aver io il pregio d'essere stato nel Foro suo discepolo, non comportano, che io taccia d'uno, che per giudicio universale è fuor d'ogni invidia e d'ogni emulazione. Questi è l'incomparabile Gaetano Argento, il quale fin dalla sua tenera età, fornito della più recondita e pellegrina erudizione, e consumato nello studio delle lingue, dell'istoria e delle buone lettere, applicò i suoi rari talenti negli studi legali, dove per la penetrazione del suo divino ingegno, per la stupenda memoria e per l'instancabile applicazione, riuscì al Mondo di miracolo; tal che per la profondità del suo sapere, e spezialmente nella Giurisprudenza, superò quanti Giureconsulti fra noi giammai fiorissero. Ed innalzato da poi a' supremi magistrati, ed al sommo onore di Presidente del nostro Sagro Consiglio, rilusse assai più luminosa la sua fama; poichè soprastando agli affari più gravi e rilevanti dello Stato, fece conoscere quanto in lui non meno potessero le lettere e le discipline, che la sapienza e l'arte del Governo.
Fu sostenuto da questi preclari ingegni il candor della nostra Giurisprudenza nel Foro; ma non mancarono ancora a questi tempi altri nobili spiriti, che lo sostennero nell'Università de' nostri studi. Erasi, come si disse, cominciato già in quest'Università ad insegnarsi con maggior pulitezza di ciò che prima facevasi; ma non s'era venuto a quella perfezione, colla quale insegnavasi nell'altre Università, e particolarmente in quelle di Francia; ma posto che ebbe in quella il piede il famoso Cattedratico Domenico Aulisio, fu ridotta nell'ultimo punto di perfezione. Egli per la sua varia e profonda erudizione, e sopra tutto della Romana e della Greca, per la perizia delle lingue, e per la sua somma e minuta esattezza, v'introdusse il vero metodo di spiegar le leggi. Fu ancora il primo, per li suoi maravigliosi concorsi, a dar norma agli Oppositori nelle Cattedre, come e con qual metodo dovessero quelli farsi, sì che non divagandosi fuori del testo, come si solea prima, in premesse ampliazioni, limitazioni e corollarj, si venisse all'interna sposizion di quello, ed a penetrarne i veri sensi, e con chiarezza poi e nettezza e proprietà di parole spiegarli. Fu quest'uomo ammirabile per la non men varia che profonda perizia, ch'e' possedeva in tutte le discipline. Egli fu non men profondo nella vera Giurisprudenza, come lo dimostrano le sue opere, che nelle Matematiche, nelle lingue, non men Latina e Greca, che nell'altre Orientali; nello studio delle lettere umane, ed in tutte le arti liberali. Grande antiquario e sopra tutto vago dello studio dell'antiche medaglie e degli altri monumenti dell'antichità. Profondo nella filosofia, nella poetica, nell'arte oratoria; ed insino sopra la medicina avea fatti studi immensi, tal che avea composta un esatta e peregrina Istoria della Medicina, che intendeva di dare alle stampe; ma per la sua natural tepidezza, sempre dubbio e vacillante e non soddisfacendosi mai delle sue stesse fatiche, prevenuto da Daniele le Clerc, rimane ora fra gli altri suoi M. S. che ci lasciò. L'opera delle Scuole Sacre, che fra breve uscirà alla luce del Mondo, s'era pure da lui ridotta in punto di darsi alle stampe, ma per l'istessa cagione, rimane ora alla discrezione del suo erede quando e come vorrà darla. Le opere sue legali, che si sono ora impresse, egli non l'avea dettate a questo fine, ma solo per insegnarle nelle cattedre a' suoi scolari, ed avrebbe ascritto a grande ingiuria del suo nome, se in sua vita taluno avesse avuto quest'ardimento. Ma presso me, a cui egli, come uno de' suoi più cari discepoli, raccomandò i suoi scritti, ha potuto più il pubblico beneficio, che la privata sua ingiuria; poichè, sebbene egli per la natural sua modestia, e pel poco concetto, che avea delle cose sue istesse, sentisse sì parcamente di queste sue fatiche, siamo sicuri che per l'utilità, che apporteranno, il giudicio del Mondo sarà molto diverso da quello del loro autore. Ha egli lasciate pure molte altre sue fatiche intorno alla poetica, all'arte oratoria, alla dottrina ed emendazione de' tempi, alle matematiche, alla filosofia e vari altri componimenti; ma tutti imperfetti e pieni di cassature ed inestricabili postille: d'alcuna delle quali forse a miglior tempo ed a maggior ozio, ne sarà partecipe la Repubblica Letteraria.
Per quest'eminente sua letteratura, vacata nell'anno 1695, per la morte di D. Felice Aquadia, la cattedra primaria vespertina del Jus Civile, fu con pienezza di voti a quella innalzato con soldo di ducati 1100, l'anno, la qual fu da lui sostenuta con sommo splendore e gloria; tal che per lui l'Università de' nostri studi non ebbe che invidiare a qualunque altra più illustre di Spagna, o di Francia, ed in quella insegnò sino alla fine di gennajo del 1717, anno della sua morte. Ma se questa perdita fu per noi grave ed inestimabile, niente però si scemò di pregio alla cattedra ed alla nostra Università; poichè ben tosto, espostasi quella a concorso, fu con universal consentimento provveduta in persona d'un pari ed insigne Cattedratico D. Nicolò Capasso, che ora degnamente la sostiene, il quale essendo stato il primo fra noi ad insegnare ne' nostri studi il Jus Canonico, secondo i veri principj tratti da' Concilj e da' Padri, col soccorso dell'Istoria Ecclesiastica, e secondo l'interpretazione de' più culti ed eruditi Canonisti, siccome prima avea illustrata e posta in maggior splendore quella Cattedra Canonica, così ora da lui, per la sua eloquenza, dottrina legale, somma erudizione e perizia delle lingue, vien sostenuta la Primaria Civile, con non minor decoro e concorso di quello ch'era in tempo del suo predecessore.
