LIBRO TRENTESIMONONO

La morte del Re Filippo IV, il qual lasciava sotto la Reggenza d'una donna il successore d'età così tenera, fece credere ad alcuni, che dovesse suscitare ne' Regni di Spagna agitati dalla guerra di Portogallo, e mal sicuri della pace con Francia, alterazioni di gran momento; e non essendosi veduta (da poi che questi Regni furono dominati dagli Austriaci) minorità di Re, così infante, nè Reggenza di femmina straniera, e nel governo inesperta, non si sapeva come il genio altiero della nazione spagnuola fosse per soffrirlo; tanto maggiormente che Don Giovan d'Austria, ancorchè amatissimo dal Re, non essendo stato nè pur nominato nel testamento, malamente tollerava vita privata e negletta. Si aggiungeva, che il Consiglio di Stato, avvezzo a grand'autorità, si doleva aver per iscontro la Giunta, che s'arrogava la principal direzion degli affari. Tuttavia, o fosse che l'ambizion de' Grandi, mancando di forze, si sfoghi in vane querele, o che il timor della Francia, ed il rossore di non vincer i Portoghesi, gli contenesse a dovere, la mutazion del Regnante non cagionò romori nè commozioni nei Regni, e molto meno in questo di Napoli, di cui il Re, avutane in quest'anno 1666 l'investitura dal Pontefice Alessandro VII, la cui originai Bolla si conserva nell'Archivio grande della Regia Camera ne commise, come si disse, il governo a D. Pietr'Antonio di Aragona, di cui, e degli avvenimenti accaduti in suo tempo, saremo ora a narrare.

CAPITOLO I. D. Pietr'Antonio d'Aragona ributta la pretension del Pontefice promossa per lo Baliato del Regno. Si muove nuova guerra dal Re di Francia col pretesto della successione del Ducato del Brabante con altri Stati della Fiandra, la qual si termina colla pace d'Aquisgrana.

Stabilita la Reggenza in persona della Regina madre, e la Giunta di que' Ministri disegnati dal defunto Re nel suo testamento per lo governo de' Regni, che componevano la Monarchia di Spagna, ed acquetatosi non meno il Consiglio di Stato, che i Grandi alla disposizione fattane dal Re Filippo, non per ciò volle il Pontefice Alessandro VII mancare di promover ora l'antica pretensione, che i suoi predecessori ne' passati turbati tempi s'avean in parte fatto valere in questo Reame, di doverne essi come diretti e soprani Padroni, durante la minor età del Re, prenderne il Governo. Da' precedenti libri di quest'istoria ciascuno avrà potuto conoscere sopra quali deboli fondamenti ella s'appoggi; con tutto ciò alterandosi dalla Corte di Roma l'esempio accaduto nel pontificato di Innocenzio per la minor età dell'Imperador Federico II, la Legazione del Cardinal di Parma nei Pontificati di Martino IV, e d'Onorio IV, nella prigionia di Carlo d'Angiò Principe di Salerno, ed alcuni altri mal adattati esempj, prese in questi tempi nuovamente l'ardire di pretenderlo. Si credette allora da' più savj discernitori delle azioni di quella Corte, che ciò si tentasse, non già con isperanza d'ottenerlo, ma per tenere in cotal guisa sempre viva la pretensione, affinchè in migliori occasioni, secondo che portasser le circostanze e le congiunture de' tempi, se ne potessero, quando che sia, più fruttuosamente un tempo valere. Non tralasciò pertanto, poco dopo l'arrivo di D. Pietro in Napoli, di presentarsi il Nunzio in sua presenza, ed in nome del Papa, ad esporgli le ragioni della Sede Appostolica intorno al Baliato del Regno, e che per conseguenza s'apparteneva al Pontefice di doverlo ora provvedere di Balio, e di Governadore, fin che durasse la minor età di Carlo. Il Vicerè gli rispose, che non faceva mestieri che Sua Santità s'impacciasse di questo Governo: poichè bastantemente s'era provveduto dal Re Filippo nel suo testamento, con istabilire la Reggenza in persona del la Regina, ed era una Giunta per lo Governo di tutti i suoi Stati; ed avendogli il Nunzio lasciata una memoria di queste pretese ragioni, il Vicerè diede incombenza al famoso Marcello Marciano il giovane, che si trovava allora Avvocato Fiscale di Camera, che vi rispondesse.

Questi medesimi ufficj furono passati dal Nunzio di Spagna in quella Corte, al quale furono date le medesime risposte, ed avendo pure colui fatto spargere alcuni scritti, dove si rappresentavano le pretensioni di Roma, furono, non men da alcuni Napoletani, che si trovavano in Madrid, che da valenti Scrittori spagnuoli, confutati, e fatti conoscere vani e deboli i fondamenti sopra i quali appoggiavasi la pretensione. Ma sopra quante scritture uscirono allora così in Ispagna, come in Napoli, la più dotta e vigorosa fu riputata quella del Fiscal Marciano, che dettata in idioma latino comparve fuori sotto questo titolo: De Baliatu Regni Neapolitani[52]. Così scortasi da' Romani la vigorosa resistenza non meno della Corte di Madrid, che del Vicerè di Napoli, posero alla pretensione per allora silenzio.

Ma non fu tale il successo della pretensione promossa, pure a questi medesimi tempi, dal Re di Francia sopra il Ducato del Brabante con altri Stati della Fiandra, nella qual contesa, ancorchè a riguardo delle scritture rimanessero i nostri superiori, per sostenere la causa migliore; furono però perditori nel successo della guerra e delle armi, che quel Re con tal pretesto mosse in Fiandra. Per la morte del Re Filippo fu dato ad intendere al Re di Francia, giovane allora e di riposo impaziente, che il Ducato del Brabante con alcuni altri Stati della Fiandra, fossero devoluti alla Regina sua moglie, come figliuola del primo letto del Re Filippo, non ostante che avesse egli dal secondo lasciato il Re Carlo figliuol maschio; poichè la consuetudine di que' Paesi era, che nelle successioni, ed eredità si preferisse la femmina del primo letto ai maschi nati del secondo. Il cupido Re ricevè volentieri l'occasione con tal pretesto di poter slargare i confini del suo Regno sopra quello del vicino; ma essendo allora viva la Regina Anna Maria sua madre, non si mosse, facendo solamente palesar la pretensione, esagerandola in alcune scritture per giusta e molto ben stabilita. Ma morta poco da poi la Regina madre, e sciolto con la morte il vincolo d'autorità, ch'ella sopra il figliuolo teneva, non così tosto fece pubblicar colle stampe le pretensioni, che mosse le armi per farsele valere. Scrisse nel di 9 maggio di quest'anno 1667 alla Regina Reggente di Spagna una lusinghevole lettera, nella quale dolendosi, che non essendosi voluti accettare i trattati di un amichevol accordo, ch'egli avea proposti per la composizione di tal affare, si vedeva costretto d'uscire alla fine di quel mese in Campagna, per proccurare di porsi in possesso di quel, che giustamente se gli apparteneva nei Paesi Bassi per parte della Regina sua sposa, o di altro equivalente, ma con tutto ciò, ch'erasi da lui ordinato all'Arcivescovo d'Ambrun suo Ambasciadore, che le presentasse una scrittura, di suo ordine fatta stendere, nella quale si contenevano le ragioni, ove si fonda il suo diritto; affinchè fattala esaminare, possa venire ad abbracciare i medesimi mezzi, che le avea fatti proporre, e che anche al presente le faceva, di aggiustar tal differenza con alcuno amichevole accordo.

Si conobbe da questa lettera, che si cercavan pretesti per invader le Fiandre preventivamente, per non dar luogo a difesa; poichè nel medesimo istante che si proponeva accordo, si protestava, che per la fine del mese si sarebbe posto in campagna, e che prima che si potesse leggere la scrittura inviata, non che esaminarsi, era risoluto d'andare ad impossessarsi colla forza delle pretese province o del loro equivalente, sopra gli altri Stati del Re Cattolico. Nè i fatti discordarono dalle parole, perchè nella fin del mese, ponendosi egli alla testa del suo esercito, giunse sulle frontiere della Fiandra, e diviso l'esercito in più corpi, nell'istesso tempo che fece pubblicar un libro in diverse lingue delle pretese ragioni della Regina sua moglie, attaccò più piazze di quella provincia.

Gli Spagnuoli, dall'altra parte, esagerando cercarsi dal Re Lodovico più tosto speziosa, che giusta cagione di muovere l'armi; ribattevano con vigore le pretese ragioni, sostenendo con più vigorose scritture in contrario, che le Consuetudini o gli Statuti, particolari non potevano giovare nella successione sovrana degli Stati, in cui troppo ripugna all'uso ed alla natura delle cose, che in pari grado, dalle femmine si pretenda togliere a' maschi la corona di capo. Ma essi non erano così ben forniti di arme, quanto di ragioni, per potersi difendere dalla forza. La Regina Reggente turbata all'improvvisa intimazione, che le fu fatta guerra, si raccommandava con lagrime a' suoi ministri; ed avendo un dì fatto introdurre il fanciullo Re nel Consiglio, gli fece dire con voci puerili nella propria favella, che commossero gli animi di tutti: Io son'innocente, assistetemi[53].

Risoluti per tanto gli Spagnuoli ad una valida difesa, nell'istesso tempo, che ne proccuravano i mezzi, non tralasciavano di disingannare i popoli delle vantate ragioni de' Franzesi, facendole apparire per vane ed ingiuste: esagerando le oppressioni, che dalla Francia si facevano ad un Re fanciullo, e così strettamente congiunto all'invasore.

In Fiandra da un Ministro del Re Cattolico erasi data già alle stampe nel principio di quest'anno una scrittura, nella quale si dimostrava la vanità della pretensione, affinchè cessassero i romori del volgo, per le voci che andavansi seminando da Franzesi circa la pretesa successione della Regina di Francia nel Ducato del Brabante ed in altre province; e nell'istesso tempo s'assicurassero que' popoli, di dover essere conservati sotto l'antichissimo dominio de' loro legittimi Principi. Ma quantunque gli argomenti in quella rapportati (ancorchè brevi e piani) fossero conchiudenti ed efficaci, non perciò s'arrestavano i Franzesi dal lor proponimento, anzi oltre all'armi, con grossi volumi s'accingevano a sostener la lor causa: onde si stimò, che la scrittura di Fiandra, se bene per que' Popoli, dove vi era particolar notizia delle lor leggi, sarebbe stata bastante, così per l'altre Nazioni avrebbe potuto giudicarsi scarsa; e che perciò fosse bene di proccurare, che le ragioni del Re Carlo si comprovassero con maggior copia, e si dimostrassero con maggior vigore.

Può ben Napoli darsi il vanto, che le migliori scritture, che uscirono intorno a questo soggetto in difesa delle ragioni del Re di Spagna, furono quelle dettate dall'incomparabile nostro Giureconsulto Francesco d'Andrea, allora celebre e rinomato Avvocato de' nostri Tribunali. Il Vicerè D. Pietro d'Aragona non ebbe a questi tempi soggetto migliore di lui per appoggiargli questa difesa, e perchè con vigore ributtasse le pretensioni de' Franzesi. Comandato pertanto costui da D. Pietro, s'accinse all'impresa, ed a' 28 febbrajo del medesimo anno avendo ridotta a fine una dotta scrittura in idioma latino, con titolo: Dissertatio de Successione Ducatus Brabantiae, la presentò al Vicerè, che la ricevè con molta stima, ordinandogli, che l'avesse sottoscritta, com'egli fece in sua presenza, affinchè dovendola inviare in Ispagna col suo nome, già per tutta Europa diffuso e celebrato, acquistasse ella maggior peso ed autorità. Non si stimò in questi principj di darla alle stampe, per non dar motivo a' Franzesi, che per mezzo delle stampe non aveano ancora pubblicate le loro scritture, di dire, che fossero stati i nostri i primi a provocarli al cimento. Ma l'esito poi dimostrò, ch'essi intanto non l'aveano pubblicate, per attaccarne improvvisi; poichè, come si disse, nella fine di maggio s'ebbe avviso, che il Re di Francia era giunto co' suoi eserciti sulle frontiere della Fiandra, e che nel medesimo tempo avea fatto pubblicare di suo ordine un libro in diverse lingue, delle pretese ragioni, in nome della Regina sua moglie, sulla maggior parte di quelle province, il qual libro poco da poi comparve in Napoli in lingua Spagnuola con questo titolo: Tratado de los Derechos de la Reyna Christianissima sobre varios Estados de la Monarchia de Espanna.

Il Vicerè, tosto che l'ebbe in mano, l'inviò all'Andrea con ordine di rispondervi; ed allora fu, che apprendosegli più largo campo di mostrare la sua gran dottrina, la perizia nell'istorie, e la sua peregrina erudizione, diede fuori alle stampe in Italiana favella quella cotanto rinomata Risposta al Trattato delle Ragioni, etc.[54] stampata In Napoli in questo medesimo anno 1668. Quivi con vigorosi argomenti dimostrò, la cotanto esagerata consuetudine del Brabante e delle altre province, non potere aver luogo nella successione del principato e della sovranità; e che quella non si regolò mai da tal consuetudine, ma si differì sempre con legge ed osservanza contraria. E poichè i Franzesi, per torsi l'opposizione della amplissima rinunzia fatta dalla lor Regina, in tempo che si maritò con Luigi, aveano proccurato con vari argomenti di farla vedere nulla ed invalida: egli con risposte vigorose abbattè i loro sofismi e con fortissime ragioni sostenne la validità e fermezza di quella: ciò che non avea fatto nella prima scrittura, parendogli, che ciò sarebbe stato in certo modo pregiudicare alla causa, se dove vi era total chiarezza, che non poteva alla Regina spettarle ragione alcuna, si fosse fatta gran forza in dimostrare, che validamente avesse potuto rinunziarla. Rispose parimente con tal occasione questo insigne Giureconsulto ad un altro libro fatto pubblicare in Francia d'altre pretensioni sopra tutte le province Belgiche, e sopra quasi tutti i Regni e Principati dell'Europa, composto da un tal Aubery Avvocato della Corte del Parlamento di Parigi, che fu stampato nel medesimo tempo dell'invasion della Fiandra sotto questo titolo, Delle giuste pretensioni del Re sopra l'Imperio. E con profonda dottrina ed esatta perizia dell'istoria fece vedere, che il Ducato dei Brabante colle vicine Province, non tiene alcuna dipendenza dalla Corona della Francia; nè che quel Re possa pretender di giustificarne la conquista, come rappresentante le ragioni di Carlo Magno; le quali egli sostiene, che oggi risiedano nella Augustissima Famiglia Austriaca.

Uscirono ancora altre dotte scritture in risposta del libro de' Franzesi, e fra le altre una giudiziosissima, scritta in lingua franzese da un pubblico Ministro col titolo: Bouclier d'Etat, et de Justice; etc. la qual fu tradotta in idioma spagnuolo, e subito stampata.

(Alle scritture pubblicate da' Franzesi furon date da più Scrittori vigorose risposte, che si leggono raccolte nell'Appendice del Diario Europeo Tom. XV, XVI e XVIII, e memorate da Struvio[55]. Al libro d'Auberes stampato in Parigi l'anno 1667 col titolo, des justes Pretentions du Roi sur l'Empire, con note apposte, fu risposto da Errico Kippingio; siccome contro del medesimo uscirono, Axiomata Politica Gallicana, ed il libro di Nicolò Martino, intitolato Libertas Aquilae Triumphantis; al Traité des Droits de la Reine Très-Chrêtienne, etc. di cui fu Autore l'istesso Auberes, fu risposto con due altre scritture, una intitolata: Dialogue sur les droits de la Reine Très-Chrêtienne, atque deductio, ex qua clarissimis argumentis probatur contra Gallos, non esse jus devolutionis in Ducatu Brabantiae; e l'altra, la Verité defendue des sophismes de la France. Sei anni dopo Pietro Gonzales de Salcedo diede fuori un volume in foglio colla data di Brusselles del 1613, dettato in idioma spagnuolo, che poi fu tradotto in Franzese con questo titolo: Examen de la verité, ou Réponse aux Traités publiés en faveur des droits de la Reine Très-Chrêtienne sur divers Etats de la Monarchie d'Espagne. Al quale però nell'anno seguente 1614 fu risposto da Giorgio Abusson, con opposto libro, che ha il titolo: la défense du droit de Marie Therese d'Autriche Reine de France à la succession des Couronnes d'Espagne).

Ma di quanto a questi tempi ne corsero a giudicio di tutti, era riputata la più dotta, la più vigorosa, e la più elegante quella del nostro Francesco Andrea.

Ma mentre i nostri Giureconsulti difendevan con tanto vigore la giustizia del loro Principe, e sostenendo la causa migliore, s'eran resi in queste contese superiori a' Giureconsulti franzesi, eran dall'altro canto i nostri superati dalle armi nemiche più numerose e forti: sorpresero intanto i Franzesi Douay, Tournay, Lilla, Furnes, Dixmude, Courtroy, Oudennarde, Alost, Carleroy, ed altre Piazze di minor nome, nè l'inverno, che sopraggiunse, gli fece cessar dalle armi, anzi in questa stagione occuparono con occulte intelligenze in un momento tutta la Contea di Borgogna.

Questa improvvisa mossa de' Franzesi ridusse finalmente gli Spagnuoli ad aver pace con li Portoghesi, per potersi opporre con maggior vigore colle armi, siccome aveano fatto colle scritture, a' Franzesi. Era con la morte del Re Filippo, se non abolita la memoria della rivolta di Portogallo, estinta però l'avversione, che tenevano gli Spagnuoli all'accordo; onde ora facilmente vi si accomodarono, e fu quello conchiuso non con altri patti e capitolazioni, se non con quel Pretoriano editto: Uti possidetis ita possideatis: rimase con uguali condizioni ad amendue i Regni di Castiglia e di Portogallo ciò che possedevano avanti la loro unione, fuor che Ceuta, che trovandosi in mano de' Castigliani, fu loro permesso di ritenerla.

Stabilita la pace co' Portoghesi, fu nell'istesso tempo, che pubblicossi con le solite cerimonie in Napoli, dichiarata la guerra a' Franzesi, e furono pubblicati bandi, che tutti que' Franzesi, che si trovavano nel Regno, uscissero fra brevi giorni da quello; e dal Vicerè si fecero sequestrare i beni, che possedevano in esso il Duca di Parma, ed il Principe di Monaco, come aderenti alla Corona di Francia, la quale minacciando pure d'assalire l'Italia per mare e per terra, costrinse il nostro Vicerè di rinforzare con mila ottocento fanti spagnuoli ed italiani le Piazze della Toscana, e di far venire da Alemagna un Reggimento di soldati tedeschi. Fu da ciò impedito ancora di poter mandare in Levante nel principio della campagna di quest'anno 1668 la squadra delle galee del Regno al soccorso di Candia: di che il Pontefice molto rammaricossi; e considerando, che per questa guerra mossa da' Franzesi venivano impediti i soccorsi ai Veneziani, i quali con molto valore sostenevano la difesa di quell'Isola, cinta di stretto assedio da' Turchi, pose ogni studio, congiunto con gli altri Principi d'Europa, di ridurre quelle due emole Nazioni a concordia.

Era a questi tempi, per la morte accaduta d'Alessandro VII, a' 21 maggio del passato anno 1667, succeduto nel Pontificato a' 17 giugno Giulio Cardinal Rospigliosi da Pistoia col nome di Clemente IX, il quale vedendo, che i Turchi aveano messo stretto assedio a Candia, era tutto inteso a soccorrer di denaro e di gente i Veneziani, abolendo a questo fine gli Ordini de' Gesuiti, de' Romiti di San Girolamo di Fiesole e de' Canonici di S. Giorgio in Alga. Non tralasciava con molta premura stimolar gli altri Principi d'Europa a mandar in Candia validi soccorsi, e mandò insino a Solimano Re di Persia lettere, per animarlo contro al Turco. Vedendo, che tali soccorsi eran impediti dalla guerra, che i Franzesi avean mossa in Fiandra, si strinse con gli altri Principi a proccurarne la pace. Non erano questi molto soddisfatti de' progressi dell'armi franzesi, che facevano in Fiandra, e gli scosse non poco l'avviso d'essersi da loro occupata la contea di Borgogna. Gli Svizzeri minacciavano di prendere le armi per ricuperarla, come Stato, ch'era tenuto sotto la lor protezione. Ma più di tutti s'ingelosivano gli Stati delle Province Unite dell'Olanda, li quali abborrendo di veder i Franzesi avvicinarsi a' loro confini, appena conchiusa in Breda coll'Inghilterra la pace, indussero quel Re ad unir con essi le armi ed i consigli, e poi tirata la Svezia a forza d'oro ne' sentimenti medesimi, tant'operarono con gli ufficj, e molto più mostrando di voler muovere l'armi che persuasero, o più tosto sforzarono il Re di Francia ad assentir alla pace. Fu pertanto, a' 2 maggio di quest'anno 1668, ella conchiusa in Aquisgrana, ed in essa riuscì a' Franzesi di ritenere le loro conquiste ne' Paesi Bassi coll'istessa felicità, con cui le aveano conseguite, restituendo però agli Spagnuoli la Contea di Borgogna. Confessarono questi d'esser sommamente tenuti agli Olandesi di tutto ciò, che non aveano perduto, o che ricuperavano; poichè sotto apparenza di mediazione, aveano veramente protetto i loro interessi, e preservato ciò, che loro restava nelle province di Fiandra. Dall'altra parte il Re franzese concepì fierissimo sdegno contro gli Olandesi; ma simulandolo per allora, mostrò, che in onore e gratificazione del Pontefice deponeva l'armi. Clemente, quantunque comprendesse, quali ne fossero i più veri motivi, dimostrava però verso il Re gratitudine e tenerissimo affetto, proccurando stringer con lui confidenza, la qual riputava decorosa per se, ed utile per li suoi, e se ne valeva anche a beneficio de' Veneziani per li soccorsi, che ne ottenne per Candia di centomila scudi, con permissione di leve di Ufficiali e di milizie quanto n'avesse potuto raccogliere.

Pubblicata che fu in Napoli a' 4 d'agosto la pace d'Aquisgrana, non mancò pure il nostro Vicerè, licenziati gli Alemani, di spedir per Candia le squadre delle galee di Sicilia e del Regno, per le promesse che n'avea anche fatte la Regina Reggente a quella Repubblica, e per gli ordini che da lei ne avea ricevuti d'assistere con valide forze a quel bisogno. Ma riusciti inutili, non pur questi, ma tutti gli altri soccorsi mandati dal Re di Francia, dal Papa e da' Maltesi, tornatesene a dietro le costoro galee, s'intese poco da poi, che i Veneziani in questo nuovo anno 1669 erano stati costretti di rendere a patti Candia, dopo 24 anni di guerra e 28 mesi e 27 giorni di ostinatissimo assedio. Questa perdita fu sensibile a tutta Italia: ma si stimò più grave per noi, per la breve distanza, che s'interpone fra' lidi del capo d'Otranto, e 'l paese de' Turchi; onde il Vicerè considerando l'importanza del pericolo, non solamente fece munire tutte le Fortezze del Regno e le Piazze della Toscana, ma spedì varie compagnie di cavalli per guardare le spiagge dell'Adriatico, ed accorrere, dove il bisogno il richiedesse. Il Pontefice Clemente s'addolorò talmente di quest'avviso, che a' 9 decembre spirò. Fu in suo luogo, nel nuovo anno 1670 a' 29 aprile, eletto Emilio Lorenzo Altieri, che volle chiamarsi pure Clemente e fu il X di questo nome.

CAPITOLO II. D. Pietr'Antonio d'Aragona soccorre a' bisogni della Sardegna per la morte data a quel Vicerè: perseguita i Banditi nel Regno; riduce a perfezione la numerazione de' fuochi: va in Roma a prestar in nome del Re ubbidienza al nuovo Pontefice: nel suo ritorno gli vien dato il successore; monumenti e leggi che ci lasciò.

Perchè il Regno di Sardegna non rimanesse esente dalle comuni calamità, che aveano sofferti quelli di Napoli e di Sicilia, fu veduto a questi medesimi tempi ancor egli in disordine, per li tumulti, che cagionò la morte data a D. Emanuele de los Covos Marchese di Camerassa suo Vicerè. Governava costui quell'Isola, e secondo il costante tenore della Corte di Madrid, venendo richiesto di danari, premeva que' sudditi a doversi disporre di far un donativo al Re; ma avendo incontrate gravissime difficoltà, fu costretto a far sciogliere il Parlamento generale di quel Regno, che a tal fine avea fatto ragunare in Cagliari capitale del Regno, senz'ottenerlo. Il principal contraddittore fu D. Agostino di Castelvì Marchese di Laconi, il quale essendo stato nella notte de' 20 di giugno del 1668 fatto ammazzare, si pubblicò, che questo assassinamento fosse stato commesso d'ordine di D. Isabella di Portocarrero Marchesana di Camerassa con saputa e consenso del Vicerè suo marito, in vendetta delle opposizioni promosse da D. Agostino nelle corti del Regno. A queste voci assembraronsi D. Giacomo Artal di Castelvì Marchese di Cea, D. Silvestro Aymerich, D. Antonio Brondo, D. Francesco Cao, D. Francesco Portogues e D. Savino Grizoni nel palagio di D. Francesca Carilas Marchesana di Laconi moglie del morto, dove conchiusero d'uccidere il Vicerè; e per mandare ad effetto una così scellerata determinazione, a' 21 luglio del medesimo anno, dalle finestre della casa d'Antioco Brondo, posta in Cagliari nella strada de los Cavalleros, mentre il Vicerè con la moglie e co' figli tornava in carrozza dalla chiesa di Nostra Signora del Carmine alla sua abitazione, gli scaricarono più colpi d'archibugi, per li quali rimase miseramente morto. La Marchesana di Camerassa spaventata da tal funesto spettacolo, temendo di mal peggiore, tutta sbigottita volle partir subito da Cagliari, ed imbarcatasi la notte seguente co' figliuoli e famiglia, fece presto ritorno in Ispagna, lasciando con la sua partita libero il campo alla Marchesana D. Francesca Carillas di far fabbricare contro lei un processo nella Regia Audienza di Cagliari, e d'incolparla della morte del Marchese di Castelvì suo marito. Gli uccisori del Vicerè, essendosi ricovrati nel convento di S. Francesco, vi si trattennero con comitiva d'uomini armati per lo spazio d'un mese, fortificando le porte del monastero, e facendo le sentinelle all'uso di guerra, e poscia s'imbarcarono pel Capo di Sassari, dove per loro difesa fecero unione di gente.

All'avviso d'un così temerario eccesso, il nostro Vicerè fece subilo allestire diece galee, sopra le quali furono fatti imbarcare duemila fanti spagnuoli, Italiani e tedeschi, e benchè si fossero avviate alla volta di Sardegna, nulladimeno fu riputato da poi savio consiglio di richiamarle in Porto: non essendosi stimato a proposito d'ingelosire que' popoli, di lor natura fierissimi, con l'introduzione in quell'Isola di nuova soldatesca. La Corte di Madrid per ovviare a mali peggiori mandò tosto per nuovo Vicerè in quel Regno D. Francesco Tuttavilla Duca di S. Germano Nobile napoletano del Seggio di Porto, fratello di D. Vincenzo Tuttavilla Duca di Calabritto, Maestro di Campo Generale di questo Regno, il quale ai 10 di Marzo dell'entrato anno 1669 si parti per Sardegna ad assistere il fratello con la galea Padrona della squadra di Napoli, e portò seco il Consigliere D. Giovanni d'Errera, ch'era stato dal Re deputato per Giudice Delegato nella causa degli uccisori del Camerassa. Si spedirono da poi nel seguente mese di maggio tre altre galee con cinquecento fanti spagnuoli ed italiani e qualche contante, e v'accorsero pure dal Finale altri mille soldati con la squadra delle galee del Duca di Tursi, e trecento dall'Isola di Sicilia; e finalmente nel mese di marzo del seguente anno 1670 fu duopo al nostro Vicerè mandarne dal Regno altri cinquecento.