Furono ancora a questi tempi in migliore stato ridotte l'altre cattedre di questa Università per le altre scienze che quivi s'insegnano. Tommaso Cornelio, come fu detto, avea introdotta in Napoli la nuova filosofia, ed egli proccurò, che le opere di Renato des Cartes quivi s'introducessero: ebbe egli in questi principj per compagno Lionardo di Capoa, medico e filosofo ancor egli: onde congiunti insieme cominciarono a promuovere le buone lettere, e sopra tutto la filosofia e la medicina. Poco da poi, alcuni di più accorto ingegno, tratti dal loro esempio, si diedero anch'essi a questa nuova maniera di filosofare, e lasciando da parte tutto ciò, che nelle scuole fra' chiostri aveano appreso, si applicarono a questi nuovi studi. Trovarono costoro a questi tempi un potente protettore, D. Andrea Concubletto Marchese dell'Arena, il quale mosso dall'affetto ardentissimo, ch'egli avea a sì fatti studi, e punto anche da generosa invidia, che ove in altre parti d'Europa la buona filosofia trionfava, solo in Napoli fosse negletta, e da pochi conosciuta, diedesi con grande studio a proccurare, che coloro che n'aveano vaghezza in qualche luogo s'unissero, dove con sottili ricerche e speculazioni si proccurasse spingere più avanti le cognizioni sopra questo soggetto. Eransi già prima, non meno in Parigi che in Inghilterra, introdotte consimili Accademie di Scienze; onde ad imitazione di quelle studiavasi l'Arena promuovere questa sua. Fu per tanto scelta la casa istessa del Marchese per luogo di quest'Adunanza, alla quale s'ascrissero gli uomini più dotti di que' tempi. Fu dato il nome all'Accademia degl'Investiganti, che per impresa avea un Can bracco, col motto Lucreziano: Vestigia lustra[98].
I più insigni, che quivi s'arrolarono, e de' quali ne rimane a noi ancora memoria, furono oltre il Cornelio, ed il Capoa, il cotanto da noi celebrato Camillo Pellegrino, il quale, sebbene in tutto il corso della sua vita avesse consumati i suoi giorni in studi diversi, cioè dell'istoria, e nelle ricerche delle nostre antichità; erasi poi nella vecchiaja così ardentemente acceso dei nuovi ritrovamenti e metodi di questa novella Filosofia, che accusava la sua grave età, che non gli permettesse porre ogni opera in questi studi. Il cotanto presso noi rinomato Francesco d'Andrea, ed il suo fratello D. Carlo Buragna, che restituì in Napoli l'Italiana Poesia, e che alla gran perizia della Geometria e della Fisica accoppiava una perfetta cognizione di tutte e tre le lingue. Giovambattista Capucci, profondo Filosofo, ed adornato di molta letteratura. Sebastiano Bartoli famoso Medico di que' tempi, di cui il nostro Vicerè D. Pietrantonio d'Aragona ebbe tanta stima e concetto. Lucantonio Porzio gran filosofo e medico, che in quest'Adunanza vi recitò nobili e profonde lezioni intorno al sorgimento de' licori, e sopra altre sue filosofiche investigazioni[99]. Vi s'ascrissero ancora i Nobili Daniello Spinola e D. Michele Gentile; e vollero pure aggregarvisi Monsignor Caramuele Vescovo allora di Campagna, ed il P. Pietro Lizzardi Gesuita, oltre tanti altri preclari spiriti, che furono tutto intesi colle loro gloriose fatiche a scuotere il durissimo giogo, che la Filosofia de' Chiostri avea posto sopra la cervice de' nostri Napoletani.
Quest'Adunanza per la partenza del Marchese d'Arena da Napoli, e per la di lui morte non guari da poi seguita, si disciolse; ma non per ciò i suoi Accademici, chi insegnando nelle Cattedre, e chi scrivendo nobilissimi trattati, si trattennero di promuovere questi studi; tal che in brevissimo tempo fecero notabilissimi progressi, ed acquistarono molti seguaci, diffondendo non men questa Filosofia, che le altre buone lettere; e nella Medicina, Notomia, Botanica e nelle Matematiche, e spezialmente nell'Algebra introdussero nuovi metodi, e stesero molto le loro conoscenze. Quelli che non ebber genio d'esporsi a' concorsi per ottener le Cattedre, si segnalarono colle loro opere in diffondendo le novelle dottrine. Lionardo di Capoa si rese celebre per li suoi Pareri, che diede alle stampe. Gregorio Caloprese, ancor'egli profondo Filosofo, diede saggi ben chiari, quanto nella Cartesiana Filosofia valesse, co' suoi dotti scritti; ed il somigliante fecero tanti altri preclari e nobili spiriti.
Coloro che aspirarono alle Cattedre non men colle opere che diedero alle stampe, che con insegnar ivi pubblicamente le scienze, innalzarono assai più la nostra Università degli Studi; tal che non meno per le leggi civili e canoniche, che per le altre facoltà quivi insegnate con maggior pulitezza e candore, si vide ella fiorire a pari delle maggiori Università d'Europa. La Cattedra della Medicina fiorì sotto il celebre Luca Tozzi, famoso per le sue opere date alle stampe; la qual dopo la di lui morte, non pur niente perdè di splendore, ma ne acquistò un maggiore, per vedersi ora in sua vece sostenuta da un più chiaro e risplendente lume, quanto, e quale il cotanto celebre Niccolò Cirillo. Quella della Notomia è pur anche occupata da Lucantonio Porzio, famoso ancor'egli in tutta Europa per profondità di sapere e per le insigni sue opere date alle stampe. Non men di queste furono le altre di Matematica, e d'Eloquenza, sostenute, siccome ancor ora si sostengono, da valenti professori. Erasi in quest'Università, per le precedute sciagure, estinta la cattedra della Lingua Greca: ma nel governo del marchese de los Velez fu nell'anno 1682 quella ristabilita[100]; e quel che accrebbe a lei maggior splendore, fu d'essersi provveduta in persona del Sacerdote D. Gregorio Messeri, gran maestro di tal lingua, e riputato de' primi in tutta Italia: tal che quanto oggi si sa fra noi di questo idioma, tutto si deve a questo insigne professore.