Le cose però di quell'Isola si videro tosto ridotte in tranquillità, poichè dall'Errera si pose in chiaro, che nell'uccisione del Vicerè non v'aveano avuta participazione alcuna que' popoli, e che l'infame omicidio era stato commesso da que' soli Nobili, per coprire l'assassinamento del Marchese di Laconi, stato fatto ammazzare da D. Silvestro Aymerich ad istanza dell'istessa Marchesana D. Francesca sua moglie per torsi lui per consorte, come già era seguito. Furono per tanto con pubblico editto dichiarati tutt'i colpevoli della morte del Vicerè, rei di Maestà lesa, e come tali sottoposti al bando della vita: furono imposte grosse taglie sopra le loro teste e le loro persone: furono confiscati i loro beni, e comandato che fossero demolite le lor case, e con aspergersi sale adeguate al suolo. Fu parimente dichiarato, che que' popoli s'erano portati in tal occasione con fedeltà verso il loro Principe, e che non poteva imputarsegli colpa di sorta alcuna in quell'assassinamento. Il Duca di S. Germano ricevè pienissime grazie da tutti gli Ordini di quel Regno, che rimase tutto pacato sotto l'ubbidienza del suo antico Signore.

Ma nel nostro Regno non lasciavano intanto gli sbanditi le consuete scorrerie per le campagne, ora più che mai rese non men insolenti che spesse. Rubavano, riducevano in servitù i viandanti, svaligiavano i Procacci, in fine le pubbliche strade non eran più sicure, tal che si vedeva rotto ogni traffico ed impedito ogni commerzio. Negli Apruzzi ne campeggiavano molte squadre, che fortificatesi in diverse Terre, erano giunte infino a spedir ordini a tutt'i luoghi di quei contorni che lor pagassero, non già al Regio Tesoriere, i fiscali. Essendo succeduto nella Chiesa di Napoli, per la morte del Cardinal Filomarino, il Cardinal D. Innico Caracciolo, costui nel viaggio ch'intraprese per Roma, per assistere al Conclave per l'elezione del nuovo Pontefice, poi seguita in persona di Clemente X, fu arrestato da queste masnade, e gli fu duopo per disbrigarsene pagar loro cent'ottanta doble. Monsignor Toppa Arcivescovo di Benevento fu ancor egli svaligiato presso Napoli nella Terra di Pomigliano d'Acro, e si salvò per miracolo. Ma il più molesto era a questi tempi il famoso Abate Cesare Riccardo, il quale dopo aver ucciso D. Alessandro Mastrillo Duca di S. Paolo, si pose a scorrere con comitiva le campagne intorno la città di Nola, avanzando le scorrerie sino alle porte di Napoli: svaligiava Procacci, abbruciando più volte le lettere senza perdonare a quelle del Vicerè; entrava ed usciva sconosciuto in Napoli; e giunse a tale, che impediva in Napoli il trasporto della neve, minacciando di più agli Eletti, che avrebbe impedito anche la condotta de' grani, se non gli proccuravano dal Vicerè il perdono.

Si ponevan in opra dal Vicerè vari mezzi per estirparli, ma non riuscivano così efficaci, sì che se ne potesse ottenere il total esterminio. Creò egli a quest'effetto Vicario Generale della Campagna il Consigliere D. Diego di Soria, poi Reggente: spedì alcune compagnie di Spagnuoli in Apruzzo, per isnidarli da que' luoghi: elesse in fine una Giunta di vari Ministri per severamente punirli insieme co' loro aderenti; ma nulla giovò, poichè le milizie regolate in que' luoghi alpestri ed inaccessibili nulla poterono: alcuni presi furon sopra le forche fatti morire, ma nuovamente ne pullulava numero assai maggiore: la Giunta fece arrestare alcuni Titolati lor protettori, ma poi, dopo breve prigionia, eran dal Vicerè composti con grosse somme di denaro: tal che si tornava a' disordini primieri.

Di questo sol fu imputato l'Aragona, che a' suoi tempi si vide rilasciata la disciplina, e commettersi enormi e gravi delitti d'incesti, peculati, furti, falsità, assassinamenti, duelli ed altri eccessi, de' quali non ne prendeva quel severo castigo che meritavan i colpevoli; ma, o usando indulgenza nelle visite che soleva egli fare in Vicaria, intervenendovi personalmente, e talora anche colla Viceregina sua moglie, ovvero permutando la pena corporale in danari: ciò che fruttandogli grosso guadagno, e secondo il computo che se ne faceva dal volgo, aveane da tali composizioni ricavati più di trecentoventimila ducati, gli acquistò nome di Ministro sordido; e diessi a molti occasione di motteggiarlo, che e' punisse le borse non già le persone.

Non è però, che non apportasse egli al Regno non picciola utilità, per la numerazione generale de' fuochi, che principiatasi dal Conte di Pennaranda, e continuata poi dal Cardinal d'Aragona, venne da lui sollecitata e finalmente ridotta a perfezione: poichè non solo la fece egli pubblicare, ma cominciò ancora a praticarsi fin dal primo di gennajo dell'anno 1669. L'alleggerimento che ne sperimentarono le Comunità del Regno fu di grandissima importanza, perchè furono tassate a pagare per quel numero de' fuochi, che in fatti erano; e furono rimesse loro tutte le somme, delle quali andavano debitrici per tutto il tempo passato, essendosi compiaciuti il Re e gli altri assegnatarj de' fiscali di concorrere non solamente alla remissione de' mentovati residui, ma anche alla perdita di ducati ventidue ed un decimo per ogni cento ducati di entrata, che fu necessario defalcare generalmente, per cagione del mancamento d'intorno a centomila fuochi, ne' quali questa numerazione si trovò minore dell'antica. In cotal guisa le Comunità del regno cominciarono a respirare e ad essere per conseguenza più pronte a' pagamenti, con non picciola utilità degli assegnatarj de' Fiscali e del Re. Vi s'aggiunse l'augumento dell'arrendamento del Tabacco, che da ducati quarantacinquemila l'anno, crebbe a questi tempi fino ad ottantamila, e quello della manna, che trovandosi venduto a particolari persone, fu dal Vicerè ricomprato ed incorporato al patrimoni regale. In brieve tutti gli arrendamenti, dazj e gabelle crebbero notabilmente di prezzo, con utile grandissimo di tutti i consegnatarj, essendosi calcolato l'avanzo nel valore de' capitali, secondo la relazione fattane dal Razionale della Regia Camera Giovanni d'Alesio, in poco meno di nove milioni di ducati: al che contribuì molto la vigilanza del Vicerè, ed il rigore che praticava contro coloro che ne fraudavano il pagamento.

§. I. D. Federico di Toledo Marchese di Villafranca rimane Luogotenente nel Regno, nel tempo che l'Aragona va in Roma a dar l'ubbidienza al nuovo Pontefice.

La Regina Reggente, secondo il costume introdotto dalla Corte di Spagna, avea comandato al nostro Vicerè Aragona che si fosse portato in Roma a dar in nome del Re, e suo, ubbidienza al nuovo Pontefice Clemente IX; ma tolto costui dal Mondo, per inaspettata morte, non si potendo adempire quest'ufficio con lui, fu comandato che si adempisse col suo successore Clemente X. Nel medesimo tempo fu provveduto dalla Regina, che in assenza dell'Aragona rimanesse a governar il Regno il Marchese di Villafranca, che si trovava in Napoli esercitando la carica di Capitan Generale della squadra delle galee. Fu disputato nel nostro Collateral Consiglio se al Villafranca dovessero darsi trattamenti di Vicerè, o pure di semplice Luogotenente dell'Aragona, stante che costui teneva dispacci della Corte, ne' quali gli s'imponeva, che terminata l'ambasciata dovesse tornare in Napoli a continuare il Governo; ma a cagion che per la commessione Regale dovea il Marchese riputarsi come vero ed independente Vicerè, non già Luogotenente dell'Aragona, fu per tanto determinato a suo favore. Partito adunque l'Aragona da Napoli, a' tre di gennajo di quest'anno 1671, fu dato al Marchese il possesso della carica coll'intervento degli Eletti della città, il quale (tenendosi occupato il Regal Palazzo dalla moglie di D. Pietro) scelse per sua abitazione quello de' Principi di Stigliano sopra la Porta di Chiaja.

Governò il Marchese con molto rigore e con indefessa applicazione il Regno, prendendo per esemplare il suo gran avolo D. Pietro di Toledo, che governollo ventidue anni, ma non vi durò che infino a' 25 di febbrajo; poichè l'Aragona giunto in Roma affrettò la sua ambasceria, ed avendo a' 22 gennajo fatta ivi pubblica e solenne entrata il giorno seguente, accompagnato dal Marchese d'Astorga, che si trovava in Roma ambasciador Cattolico, fece la cerimonia del bacio del piede; e dopo essersi trattenuto in quella città alquanti altri giorni in pranzi e visite, tornò in Napoli a ripigliar il governo, mal soddisfatto del rigoroso modo del Villafranca, che non ben si confaceva col suo tutto largo ed indulgente. Il marchese di Villafranca, si trattenne in Napoli sino al mese di luglio; partì poi per la Corte, dove si crede, che avendo rappresentato a que' Ministri l'avarizia di D. Pietro, e l'avidità di cumular per se denari, sicchè quando partì per Roma non avea lasciato nella Cassa militare nè pur un quattrino, avessele fatto pensare a dargli successore. Non passaron molti mesi, che s'intese essere stato a lui sostituito in questo Governo il Marchese d'Astorga, il quale trovandosi ambasciadore in Roma prese ne' principj del nuovo anno 1672 il cammino verso il Regno, ed a' 11 febbrajo giunse in Napoli, accolto con molti segni di stima da D. Pietro, il quale, soddisfatte le consuete visite, a' 14 del medesimo mese cedè il governo e con la Duchessa sua moglie se n'andò immantenente a Pozzuoli, donde poi a' 25 dello stesso mese con quattro galee si partì per Ispagna.

Fra i Vicerè che lasciarono a noi più insigni memorie, dee certamente annoverarsi D. Pietro d'Aragona. Egli per l'inclinazione grandissima che avea alle fabbriche, adornò Napoli di molti edificj. Egli ridusse in quella magnifica forma che ora si vede, l'Ospedale de' poveri di S. Gennaro fuori le mura della città, con ampliarlo di tanti corridori e stanze, e con darvi stabile e fermo governo. Egli con indicibile spesa costrusse il Porto per le Galee, ed ingrandì l'Arsenale in più ampia forma: fece quella magnifica strada adorna di tanti fonti, donde dall'Arsenale si ascende al largo avanti il Regal Palazzo, e nella cima di quella fece ergere la statua di Giove Terminale, che sostiene il cuojo, e le ale d'una grand'aquila. Abbellì il Palazzo Reale, ed aggiunse a' piedi di quella maestosa scala, fatta dal Conte d'Onnatte, le due statue de' fiumi Ibero e Tago, e sopra la porta, che comunica col Palazzo vecchio, l'altra del fiume Aragona. Egli nel Castel Nuovo unì l'Armeria Reale in quella gran sala, che soprasta al suo cortile. Rifece nel monte Echia il quartiere principale degli Spagnuoli; e v'innalzò da' fondamenti quel vasto edificio del Presidio, capace d'alloggiare più di seimila soldati. Rifece parimente le pubbliche fontane di Poggioreale, di S. Caterina a Formello, di mezzo cannone, e moltissime altre, e da' fondamenti innalzò quella di monte Oliveto. Restituì l'uso de' Bagni dell'acque minerali fuori la grotta di Coccejo, di Pozzuoli, e Baja; e perchè non se n'abolisse la memoria, in tavole di marmo fece scolpire la loro virtù ed efficacia ne' malori; donde fu data occasione a Sebastiano Bartoli famoso medico di que' tempi, di spiare più a dentro la qualità di queste acque, e compilarne perciò particolari relazioni e trattati. Ristorò in fine i nostri Tribunali, ampliando le sale del Consiglio, quelle della Vicaria, e l'altre della Regia Camera, dove per la diligenza dell'Archivario Niccolò Toppi, riordinò l'Archivio, e del di lui favore questo scrittore[56] molto si loda, narrando, che fu tre volte a vederlo, facendovi far tre nuove camere, e fece dar principio ad un Repertorio generale di tutte le scritture, che oltrepassavano il numero di trecentomila, con assegnare il salario a cinque Scrivani, li quali erano puntualmente pagati mese per mese, perchè l'opera si compisse. Accrebbe parimente lo stipendio a' Giudici di Vicaria e diede vari provvedimenti per la giusta distribuzione delle cause, afin di troncar le lunghezze delle liti e le calunnie de' litiganti.

Ma quantunque l'Aragona lasciasse a noi di se sì illustri monumenti, non è però, che non ci defraudasse all'incontro di molte insigni memorie. Egli ci tolse l'ossa del magnanimo Re Alfonso I d'Aragona, le quali, come si disse nel XXVI libro di quest'Istoria, erano rimaste in deposito nella sagrestia di S. Domenico Maggiore di questa città, dove il Re Alfonso II dal Castel dell'Uovo le fece trasportare, quando vi fu seppellito suo padre. Essendo accaduto nel 1506 un incendio in quella sagrestia, il fuoco ne consumò buona parte, ma ne scamparono il cranio ed alcune poche ossa: il cranio per ordine del Re Ferdinando il Cattolico fu consegnato al Vescovo di Cefalù, che '1 condusse in Ispagna: le ossa erano solo qui rimase: ciò che pervenuto alla notizia dell'Aragona intraprese di farle ancora colà trasportare, ed unirle col cranio. Si opposero i Monaci di quel convento, ma avendo la Regina Reggente, alle insinuazioni del Vicerè, con suo spezial dispaccio comandato, che si trasportassero in Ispagna, cessarono le contese ed i frati con pubblico istromento ne fecer la consegna al Vicerè. Ci tolse ancora, per abbellire la sua galleria in Madrid, molte insigni dipinture e statue: fra l'altre quelle dei quattro fiumi, che adornavano la Fontana della punta del Molo, l'altra di Venere, che giaceva nella fonte su l'orlo del fosso del Castel Nuovo, ed alcuni puttini e gradini di marmo tutti d'un pezzo, ch'eran collocati nella fontana Medina, opera del famoso Giovanni di Nola, li quali furono tutti da lui mandati in Ispagna.

Nel tempo del suo governo furon da lui stabilite molte provvide e sagge Prammatiche poco men di 30, per le quali riordinò i Tribunali, riformò molti abusi nelle Dogane, e diede altri provvedimenti, che sono additati nella Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche.

CAPITOLO III. Governo di D. Antonio Alvarez, Marchese d'Astorga molto travaglioso ed infelice per li disordini, ne' quali trovò il Regno e molto più per le rivoluzioni accadute in Messina.

Giunto il Marchese d'Astorga in Napoli trovò la città, non solo per la grande penuria di grani, ma tutta sconvolta per li continui delitti, e sopra ogni altro per li furti, che di continuo si sentivano in ogni angolo. Applicò per tanto i suoi pensieri a proccurare, che fossero introdotti in Napoli, non pur dalle province, ma da altri più remoti paesi, copiosi viveri, sicchè soddisfece alla brama de' popoli e restituì nel Regno l'abbondanza. Ma con tutto che praticasse estremi rigori, non fu possibile (cotanto per la dissoluta disciplina del passato Governo era la gente divenuta ribalda) d'estirpare i furti e molto meno impedire le continue scorrerie de' banditi, che commettevano in campagna. Scorrevano insino alle porte di Napoli, svaligiavano i procacci, saccheggiavano le Terre, empivano le campagne di omicidj, ruberie e stupri; e campeggiando con molta baldanza, di continuo acquistavan seguito, ed ingrossavan di numero. Il Vicerè, valendosi de' consueti rimedj, rinvigorì gli animi dei Presidi provinciali, premurosamente incaricando loro che dandosi mano badassero unicamente ad estirpargli. Ne fu fatta molta strage e non fu picciol guadagno essersi tolto dal mondo il più pernizioso fra i loro Capi, il cotanto rinomato Abate Cesare. Ma non per ciò, a guisa d'idre, non ripullulavano, e negli Apruzzi spezialmente, per dove fu costretto il Vicerè spedirvi cinque compagnie di Spagnuoli, non solo per abbattere la loro insolenza, ma anche perchè, sospettandosi, che avesser potuto ricever fomento da Roma dall'Ambasciador di Francia, si vegghiasse ad ogni novità, che con tal appoggio potesser questi ribaldi promuovere. Egli è però vero, che per le sollevazioni accadute poco da poi in Messina, si tolse un buon numero di costoro dal Regno, ai quali fu conceduto dall'Astorga il perdono, per andare a servire il Re in Sicilia, dove diedero pruove di gran valore, cancellando con ciò in gran parte le colpe della vita passata. Gli altri, che vi rimasero, essendosi poi sempre più moltiplicati, continuarono nella lor contumacia: perchè l'estirpamento totale d'una così dannosa semenza, l'avea il cielo riserbata a più esperta e gloriosa mano.

Non furon soli questi disordini, che resero travaglioso il governo del Marchese; perchè all'angustie, nelle quali trovò il Regno, per la fame, per li ladri e per questi ribaldi, se ne aggiunse un'altra più fastidiosa, qual fu quella delle monete, ridotte a questi tempi a stato si miserabile, che non avean d'intrinseco valore la quarta parte. La radice di questo male era antica, e quella stessa, che cagionò l'abolizione delle zannette in tempo del Cardinal Zapatta; dal quale quantunque si fosse fatta coniar la nuova moneta, e si fossero imposte gravissime pene a coloro, che avessero avuto ardimento di ritagliarla, o falsificarla; ad ogni modo l'avidità del guadagno faceva vilipendere ogni qualunque severo castigo. Era il numero de' tosatori, e falsificatori cresciuto in guisa, che sino nelle case di persone di qualità furono trovati ritagli, ed ordegni per conio delle nuove; e pubblicossi, che alcune donne di non volgare condizione, si fossero parimente mischiate in questo esercizio. Ne fu scoverta in Napoli un'intera compagnia, e nella provincia di terra d'Otranto ne furono indiziati moltissimi. Pose il Vicerè ogni cura per estirpargli; molti scoverti furon fatti morire su le forche, alcuni sostennero lunghe prigionie, ed altri ne ottennero il perdono: ciò che diede ansa a' detrattori ed ardire d'affermare, ch'era stata loro salvata la vita, ma non già la borsa. Altri ancora si sottrassero da' condegni castighi, chi schermendosi col privilegio del chericato, chi coll'immunità delle chiese, e chi con la fuga dal regno. Per dar riparo a mali sì gravi, cominciò il Vicerè a pensare alla fabbrica d'una nuova moneta, la quale non avesse potuto nè falsificarsi, nè ritagliarsi. Si pose l'affare in consulta, e se ne fecero più discorsi, ma non ebbero alcun effetto; perchè la gloria d'un così magnanimo fatto stava pure riserbata ad un più fortunato Eroe.

Pure i Turchi vollero avere la lor parte in tener travagliato l'Astorga; poichè scorrendo per le marine del Regno, posero gente in terra nella provincia di Bari, dove nel mese di giugno di quest'anno 1672 fecero schiavi 150 poveri contadini, che mietevan vettovaglie. E nel mese d'agosto fur vedute nel Golfo di Salerno sette galee di Biserta, che andavan depredando i nostri legni. Nel seguente anno, nelle marine di Puglia fecero notabilissimi danni, spezialmente nella terra di S. Nicandro, nella quale ridussero in cattività molti contadini; tanto che per reprimere i loro insulti, fu costretto il Vicerè a spedir ivi tre compagnie di cavalli, ed a mandare la squadra delle nostre galee a scorrere i mari dei Regno.

§. I. Per le rivolte di Messina si riscuoton dal Regno grossi sussidj.

Ma cure assai gravi e moleste sopraggiunsero in questi tempi al Vicerè, ed a noi gravezze e timori vie più considerabili, per più alte cagioni. Aveano in quest'anno i re di Francia e d'Inghilterra, uniti coll'Elettor di Colonia e 'l Vescovo di Munster mossa crudel guerra agli Stati Generali d'Olanda, li quali quantunque fossero rimasi vittoriosi in mare dell'armate navali d'Inghilterra e di Francia, furono loro ad ogni modo dagli eserciti confederati occupate le province d'Utrech, di Gheldria e d'Overissel con parte della Frisia. Donde prese motivo il Conte di Monterey, governadore de' Paesi Bassi Cattolici d'introdurre nelle piazze Olandesi guarnigione Spagnuola, e l'Imperador Leopoldo con l'Elettore di Brandeburgo, di far entrare un esercito negli Stati di Colonia e di Munster, per costringer que' Principi all'osservanza della pace di Cleves. Ma avendo i Franzesi occupata la Marca e 'l Ducato di Cleves appartenente all'Elettore di Brandeburgo, e spinto il marescial di Turenna nella Franconia quantunque avessero costretto questo Elettore a deporre l'armi, non poterono ad ogni modo impedire che molti Principi d'Alemagna non si fossero collegati coll'Imperadore e con gli Olandesi per la difesa de' proprj Stati.

Gli Spagnuoli non potendo soffrire le conquiste dei Franzesi sopra gli Stati d'Olanda e molto meno sopra l'Imperio, deliberarono d'entrare anch'essi in questa lega; ed avendo dichiarata la guerra al Re di Francia, protestarono al Re d'Inghilterra, che se non si fosse separato da quello, avrebbero con lui fatto lo stesso, e frappostisi per mediatori, fecero sì, che si conchiudesse la pace fra gl'Inglesi ed Olandesi. Così costretti i Franzesi a far fronte all'esercito Imperiale, che s'era avvicinato a' confini della Fiandra, abbandonarono tutte le piazze degli Olandesi, fuorchè Mastrich e Grave, la quale fu sforzata poscia dal Principe d'Oranges ad arrendersi con onorevoli condizioni. In questa guisa venne a cader tutta la guerra sopra la Fiandra Spagnuola, ed a' Paesi posti dall'una e dall'altra parte del Regno, che durò molti anni.

Essendosi pertanto pubblicata in Napoli nel mese di dicembre di quest'anno 1673 la guerra contro alla Francia, con pubblicarsi bando che fra brevi giorni tutti i Franzesi sgombrassero dal Regno, cominciarono a turbar l'animo del nostro Vicerè più nojosi pensieri; poichè dichiarata questa guerra, temendosi, che i Franzesi non tentassero d'assalire il principato di Catalogna, fu richiesto l'Asterga d'inviar soccorsi per difesa di quello Stato; onde gli fu duopo spedire per quella volta quattro vascelli con 1200 fanti Napoletani, sotto il comando del Maestro di Campo D. Giovan-Battista Pignatelli; e premendo sempre più il bisogno d'ingrossare l'esercito di Catalogna, bisognò nel mese di marzo del seguente anno 1674 spedire altri 1500 soldati, sotto la condotta del Sergente maggiore di Battaglia D. Antonio Guindazzo; e poi nel mese di giugno vi furono spedite cinque galee del Regno con altre 500 persone. Ma le rivolte sopravvenute nella città di Messina, che cagionarono una delle più ostinate guerre, che mai si fossero intese, impedirono li soccorsi per Catalogna, li quali sarebbero stati non di tanto aggravio, e costrinsero il Vicerè a mandarne in Sicilia dal nostro Regno altri assai più spessi e vigorosi; tal che a nostre spese si ebbe a sostenere quella crudele ed ostinata guerra.

I Messinesi vantando antichissimi privilegj di franchigia e d'esenzione ed altre lor prerogative, eransi nel regno di Filippo IV molto più insolentiti, a cagion ch'essendo stati saldi e costanti nella fede regia ne' preceduti tumulti di Palermo e di Napoli, il Re Filippo non solo aveagli loro confermati, ma aggiunti nuovi favori e preminenze.

(Gli antichi privilegi, conceduti da' Re Ruggiero e Guglielmo, suo successore, alla città di Messina si leggono presso Lunig. tom. 2 pag. 845 e 855 e pag. 2515 e 2517.)

Queste concessioni facevano godere a que' popoli una libertà quasi che assoluta; ed era dagli Spagnuoli tollerata, perchè consideravano, che non dipendeva quella licenza, che spesso si prendevan per difesa de' loro privilegj, da animo poco inclinato alla sovranità del Re ad al suo servigio, ma da una certa vanità, ch'essi aveano d'esser singolari fra tutti gli altri sudditi sottoposti alla corona di Spagna. Eleggendo essi dal lor corpo il pubblico Magistrato, che chiamano Senato, con piena autorità nel comando, con potestà d'amministrare il pubblico patrimonio e di distribuire le cariche subalterne, disponevano con assoluto arbitrio degli animi de' cittadini, ed eran sempre pronti a resistere, anche a proprj Vicerè, qualora essi credevano, che si tentasse cosa, che fosse contro i loro cotanto vantati privilegj.

Nel governo del Conte d'Ayala si lamentarono, prima che quel Vicerè non avea giammai fatta residenza in Messina, che avesse fatto imprigionare alcuni, quando non dovea; ed in fine non vi era operazione che facesse, che non l'interpretassero per violazione de' loro privilegj; e se le cose si fossero contenute nei termini di lamenti e di querele, sarebbe stato comportabile; ma si venne a' scandalosi fatti di dichiarare nulle le ordinazioni di quel Vicerè, come pregiudiciali ai loro privilegj, e ad assoldar gente per la loro osservanza. Queste medesime dimostrazioni continuarono con D. Francesco Gaetano Duca di Sermoneta successor dell'Ayala, il quale essendosi portato in Messina lo forzarono a pubblicar Prammatica, colla quale gli fecer proibire l'estrazion delle sete da tutti i porti di quell'Isola, fuorchè dal porto della lor città. Ma gravatesi di ciò l'altre città del Regno, ne fu dalla corte di Spagna sopraseduta l'esecuzione; tal ch'essi si risolsero di mandar due ambasciadori a Madrid per ottenerne la revocazione. Pretesero costoro d'esser trattati nell'udienze, come tutti gli altri ambasciadori di Principi, e che si fosse loro destinata certa giornata; che l'introduttore degli ambasciadori gli accompagnasse e che fossero mandati a levare nel giorno dell'udienza con le carrozze della casa regale. Allegavano essi molti esempj in tempo del Re Filippo IV che così gli avea trattati; ma la Regina Reggente non volle a verun patto accordar loro questo cerimoniale; poichè non solamente non appariva, che ciò fosse seguìto con saputa del Re suo marito, anzi che il medesimo avea espressamente ordinato, che tutti gli ambasciadori de' regni e delle città suddite ne godessero il nudo titolo e non già il trattamento: ond'essi per non si pregiudicare, fattasene con nuova supplica protesta, se ne ritornarono in Messina senz'adempire all'ambasciata.

Irritati i Messinesi da tal rifiuto, cominciarono ad usar molte insolenze; ed essendo intanto al Duca di Sermoneta succeduto nel governo di quell'Isola il Duca d'Alburquerque, ed a costui poco da poi sostituito il Principe di Lignì, crebbero assai più li disordini e le confusioni, le quali finalmente terminarono in fazioni; onde sursero i nomi di Merli, che presero i Realisti, e di Malvezzi che s'arrogarono gli altri del partito contrario, riducendosi i Messinesi in istato non meno lagrimevole di quello, nel quale si vide altre volte ridotta quasi tutta l'Italia dalle fazioni de' Bianchi e de' Neri, e de' Guelfi e Ghibellini.

Ma nel Governo del Marchese di Bajona successore del Lignì, essendo Straticò in Messina D. Diego di Soria Marchese di Crispano, che da Napoli, mentre era Consigliere di Santa Chiara, fu mandato con tal carica in quella città, le fazioni, che la tenevano in grandissima confusione, divennero aperte sollevazioni; poichè celebrando i Messinesi nel mese di giugno di quest'anno 1674 con gran pompa, ed apparati la festività di Nostra Signora sotto il titolo della Lettera per un'epistola, ch'essi credono aver ella scritta al Senato di Messina, nella quale l'assecurava della protezione del suo figliuolo Gesù; si videro nella bottega d'un sartore alcuni misteriosi ritratti, che alludendo alle cose presenti, toccavano con ischerni il partito de' Merli, non si perdonando nè meno all'istesso Soria Straticò. Di che accortisi i Merli, minacciando il sartore di volerlo con tutta la sua bottega mandar per aria, furono per dar di piglio alle armi, se tosto non vi fosse accorso lo Straticò a darvi riparo. Ma gli animi vie più esacerbandosi per la carcerazione seguìta del sartore, da' Malvezzi si faceva unione di gente armata per liberarlo a viva forza dalle carceri, e passar poscia a fil di spada tutti i Merli, e tutti coloro che favorivano il partito del Re. Fu in effetto in un istante, al suono d'una campana, veduta la città andar sossopra, i Malvezzi occupare i più rilevati posti, fare strage de' Merli, e sempre più avanzandosi il lor partito, crescere il lor numero sino a ventimila persone, le quali costrinsero le soldatesche Spagnuole, che erano accorse per reprimere il tumulto, a ritirarsi nel Palagio Regale, dentro il quale convenne a loro rinchiudersi e ridurre tutta la lor difesa: e lo Straticò per disturbare l'assedio del Palazzo, ordinò, che i Castellani della Fortezza tirassero contro la Città col cannone.