Nel medesimo anno la Botanica fu pure in Napoli maggiormente ristabilita, mercè la cura che se ne prese D. Francesco Filamarini, il quale eletto Governadore dell'Ospedale della Nunziata di Napoli, fece per comun utilità, a spese del medesimo, piantar un orto di semplici fuori le porte della città nel luogo detto la Montagnola, di cui poi se ne prese il pensiere Tommaso Donzelli celebre Medico de' nostri tempi, che l'ordinò ed arricchì di molte piante[101]. Prima di lui Mario Schipano avea pure coltivati questi studi, che furono a noi tramandati dal famoso Fabio Colonna; ed a' nostri tempi Gio. Battista Guarnieri rinomato Medico e Cattedratico vi avea ancor fatti notabili progressi.
Fu ancora a questi medesimi tempi restituita fra noi nel suo antico splendore la Poesia Italiana per Carlo Buragna, Pirro Schettini, ed altri eccellenti Poeti, che vi fiorirono. Le altre buone lettere, l'erudizione e le lingue fecero grandi progressi sotto il governo del Duca di Medina Coeli, che le protesse non meno, che i professori di quelle. Gli studi, che a noi vennero più tardi, furono quelli dell'Istoria Ecclesiastica e della Teologia Dogmatica, li quali in Francia s'erano spinti sino all'ultimo punto di perfezione; ma applicatisi, ancorchè tardi, i nostri ingegni a quelli, alcuni vi riusciron eminenti: tal che introdotte fra noi tutte le buone discipline, fu restituita la città ed il Regno in quella pulitezza e letteratura, che ora ciascun vede.
CAPITOLO VI. Politia Ecclesiastica di questi ultimi tempi.
Mentre durò il Regno di Carlo II non fu veduto cangiamento alcuno in noi in ciò che riguarda la Politia Ecclesiastica; ma furono da' suoi Vicerè Spagnuoli calcati i medesimi sentieri de' loro predecessori. Due esemplarissimi Pontefici, che fra questo tempo ressero la Sede Appostolica ridussero a più moderato stato le cose; e zelanti dell'onor di Dio, attesero più alla riforma de' costumi degli Ecclesiastici, che a promuovere le pretensioni di quella Corte sopra il temporale de' Principi. Innocenzio XI per la bontà della vita ed innocenza de' costumi trasse a se il rispetto e la riverenza, non pur de' Principi Cattolici, ma eziandio de' pretesi Riformati. Fu tutto inteso ad estirpare gli abusi introdotti nell'ordine Chericale; condannò la rilasciatezza e le perniziose dottrine, che aveano sparse nelle loro opere gli scandalosi Casuisti: ripresse l'insolenza ed audacia de' monaci, e pubblicò nell'anno 1680 una Bolla contro lo sgangherato modo di predicare introdotto da essi, i quali avvezzi alle sofisticherie delle loro scuole, ed ignoranti non men dell'arte dell'eloquenza, che di tutt'altro, erano tutti intenti a vane argutezze di parole, ad antitesi, ad allusioni, a metafore stravolte: ed applicavano anche a quest'uso i luoghi della Scrittura e de' Padri, stravolgendoli, e stiracchiandoli a lor modo. Innocenzio XII come nostro Napoletano amò la quiete del Regno, e si studiava di beneficarlo. Per aver egli tenuta la Sede Arcivescovile di Napoli per molto tempo, erangli noti gli abusi e le corruttele dell'Ordine Ecclesiastico, e sopra tutto l'estorsioni del Tribunal della Nunziatura, e de' suoi Commessarj per lo Regno; ed i crudeli Spogli che si praticavano: tal che commiserando lo stato calamitoso delle nostre Chiese, deliberò rimettere gli Spogli delle Chiese, non comprese nella concordia, in beneficio delle Chiese stesse, con che dovesse impiegarsi tutto ciò che si fosse trovato negli Spogli, in reparazione ed ornamento di quelle, col consenso del futuro Vescovo o Prelato, ed intervento di persona deputata dal Capitolo, siccome stabilì per sua Bolla. E si crede che se i nostri Napoletani avessero insistito a dirittura con questo Pontefice sopra la dimanda, che allora fecero a Carlo II di provvedersi i Beneficj a' Nazionali, in esclusione degli esteri, forse l'avrebbero indotto a contentarsene. Tolse questo zelante Pontefice molti altri abusi introdotti nella Chiesa ed emendò per quanto potè la Corte istessa di Roma. Abolì lo scandalo del nepotismo, e chiamò suoi nepoti i poveri, dando loro per abitazione il Palagio Lateranense, magnificamente ristorato. Tolse ancora la venalità de' Chericati di Camera, ed ordinò, che per l'avvenire le Chiese parrocchiali non fossero aggravate di pensioni. Stabilì una Congregazione a parte sopra la riforma degli Ecclesiastici; ed un'altra per la disciplina de' Regolari; e con sua Bolla diminuì l'autorità de' Cardinali Protettori di Ordini Religiosi. Vietò a' Preti di mettersi al servigio de' laici, moderò il lusso de' loro abiti, proibì agli Ecclesiastici di portar perucca, e diede altri provvedimenti, perchè la rilasciata lor disciplina alquanto si rialzasse.
Ma poco tempo durarono questi buoni regolamenti; poichè appena lui morto, succeduto nel Pontificato Clemente XI, che avea menati tutti i suoi giorni tra i raggiri di quella Corte, ed allevato colle di lei massime, si ritornò a' primieri disordini. Furono con varie e sforzate interpetrazioni, rendute inutili le Costituzioni di quel religioso Pontefice; rinovate le intraprese, e non vi fu Papa, che in un medesimo tempo avesse prese tante brighe con vari Principi, quanto costui. Egli ebbe contese col Duca di Savoja, colla Spagna e coll'Alemagna: tentò d'abolire la Monarchia di Sicilia, ancorchè con inutile successo; ed in fine di non far valere nel nostro Regno i sovrani diritti de' nostri Principi; nè meno le concessioni istesse del suo predecessore fatte al Regno ed alle nostre Chiese.