Dall'altra parte i Senatori dichiaratisi apertamente per li Malvezzi, e disponendosi all'assedio del Palagio Reale, fortificavan i posti; e ragunando gente, strinsero di stretto assedio lo Straticò. Accorse il Marchese di Bajona Vicerè al periglio; ma gli fu impedita l'entrata nella città, e lo costrinsero a colpi di cannone a ritirarsi verso i lidi della Catona nelle coste della Calabria, e di là in Melazzo. Sì pensò allora seriamente, che per ridurre i Messinesi bisognava espugnargli con formata guerra; onde avendosi il Bajona eletta la città di Melazzo per piazza d'armi, raccolse ivi tutte le soldatesche dell'Isola; chiamò i Baroni del Regno, che vi comparvero con buon numero di milizie a loro proprie spese arrolate; si risolse di non solo soccorrere lo Straticò e le Fortezze Regali di Messina, ma parimente di chiudere i passi di Teormina, per togliere a' Messinesi la comunicazione col rimanente dell'Isola, e ridurgli all'ubbidienza, non men col timore delle armi che della fame.

Venne chiamato a parte di questa impresa il nostro Vicerè, il quale cooperando al medesimo fine, dichiarò ancor egli per piazza d'armi la città di Reggio, dove fece marciare buona parte del battaglione del regno, sotto il comando del Generale D. Marc'Antonio di Gennaro con ordine di passare nell'Isola, quando al Marchese di Bajona fosse così paruto. Spedì poscia due galee in Melazzo con quattrocento fanti Spagnuoli; ed altrettanti Italiani fece imbarcare sopra un vascello, e due Tartane con munizioni da guerra e da bocca, e non trovandosi ne' nostri mari le squadre delle galee di Spagna, s'ottennero quelle della Repubblica di Genova, e della Religione di Malta in soccorso delle armi Regie.

I Messinesi, prevedendo che per se soli non erano bastanti a contrastare a tanti, dalla sollevazione passarono a manifesta ribellione deliberando di ricorrere al Re di Francia, perchè di loro prendesse cura e protezione; e tenendo in tanto a bada il Marchese di Bajona con negoziazioni e trattati di rendersi, ma non mai riducendogli ad effetto, spedirono in Roma D. Antonio Cafaro a trattare col Duca d'Etrè ambasciadore di quel Re al Pontefice, perchè ricevendogli sotto il suo dominio, sollecitasse il Re a mandar loro presti e poderosi soccorsi. Il Duca col Cardinal d'Etrè suo fratello, non tenendo sopra di ciò alcun spezial comando del lor Sovrano, nè avendo nemmen il Cafaro bastante mandato di far ciò che offeriva, deliberarono, per non perder tempo, di far passare in Francia l'istesso Cafaro, affinch'egli avesse rappresentato lo stato di Messina a quel Principe, e sollecitato il soccorso, e l'accompagnarono con loro lettere dirette al Duca di Vivonne Vice-Ammiraglio di Francia nel mare Mediterraneo, che dimorava in Tolone. Nella corte di Francia furon varj i sentimenti intorno ad accettar l'impresa: alcuni memori del famoso Vespro Siciliano e dell'avversione, che i Popoli della Sicilia hanno alla nazion Franzese, la dissuadevano: altri accendevano l'animo di quel Re a non abbandonarla, potendo molto giovare alla guerra, che allora ardeva fra le due corone, e che almeno avrebbe cagionata una grande diversione alle armi Spagnuole. Fu risoluto in fine d'appigliarsi ad un mediano partito, di comandare al Vivonne, che soccorresse ai Messinesi, ma prima di moversi con tutta l'armata, spedisse una squadra per introdurvi soccorso, e nell'istesso tempo confermasse i Messinesi nella ribellione, affin di ritrarne profitto per la diversion delle armi spagnuole, e s'informasse meglio dello stato delle cose, per prender poi più pesate deliberazioni.

Dall'altra parte, giunto alla corte di Spagna l'avviso della sollevazione di Messina, fu deliberato, che si proseguissero i mezzi per ridurla, non men colle armi che co' trattati d'accordo, mostrando indulgenza, e promettendole il perdono. Ma nell'istesso tempo fu risoluto, che prima che potessero venire i soccorsi, che si temevano di Francia, con tutte le forze di mare (non profittandosi i Messinesi della regal clemenza) si proccurasse la sua riduzione. Fu pertanto dalla Regina Reggente conceduto loro un general perdono, che fu mandato al Bajona, perchè lo pubblicasse in quell'Isola: e comandato al Marchese del Viso, che ripigliasse il comando delle galee di Spagna, del quale si trovava essersi già fatta mercede all'istesso Marchese di Bajona, ch'era suo figliuolo; ordinando parimente così a lui, come a D. Melchior della Queva General dell'armata, che unitamente si fosser portati con tutte le galee e vascelli ne' mari di Sicilia.

Ma così l'uno, come l'altro mezzo, ebbero infelice successo: poichè i Messinesi insolentiti per li promessi soccorsi di Francia, e vie più resi animosi per alcuni fatti d'arme intanto seguiti con lor vantaggio, rifiutarono il perdono, che avea fatto pubblicare il Bajona in Melazzo; anzi essendo stato mandato dal General delle galee di Malta il Capitan D. Francesc'Antonio Dattilo Marchese di S. Caterina figliuolo del rinomato Maestro di Campo Roberto Dattilo a portar loro il perdono, e con sue lettere assicurargli, che avrebbelo con buona fede fatto puntualmente valere: essi non solo disprezzarono le insinuazioni, ma fecero prigioniere il Marchese, rinchiudendolo in oscuro e stretto carcere.

La corte di Spagna, a questi avvisi infelici, deliberò mutar governadore in quell'Isola, e comandò al Marchese di Villafranca, che tosto si portasse in Sicilia a governarla; e nell'istesso tempo sollecitava il Marchese del Viso, e D. Melchior della Queva, li quali avean già unite amendue l'armate nel Porto di Barcellona, che sciogliesser presto da quel porto, ed accorressero a' bisogni di quel Regno. Partì il General de' vascelli nel dì 18 settembre di quest anno 1674 ma il Marchese del Viso colle galee, impedito dai venti, non poté partire sino a' 18 del seguente mese di ottobre, nè prima de' 5 di novembre potè giungere in Sardegna nel porto di Cagliari; donde col Marchese di Villafranca, calmato alquanto il mare, partirono finalmente per la volta di Palermo nel dì 10 di dicembre, dove giunsero con le galee nel dì 12 dello stesso mese. Il nuovo Vicerè avendo preso il possesso in Palermo, si trasferì subito a Melazzo, per assister da vicino alle cose di Messina, dove anche si condusse per mare colle sue galee il Marchese del Viso; e facendo notabili progressi, avendo occupata la Torre del Faro, si risolsero di stringer Messina, toglierle per mare e per terra ogni adito di ricever soccorsi, e sopra tutto invigilar, che non ne fossero introdotti da' Franzesi; avendo per tal effetto il general dell'armata, col grosso de' suoi vascelli, dato fondo nella Fossa di S. Giovanni, affinchè, posto con tutti i vascelli a vista della città, si desse maggior calore all'impresa.

Ma mentr'eransi in cotal guisa disposte le cose, tal che si sperava tra pochi giorni la riduzione di quella città, s'intese nel di primo di gennajo del nuovo anno 1675, che s'eran scoverti sei Vascelli da guerra Franzesi, che con quattro da fuoco, ed alcune tartane venivano per tentar d'introdursi in Messina. Era questa la squadra spedita dal Duca di Vivonne, la la quale guidata dal comandante Valbel, uscita poco dianzi da Tolone veniva per tentare un furtivo soccorso, in congiuntura, che l'armata Spagnuola, per tempesta, o per altra cagione, non si fosse trovata in istato di poterlo impedire; nè di questa squadra si era avuta alcuna notizia, poichè tutti gli avvisi parlavano del soccorso Reale, che si preparava dal Duca di Vivonne, il qual ben si conoscea, che per doversi apprestare un sì gran numero di vascelli, non avria potuto arrivare, se non molto tardi. Giunto il Valbel presso Messina, insospettito d'aver trovata in poter degli Spagnuoli la Torre del Faro, ed avuta notizia che la città stava deliberando per rendersi, ancorchè avesse potuto il medesimo giorno condursi senz'opposizione in Messina, poichè il vento a lui favorevole impediva in contrario all'armata nemica l'uscir dalla Fossa di S. Giovanni, non volle però entrare, per tema d'esser tradito da' Messinesi. Ma, o che veramente fosse, che per li venti contrarj l'armata, con tutto che si fosse usata ogni umana industria, non s'avesse potuto condurre in quel tempestoso canale in posto che avesse potuto impedire il soccorso; o veramente gara di comando fra' Generali, o lor negligenza, di che ne furon poi imputati; assicuratosi nel terzo giorno il Valbel dell'ostinazione de' Messinesi, si risolse finalmente d'entrare, passando nel dì 3 di gennajo a vista dell'armata nemica, senza che avesse potuto farsegli resistenza.

Il soccorso però, che vi fu introdotto, non era tale, che avesser dovuto gli Spagnuoli disperar dell'impresa. Ma i Messinesi fattisi più arditi, ed in contrario sorpresi i Capi, che guardavano i posti occupati, da soverchio timore, con troppo presta disperazione, senza aspettare d'esserne cacciati dal nemico gli abbandonarono: con che si perdè l'occasione di poter per allora ridurre la città col terrore dell'armi. Non si abbatterono con tutto ciò d'animo gli Spagnuoli, prevedendo, che per la scarsezza de' viveri la città si sarebbe in breve ridotta all'angustia di prima; onde erano tutti intesi, che non vi s'introducessero per via di mare. Ma mentr'essi lusingati da queste speranze deliberavan de' mezzi, il Duca di Vivonne avvisato de felice successo della sua squadra, e dell'ostinazione de' Messinesi, fece concepire al suo Sovrano più certe speranze di ridurre quel regno sotto il suo dominio; onde assunto il titolo di Vicerè di Messina, ed il comando generale delle galee di quella corona, sciolse dal Porto di Tolone con nove navi di guerra, tre da fuoco, ed otto di vettovaglie, ed incamminatosi per la volta di Messina, pervenne egli in que' mari a' 10 di febbrajo. I Generali Spagnuoli, all'avviso del suo avvicinamento, uniron tutte le lor forze, per andare ad incontrarlo, siccome fecero, e nella giornata degli 11 si combattè con tanto valore, che la pugna cominciò dalle nove della mattina e continuò sino alla sera. Ma, o fosse lor fatalità o negligenza, o perchè mutossi il vento a favor de' Franzesi, furon costrette le lor galee dalla forza del vento a ritirarsi; ond'ebbe campo il Valbel d'uscir dal porto di Messina con altri dodici vascelli, co' quali posti in mezzo gli Spagnuoli, furono obbligati combattere non più per la vittoria, ma per la salute; sin che verso la sera si divisero per la tempesta, con che riuscì a' Franzesi il giorno appresso con vento prospero entrar senza contrasto in Messina.

Quest'infelici successi portarono ancora, che le galee di Sicilia e di Napoli, conoscendo infruttuosa la lor dimora in que' mari, prendendo il cammino verso Melazzo, ed alcune verso Napoli, per gran tempesta ne naufragassero due nell'acque di Palinuro, ed una altra se ne sommergesse ne' mari di Maratea. I vascelli dell'armata Spagnuola si ritirarono in Napoli per risarcirsi de' danni patiti nella passata battaglia. Perì in quest'ostinata guerra molta gente, che bisognava dal nostro Regno riclutarsi; e ciò non bastando fu duopo far venire d'Alemagna quattromilacinquecento Tedeschi, li quali giunti in Napoli quasi tutti s'ammalarono; onde bisognò che il Vicerè provvedesse loro più d'ospedali, che di quartieri; nè per essi e per gli soldati dell'armata regale bastando gli spedali della città, bisognò, che in Pozzuoli se ne formassero de' nuovi.

La Corte di Spagna all'avviso di sì funesti accidenti, incolpando i disordini accaduti a' generali Spagnuoli, fremendo contro di essi, con due regali cedole, una spedita a' 16 di marzo di quest'anno 1675, alla quale diede cagione il soccorso entrato a' 3 di gennajo, l'altra a' 10 di maggio, ordinò una giunta di Ministri, perchè con regal delegazione giudicassero sopra quelli delle mancanze che loro venivan imputate. Si accagionava il Marchese di Bajona di non aver saputo con mezzi opportuni, che potea usare, ridurre in que' principj i Messinesi. Al Marchese del Viso suo padre, al general della Queva, ed all'ammiraglio D. Francesco Centeno, s'imputava di aver potuto, e non voluto combattere il soccorso, che il Valbel introdusse nell'assediata città. Furono per ciò arrestati in Sicilia il Bajona, e 'l padre, e dopo alcuni mesi condotti in Napoli. Al nostro Vicerè fu data commessione d'arrestare il general della Queva, e l'ammiraglio, li quali prontamente avendo ubbidito agli ordini regali, il primo fu mandato nella fortezza di Gaeta, e l'altro al castel d'Ischia. Il principe di Montesarchio fu dichiarato governadore dell'armata de' vascelli di Spagna, e venne in Napoli ad esercitar la sua carica. L'Astorga Vicerè dichiarò governadore dell'armi nella piazza di Reggio il general dell'artiglieria Fr. Gio. Brancaccio; ed il Marchese del Tufo, ch'avea sin allora occupata la medesima carica, andò ad esercitarla nella provincia di Terra d'Otranto. La giunta ordinata sopra la visita di questi generali cominciò a conoscere delle colpe, che venivan loro imputate, e fu comandato al reggente D. Pietro Valero, che ne prendesse diligenti informazioni; onde il Marchese del Viso, che fu poi ristretto nel Castel Nuovo di Napoli, per difesa della sua causa prese per suo avvocato il rinomato Francesco d'Andrea, il quale volle, che in quella vi scrivesse suo fratello Gennaro, allora avvocato de' poveri in Vicaria, il quale vi compose una molto dotta, ed erudita allegazione.

Premeva tuttavia incessantemente la corte di Spagna, che in tutti i modi si ripigliasse l'impresa per la riduzione di Messina, ma eran vane le speranze di riacquistarla, sempre che i vascelli franzesi erano padroni del mare. Bisognava per tanto pensare a risarcire l'armata, ed accrescere nel medesimo tempo l'esercito terrestre di Sicilia. Mancava però il denaro, nè altronde che dal nostro regno si pensava il provvedimento. Per ciò furon posti in opra dal Marchese d'Astorga li più estremi espedienti per provvedersene. Espose venali le rendite, che possedeva il Re sopra le gabelle, dazj, e fiscali, e barattandosi a prezzo vilissimo, molte private case per ciò divennero ricchissime. Il ragguardevol ufficio di scrivano di Razione del regno, ch'era amministrato da D. Andrea Concublet Marchese d'Arena, essendo vacato per la di lui morte, fu nel mese di giugno di quest'anno 1675 frettolosamente venduto per tre vite a D. Emmanuele Pinto Mendozza per ducati quarantaseimila, ma non essendo stata approvata dal Re la vendita, fu duopo, per ottenerne il regale assenso, che si sborsassero altre mille pezze da otto reali, oltre l'altre spese, che il Re ordinò, che si pagassero nella Corte di Madrid. Chiese ancora il Vicerè a' Baroni una contribuzione di soldati a cavallo, a loro spese armati e montati, la quale da ciascuno fu somministrata in danari, secondo le proprie forze. E finalmente si tolse la terza parte dell'entrate d'un anno, che i forastieri possedevano nel Regno. Con questi danari si cominciarono a risarcire i vascelli, per servigio de' quali si fecero venire da Ragusi quattrocento marinari. Ma perchè la spesa, che bisognava per lo risarcimento era grande, e buona parte del denaro s'impiegava in altri usi, i lavori camminavano con lentezza; per ciò i popoli, che vedevano con tanta furia alienare l'entrate regie, e non vedevano promuovere con la medesima sollecitudine il Regal servigio, mormoravano dei Vicerè: le soldatesche parimente se ne lagnavano, perchè non eran somministrate le paghe. Non si può dubitare, che le spese ed i soccorsi, che uscirono da questo Regno per la guerra di Messina sotto il governo del Marchese d'Astorga furono considerabili e di grandissima importanza. Si arrolarono nuovi fanti e cavalli: si fecero venire d'Alemagna quattromilacinquecento Tedeschi, e tutta questa gente si faceva passare parte in Melazzo, e parte in Reggio, ed in altri luoghi della Calabria, donde poscia si traghettava, secondo il bisogno, in Sicilia. Si provvidero di munizioni, così da bocca, come da guerra, le piazze di Reggio, di Melazzo e della Scaletta: si somministrarono somme immense di danaro, non solo per le paghe a' soldati, che guardavano le frontiere del Regno, ma anche a quelli, che guerreggiavano in campagna nell'esercito e nelle Piazze di Sicilia. Si rifecero in fine i vascelli, e si diedero i soldi alla gente dell'armata di Spagna, con lo sborso di sopra seicentomila ducati.

Il marescial Vivonne intanto, ridotta Messina sotto l'ubbidienza del suo Sovrano e reso padrone del mare, meditava di stendere le sue conquiste sopra altre città di quell'Isola; ma fattone esperimento, trovò gli animi stabili e fermi nella fedeltà del lor Signore, e pronti ad opporsergli con molta intrepidezza e costanza. Bisognavagli ancora provvedere Messina di viveri da rimote parti, e mandare sino in Francia per vettovaglie, perchè gli Spagnuoli tenevan chiusi tutti i passi di terra; e l'armata, che s'apprestava in Napoli tenevalo in continue agitazioni, vedendo, che gli Spagnuoli non aveano deposto l'animo di fare ogni sforzo per la riduzione di quella città. Per ciò egli dopo avere scorso colla sua armata le marine di Palermo e tentate inutilmente l'altre piazze marittime di quell'Isola, s'incamminò verso i lidi di Napoli, con disegno, se gli venisse fatto, d'abbruciar l'armata spagnuola, che si trovava ancora nel nostro Porto; ma essendo comparso nel mese di luglio di quest'anno 1675 nel nostro Golfo, presero i cittadini le armi, ed opportunamente fortificati i posti più importanti, l'obbligarono a ritornarsene in Messina, con aver solo depredate alquante barche, che per cammino ebbero la disavventura d'incontrarsi colla sua armata.

Ma mentre il Vicerè, risarcita già l'armata, provveduta del bisognevole e soccorsa colle paghe de' marinari e de' soldati, sollecitava la di lei partenza, siccome in effetto il principe di Montesarchio governadore di essa s'era posto alla vela, si videro entrar nel nostro porto a' 9 di settembre di questo istesso anno alcune navi che inaspettatamente condussero da Sardegna il Marchese de los Velez per nostro nuovo Vicerè. Erano precorse alla corte le voci insorte, che il Marchese d'Astorga e più i suoi Ministri, de' qual' si valeva, s'eran molto profittati di questa guerra e che le spedizioni andavan pigre e lente, perchè la maggior parte del denaro era impiegato ad altri usi. La Corte di Spagna, che non inculcava altro, che la riduzione di Messina, deliberò, avendo già l'Astorga compiti i tre anni del suo governo, di mandargli per successore il Marchese de los Velez, il quale trovandosi allora vicerè in Sardegna, favorito ancora dalla Regina Reggente per le continue raccomandazioni della madre di los Velez, ch'era sua cameriera maggiore, fu creduto valevole a sostenere il peso, non men del governo del regno, che della guerra di Sicilia. Convenne per tanto all'Astorga, giunto il successore, di cedergli il Governo e ritiratosi nel borgo di Chiaja, dove si trattenne sino a' 13 d'ottobre, partissi per la volta della Corte ad esercitar ivi la sua carica di consigliere di Stato e di generale dell'artiglieria delle Spagne. Ci lasciò pure l'Astorga sette Prammatiche ne' tre anni, che ci governò, che sono additate nella Cronologia prefissa al primo tomo delle medesime.

CAPITOLO IV. Il Marchese de los Velez nuovo Vicerè prosiegue a mandar soccorsi per la riduzione di Messina, la quale finalmente abbandonata da' Franzesi, ritorna sotto l'ubbidienza del Re.

L'espettazione, colla quale fu ricevuto D. Ferrante Gioachino Faxardo Marchese de los Velez, e la speranza, che si concepì del suo governo di dover sollevare il Regno d'una sì molesta, e fastidiosa guerra, che lo impoveriva molto più, che non avean fatto le passate sciagure, fu appresso tutti grandissima. Si sperava, che per l'avvenire con miglior economia dovesse spedirsi il denaro e per conseguenza dovessero farsi sforzi più valevoli per terminar la guerra di Sicilia; che sarebbero scacciati i franzesi, umiliati i ribelli, restituita la tranquillità in quell'Isola e quello che più premeva, liberato il nostro Regno, non meno dal peso di spingere a quella parte continui soccorsi, che dal timore d'invasioni e d'insulti; poichè i Franzesi, non contenti di suscitar torbidi e sollevazioni in quell'Isola, macchinavano ancora nel nostro Regno, coltivando continue pratiche co' banditi di Calabria e con altri mezzi fomentando sedizioni e tumulti: nè tralasciava l'ambasciadore del Re Franzese residente in Roma, con occulte macchinazioni e con secrete commessioni, appoggiate per lo più a frati, di tentar gli animi e far disseminare manifesti per eccitare i popoli a seguir l'esempio de' Messinesi. A questo fine il Marchese de los Velez fu obbligato di istituire in Napoli un'assemblea di ministri con titolo di Giunta degl'Inconfidenti, la quale non vi stette oziosa, poichè scoprì molti di costoro, de' quali, secondo che venivano indiziati, alcuni ne furono imprigionati, altri esiliati dal Regno e taluni fatti morire su le forche.

(A questi tempi fu sparso quel Manifesto del Re Luigi XIV, che in idioma franzese si legge presso Lunig[57] colla data di Versaglia degli 11 ottobre del 1675, dove s'espongono le ragioni per le quali fu mosso a dar soccorso a' Messinesi oppressi dal pesante giogo degli Spagnuoli.)

Intanto sollecitando la Regina reggente la riduzione de' Messinesi e nell'istesso tempo minacciando rigorosi castighi a' generali spagnuoli, affrettando per ciò il reggente Valero, che i processi fabbricati contro di loro dovesse mandare alla Corte, costrinse il nostro Vicerè a pensar da dovero ad affrettare valevoli soccorsi per quella spedizione. Egli per ciò esagerando non meno a' Nobili, che al Popolo Napoletano gli urgenti bisogni, indusse loro a far un donativo al Re di 200 mila ducati, una parte de' quali fu ricavata dalle contribuzioni volontarie de' Cittadini e 'l rimanente dalla metà degli stipendj de' Giudici delegati e dei governadori degli arrendamenti, ed in cotal guisa si sosteneva la guerra di Sicilia, dove furono spediti da tempo in tempo soccorsi non solo di munizioni e di gente, ma si mandava ogni mese il contante per pagare l'esercito.

Ma le speranze maggiori di snidare i Franzesi da quell'Isola si fondavano nella venuta di D. Giovanni d'Austria, il quale essendo stato dichiarato dalla Regina Reggente, Vicario generale del Re in Italia, si aspettava a momenti con una squadra di vascelli di Olanda. Giunse finalmente in Napoli a' 30 di novembre di quest'anno 1675 l'armata Olandese composta di diciotto navi da guerra e sei da fuoco, comandata dall'ammiraglio Ruiter, ma non già D. Giovanni di Austria, il quale con secreti ordini del Re era stato richiamato alla Corte. L'arrivo di quest'armata diede maggior agio ai generali Spagnuoli d'accalorar l'impresa, e già stringendo per tutti i lati Messina, ed all'incontro vedendosi che i Franzesi a lungo andare non avrebber potuto resister loro, si cominciavano a sentir voci dagl'istessi Messinesi che era impossibile che Messina potesse rimanere ai Francesi, e che l'armata spagnuola unita a quella degli Stati generali d'Olanda l'avrebbe senza fallo espugnata. Cominciavano ancora ad accorgersi, che il Re di Francia non avea pensiero (non potendo conquistare tutto il Regno) di conservarla: ma solamente di divertire le forze della corona di Spagna, colla quale guerreggiava ne' Paesi Bassi, e che per ciò vi mandava soccorsi tali, ch'erano valevoli a mantener questa guerra in Italia, non già a liberare la città di Messina da quelle angustie, nelle quali la tenevano le milizie Spagnuole. Dispiacevano sommamente ai Franzesi queste voci onde nell'entrato anno 1676 vie più inaspriron la guerra, e tentarono di nuovo Palermo, e l'altre piazze, ma sempre con infelici successi.

Intanto partito per la corte il Marchese di Villafranca, e sostituito Vicerè di quell'Isola il Marchese di Castel Rodrigo figliuolo del Duca di Medina las Torres e di D. Anna Caraffa principessa di Stigliano, giovane intorno a 35 anni e che nelle guerre di Portogallo e di Catalogna avea dati saggi d'un gran ardire e valore; ripigliò questi la guerra con più vigore, e per tutto quest'anno e ne' principj del seguente combattè valorosamente i Franzesi, sicchè molto più i Messinesi disperavano di lor salute. Ma morto costui per dolor di colica nel mese d'aprile di questo nuovo anno 1677 non potè aver il piacere per le sue mani di veder condotta a fine la gloriosa impresa. Avea egli prima di morire appoggiata l'amministrazion del Regno alla Marchesana sua moglie, ed al Maestro di Campo Generale Conte di Sartirana il comando delle milizie, per sino a tanto, che il Re non avesse provveduto il regno del successore. Ma poichè eravi occulto dispaccio del Re, che comandava, che per qualunque accidente venisse a mancare il Castel Rodrigo andasse il Cardinal Portocarrero, che si trovava in Roma, a prender il governo di quell'Isola, partì subito questi da Roma per Gaeta, ove a' 10 maggio imbarcatosi, navigò felicemente per Palermo.

Fu proseguita la guerra per tutto quest'anno con non minor calore, che intrepidezza; ma in Messina intanto accadevan spesso fastidiosi tumulti, non solo per l'insolenza de' soldati Franzesi, ma per le mormorazioni, che tuttavia crescevano, che i Franzesi dovessero finalmente saccheggiar Messina e lasciar gli abitanti alla discrezione degli Spagnuoli. Nè le voci eran vane, poichè nel consiglio di Francia era stato già stabilito l'abbandonamento de' Messinesi e poichè donde venisse tal risoluzione era occulto, diessi a molti occasione di spiarne le cagioni. Alcuni l'attribuivano alle immense spese, che dovea soffrir la Francia per traghettar le soldatesche nella Sicilia, e molto più per mantenervele; e mancando In Messina ogni sorte di vettovaglie, si dovean mendicare da lontani paesi, non solo per uso delle milizie, ma anche de' Cittadini. Si faceva il conto, che di ventimila soldati passati in diverse volte in quell'Isola, appena rimaneva la quarta parte, e tutti gli altri, o erano rimasi estinti nelle fazioni o morti di patimenti e d'infermità, o finalmente fuggiti per non esporsi al pericolo della fame. Che volendosi continuar la guerra, bisognava spedire nuove squadre in Sicilia, giacchè dagli Spagnuoli si facevano apparecchi grandissimi in tutti gli Stati, che possedevano in Italia. S'aggiungeva ancora di dover mantenere l'armata navale continuamente in que' mari, per tener aperto il passo alle vettovaglie e per far fronte all'armata spagnuola, la quale sarebbe stata molto potente, per la squadra di navi, che facevano gli Olandesi passare a questo effetto nel Mediterraneo Sotto il comando del Vice-Ammiraglio Everzen; e che queste spedizioni pregiudicavano notabilmente alla guerra, che la Francia faceva di là da' monti, dove avea bisogno di soldatesche per ingrossare gli eserciti, e di navi per l'armata navale, che faceva mestieri di porre in mare, non solamente per opporsi a' Principi Collegati, ma anche al Re d'Inghilterra, il quale sollecitato dal Parlamento, minacciava d'unirsi co' nemici del Re Franzese, per costringerlo a far la pace con quelle condizioni, che pretendeva prescrivergli. Si considerava, che la Francia non avea tante forze per mantenere un'armata navale nell'Oceano ed un'altra nella Sicilia, spezialmente in quel tempo che 'l fuoco avea abbruciata una gran parte dell'Arsenale e delle munizioni in Tolone, ed anche i magazzini in Marsiglia; e ch'era ritornato dall'America il Conte d'Etrè con la sua squadra di navi molto mal concia e sminuita di numero, per cagion della battaglia ch'avea data nell'Isola del Tabacco al Vice-Ammiraglio Binch olandese. Ma sopra tutto si ponderava, che la guerra della Sicilia non poteva giammai render conto alla Francia, poichè erasi già sperimentato, di non doversi fare alcun fondamento su quella rivoluzione generale dell'Isola, che aveano i Messinesi fatta sperare; anzi che per la fermezza e costanza de' Siciliani nella fede del lor principe, era a' Franzesi ogni palmo di terreno costato un fiume di sangue; ed aggiugnevasi, che bisognava temere de' medesimi Messinesi, giacchè s'era sperimentato, che alcuni di essi per affetto alla Spagna, altri per incostanza di genio, e tutti per rincrescimento della lunghezza, e delle calamità della guerra, aveano macchinate tante congiure, per riconciliarsi col Re Cattolico. E finalmente conchiudevasi, che non era possibile di combattere insieme co' nemici interni ed esterni, e molto men con la fame, la quale faceva a' Franzesi in Messina una guerra, assai più crudele di quella, che loro facevasi dagli Spagnuoli.