La Bolla d'Innocenzio, che tolse alla Camera Appostolica gli Spogli delle nostre Chiese vacanti, fu con stiracchiate interpetrazioni renduta vana ed inutile; poichè fu interpetrata di doversi eseguire, quando il Vescovo Prelato muore dentro la sua Diocesi, non già quando fuori di quella venisse a mancare. E quando il Prelato moriva in Diocesi, deludevasi pure la legge, poichè per la condizione in quella apposta di doversi impiegare gli Spogli alle Chiese col condenso del futuro Vescovo o Prelato, si operava in maniera, che niun giovamento ne ricevevano le Chiese; imperocchè venendo li Vescovi e Prelati da Roma così impoveriti da' dispendj sofferti in quella Corte, per le spedizioni delle Bolle, e per altre recognizioni; ciò che trovava d'avanzo, non già si convertiva in reparazione o ornamento delle Chiese, o sovvenimento de' poveri, ma a lor proprio uso e beneficio e per soddisfare i debiti contratti per la lor lunga dimora fatta in Roma; e se mai il Capitolo di ciò si risentiva, il che rade volte accadeva, ciascun temendo di inimicarsi il suo Superiore, tali ricorsi ad altro in fine non servivano, che a consumarsi il rimanente in Roma in lunghi e dispendiosi litigj.
La Bolla di Gregorio intorno all'immunità delle Chiese, ancorchè non ricevuta nel Regno, si proccurava farla valere, anche ne' delitti più enormi, procedendosi a censure contro i ministri del Re, che volevano punire i delinquenti; come cosa nuova era inteso l'Exequatur Regium, e si prendeva con vigore la difesa dell'intraprese e trascorsi de' Vescovi del Regno che turbavano la regal giurisdizione.
Ma intanto essendosi questo Regno avventurosamente restituito sotto il dominio del Nostro Augustissimo Principe CARLO, che teneva allora collocata la sua Sede regia in Barcellona, furono sotto i suoi auspicj non pur ripresse con vigore l'intraprese degli Ecclesiastici, ma più fermamente stabiliti i regali diritti e le prerogative de' suoi sudditi, ed in termini così pressanti e risoluti, che in tutte le precedenti grazie concedute da' nostri Principi Aragonesi ed Austriaci a questa città e Regno, non si legge una cotanto e sì premurosa espressione. Egli con più regali cedole spedite da Barcellona, stabilì fermamente la necessità del Regio Exequatur[102], in tutte le Bolle, Brevi, o altre provvisioni, che vengono da Roma. Escluse gli stranieri da' benefici, e comandò sequestrarsi le rendite di quelli che fossero provvisti a' medesimi[103]. Abolì ogni vestigio d'Inquisizione, comandando, che nelle cause appartenenti alla nostra S. Sede procedessero gli Ordinarj de' luoghi, per via ordinaria, siccome è la pratica negli altri delitti e cause criminali Ecclesiastiche[104]. Ed assunto da poi al Trono Imperiale serbò con tenore costante i medesimi sensi; anzi, a' 6 d'agosto del 1713, alle preghiere della città e Regno non pure fermamente escluse i forastieri da tutte le prelature e beneficj del Regno, comandando che fossero conceduti a' suoi naturali, ma che con pari serietà e vigilanza avrebbe eziandio proccurato di far evitare le frodi degli stranieri, che si commettessero o con riserbe di pensioni, o d'altro contro queste sue regali disposizioni: tal che fra noi si è introdotto stile nel supremo Collateral Consiglio che nel concedersi l'Exequatur Regium alle provvisioni de' beneficj provveduti da Roma a' nazionali, affin d'evitarsi queste frodi, si appone la clausola: Exceptis pensionibus forsan impositis in beneficium exterorum.
Quanto da' nostri maggiori si fosse travagliato, non men presso i Re dell'illustre casa d'Aragona, che Austriaca per ottenere un sì rilevante beneficio, lo mostrano le tante preghiere, che si leggono per ciò date a que' Serenissimi Principi dalla nostra città e Regno, ed a questi tempi sotto il Regno di Carlo II pure nel 1692 dalla Deputazione de' Capitoli si leggono due appuntamenti, fatti nella lor assemblea, di darne nuova memoria al Re, e fu trascelto il dottissimo Avvocato Pietro di Fusco, che ne dettasse la preghiera, siccom'eseguì e fu presentata al Conte di S. Stefano allora Vicerè. Ma un tanto e sì segnalato favore era stato a noi dal Cielo riserbato in quest'ultimi tempi, per doverci esser conceduto da un più Augusto, magnanimo e clementissimo Principe.
Papa Clemente fecene di ciò gran romore, e condannava gli editti del Re, come offensivi dell'Ecclesiastica libertà. Ma per mezzo di tre dotte e nobili Scritture, dettate da Giureconsulti gravissimi, si fece conoscere, che quelli erano conformi, non meno alle leggi e costumanze dell'altre nazioni del Mondo Cattolico, che a' Canoni stabiliti in più Concilj, a più Costituzioni di Sommi Pontefici, alla dottrina de' Padri della Chiesa, ed al comun sentimento de' più gravi e rinomati Teologi e Canonisti.
Furono sotto il Regno del nostro Augustissimo Monarca ed Imperador CARLO VI spezialmente sotto il Governo del Conte Daun nostro Vicerè, ripressi con vigore gli attentati degli Ecclesiastici, le intraprese ed i trascorsi de' Vescovi: sostenute con fortezza le regali preminenze, corretti i Prelati con sequestri delle loro entrate e con chiamate e sovente i contumaci furono discacciati dal Regno usandosi contro d'essi que' rimedj, che non meno le leggi, che l'antico uso del Regno permettono a' nostri Principi. Fu serbata l'immunità delle Chiese secondo il prescritto dei Canoni, non già secondo la Bolla Gregoriana, che in tutte le occasioni non fu fatta valere, il Regio Exequatur fu indispensabilmente e con sommo rigore ed oculatezza ricercato in qualunque provvisione, che venisse da Roma. Furono i Vescovi contenuti ne' loro limiti e tolti molti abusi, che s'erano introdotti nelle loro Diocesi. Le franchigie e l'immunità degli Ecclesiastici furon mantenute secondo il prescritto de' Canoni e delle nostre leggi e riparato alle frodi: tal che fu ridotta la Giustizia e Giurisdizion Ecclesiastica al suo giusto punto, lasciandosi al Sacerdozio quel ch'è di Dio, ed all'Imperio, quel ch'è di Cesare. Nella qual opera non men gloriosa, che a Dio molto grata ed accetta, v'ebbe la maggior parte il zelantissimo nostro Presidente del Sagro Consiglio Gaetano Argento, al quale avendo l'Augustissimo nostro Monarca confidata la difesa della sua Regal Giurisdizione, la sostenne con non disugual dottrina che vigore. Egli che per lo suo profondo sapere ben sapeva distinguere i confini tra 'l Sacerdozio e l'Imperio, impiegò tutta la sua vigilanza, perchè queste due Potenze si contenessero ne' loro limiti e che l'una non intraprendesse sopra l'altra. Egli fu il primo tra noi, che secondo i veri principi tratti da' sagri Canoni, da' Concilj, dalle sentenze de' Padri e da' più profondi e gravi Teologi e Canonisti, maneggiasse con decoro e con somma non men dottrina ch'erudizione, queste contese giurisdizionali, nelle quali in breve tempo divenne consumatissimo, lasciandosi indietro tutti gli altri, che prima di lui aveano sostenuta questa carica. I cotanto presso noi famosi Reggenti Villano, Revertera, de Ponte e tanti altri che si segnalarono nella difesa della Giurisdizion Regale appo lui si dileguano: comparate le loro consulte, con le sue dottissime, ripiene della più scelta erudizione, arricchite di autorità e delle più pellegrine notizie, tratte non men dall'Istoria Ecclesiastica, da' Concilj, da' Padri e da' più eccellenti Canonisti, che dalle nostre memorie ed illustri esempj del nostro Regno istesso, tanto queste sopra quelle s'innalzano, quanto gli alti cipressi sopra gli umili e bassi corbezzoli. Tal che se qualche cosa mancava, perchè questo Regno potesse gareggiare con quello di Francia, dove questi studi sono stati ridotti nell'ultimo punto di perfezione, per lui non abbiamo ora noi, nè anche in ciò, da portargli invidia.
Furono ancora sotto il Regno del nostro Augustissimo Principe moderati gli abusi del Tribunal della Nunziatura di Napoli, e, come altrove fu detto, per questa stessa cagione sospeso il Tribunal della Fabbrica. Informato il nostro Monarca degli Spogli e delle storsioni, che si commettevano in questi Tribunali, in gravissimo danno de' suoi vassalli, con forte risoluzione ordinò nel 1717 che il Nunzio fra 24 ore uscisse dal Regno: pervenne a noi il regal dispaccio nel mese d'ottobre del medesimo anno, che fu tosto mandato in esecuzione: partì il Nunzio, si chiuse il suo Palagio, e fur parimente chiuse le porte al Tribunal della Fabbrica. Ne' 4 di giugno del seguente anno, dimorando il nostro Imperadore a Luxemburg, spedì altro dispaccio, col quale ordinò il sequestro delle rendite delle Chiese e Beneficj vacanti, comandando, che quelle s'impiegassero alla reparazione ed ornamento delle stesse Chiese, ed al sovvenimento dei poveri. Ed al dì 8 ottobre dell'istesso anno 1718 ne spedì un altro diretto al Conte Daun Vicerè, dove se gl'incaricava, che pienamente l'informasse delle storsioni, ed abusi di questi Tribunali, ed il rimedio che poteva darvisi. Il Vicerè eseguì per mezzo del Delegato della Giurisdizione con molta esattezza l'Imperial comando, dandogli pieno ragguaglio degli abusi di questi Tribunali e de' rimedj, che potevan adoperarsi. In tanto Papa Clemente per mezzo del suo Nunzio in Vienna, valendosi ancora dell'intercessione dell'Imperadrice Eleonora madre, proccurò mitigare l'animo del figliuolo: sicchè ridotto l'affare in trattati, gli fu accordato il ritorno del Nunzio, con facoltà però limitate, proccurandosi torre al meglio, che si potessero gli abusi del suo Tribunale. Fece a noi ritorno nel mese di giugno del seguente anno 1719, ma dal nostro Collaterale gli fu impedito l'ingresso nella città per alcune difficoltà, che s'incontravano in dar l'Exequatur al suo Breve: tal che fu duopo aspettare dalla Corte nuovi comandi; ed essendosi in Vienna spianate le difficoltà proposte, vennero nuovi ordini per la sua reintegrazione; onde nella fine di quest'anno 1719 fu introdotto nella città, ed aperto il suo Tribunale, ma quello della Fabbrica rimase chiuso e sospeso, come è al presente.
Cotanto s'ebbe a travagliare nel Pontificato di Clemente XI per sostenere i regali diritti e per sottrarre i sudditi del Re dalle sorprese, e soperchierie degli Ecclesiastici. Ma indi a poco, morto Clemente e succeduto il presente Pontefice Innocenzio XIII, fu tra il Sacerdozio e l'Imperio posta una ben ferma e tranquilla pace, e furono queste due Potenze ridotte in una perfetta armonia e corrispondenza. Imitando costui il gran Pontefice Innocenzio III non men suo predecessore, che dell'istesso suo sangue, ed adempiendo quel che sotto di lui fu stabilito in un Canone dal Concilio Lateranense[105], ha esposti i suoi pacifici e moderati sensi, che siccome e' brama, che i laici non usurpino le ragioni de' Cherici, così vuole, che i Cherici siano contenti di ciò che i Canoni, le Costituzioni Appostoliche e le Consuetudini approvate lor concedono; ma che sotto pretesto della libertà Ecclesiastica non invadano le ragioni de' laici, e stendano la lor giurisdizione con pregiudizio della Regale; affinchè con giusta e ben regolata distribuzione, si dia a Cesare quel ch'è di Cesare, ed a Dio quel ch'è di Dio.
§. I. Monaci e Beni temporali.
I Monaci a questi tempi, se ben caduti dall'opinione, che prima avevano di santità e di dottrina, proseguivan pure a far progressi negli acquisti di beni temporali: le rendite degli acquistati, i nuovi Legati e donazioni, che si facevano alle lor Chiese maggiormente gli provvidero di contanti, sicchè quando mancavano l'eredità, ed i Legati, essi compravano i poderi, e nelle concorrenze, come più offerenti per la copia del danaro accumulato con questi mezzi, non già con sudori e travagli, erano a tutti preferiti. Fu introdotto ancora in quest'ultimi tempi, che non vi era testatore che non lasciasse alle lor Chiese Cappellanie con istabilirvi fondi copiosi e fruttiferi per celebrazione di messe, riponendo il presidio della salvezza della loro anima, non già nello studio di tenerla monda dalla contagione del Secolo, ed a proccurare in vita di sollevar le vedove e gli oppressi; ma in fabbricar Cappelle sontuose, moltiplicare i sagrifizj e far celebrar delle messe in tutti gli altari[106]. E la maraviglia è, che con tutto il lor discredito, e che i secolari ne parlassero con disprezzo, pure essi sono i padroni dello spirito del popolo, non altramente che non si faccian coloro, i quali stando sani, ancorchè disprezzino i Medici, riputandoli inutili alla cura delle malattie, si sottopongono nondimeno poi ad essi con maggior soggezione degli altri, tantosto lor viene ogni piccolo malore.
D. Pietr'Antonio d'Aragona Vicerè favorì i loro acquisti, ed a' suoi tempi, oltre dell'Ospidale di S. Gennaro fuori le mura della città, ebbe compimento e perfezione il famoso Romitorio di Suor Orsola. Gli Scalzi Eremitani di S. Agostino aprirono sotto il Governo del Marchese de Los Velez, una magnifica Chiesa col titolo di S. Nicolò Tolentino. La morte di Gaspare Romer rinomato mercatante fiamengo, arricchì non pur lo Spedale degl'incurabili, ma il Monastero delle donne Monache del Sagramento. Altri Mercatanti forestieri, non avendo a chi lasciare le loro ricchezze, fondarono nuovi Monasteri, invitandovi Monache loro compatriote ad abitarvi. Si aggiunsero ancora l'eccessive doti ed i vitalizj, che si costituiscono nell'entrar che le Monache fanno ne' Monasteri, ai quali dopo la lor morte le doti rimangono e quando ne' primi tempi fu gran contrasto, se il ricever tali doti fosse simonia, poi si ricevettero senza il minimo dubbio. Fu ancora introdotto, che i Monaci istessi si riserbassero grossi vitalizj, ed a questi ultimi tempi tal riserba è penetrata sino a quelli delle Religioni mendicanti, e poco lor resta d'avanzar quest'altro passo nell'entrare a' Monasteri, cioè di farsi costituire anche proprj patrimonj. A questo fine, in quest'ultimi tempi non si sono vedute più riforme d'antiche Religioni, ma novelle Congregazioni di Preti: si sono scacciati i cappucci, e s'amano ora più le berrette, per menar una vita più agiata, senza coro e senza quelle altre soggezioni ed incomodi, che porta seco l'austero e rigido cappuccio.
Per tanti e sì innumerabili fonti sono derivate in noi sì vaste e smisurate ricchezze degli Ecclesiastici, le quali sono un'evidente cagione della nostra miseria. I pubblici pesi si soffrono da' secolari solamente, e si rendono ora assai più insopportabili, perchè passando continuamente i beni, che prima erano in poter dei laici, in mano degli Ecclesiastici, viene a cadere tutto il peso, che prima era ripartito, sopra il rimanente, che resta sotto al dominio de' laici. Si fa conto dai più esperti e da coloro, che sanno lo stato del Regno, che delle tre parti delle rendite, presso che due si trovano nelle mani degli Ecclesiastici, dalle quali non possono mai ritornare in potere de' laici, per le leggi strettissime fatte a lor beneficio, che l'impediscono. Altri comunemente affermano, che se il Regno si dividesse in cinque parti, si troverebbe, che gli Ecclesiastici ne hanno quattro delle cinque; poich'essi hanno del suolo quasi la metà del tutto e sopra il rimanente, per li Legati, ed altri doni consimili ne hanno un'altra e mezza; perchè niun muore, senza che lasci qualche Legato a qualche Chiesa o Convento. Oltre a ciò fra qualche tempo faranno pure acquisto di tutto il rimanente, perchè abbondando di denari raccolti da' Legati e dagli avanzi delle loro amplissime rendite, fanno del continuo compre di stabili. Tal che gli riflessivi Viaggianti forestieri, che stupidi ammirano tante e sì sterminate ricchezze, e fra gli altri il prudente e savio Burnet, presagirono, che se non vi si pone alcun freno, siccome giungeranno a comprarsi l'intera città, così nel termine d'un secolo diverranno gli Ecclesiastici padroni di tutto il Regno.
Conobbero i nostri maggiori un così ruinoso disordine, e proccurarono por freno a sì sterminati acquisti. Quando in nome della città, Baroni e Regno fu mandato il Reggente Ettore Capecelatro al Re Filippo IV fra l'altre grazie, che si chiesero a quel Monarca, una fu perchè provvedesse e dasse freno agli acquisti de' beni, che si facevano dagli Ecclesiastici nel Regno. E non essendovisi per la morte del Re Filippo data alcuna provvidenza, furono replicate le suppliche al suo successore Carlo II; ma da questo Re riputandosi ciò cosa di gran momento, non se n'ottenne altro, che una promessa di volervi poi più pesatamente provvedere[107]. Ma sotto il felicissimo Governo del nostro Augustissimo Monarca, incoraggita la città ed il Regno dalla sua magnanimità e clemenza porsegli nuove preghiere, nelle quali esprimendo le miserie, che si cagionavano per ciò al Regno, il danno, non men del Regal Erario, che de' sudditi; gl'incontrastabili regali diritti, ch'egli avea di poter ciò comandare e gli esempj degli altri Principi religiosissimi, che ne' loro Reami aveano con prudenti leggi ripressi tali acquisti; istantemente lo pregarono, che lo stesso comandasse egli nel Regno di Napoli, in guisa che gli Ecclesiastici per l'avvenire non potessero acquistare beni stabili nè per se stessi, nè per mezzo di altre persone, e che se per avventura per Legato o per altra qualunque via lor pervenissero beni stabili, debbiano quelli vendere e contentarsi del prezzo. Reggendo in quel tempo, per l'assenza del Re da Barcellona, la Regina Elisabetta, questa savissima Principessa, mossa da queste suppliche, degnossi con suo regal dispaccio, spedito in Barcellona a' 19 marzo del 1712[108] premurosamente comandare al Conte Carlo Borromeo allora nostro Vicerè, che inteso il Collateral Consiglio, ed il Tribunal della Regia Camera l'informasse pienamente con suo parere di quanto occorreva sopra la dimanda fatta, affinchè potesse sopra ciò prender quella risoluzione, che stimerà più giusta e conveniente[109]. In esecuzione di questa regal cedola, che esecutoriata dal Regio Collateral Consiglio fu rimessa alla Regia Camera, fu da questo Tribunale, per ciò che si appartiene a lui, fatta la richiesta relazione, e rimane solamente ora, che lo stesso s'esegua dal Consiglio Collaterale: il quale intanto (ciò pendente) a' ricorsi della città, che invigila ad impedire qualunque novità che frattanto si tentasse dagli Ecclesiastici in far nuovi acquisti, suol ordinare, che con effetto si faccia la domandata relazione a S. M. C. e Cattolica, e frattanto che non s'innovi cos'alcuna.
Non vi è da dubitare, che fra tanti e sì segnalati beneficj, de' quali ha il nostro Augustissimo Principe ricolmo questo suo Regno, tal che sotto tanti, che lo dominarono, non fu veduto mai in istato sì florido e vigoroso, quanto ora, che riposa sotto il clementissimo suo Impero, non s'abbia a sì giusta e gloriosa opera da dare il suo fine e compimento. E tanto più dobbiamo noi ora sicuramente sperarlo, quanto che fra gli altri suoi pregiati beneficj, ha voluto a questi ultimi dì concederne un maggiore, di commettere il Governo di questo Regno al savissimo Cardinal Michele Federico d'Althann, nostro Vicerè, il quale emulando la gloria de' più rinomati e saggi suoi predecessori, fa, che alla cara ed onorata memoria, che a noi è rimasa del giusto e savio Governo del Marchese del Carpio, si accoppii anche la sua, e che siccome pari sono le sollecitudini, che e' tiene in governarci, pari le opere e la sapienza, giusto è, che pari ancora sia la sua gloria e l'immortal suo nome.
FINE DEL NONO ED ULTIMO VOLUME.
[ TAVOLA DE' CAPITOLI] CONTENUTI
NEL TOMO NONO
| [LIBRO TRENTESIMOQUINTO] | pag. 5 |
| [Cap. I.] Di D. Ferdinando Ruiz di Castro conte di Lemos; e della congiura ordita in Calabria per opera di F. Tommaso Campanella Domenicano, e di altri Monaci Calabresi del medesimo Ordine | 6 |
| [Cap. II.] Del Governo di D. Giovanni Alfonso Pimentel d'Errera conte di Benavente; e delle contese, ch'ebbe con gli Ecclesiastici per la Bolla di Papa Gregorio XIV, intorno all'immunità delle Chiese | 16 |
| [Cap. III.] Del Governo di D. Pietro Fernandez di Castro Conte di Lemos; e suoi ordinamenti intorno all'Università dei nostri Studi, perchè presso noi le discipline e le lettere fiorissero | 27 |
| [Cap. IV.] Del Governo di D. Pietro Giron Duca d'Ossuna; e delle sue spedizioni fatte nell'Adriatico contro Veneziani ch'ebbero per lui infelicissimo fine | 37 |
| [Cap. V.] Infelice Governo del Cardinal D. Antonio Zapatta. Morte del Re Filippo III, e leggi che ci lasciò | 56 |
| [LIBRO TRENTESIMOSESTO] | 63 |
| [Cap. I.] Di D. Antonio Alvarez di Toledo Duca d'Alba, e del suo infelice e travaglioso governo | 64 |
| [Cap. II.] Del Governo di D. Ferrante Afan di Riviera Duca d'Alcalà | 72 |
| [Cap. III.] Di D. Emmanuele di Gusman conte di Monterey; e degl'innumerabili soccorsi, che si cavarono dal Regno di gente e di denaro in tempo del suo Governo | 82 |
| [Cap. IV.] Del Governo di D. Ramiro Gusman Duca di Medina las Torres; e de' sospetti, che s'ebbero di nuove invasioni tentate da' Franzesi | 96 |
| [Cap. V.] Il Principato di Catalogna si sottrae dall'ubbidienza del Re, e si dà alla Protezione e Dominio Franzese. Il Regno di Portogallo parimente scuote il giogo, ed acclama per Re Giovanni IV Duca di Braganza. Guerre crudeli, che perciò s'accendono per la ricuperazione della Catalogna; per sostegno delle quali, siccome per quella di Castro, bisogna pure dal Regno mandar gente e denaro | 104 |
| [§. I.] Il Regno di Portogallo scuote il giogo, e si sottrae dalla Corona di Spagna | 111 |
| [Cap. VI.] Caduta del Conte Duca, che portò in conseguenza quella del Duca di Medina, il quale cede il Governo all'Ammiraglio di Castiglia suo successore | 119 |
| [Cap. VII.] Del breve Governo di D. Giovanni Alfonso Enriquez Almirante di Castiglia | 126 |
| [LIBRO TRENTESIMOSETTIMO] | 133 |
| [Cap. I.] Del Governo di D. Rodrigo Ponz di Leon Duca d'Arcos; e delle spedizioni, che gli convenne di fare per preservare i Presidj di Toscana dalle invasioni dell'armi di Francia | 135 |
| [Cap. II.] Sollevazioni accadute nel Regno di Napoli, precedute da quelle di Sicilia, ch'ebbero opposti successi: quelle di Sicilia si placano; quelle di Napoli degenerano in aperte ribellioni | 142 |
| [Cap. III.] Venuta di D. Gio. d'Austria figliuolo naturale del Re; che inasprisce maggiormente i sollevati, i quali da tumulti passano a manifesta ribellione. Fa che il Duca d'Arcos gli ceda il Governo del Regno, credendo con ciò sedar le rivolte. Parte il Duca, ma quelle vie più s'accrescono | 154 |
| [§. I.] D. Giovanni d'Austria prende il Governo del Regno | 162 |
| [Cap. IV.] Di D. Innico Velez di Guevara, e Tassis, Conte d'Onnatte, nel cui governo si placarono le sedizioni, e si ridusse il Regno sotto il pristino dominio del Re Filippo | 165 |
| [Cap. V.] Il Conte d'Onnatte restituisce i Presidj di Toscana all'ubbidienza del Re, e rintuzza le frequenti scorrerie de' banditi. Sua partita: monumenti e leggi che ci lasciò | 169 |
| [Cap. VI.] Governo di D. Garzia d'Avellana, ed Haro Conte di Castrillo, nel quale il Duca di Guisa con nuova armata ritenta l'impresa di Napoli, ed entra nel Golfo, ma con infelice successo | 176 |
| [Cap. VII.] Crudel pestilenza miseramente affligge la città ed il Regno: si estingue, ed al Conte vien dato successore | 183 |
| [LIBRO TRENTESIMOTTAVO] | 196 |
| [Cap. I.] Il Conte de Pennaranda manda dal Regno soccorsi per l'impresa di Portogallo: reprime l'insolenza de' banditi; e festeggia la natività del Principe Carlo e le nozze dell'Imperador Leopoldo con Margherita d'Austria figliuola del Re: parte indi dal Regno, essendogli dato successore | 201 |
| [Cap. II.] Governo di D. Pascale Cardinal d'Aragona | 204 |
| [Cap. III.] Morte del Re Filippo II, suo testamento e leggi che ci lasciò | 208 |
| [Cap. IV.] Stato della nostra Giurisprudenza nel Regno di Filippo III e IV, e de' Giureconsulti ed altri Letterati che vi fiorirono | 213 |
| [§. I.] L'Avvocazione in Napoli si vede a questi tempi in maggior splendore e dignità | 226 |
| [Cap. V.] Politia delle nostre Chiese di questi tempi, insino al Regno di Carlo II | 236 |
| [§. I.] Monaci e beni temporali | 240 |
| [LIBRO TRENTESIMONONO] | 249 |
| [Cap. I.] D. Pietro Antonio d'Aragona ributta la pretension del Pontefice promossa per lo Baliato del Regno. Si muove nuova guerra dal Re di Francia col pretesto della successione del Ducato del Brabante con altri Stati della Fiandra, la qual si termina colla pace d'Aquisgrana | 250 |
| [Cap. II.] D. Pietro Antonio d'Aragona soccorre a' bisogni della Sardegna per la morte data a quel Vicerè: perseguita i Banditi nel Regno: riduce a perfezione la numerazione de' fuochi: va in Roma a prestar in nome del Re ubbidienza al nuovo Pontefice: nel suo ritorno gli vien dato il successore: monumenti e leggi che ci lasciò | 263 |
| [§. I.] D. Federico di Toledo Marchese di Villafranca rimane Luogotenente nel Regno, nel tempo che l'Aragona va in Roma a dar l'ubbidienza al nuovo Pontefice | 269 |
| [Cap. III.] Governo di D. Antonio Alvarez Marchese d'Astorga molto travaglioso ed infelice per li disordini, ne' quali trovò il Regno, e molto più per le revoluzioni accadute in Messina | 274 |
| [§. I.] Per le rivolte di Messina si riscuoton dal Regno grossi Sussidj | 277 |
| [Cap. IV.] Il Marchese de Los Velez nuovo Vicerè prosiegue a mandar soccorsi per la riduzione di Messina, la quale finalmente, abbandonata da' Franzesi ritorna sotto l'ubbidienza del Re | 294 |
| [Cap. V.] Il Marchese de los Velez, finita la guerra di Messina, riordina il meglio, che può, il Regno: suoi provvedimenti: sua partita e leggi che ci lasciò | 302 |
| [LIBRO QUARANTESIMO] | 315 |
| [Cap. I.] Del Governo di D. Gaspare de Haro Marchese del Carpio: sue virtù: sua morte e leggi che ci lasciò | 316 |
| [Cap. II.] Governo di D. Francesco Benavides conte di S. Stefano: suoi provvedimenti e leggi che ci lasciò | 329 |
| [Cap. III.] Governo di D. Luigi della Zerda Duca di Medina: sua condotta, ed infelicissimo fine | 336 |
| [Cap. IV.] Morte del Re Carlo II, leggi che ci lasciò; e ciò che a noi avvenne dopo sì grave ed inestimabil perdita | 344 |
| [Cap. V.] Stato della nostra Giurisprudenza, e dell'altre discipline, che fiorirono fra noi nella fine del secolo XVII insino a questi ultimi tempi | 368 |
| [Cap. VI.] Politia Ecclesiastica di questi ultimi tempi | 378 |
| [§. I.] Monaci e beni temporali | 387 |
FINE DELL'INDICE