Questo fu ponderato allora intorno a tal deliberazione, ancorchè non mancassero alcuni, che stimassero le cagioni assai più recondite e misteriose, e che nascondessero segreti d'assai maggiore importanza. Altri finalmente credettero, che ciò fosse preludio del trattato di pace, che fu conchiuso in Nimega l'istesso anno 1678. Che che ne fosse, egli però è certo, che questo abbandonamento fu conchiuso nel consiglio di Francia molto tempo prima di quello, che fu mandato in effetto. Il Marescial di Vivonne non volle esserne l'esecutore, per non lasciare, con un atto di debolezza, quella carica, che gli pareva d'avere esercitata con tanto applauso; onde a questo fine il Re di Francia gli sostituì il maresciallo della Fogliada nel medesimo tempo, ch'essendo stato nominato dal Re Cattolico il Cardinal Portocarrero all'Arcivescovado di Toledo, vacato per la morte del Cardinal d'Aragona, fu mandato in sua vece il Principe D. Vincenzo Gonzaga de' Duchi di Guastalla a governar la Sicilia, il qual giunto a Napoli nel dì 22 di febbrajo di quest'anno 1678, partì verso Palermo nel primo di marzo, portando seco un vascello con 500 fanti Napoletani, seguitato, alcuni giorni da poi, da due navi cariche di munizioni da guerra.

Essendo per tanto giunto in Messina il Maresciallo della Fogliada, dato prima ad intendere di voler con maggior calore proseguire la guerra, cominciò ad imbarcare sopra l'armata le soldatesche Franzesi, sotto pretesto di condurle all'acquisto di Catania, o di Siracusa: da poi fatti a se chiamare i Giurati della città mostrò loro i dispacci del Re di Francia per l'abbandonamento della Sicilia. Questo avviso a guisa di un fulmine toccò gli animi de' Messinesi, che sbalorditi e confusi, non sapevano a qual partito appigliarsi: scongiuravano il Maresciallo a trattenersi, almeno infino a tanto, che dessero sesto alle cose loro. Ma ciò lor negato, molti disperando del perdono dagli Spagnuoli, deliberarono di abbandonare la patria e d'andarsene in Francia: così ne furono molti non men Nobili, che Popolari imbarcati sopra l'armata, che verso Provenza voltò le prore. Così rimasa Messina senza assistenza de' Franzesi, que che vi rimasero ne dieron tosto avviso al governadore dell'armi della piazza di Reggio, il quale immantenente accorsovi col Vescovo di Squillace, ed alcuni ufficiali militari introdusse in Messina il ritratto del Re Cattolico, a vista del quale tutti que' cittadini fecero non ordinarie dimostrazioni d'applauso al suo Augustissimo Nome. Ciò accadde nel mese di marzo di quest'anno. Vi accorsero poco da poi gli altri comandanti con buon numero di soldatesche, e finalmente portossi in Messina il Vicerè Gonzaga, il quale usando moderazione con que' sudditi, concedette loro un ampio perdono, con la restituzione di tutti i beni, che non si trovavano alienati, o venduti; ma volle, che ne fossero esclusi tutti coloro, che con la fuga se n'erano renduti indegni. Comandò parimente, che si fosse negli abiti abolito l'uso franzese, e che si fosse portata nella zecca tutta la moneta di Francia, a fine di coniarsi con l'impronta del Re. Non estinse il Senato, aspettando sopra ciò la deliberazione della Corte; vietò nulladimeno a' cittadini d'offendersi, o ingiuriarsi fra di loro per le colpe della passata ribellione; ed avendone mandate tutte quelle soldatesche, che sopravanzavano al bisogno delle guarnigioni, le milizie di Reggio si ritirarono in Napoli.

Ma alla Corte di Spagna non piacque l'indulgenza usata dal Gonzaga a' Messinesi; onde richiamatolo in Madrid a sedere nel Consiglio di Stato, gli sostituì nel Governo dell'Isola il Conte di S. Stefano, il quale trovandosi allora Vicerè in Sardegna, si pose immantenente in cammino, ed a' 29 di novembre giunse in Palermo, donde partito a' 5 di gennajo del nuovo anno 1679 arrivò a Messina. Costui secondando i desiderj della Corte, tolse il Senato, e mutò forma di governo a quel magistrato, comandando, che non più senatori, giurati, ma eletti dovessero nomarsi, e restrinse in troppo angusti confini la loro potestà. Privò i Messinesi di tutti i privilegj e franchigie. Fece demolire il palagio della Città, e sparso il suolo di sale, vi fece ergere una piramide, ed in cima la statua del Re formata dal metallo di quella stessa campana, che prima serviva per chiamare i cittadini a consiglio. Vietò tutte l'assemblee; regolò egli le pubbliche entrate, le esazioni, ed i dazj; e finalmente, secondo le istruzioni lasciategli dal Principe Gonzaga, per porre maggior freno a que' popoli, vi fondò una forte ed inespugnabile cittadella, intorno alla quale posero ogni studio i migliori Ingegneri e Capi Militari, che aveva la Spagna in que' tempi.

CAPITOLO V. Il Marchese de los Velez, finita la guerra di Messina riordina il meglio, che può, il Regno: suoi provvedimenti: sua partita e leggi, che ci lasciò.

Aveva questa crudele ed ostinata guerra impoverito in tal guisa il Regno, per le tante spese occorsevi, che ci fece il conto, che ne uscirono poco meno di sette milioni. Affinchè i soccorsi fosser pronti e solleciti, fu di mestieri, non essendosi trovate l'entrate del regio erario corrispondenti alle somme immense, che fu necessario impiegare ne' ruoli delle milizie, nelle provvisioni delle vittuaglie, munizioni ed ordigni di guerra, e nelle paghe de' soldati, così dell'esercito della Sicilia, come dell'armata navale e delle guarnigioni delle piazze della Calabria; di por mano, non solo con molta precipitanza alla vendita degli ufficj, ma quel ch'è più, alla vendita de' fondi, ed a barattargli a prezzo vilissimo, con tanto vantaggio dei compratori, che tutti ne aveano goduti frutti eccessivi, e molti d'essi n'aveano ritratta la rendita di sopra venti per cento l'anno. Ciò che avendo diminuita notabilmente la dote della cassa militare, furono dalla Corte di Spagna, non solo disapprovate molte alienazioni, e per ciò niegato il regale assenso, ma intorno alla vendita de' capitali degli arrendamenti fiscali, ed adoe, fu ordinato, che si formasse una Giunta di Ministri, per esaminare un affare di così grande importanza. Furon proposti molti espedienti per dar compenso a' preceduti disordini; ma finalmente piacque a los Velez d'appigliarsi a quel partito, che reputò più conforme alla giustizia ed equità; laonde fu comandato, che tutti i mentovati contratti si dovessero regolare a misura del prezzo veramente pagato, in guisa tal, che i capitali degli arrendamenti e delle adoe si fossero ridotti a cento per cento; i fiscali della provincia di Terra di Lavoro al novanta; e quelli di tutte le altre province ad ottanta per cento. Il rimanente fu incorporato al patrimonio reale; al quale vi fu aggiunto ancora l'imposta del Jus prohibendi dell'acquavite, dalla quale si ricavavano in quel tempo 13 mila ducati l'anno.

Ristorato, come si potè il meglio, l'erario regale, bisognò dar sesto a non inferiori disordini. Le monete non ostante le severe esecuzioni fatte ne' passati governi, andavansi di giorno in giorno vie più adulterando. Furono dal Marchese rinovati i rigori, empì di falsificatori le carceri e le galee, molti ne furon fatti morire su le forche; ma con tutto ciò non era possibile sterminargli, ed erano così tenacemente adescati dall'avidità del guadagno, che molti di coloro, ch'erano scampati dal laccio e condennati a remare, sopra le galee istesse continuavano i loro lavori. Fin dentro i chiostri era penetrata la contagione, ed i monaci n'erano divenuti valenti professori. Gli Orafi adulterando le loro manifatture, mischiavano maggior lega di quella, che permettono le leggi del Regno. Donde venne a cagionarsi un grandissimo impedimento al commercio; poichè tutti coloro, che avevano argenti lavorati nelle lor case, non erano sicuri di trovarvi il lor danaro, e le monete erano presso tutti cadute in sì cattivo concetto, che cominciavasi a rifiutarle, ed oltre la mancanza del peso, ogni uno si faceva lecito di condannarla per falsa, o di conio, o di lega. In fine, sino alla moneta di rame era adulterata e falsificata. Il Vicerè applicò il suo animo per rimediare a disordini sì gravi; e fece fare un'esatta inquisizione contro degli Orafi, che aveano venduto l'oro e l'argento di più basso carato; sbandì tutte le monete false così di conio, come di lega; e volle, che si fossero portate fra brevi giorni in mano di persone a ciò destinate in diversi Rioni della città, e nelle province in mano de' Tesorieri, da' quali sarebbe stata restituita la valuta a' padroni in tanta moneta buona e Corrente; ma ciò non ostante accadevano infinite contese, perchè molti rifiutavano come falsa la moneta, che in fatti era buona, ed altri volevano mantenere per buona quella, che veramente era falsa: laonde per decidere simiglianti litigj, li quali mancò poco non fossero degenerati in tumulti, fu di mestieri, che il Vicerè ne commettesse la decisione ad alcune persone esperte di ciascuno quartiere. Ma tutti questi rimedj erano inutili e si sperimentarono inefficaci alla corruttela del male. L'unico rimedio era l'abolizione della antica e la fabbrica d'una nuova: ma questa era opera, che avea bisogno di molti apparecchi e richiedeva il travaglio di più anni. Con tutto ciò fece il Marchese, quanto i suoi calamitosi tempi comportavano; perchè non potendo altro, fe' coniare la moneta di rame d'una figura circolare così perfetta che servì poscia d'esempio alla fabbrica della moneta d'argento sotto gli auspicj del Marchese del Carpio suo successore: fece ancora a questo fine ristorare, ed ingrandire il palagio della Regia Zecca, ancorchè sapesse, che quest'impresa non era da ridursi a perfezione sotto il suo governo.

Non meno, che le monete, travagliavano il Regno le frequenti scorrerie de' banditi, li quali se in altri tempi erano stati sempre molesti, riuscivano ora, per la guerra di Sicilia, assai più gravi, per la gelosia, che portavano alla tranquillità dello Stato. Avea il marchese d'Astorga conceduto a molti di costoro il perdono se volessero andare a servire in Sicilia; e Los Velez, seguitando le sue pedate avea fatto il medesimo, particolarmente co' banditi di Calabria, li quali, per la poca distanza, stavano maggiormente soggetti ad esser da' nemici tentati. Riuscì in parte il disegno, poichè quelli, che v'andarono, da famosi ladroni divennero bravi soldati. Ma coloro, che rimasero, ancor che contro essi si fossero usate le più diligenti ricerche e le più severe esecuzioni, non fu però mai possibile estirpargli, ed impedirgli, che non infestassero le campagne.

La Città trovavasi nel suo arrivo in istato di somma dissolutezza per la confusione, che cagionavano le genti delle armate navali e le soldatesche, che si arrolavano per la guerra di Sicilia, onde tutto era pieno di disordini, nè v'eran atroci delitti, che non si commettessero, furti, sacrilegi, omicidj, assassinamenti, peculati, e proditorj. Fu contro tutti, e nobili, e popolani usato rigore; molti ne morirono per mano del boja, altri fatti secretamente strozzare, altri furono condannati a remare su le galee e moltissimi languirono per lungo tempo nelle prigioni; ma questi rigori nè meno bastarono, perchè dandosi luogo a maneggi, ed alle raccomandazioni, molti sapevano trovar scampo, nè badandosi alla cagione del male, si proccurava rimediare agli effetti e non recidere le radici.

Ne' Magistrati non si vedeva quella severità ed incorruttibilità, che le leggi lor prescrivono; ma alcuni per sordidezza, altri per compiacenza, davan luogo ai favori. D. Giovan d'Austria, dichiarato primo Ministro della Monarchia, pensò di darvi riparo, e mosso da segreti informi ne privò otto di dignità, e d'officio, due Consiglieri, due Presidenti di Camera e quattro Giudici di Vicaria, oltre alcuni ufficiali della Segreteria del Vicerè. Si lagnavano i Ministri degradati di essere stati condannati senza processo e senza difesa; onde si mossero i Deputati delle Piazze della città a pregare il Re, che secondo il costume introdotto dal Re Filippo II mandasse nel Regno un Visitatore, il quale contro i colpevoli procedesse con le forme giudiciarie, affinchè non si desse luogo alla passione, o alla calunnia, alle quali sogliono essere sottoposti i processi occulti. Assentì il Re alla domanda e la mandò in effetto in tutti i suoi Stati d'Italia avendo ordinato, che da Napoli andasse Visitatore in Sicilia il Reggente Valero, ed in Milano il Presidente di Camera D. Francesco Moles Duca di Parete, e che da Milano venisse in Napoli il Reggente Danese Casati. Giunse costui verso la fine d'aprile del 1679, e palesata la sua carica, ricevute le querele di molti, passò con grandissima circospezione alla fabbrica de' processi; nè altre novità d'importanza furono vedute nella città, che la restituzione d'alquante somme, che in concorso di creditori aveano alcuni ministri fatte pagare a chi forse non si doveano e l'allontanamento di due, per dar luogo alle diligenze, che doveano farsi dal Fisco contro di loro. Le altre cose passarono con quiete; onde il Casati dopo due anni di dimora in Napoli, partì nel mese d'aprile del 1681 per dar conto al Re di quanto avea operato in adempimento della sua commessione. Dal successo si credette, che i suoi processi poco, o nulla avessero contenuto contro agli otto Ministri già digradati; poichè in progresso di tempo cinque di essi furono reintegrati, parte nelle medesime, parte investiti d'altre cariche più autorevoli; e gli altri tre avrebbero facilmente ottenuto lo stesso, se uno di essi non si fosse contentato di menar vita privata e gli altri due non fossero morti.

Mentre queste cose accadevano in Napoli, morì in Roma a' 22 di luglio del 1676 il Pontefice Clemente X, ed essendosi ragunati in Conclave i Cardinali, elessero per successore a' 21 settembre del medesimo anno Benedetto Livio Odescalchi da Como Vescovo di Novara, che fu chiamato Innocenzio XI. Per l'opinione, che s'avea della sua bontà, ed innocenza di costumi, da tutti i Principi d'Europa fu l'elezione applaudita, ed in questo secolo non vi fu Pontefice cotanto da essi più venerato, quanto che lui; onde gli ufficj, ch'egli interpose in promovere la pace fra di loro, furono ben ricevuti, ed ebbero felice successo. Cominciossi a trattare in Nimega, ma le pretensioni troppo alte del Re di Francia e la diversità degl'interessi degli altri collegati ne prolungavano la conchiusione. Ma nato in quest'anno 1678 opportunamente all'Imperador Leopoldo, che non avea maschj, un suo figliuolo, parve questi venuto al Mondo per Angelo di pace. Le dimostrazioni di giubilo, che si fecero non meno in Napoli, che in tutti gli Stati Austriaci, furono grandissime; poichè si vedeva secondata in Alemagna la successione di quella Augustissima Famiglia e tolto con ciò ogni timore di future rivoluzioni e disordini nell'Imperio, ed ogni speranza agli altri Principi di potersene profittare. Agevolò per tanto la natività di questo nuovo Principe la pace, quale ebbe principio da quella, che il Re di Francia conchiuse con gli Stati Generali d'Olanda, a' quali quel Re promise di rendere la città di Mastrich, e sue dipendenze, ed il rinteramento del Principe d'Oranges nella possessione del Principato di questo nome, e di tutte l'altre terre poste nel suo dominio, che il Principe possedeva avanti la guerra senz'altra obbligazione dalla parte degli Olandesi, che d'osservare una perfetta neutralità, nè dar alcun ajuto a' nemici della corona di Francia.

Questa pace diede la spinta maggiore di far conchiudere l'altra fra la Spagna e la Francia, la quale dopo la sospensione d'armi di circa un mese, fu finalmente sottoscritta in Nimega a' 17 settembre di questo anno 1678. Gli articoli stabiliti in quella furon molti, buona parte de' quali riguardava le contribuzioni, ed il commerzio de' sudditi delle due Corone, e per la restituzione de' paesi occupati fu convenuto che il Re di Francia dovesse rendere al Re Cattolico le piazze di Carleroi, Binch, Ath, Oudenarde, Courtray, il Ducato di Limburgo, il paese di là dalla Mosa, la città e cittadella di Gant, il forte di Rondenhuis, il paese di Waes e le piazze di Levue e di S. Gislain ne' Paesi Bassi, oltre la città di Puicerda nel Principato di Catalogna, con espressa condizione, che l'escluse e fortificazioni incorporate a Neuport restassero agli Spagnuoli, nonostante le pretensioni del Re di Francia, come possessore della Castellania di Ath. Gli Spagnuoli all'incontro si contentarono di lasciare alla corona di Francia la Franca Contea di Borgogna e le città di Valenciennes, Buchain, Condè, Cambray, Cambresis, Aire, Sant'Omer, Ipri, Varwich, Varneton, Poperingue, Bailleul, Cassel, Satelbavai, e Maubeuge: come anche Charlemont in caso, che il Re Cattolico non facesse fra lo spazio d'un anno cedere al Re di Francia Dinant, appartenente al principato di Liege. E finalmente la Spagna stipulò la medesima neutralità, ch'era stata promessa dagli Olandesi.

Seguì poscia la pace fra la Francia, la Svezia, l'Imperio e l'Imperadore, la quale interamente fu regolata secondo le capitolazioni di quella di Vestfalia dell'anno 1648, nè vi fu cosa di nuovo, che la cessione di Friburgo rimaso all'Imperadore, il rinteramento del Vescovo d'Argentina e de' Principi di Furstemberg nella possessione de' loro Stati, beni, preminenze e prerogative e la restituzione della Lorena al Duca di questo nome, al quale la Francia avrebbe dato la città di Toul, ed una Prevostia ne' tre Vescovadi, in cambio di Nancy e della Prevostia di Longuùs, che volle ritenersi insieme con la Sovranità di quattro strade, larghe mezza lega di Lorena, per andare da S. Desire a Nancy e da qui in Alsazia, nella Franca Contea e nel Vescovado di Metz.

L'ultime paci furono quelle del Duca di Brunswich, Principi della Bassa Sassonia, Vescovi di Munster e d'Osnabrug, Elettore di Brandemburg e Re di Danimarca colla corona di Svezia; le quali parimente furono indirizzate all'osservanza di quella di Vestfalia. Così furono restituiti alla Svezia tutti gli Stati, che avea perduti nel corso di questa guerra, mediante il pagamento di alcune somme, che furono contate a Brunswich, Munster, Osnabrug e Brandemburg e solamente rimase al primo il Baliato di Tendinghausen e la Prevostia di Docuren, ed all'ultimo tutto il paese di là e qualche piazza di qua dell'Odera, che contro il tenore della pace di Munster aveano gli Svezzesi occupato. Vi furono parimente compresi li sudditi di ciascuna delle parti, e spezialmente fu convenuto, che la Contea di Rixinghen fosse restituita al Conte d'Alefelt, ed al Duca di Gottorp il suo Stato.

Tutt'i Principi sopraccennati ratificarono i mentovati trattati, quantunque molti di essi vi avessero acconsentito per dura necessità. Solo il Duca di Lorena fu quegli, che ricusò di approvargli e contentossi più tosto di rimanere spogliato del proprio Stato, che ricuperarlo così stravolto e corroso, anzi con le viscere contaminate dalla sovranità della Francia. E l'Imperador suo cognato riserbando questo affare del Duca a miglior congiuntura, dichiarollo governadore dell'Austria inferiore e del Tirolo, assegnando a lui ed alla vedova Regina di Polonia, Leonora d'Austria sua moglie, la città d'Inspruch per residenza.

In Napoli, dove pervenne l'avviso sul principio di ottobre, furono per questa pace celebrate magnifiche feste; ma assai maggiori se ne videro all'avviso delle nozze del Re, che per maggiormente stabilirla, furono conchiuse con la Principessa Maria Lodovica Borbone figliuola del Duca d'Orleans, fratello del Re di Francia, impalmata in Fontanalbò dal Principe di Contì, come proccuratore del Re di Spagna. Fu chiesto per queste nozze alle Piazze un donativo; ma incontrandosi gravi difficoltà, per non esser cosa altre volte praticata in simili casi; e molto più per l'angustie, nelle quali si trovava il Regno, fu preso espediente d'imporre un nuovo jus prohibendi sopra l'acquavite. Amareggiò alquanto questa celebrità la morte seguita in Madrid in settembre del Principe D. Giovanni d'Austria, ma non fu permesso perciò interrompere le feste, le quali avendo il Vicerè determinato di trasportarle dopo l'arrivo della Regina Sposa in Ispagna, furono a' 14 gennajo del nuovo anno 1680 cominciate con pompose e numerose cavalcate, e proseguite con tornei, illuminazioni ed altre pubbliche dimostrazioni d'allegrezza.

Ma con tutta questa pace, e questo nuovo vincolo, non finirono in noi i sospetti di nuove invasioni, e le agitazioni per prevenirle. I Franzesi di riposo impazienti, quantunque avessero con tant'ardore sollecitata la pace con la Spagna, Olanda, l'Imperadore, i Principi dell'imperio, e le Corone del Settentrione: ad ogni modo, o che restassero gonfi d'averla ottenuta a lor modo, o ch'avessero desiderato di rompere l'unione di tanti Principi confederati a' lor danni, per confermarsi nel possesso delle loro conquiste, e poscia opprimere divisi coloro, che collegati parevano insuperabili; cominciavano di bel nuovo a dar grandissime gelosie; e ben presto se ne videro i contrassegni; poichè quando doveansi assembrare i Commessarj per regolare i confini in esecuzione de' trattati di pace, ricusarono di dar principio alle sessioni, pretendendo, che si dovesse dal Re Cattolico rinunziare al titolo di Duca di Borgogna, antico retaggio della Casa d'Austria, e che per conseguenza dovesse quello torsi dai mandati di proccura, che producevano i suoi Ministri. Aprirono poscia due Tribunali, l'uno in Brisach, e l'altro in Metz: ed arrogandosi una giurisdizione non mai udita nel mondo sopra i Principi lor vicini, fecero non solamente aggiudicare alla Francia con titolo di dipendenze tutto il paese, che saltò loro in capriccio ne' confini della Fiandra, e dell'Imperio; ma se ne posero per via di fatto in possessione, costringendo gli abitanti a riconoscere il Re Cristianissimo per sovrano, prescrivendo termini ed esercitando tutti quegli atti di signoria, che sono soliti i Principi di praticare co' sudditi. Di vantaggio, durando la pace, posero in ordine ne' loro porti una potentissima armata di galee e di navi, empierono i magazzini, ed ingrossarono le guarnigioni delle piazze di frontiera, ingelosendo con simiglianti apparecchi tutt'i Principi di Europa. Uccellarono il Duca di Savoja col matrimonio dell'Infanta di Portogallo, allora erede presuntiva di corona, con disegno d'impossessarsi nella sua assenza dello Stato, quantunque poscia, essendosi scoperta opportunamente l'insidia, si rompesse, quando il Duca doveva già imbarcarsi per Lisbona, il trattato, per non arrischiare la possessione di quel nobil principato, su l'incerta speranza della successione d'un Regno. Sollecitarono gli Olandesi a collegarsi con esso loro, per rendergli sospetti a tutto il Mondo cristiano, e finalmente occuparono la città d'Argentina su le sponde del Reno, ed introducendo guarnigione nella cittadella di Casale nel Marchesato di Monferrato, diedero occasione agl'Italiani d'insospettirsi della soverchia avidità de' Franzesi.

In Napoli questi andamenti de' Franzesi posero ancora gravi sospetti; onde sempre che comparivano loro navi ne' nostri porti, ci obbligavano a star solleciti e vigilanti in prevenir le cautele. Maggiori sospetti avean essi dati nel Milanese e nel Principato di Catalogna; onde per le premure venute da Spagna, fu duopo al Vicerè, che arrolasse duemila fanti, e gli facesse imbarcare per Barcellona sotto il comando del Maestro di Campo Marchese di Torrecuso. In oltre che si mandassero due vascelli di munizioni da guerra nel Finale: che si prendessero diece scudi per cento dell'entrate d'un anno, che possedevano i particolari sopra le gabelle, dazj e fiscali, con farne loro assegnamento di capitale sopra gli arrendamenti del tabacco e dell'acquavite: che s'invitassero tutt'i Baroni del Regno a servire il Re con qualche numero di soldati a cavallo; siccome in fatti ciascuno contribuì col danaro secondo le proprie forze, e fu tassata la spesa necessaria per arrolargli alla ragione di 78 ducati l'uno; e finalmente, che si desse esecuzione agli ordini regali pel pagamento della sola metà de' soldi, che comunemente chiamansi mercedi, e che sono grazie della regal munificenza in ricompensa de' servigj passati.

Ma mentre il Marchese de los Velez era occupato in queste spedizioni, s'ebbe avviso, che dalla corte di Spagna erasi destinato per suo successore al governo del Regno il Marchese del Carpio, che si trovava Ambasciadore del Re Cattolico in Roma presso il Pontefice Innocenzio XI. Non tardò guari, che cominciarono a comparire le genti della sua famiglia, ed egli, prevenendo l'incontro, al quale s'era accinto los Velez con quasi tutta la Nobiltà, giunse a' 6 di gennajo di questo nuovo anno 1683 prima che si sapesse il suo avvicinamento, nel Convento di S. Maria in Portico de' PP. Lucchesi del Borgo di Chiaja. Fu tosto visitato dal predecessore, il quale a' 9 del medesimo mese gli cedè il governo, e prese immantenente il cammino per la Corte, dove finalmente giunto, fu ben accolto dal Re, ed onorato della Sede di Consigliere di Stato, e poscia della carica di Presidente del Consiglio dell'Indie.

Non potè los Velez per le moleste occupazioni della guerra di Sicilia, e per l'immense spese, che bisognavano per mantenerla, lasciar a noi monumenti di edificj, d'inscrizioni e di marmi, come i suoi predecessori. Ci lasciò nondimeno ne' sette anni e quattro mesi del suo governo 28 Prammatiche tutte savie e prudenti, per le quali e' diede molti salutari provvedimenti, così a riguardo del valore, e qualità delle monete, come per mantenere l'abbondanza nel Regno e per altri bisogni della città, che vengono additati nella Cronologia prefissa al tomo delle nostre Prammatiche. Ma poichè dal suo successore fu Napoli, ed il Regno sollevato da tante sciagure, ed in miglior fortuna stabilito, tal che prese altro aspetto e nuove forme, sarà di mestieri, che i generosi e magnifici gesti di quest'Eroe si rapportino nel libro seguente di quest'Istoria.

FINE DEL LIBRO TRENTESIMONONO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI