LIBRO TRENTESIMOTTAVO
Avventurosi furono i principj del Governo del Conte di Pennaranda, non solo per la tranquillità restituita nel nostro Regno, ma per la felicità della pace, che maneggiata lungamente tra le due Corone, venne ora ne' Pirenei a conchiudersi da' due Favoriti, dal Cardinal Mazzarini per la Francia, e da D. Luigi di Haro per la Spagna. Facilitò la conchiusione l'esser nato al Re Filippo IV il secondo figliuolo, per la natività del quale pareva, che maggiormente si fosse allontanata la successione della Monarchia nell'Infanta D. Maria Teresa d'Austria, figliuola del primo letto del Re Filippo. Ambivano questi due Favoriti di esser creduti autori d'una pace cotanto da' popoli sospirata, siccome erano stati prima riputati istromenti delle tante calamità della guerra; e per ciò ricusavano qualsisia mediazione, ed in particolare quella del Pontefice Alessandro VII, resosi poco grato ad amendue le Corone. Concertatesi adunque le principali condizioni, che consistevano nel matrimonio dell'Infanta col Re Luigi XIV, e nel ritenersi la Francia una parte delle conquiste, rilasciandone l'altra, convennero questi primi Ministri di trovarsi a' Pirenei per istipulare e suggellar il trattato. Si mosse pertanto il Mazzarini da Parigi, il quale per cammino ricevè da Madrid l'approvazione del concertato; ma giunto a' confini trovò, che gli Spagnuoli, anche nel discapito della fortuna, vollero sostenere il rigor del posto; poichè D. Luigi di Haro, ancorchè dovesse cedere alla dignità Cardinalizia, pretese però, uguagliandosi nel Ministerio, di sostenere la parità col Mazzarini, e con tratti d'ingegno nel negoziar tal competenza proccurò di superarlo; poichè fu trovato espediente nell'Isoletta chiamata De' Fagiani del picciol fiume Vidasso, noto, e non per altro famoso, se non perchè divide i due Regni, di fabbricarvi una casa di legno, in cui entrando dalla parte sua per un ponte ogni uno de' Ministri, si trovassero ambedue in una sala comune. Quivi adunque entrati tennero moltissime conferenze, e dopo essersi lungamente dibattuto intorno all'inclusione in questa pace di Portogallo, ed alla restituzione del Principe di Condè nel Regno di Francia, ne' suoi beni e nelle cariche: finalmente rimaso escluso il Portogallo, ed accordata la reintegrazione al Principe, fu il trattato di pace sottoscritto a' 7 di novembre di quest'anno 1659 dai due Ministri, e solennizzato con reciprochi amplessi e con giubilo degli astanti, il qual si diffuse con indicibile allegrezza per tutti i Regni delle due Corone.
I capitoli di questa pace furono in gran numero, ed i primi, con lunghe ed affettuose espressioni, contenevano in ristretto le solite condizioni di reciproca reintegrazione de' beni, onori, dignità e beneficj a tutti i sudditi dell'una e l'altra parte, così Ecclesiastici come Secolari, che avessero seguitato il partito contrario, includendovi nominatamente i Napoletani, Catalani ed il Principe di Monaco; ed altri parimente se ne accordarono intorno al riaprire il commercio fra le due nazioni. Il più principale fu il matrimonio stabilito con dote di cinquecentomila ducati tra l'Infanta D. Maria Teresa col Re Luigi, rinunziando però l'Infanta nella forma più solenne, anche in considerazion della pace, e perchè queste due Corone per qualunque avvenimento non potessero unirsi insieme in un sol capo, alle ragioni di succedere nella monarchia di Spagna. S'accordò, che delle conquiste restasse alla Francia tutta la provincia d'Artois, eccetto S. Omer ed Aire con le loro dipendenze. In Fiandra continuasse quella Corona nel possesso di Gravelines, Borburg, S. Venant, de' Forti annessi e di tutto ciò che apparteneva a que' luoghi; come nell'Ainaut di Landrecies e Quesnoy, nel Lucemburg di Tionville, Damvillers, Juoy ed altri luoghi occupati di minore momento. Restava pure alla Francia Perpignano con li contadi di Rossiglione e Conflans, quella parte però che giace di qua da' Pirenei; deputandosi reciprocamente Commessarj per assegnare i confini.
La Francia restituiva la Bassee e Vinoxberg, in cambio però di Mariemburg e Filippeville, che la Spagna cedeva; ed in oltre rendeva Ipri, Oudenarde, Dixmude, Furnes, le terre sopra il Fiume Lis, alcuni castelli nella contea di Borgogna; Valenza e Mortara in Italia; Roses e Cadagues in Ispagna, con tutto ciò che si trovava di là de' Pirenei. La Spagna pure rendeva Linchamp, ed in oltre lo Sciatelet e Rocroy dal Principe di Condè possedute. Rinunziava le pretensioni sopra l'Alsazia e sue dipendenze, già dall'Imperadore nel trattato d'Osnabrug a' Franzesi cedute.
Quanto al Lorena, se egli voleva entrar nella pace, si rimetteva il Duca nel possesso degli Stati, demolito Nancy, con restar alla Francia Mortmedy, il Ducato di Bar, Clermont, Stenè, Dun e Jametz, ed il passo aperto alle truppe per andare in Alsazia.
A Savoja rimetteva la Spagna Vercelli; al Principe di Monaco i suoi beni; ed il trattato di Chierasco si confermava.
Modena si comprendeva, ritirando gli Spagnuoli da Coreggio il presidio, e passando tra' predetti Duchi e la Spagna varie pretensioni per doti, assegnamenti, ed usufrutti, si rimettevano queste ad amicabile composizione, come pure le differenze, che per la Valtellina potessero insorgere con li Grigioni.
Il Papa doveva esser sollecitato dai due Re a render ragione alla Casa d'Este per le Valli di Comacchio, ed assegnar tempo congruo al Duca di Parma per la ricuperazione di Castro.
Finalmente non furono ommesse tutte le clausole più solenni e stringenti, per consolidare una pace perpetua, e divertire le discordie nell'avvenire. Ciò stabilito, partirono i Ministri dalla conferenza, e la corte di Francia, ch'era in Tolosa, si trattenne in Linguadoca e Provenza tutto l'inverno, sino che venne non solo la ratificazione di Spagna, ma che la Sposa col padre arrivasse a' confini.
Fu questa pace pubblicata solennemente da per tutto per consolare i Popoli; ed in Napoli ne pervenne l'avviso nell'entrar del nuovo anno 1660 avendo poco da poi il Re Filippo con suo dispaccio de' 10 febbrajo comandato, che quivi si pubblicasse, siccome con solenne cerimonia fu fatto a' 6 d'aprile avanti il regal Palagio. Comandò ancora il Re con suo particolar rescritto, che si pubblicasse il perdono di tutti coloro, che avevano seguito il partito franzese, siccome fu poi dal Vicerè eseguito a' 11 gennajo del seguente anno 1661, e furono reintegrati nel possesso de' loro beni il Principe di Monaco, ed il Duca di Collepietra. Furono ancora celebrate solenni e magnifiche feste per la pace, e per lo matrimonio dell'Infanta col Re Luigi, seguito già ne' 29 del mese di giugno di quest'anno 1660, le quali furono poco da poi replicate per l'altra pace conchiusa tra' Principi del Settentrione. Solo il Regno di Portogallo rimase escluso ne' trattati di questa pace; onde gli Spagnuoli rivoltarono i loro pensieri per riunirlo alla Corona, e s'accinsero ad unire formidabili eserciti per domare i Portoghesi.
CAPITOLO I. Il Conte De Pennaranda manda dal Regno soccorsi per l'impresa di Portogallo: reprime l'insolenze dei banditi; e festeggia la natività del Principe Carlo e le nozze dell'Imperador Leopoldo con Margherita d'Austria figliuola del Re: parte indi dal Regno, essendogli dato successore.
La guerra di Portogallo proseguita dagli Spagnuoli, ma con infelici successi, obbligò il Pennaranda a spedir dal Regno nuovi soccorsi: fece pertanto nel mese di maggio di quest'anno 1660, sopra dodici Vascelli comandati dal Principe di Montesarchio, imbarcar 1000 Alemanni, e 800 Napoletani sotto il comando del Maestro di Campo D. Emmanuele Caraffa. Partirono ancora dal nostro porto sette Galee di Napoli e di Sicilia verso il Finale per imbarcare le soldatesche, che calavano dal Milanese, per traghettarle in Ispagna; e nel seguente anno 1661, si mandarono altri 400 soldati sopra tre galee di Sicilia, ed altrettante della Squadra di Napoli. Nel 1662, vi furono spediti 800 fanti, comandati dal Maestro di Campo D. Camillo di Dura sopra otto galee delle mentovate due squadre; e nel 1663, sopra quattro Vascelli della Squadra del principe di Montesarchio, furon spediti 1800 Napoletani sotto il comando del Maestro di Campo Paolo Galtiero.
Resero ancora alquanto torbido il governo del Conte gli fastidiosi, ed insolenti banditi, li quali a questo tempo con ladrocinj e ruberie disertavano le campagne, tenevano in continui timori le città e le terre abitate, e toglievan loro la comunicazione ed il traffico: giunse la loro audacia a svaligiare spesse volte i Regj Procacci e ad arrestare qualunque ancorchè illustre personaggio, ponendo mano sino a' Ministri del Re; e chiunque capitava nelle lor mani era costretto dopo molti tormenti e strazj, a ricomprare la libertà con somme immense di danaro; era in fine la loro insolenza giunta a tale, che spingevano le loro scorrerie sino alle porte di Napoli.
A riparar disordini sì gravi applicò il Vicerè i suoi pensieri; onde spediti ne' due Apruzzi, ne' due Principati e nell'altre Province, Presidi risoluti e di coraggio, furon molti di questi ribaldi presi, altri uccisi in campagna e de' presi alcuni lasciarono la vita in su le forche, altri furon condennati durante la lor vita a remare, e moltissimi ottennero il perdono con legge d'andar a servire il Re nelle guerre di Portogallo. Ma tanta applicazione e rigore non era sufficiente per la protezione, ch'aveano d'alcuni potenti Baroni; onde fu duopo al Conte pubblicar rigorose Prammatiche contro i loro Ricettatori e Protettori.
Turbarono non poco il suo governo eziandio i tanti duelli seguiti a' suoi tempi tra' Nobili e li furti delle suppellettili e vasi sagri in alcune Chiese; onde con rigorosi editti rinovò le Prammatiche stabilite da D. Pietro di Toledo e dal Conte di Monterey contro i duellanti e dichiarò, che a' provocati a duello, ricusandolo, non potesse attribuirsi nota di viltà e d'infamia: contro i sacrilegi fu usato estremo rigore, e fatte severe esecuzioni di morte.
Ma furono queste cure moleste di gran lunga compensate, per la natività del Principe Carlo, dato alla luce dalla Regina Maria Anna d'Austria, seconda moglie del Re Filippo a' 6 novembre di quest'anno 1661, e tanto più il parto fu desiderabilissimo quanto che il Principe Prospero era già morto, ed il Re erasi veduto di nuovo in timore di poter mancare, senza lasciar di se prole maschile. Pervenne l'avviso in Napoli nel sesto giorno del seguente dicembre; onde furon quivi celebrate feste magnifiche con grandi apparati ed illuminazioni, e degne d'un così felice avvenimento, che furon continuate nel principio del nuovo anno 1662. Non molto da poi, essendosi a' 25 d'aprile del nuovo anno 1663, conchiuso il matrimonio tra l'Infanta Margherita figliuola del Re coll'Imperador Leopoldo, furono ancora dal Pennaranda ordinate feste ed illuminazioni.
Mentre il Conte era per continuar il rimanente del suo Governo in riposo, gli venne avviso, che dalla Corte gli era stato dato il successore. Fu questi il Cardinal d'Aragona, il quale trovandosi Ambasciadore del Re in Roma, essendo stato spedito per quella Corte D. Pietro d'Aragona suo fratello per occupar la sua carica, fu egli destinato al Governo di Napoli e fu comandato al Pennaranda, che partisse per Madrid, per occuparvi il posto di Presidente del Consiglio d'Italia. Fu pubblicata in Napoli la venuta del Cardinale a' 10 d'agosto di quest'anno 1664, e furono spedite cinque galee in Nettuno, dov'erasi portato, per quivi imbarcarsi, e pervenne egli a Mergellina a' 27 del medesimo mese. Il Conte partì a' 9 di settembre, lasciando di se un grandissimo desiderio, per la sua pietà, affabilità e limpidezza, e per la somma avversione, che avea ad ogni sordidezza, tanto che lasciò fama, che rade volte, o non mai addiviene, d'aver lasciato il governo di Napoli con qualche debito.
Ci lasciò 14 Prammatiche, tutte savie e prudenti, per mezzo delle quali provvide alla pubblica Annona: fu terribile contro i duellanti, e contro gli portatori d'arme, e spezialmente delle spade con foderi tagliati: vietò a tutti i Ministri l'amministrazione de' Baliati, Tutele e d'esser Procuratori de' Baroni e Feudatarj del Regno; e diede altri provvedimenti, che vengono additati nella rammentata Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche.
CAPITOLO II. Governo di D. Pascale Cardinal d'Aragona.
La troppa indulgenza, ed affabilità del Conte di Pennaranda avea alquanto fra noi rilasciata la disciplina, ed avea parimente non poco pregiudicato al decoro della giustizia: i delitti eran frequenti e spezialmente gli omicidj per la facilità e comodità, che ne davano le armi corte da fuoco, e per l'usanza a questi tempi introdotta di vestire alcuni con abiti chericali, corti e larghi, chiamati mezze sottane, le quali somministravano il modo di nasconder queste armi e di portarle impunemente per la città. Applicò per tanto il Cardinale, ne' principj di questo suo Governo, l'animo a pubblicar rigorosi editti contro costoro, ed alla sollecita punizione de' delinquenti: fu dato bando a tutti i vagabondi, comandando, che fra tre giorni sgombrassero dalla città: fece far terribili esecuzioni di giustizia; fece impiccar nel suo arrivo un'adultera col suo drudo, per morte data all'innocente marito: fece morir su le forche, più ladri più omicidi, e moltissimi furon condennati a remare.
Ma con tutto ciò, tanti rigori e severità del Cardinale non bastavano a poter frenare una Città così corrotta. Alcuni si sottraevano da' dovuti castighi colla fuga, altri col privilegio del Foro Chericale e molti coll'immunità delle Chiese, la quale sempre più dagli Ecclesiastici ampliandosi, è perpetua cagione di continue brighe tra i due Fori; quindi, come altrove fu detto, fu di mestieri spedir in Roma il Consigliere Antonio di Gaeta per ottener qualche riforma agli abusi di tal pretesa immunità; ma riuscendo la missione inutile, si rimase negli antichi disordini.
Non furono meno molesti ed insolenti, con tutti questi rigori, gli sbanditi, li quali, appoggiati alla protezione di potenti Baroni, infestavano le pubbliche strade, rubando, riducendo molti in cattività, nè rilasciandogli se non con ricatti di grossissime somme, e talora, anche dopo averli straziati, barbaramente uccidendogli. I duellanti si fecero ancora sentire, nonostante le severe proibizioni e le rigorose pene imposte contro essi. Ma una nuova malizia inventata dai mercatanti in tempo di questo Governo, turbò ancora non poco il traffico e la pubblica fede. Costoro con fallimenti frodolenti, dopo avere riscosse somme importanti da chi in essi fidava, a man salva rubavano, e cotali fallimenti eran fatti così frequenti, che erano passati in usanza appresso quasi tutti i negozianti. Per estirpar un così pernizioso abuso, il Cardinal d'Aragona pubblicò una Prammatica, colla quale sottopose a pena di morte i mercadanti frodolentemente falliti, e comandò, che dovessero dichiararsi fuor giudicati, se fra quattro giorni non comparivano; e la medesima pena volle, che s'eseguisse contro agli occultatori dei loro beni e contro a tutti coloro, che si fingessero loro creditori, quando non lo fossero: vietò parimente a' Giudici di poter loro concedere salvicondotti, o moratorie di sorte alcuna, ancor che vi concorresse il consenso, non solamente della maggior parte, ma anche di tutti i creditori.
Mentre che il Cardinale era tutto inteso a dar riparo a questi disordini, ed a restituire la caduta disciplina a qualche buono stato, pervenne in Napoli, in ottobre del 1665, la funesta novella della morte del Re Filippo IV, il quale lasciando il Principe Carlo in età di quattro anni, lo raccomandò sotto la tutela ed educazione della Regina sua madre, alla quale parimente fu dal medesimo lasciata la reggenza della monarchia; ma come donna ed inesperta delle cose appartenenti al governo, fu dal Re nel suo testamento istituita una Giunta, che dovea comporsi, fra gli altri, dell'Arcivescovo di Toledo, dell'Inquisitor Generale, del Presidente di Castiglia e del Cancelliere di Aragona: comandando, che se venisse alcuno a mancare di questi quattro, gli fosse succeduto colui, ch'entrava nel ministerio di quella carica, che dal morto lasciavasi. Avvenne, che nel medesimo giorno, che mancò il Re Filippo, spirasse anche il Cardinal Sandoval Arcivescovo di Toledo; la Regina Reggente, dovendo dargli successore, nominò all'Arcivescovado di Toledo il Cardinal d'Aragona nostro Vicerè; per la qual cosa, essendo in dicembre del medesimo anno giunto l'avviso in Napoli della sua promozione a quella Cattedra, avendo prima fatto acclamare in Napoli il Re Carlo II, e fatte celebrare pompose esequie al Re Filippo, si dispose alla partenza per la Corte di Spagna, dove veniva chiamato, non solo per governar la sua Chiesa, ma ad esser a parte del governo della monarchia nella Giunta, in luogo del Cardinal Sandoval Arcivescovo di Toledo suo predecessore. Fu all'incontro sustituito al Cardinale nel Governo di Napoli D. Pietr'Antonio d'Aragona suo fratello, il quale si trovava allora in Roma Ambasciadore del Re Cattolico presso il Pontefice Alessandro VII.
Ritardò l'Aragona la sua venuta in Napoli per cagion dell'orrido inverno, che impediva al fratello la navigazione per Ispagna, differendola insino ad aprile del nuovo anno 1666. Ed intanto essendogli state spedite del Pontefice le Bolle, volle quivi farsi consegrare Arcivescovo: fu commessa la consegrazione all'Arcivescovo d'Otranto, dal quale insieme colli Vescovi di Pozzuoli, di Menopoli e d'Aversa, con le consuete cerimonie, fu a' 28 febbrajo del medesimo anno consegrato nella Chiesetta di S. Vitale, detta comunemente di S. Maria delle Grazie, della Diocesi di Pozzuoli, e soggetta a quel Vescovo, posta fuori della Grotta, che conduce a Pozzuoli. Concorsevi e per cagion del personaggio e per la rarità della funzione, rade volte veduta in Napoli, infinito Popolo, ed un gran numero di Nobili e di Magistrati; onde D. Benedetto Sanchez De Herrera Vescovo di Pozzuoli, perchè a' posteri ne rimanesse memoria, fece nella medesima Chiesetta porre un marmo con iscrizione, dove un cotal atto si legge.
Giunse finalmente in Napoli D. Pietro Antonio di Aragona a' 3 d'aprile, ricevuto con gran pompa dal Cardinal suo fratello, il quale agli 8 del medesimo mese depose il governo nelle mani del Consiglio Collaterale; ed agli 11 s'imbarcò per la volta di Spagna accompagnato dagli Eletti della città, li quali lo pregarono, che andando egli a sedere al governo della Monarchia, tenesse protezione di questi Popoli, ed egli cortesemente assicurogli, che così avrebbe fatto. Partì il Cardinal d'Aragona, dopo aver governato il Regno diciannove mesi, non potendo in così breve tempo lasciarci di se altra memoria, che cinque sole Prammatiche, per le quali, oltre d'avere severamente puniti i mercatanti frodolentemente falliti, comandò, perchè la città si tenesse monda e per li danni che cagionavano, che tutti i porci di qualsivoglia persona, che andavan vagando per le piazze della città, si cacciassero via, nè si permettesse un così stomachevol abuso: rinovò ancora i divieti a Ministri, che non potessero amministrar tutele, baliati, o eredità di particolari persone e diede altri provvedimenti, che sono additati nella tante volte rammentata Cronologia prefissa al tomo primo delle nostre Prammatiche.
CAPITOLO III. Morte del Re Filippo IV, suo testamento e leggi che ci lasciò.
Il Re Filippo IV nonostante la pace fatta ne' Pirenei con la Francia, fu sempre involto in calamità, ed aggravato da malinconici pensieri e da moleste apprensioni. Egli non potè dissimulare allora il discontento di aver a fermare una pace cotanto svantaggiosa per la Spagna, e sopra ogni altro il trafisse la considerazione, che per quel matrimonio era stato costretto a consegnare a' suoi naturali nemici il più caro pegno della sua casa, presagendo (quel che da poi a nostri dì è convenuto vedere) i pericoli, ed i futuri danni; tanto che tutto malinconico, e poco men che piangente, era solito esclamare, che la Francia sopra il duolo della Spagna avrebbe dovuto festeggiare la di lei miseria. Le infelici spedizioni di Portogallo lo tennero da poi in continue agitazioni: poichè i Portoghesi negli estremi pericoli, avendo date l'ultime pruove della loro fortezza, aveano più volte battuti i Castigliani, ed avendo data per moglie al Re d'Inghilterra la sorella del Re Alfonso, succeduto al Re Giovanni suo padre, con ricchissima dote e con la Piazza di Tanger, si disponevano ad una più forte ed ostinata difesa. Da così molesti e gravi pensieri afflitto, nei principj di settembre dell'anno 1665 s'infermò, e dopo brevi giorni d'acuta febbre a' 17 del medesimo mese chiuse gli occhi, lasciando di se e della Regina Marianna d'Austria sua moglie il Principe Carlo, in età infantile di quattro anni. Volle negli ultimi momenti vederlo, a cui con voce fiacca augurò tempi prosperi e Regno del suo più fortunato.
Nato Filippo agli 8 aprile del 1665 giovanetto ancora si vide erede, per la morte del padre accaduta nell'ultimo giorno di marzo del 1621, della più potente Monarchia d'Europa, ma posto nel lubrico dell'età e del comando, dato in preda a' piaceri del senso, si lasciò rapire l'autorità ed il governo dall'arte del Favorito. Vide egli per ciò, per lo violento governo de' suoi Ministri, sollevate le Province, ed i Regni in rivolta, oltre le gravi percosse, che rilevò dall'armi nemiche; e quando, scosso da' colpi delle disgrazie, e da' sospiri de' sudditi, allontanò l'odiato autor dei travagli, non si trovò con quel vigor d'animo e quella sperienza, che richiedeva la mole degli affari: onde ricadde subito sotto la tutela d'altro Ministro più cauto, ma non men assoluto; ed appena dalla morte di costui ne fu sciolto, ch'egli pure morì tra le afflizioni, nelle quali avea quasi sempre vivuto. Tra le disavventure conservò egli nondimeno una costanza di animo maravigliosa, amò la giustizia e sopra tutto nella pietà fu singolare.
Letto il suo testamento, si vide aver istituito erede Cario; al quale, se mancasse senza prole, sostituiva Margarita seconda sua figliuola, destinata per isposa all'Imperador Leopoldo, ed i figliuoli di lei; e se premorisse questa, o riuscisse il suo matrimonio infecondo, chiamava alla successione l'Imperadore. In ultimo luogo ammetteva il Duca di Savoja, esclusa sempre la sua figliuola primogenita Regina di Francia, se non in caso, che restando vedova e senza prole, ritornasse nei Regni paterni, e con assenso degli Stati si maritasse con alcun Principe della Casa.
Rimanendo il successore infante, e la Regina considerata come straniera, giovane, e nel governo inesperta, lasciando a lei la tutela e l'educazione di quello, e la Reggenza della Monarchia le stabilì un Consiglio a parte, dagli Spagnuoli chiamato Giunta, composto dell'Arcivescovo di Toledo, dell'Inquisitor Maggiore, del Presidente di Castiglia, del Cancellier d'Aragona, del Conte di Pennaranda e del Marchese d'Aytona. Erano i quattro primi nominati non a contemplazione della qualità de' soggetti, ma delle cariche, e perciò, come si disse, nell'istesso giorno che il Re morì, essendo spirato il Cardinale di Sandoval, che reggeva la Chiesa di Toledo, la Regina la conferì al Cardinal d'Aragona, e poichè costui si trovava Inquisitor Maggiore, gli sostituì in questa carica il P. Everardo Nitardo, nato in Germania, Gesuita, che regolava, non men a guisa di arbitro, la volontà della Regina, che come Confessore la sua coscienza, il quale, dopo aver governato per molti anni in questa Giunta, ottenne parimente la dignità di Cardinale.
Pervenne l'avviso della morte del Re in Napoli ai 13 ottobre, con lettere del Marchese della Fuente, Ambasciador Cattolico in Francia, ma convenne al Cardinal d'Aragona Vicerè tenerla celata, fin che dalla Corte di Spagna non giungessero i dispacci. Prima il Cardinale con pubblica celebrità e cavalcata fece acclamar il novello Regnante, con far coniare alcune monete, chiamate dal suo nome Carlini, ch'egli andava spargendo per le pubbliche strade per dove cavalcando passava.
Dopo l'acclamazione, cominciossi ad udire il mesto suono delle campane, e si vide la città piena di duolo e di lagrime, piangendo la morte del defunto Re. La Corte del Vicerè, la Nobiltà, i Magistrati, gli Ufficiali, i Curiali e Mercatanti, in fine, toltane la gente minuta, non vi fu persona d'onesta condizione, che non vestisse a bruno. Ricevè il Vicerè le visite di duolo da Titolati e Cavalieri, da' Magistrati, dagli Ufficiali Militari, da' Ministri di stranieri Principi, da Superiori delle Religioni, ed anche dal Cardinal Acquaviva, il quale trovandosi in Napoli, passò col Vicerè il medesimo ufficio, e vestì per tutto il tempo che vi dimorò, l'abito pavonazzo. Solo il nostro Cardinal Arcivescovo non volle accompagnare il comune dolore, e si guardò come dalla peste, d'andar giammai in palazzo, fingendo indisposizioni e malattie. Egli non voleva contravvenire a certi suoi cerimoniali, delli quali era cotanto zelante, che nè disordini, nè mali più gravi, che da tali inurbanità e poco rispetto ne potessero seguire, lo potevano ritrarre per un pelo a non esattamente eseguirli; diceva non esser egli a ciò obbligato, nè convenire a lui, come Pastore, usare con la sua Corte vestimenti lugubri.
Per non esporsi per ciò il Vicerè a nuove cerimoniali brighe, dopo essersi per nove giorni celebrati i funerali nella Cappella del Regal Palagio, ed in molte altre Chiese, si disposero le pubbliche esequie, lasciato il Duomo, nella Regal Chiesa di S. Chiara, ove fu eretto un magnifico Mausoleo, e per l'invenzione dell'opera fu data la cura al Consigliere D. Marcello Marciano, il quale altresì si prese il carico degli Epitafi e delle Iscrizioni, siccome per le dipinture se ne diede il pensiere al famoso Luca Giordano. Disposta la pompa ed i lugubri apparati, furono celebrate l'esequie il giorno 18 di febbraio del nuovo anno 1666 con gran solennità e magnificenza, e perchè ne rimanesse fra noi sempre viva la memoria, il Consigliere Marciano volle minutamente descriverle in un suo particolar libro, ch'egli diede alla luce, intitolato le Pompe funebri dell'Universo.
Il Re Filippo nel suo lungo regnare, cominciando da' 6 aprile del 1621, insino a' 4 d'agosto del 1664, stabilì per nostro governo più di 50 leggi, le quali ei dirizzò a' suoi Vicerè, che per lui amministrarono il Regno: diede egli per quelle a noi molti salutari provvedimenti, li quali, per non tesserne qui un lungo e nojoso catalogo, possono con facilità vedersi ne' volumi delle nostre Prammatiche, venendo additate, secondo i tempi, ne' quali furono stabilite, nella tante volte rammentata Cronologia prefissa al primo tomo delle medesime.
CAPITOLO IV. Stato della nostra Giurisprudenza nel Regno di Filippo III e IV e de' Giureconsulti ed altri Letterati che vi fiorirono.
La Giurisprudenza presso di noi, così ne' Tribunali, come nelle Cattedre, non prese a questi tempi nuove forme, ma continuò, siccome per lo passato, ad esser maneggiata da' Professori nel Foro con modi inculti, e da' Cattedratici all'usanza delle altre Scuole, senza che l'erudizione vi avesse ancora posto piede. Ma il numero de' Professori fu assai maggiore e molto più degli Scrittori, i quali compilarono a questi tempi tanti trattati, consigli, allegazioni, ed altre opere legali, che se ne potrebbe formare una mezza libreria. Il lor numero crebbe tanto, che delle loro opere, che diedero alla luce, non se ne può ora tener più conto, essendo infinite; onde saremo contenti di nominarne alcuni i più famosi, che dieder saggio per le opere lasciateci, quanto in Giurisprudenza intendessero; e se bene ve ne fiorissero altri di non inferior dottrina, anzi a molti di costoro superiori, conoscendo nondimeno di quante parti sia di mestieri esser fornito colui, che intende dar fuori li parti del suo ingegno, forse con miglior consiglio stimarono di non esporre le loro fatiche alla pubblica luce del Mondo.
È veramente cosa da notare, che con tutto che il Regno si fosse veduto per tante rivolte, per tante calamità e disordini, così miseramente travagliato, ed involto in tante sciagure; ad ogni modo il numero dei nostri Professori non solamente non si vide scemare, ma tanto più crescere e moltiplicarsi. Ma non parrà ciò cosa strana a chi considera, che per questo istesso, che le cose furono in rivolta, che i disordini crebbero, che i vizj, le malizie e le frodi abbondarono, perciò doveano crescere i Professori e' Curiali, de' quali allora si avea maggior bisogno. Dove sono molte infermità è di mestieri, che vi siano molti medici, così corrotta la disciplina, è duopo, che si ricorra alle leggi, ed a' Professori di quelle, per far argine a più gravi disordini, come si possa il meglio.
Fra tanti merita il primo luogo Scipione Rovito. Nacque egli in Tortorella picciola terra della provincia di Basilicata; e venuto in Napoli, essendo di tenue fortuna, visse quivi in umilissimo stato, esercitandosi ne' nostri Tribunali da Procuratore: ma essendo uomo di molta fatica nello studio legale, puntuale e d'integrità di costumi, cominciò a poco a poco a difender qualche causa; e diede poscia in luce i suoi primi Commentarj sopra le Prammatiche, ne' quali non isdegnò, in que' principi, di ponere il nome della sua Patria, come che poi nella seconda edizione si chiamasse Napoletano. Preso per ciò qualche nome, si pose in riga d'Avvocato, e patrocinò molte cause de' primi Signori del Regno, come si vede da' suoi Consigli, e fece per conseguenza nobil acquisto di fama e di ricchezze. Fiorirono ancora a' suoi tempi tre altri celebri Avvocati, Gio Battista Migliore (quegli che, come altrove si disse, fu mandato in Roma dal Cardinal Zapatta Vicerè al Pontefice Gregorio XV per affari di Giurisdizione). Ferrante Brancia, nobile di Surrento, che morì vecchio Reggente, e Camillo Villuno, li quali insieme con Scipione Rovito nell'anno 1612 dal Conte di Lemos, successore del Conte di Benavente, furon fatti Consiglieri, unicamente per la lor dottrina e merito, senza che n'avessero avuta alcuna antecedente notizia. Nel tempo, che il Rovito fu Consigliere, acquistò fama non men di dotto, che di savio e prudente; onde come si è veduto ne' precedenti libri, non v'era affare di momento, che a lui non si commettesse. Passò poi Presidente in Camera, e dopo alquanti anni nel 1630 fu promosso alla suprema dignità di Reggente, esercitata da lui con fama forse di soverchia austerità; e Pietro Lasena, che fu suo amicissimo, attestava al famoso Camillo Pellegrino, da chi l'intese Francesco d'Andrea, che nella morale affettava esser seguace della dottrina degli Stoici; ancorchè il rigore che usava con altri, nol seppe praticare nella casa sua, poichè benchè avesse più figliuoli, non ebbe motivo per la troppo indulgente educazione di molto rallegrarsi d'avergli avuti. Di lui, oltre i Commentarj sopra le nostre Prammatiche ed i suoi Consigli, si leggono ancora le Decisioni, che furono impresse in Napoli l'anno 1633, e finalmente grave già d'anni, e travagliato di molte infermità, rendè lo spirito nel mese di giugno dell'anno 1638, e giace sepolto nella casa Professa de' PP. Gesuiti di questa città[37].
Non fu per indefessa applicazione a lui disuguale Carlo Tappia, il quale, per le elaboratissime opere, che ci lasciò, spezialmente per quella del Codice Filippino, merita essere annoverato fra' primi Giureconsulti, che fiorissero a questi tempi. Fu egli figliuolo d'Egidio Tappia Presidente di Camera, e dopo aver girato, come Auditore, per varie province del Regno, fatto poi Giudice di Vicaria, fu nell'anno 1597 creato Consigliere. Nel 1612 passò in Madrid Reggente nel supremo Consiglio d'Italia, e finalmente nel 1625, tornò in Napoli Reggente di Cancelleria, dove per molti anni esercitò il posto, e morì poi Decano del Collaterale a 17 gennajo dell'anno 1644, essendo stato sepolto nella Cappella sua gentilizia, posta nella Chiesa di S. Giacomo degli Spagnuoli. Oltre il suo Codice, e le Decisioni, ci lasciò molte altre sue operette, delle quali il Toppi[38] fece catalogo. Fu uomo, per la sua canizie, e per una somma gravità in tutte le cose, tenuto in gran venerazione da nostri Vicerè, e da tutti gli Ordini del Regno; e per la sua instancabile applicazione, senza che gli si vedesse prender mai un'ora di riposo, acquistò nome di Ministro laborioso, ancorchè in dottrina avesse molti che lo superavano.
Celebri ancor furono Marcantonio de Ponte, che ascese anche per la sua dottrina al grado di Presidente del Consiglio. Pietrantonio Ursino, profondo Giureconsulto, come lo dimostra il suo trattato: De successione Feudorum, ancor egli Presidente; ed Andrea Marchese.
Rilusse ancora a questi tempi Gianfrancesco Sanfelice del Sedile di Montagna, il quale, dopo avere nelle Audienze Provinciali, e nella Gran Corte della Vicaria dato saggio de' suoi talenti, fu nell'anno 1619 creato Consigliere. Da poi nel 1640, ascese alla suprema dignità di Reggente; ma si rese assai più famoso per le opere da lui date alla luce, come delle Decisioni, comprese in due volumi e della Pratica Giudiciaria, che si diede poi alle stampe nell'anno 1647. La sua vita non fu che una indefessa applicazione a governar la città nelle cose criminali, e fu insigne per l'innocenza de' costumi, e per l'integrità della vita, non discompagnata dalla dottrina, come lo dimostrano i suoi tomi delle Decisioni. Fu severissimo nel castigare i delitti, ma con tal tranquillità, che quando condannava rei, pareva che gli assolvesse; nè fu meno ammirabile per l'indicibil pazienza, con la quale ascoltava tutte le differenze che succedevano in Napoli, anche tra povere donnicciuole, e tra persone d'infima plebe, e per l'equità nel determinarle: sicchè la sua vita potea dirsi un continuo esercizio di amministrare a tutti indifferentemente giustizia. Fu anche Provicecancelliere del Collegio de' Dottori, il quale ufficio non isdegnò d'esercitarlo anche fatto Reggente, mentre il Vicecancelliere era il Duca di Caivano Segretario del Regno.
Non men celebre fu Ettorre Capecelatro Cavaliere del Seggio di Capuana, il quale datosi all'avvocazione, vi fece notabili progressi. Da' due volumi, che ci lasciò delle sue Consultazioni, si vede, che alla di lui difesa furono appoggiate cause di grandissima importanza: ed ancorchè non avesse avuta molta felicità nell'orare, suppliva al difetto dell'eloquenza con la dottrina e colla fatica. Fu poi nel 1631 creato Consigliere, esercitando il posto con pari decoro ed integrità. Trasportato poi dal desiderio di divenir Reggente, non ebbe riparo di portarsi in Ispagna con titolo d'Ambasciadore della città, contro il voto della sua medesima Piazza, ad istanza del Duca di Medina Vicerè, per opporlo al Duca di S. Giovanni, andatovi poco prima col medesimo titolo, per rappresentare in nome della Nobiltà alcuni aggravj pretesi essersi inferiti a quella dal Vicerè. L'occasione fu, ch'essendo, siccome si è veduto ne' precedenti libri, comparsa l'armata di Francia ne' nostri mari, il Duca di Medina, per maggior difesa, diede l'armi al Popolo sotto i suoi Capi popolari, con governo independente dalla Nobiltà. Pretesero le Piazze Nobili, che ciò fosse contro l'antico stile: onde destinarono Ambasciadore in Ispagna il Duca di S. Giovanni in nome della città per gravarsene; ma il Popolo pretese, che le Piazze Nobili non potessero rappresentar città quando si trattava d'una particolar differenza tra la Nobiltà ed il Popolo; onde il Duca di Medina, non avendo fatto ricevere in Ispagna il Duca di S. Giovanni come Ambasciadore, proccurò dal Popolo, e dall'altre tre minori Piazze, che si mandasse un altro Ambasciadore per altri negozj universali della città, e che s'eleggesse il Capecelatro, ancorchè le Piazze di Capuana e di Nido vi dissentissero, dicendo non riconoscere altro Ambasciadore, che il Duca di S. Giovanni. Andò per tanto il Consigliere in Ispagna, ed avendo ivi con felice esito terminati i suoi affari, se ne ritornò in Napoli colla mercede del titolo di Marchese del Torello, e l'altra della prima piazza di Reggente, che fosse vacata, della quale anticipatamente glie ne fu data dal Vicerè la possessione, con titolo di Proreggente, e dalla Corte fu dichiarato Reggente sopranumerario; e finalmente fu dichiarata la piazza ordinaria, da poi che s'aggiunse la terza piazza spagnuola ad istanza della Corona di Aragona. Sopravvisse nel posto molti anni, e mandato due volte in Foggia dal Conte d'Onnatte per rimettere in piedi le rendite di quella Dogana, che per le passate revoluzioni stavano non mediocremente turbate, fu fama, che cumulasse gran contante. Morì egli a' 10 d'agosto dell'anno 1654, ed oltre averci lasciati i volumi delle sue Consultazioni, ch'e' dedicò al Re Filippo IV, ci diede ancora le sue Decisioni, che ora colle addizioni di Michelangelo Gizzio, girano attorno per le mani de' nostri Professori.
Fiorì ancora a questi medesimi tempi Fabio Capece Galeota del Seggio di Capuana. Costui, applicatosi all'avvocazione, riuscì assai celebre per dottrina, e per efficacia nel rappresentare: fu assai dotto nelle materie legali, come lo dimostrano le sue Controversie, ed i suoi Responsi Fiscali; onde per la sua dottrina fatto Giudice di Vicaria, passò tosto Consigliere del Consiglio di S. Chiara. Fu da poi eletto per Avvocato Fiscale del Regal Patrimonio nel Tribunal della Regia Camera, dove poi fu Presidente; indi fu innalzato alla suprema dignità di Reggente del supremo Consiglio d'Italia, e ritornato di Spagna con titolo di Duca della Regina, sedè per breve tempo nel nostro Consiglio Collaterale; poichè mandato dal Vicerè in Foggia, per riordinare quella Dogana, morì quivi ai 15 dicembre dell'anno 1645, e fu depositato il suo cadavere nella Chiesa de' PP. Domenicani di quel luogo. Mentre fu Avvocato diede alle stampe un assai dotto Responso per lo Duca di Gravina sopra la successione del Principato di Bisignano; ed essendo Consigliere, e poi Avvocato Fiscale, diede alla luce il trattato: De officiorum, ac regalium prohibita sine Principis authoritate commutatione, et alienatione. Nel tempo, che fu Presidente di Camera diede fuori le Controversie, dove si veggono trattate cause arduissime, che furon agitate, non meno ne' nostri supremi Tribunali, che nel supremo Consiglio d'Italia, che egli divise in due tomi stampati in Napoli nel 1636. Li Responsi Fiscali, che e' compilò per difesa de' diritti del Patrimonio Regale, essendo Avvocato Fiscale, furon da lui dati alle stampe in Napoli nel 1645, anno della sua morte. Oltre a ciò avendosi egli, mentr'era Avvocato, presa in moglie l'erede di Camillo de' Medici celebre Avvocato de' suoi tempi, come si vede da' suoi Consigli, tanto che meritò, ancorchè fosse di Gragnano, d'esser dichiarato dal Gran Duca di Toscana della sua Famiglia, con una Commenda della sua Religione di S. Stefano: ebbe la cura di raccorre i di lui Consigli in un giusto volume, ed avendovi fatte alcune Addizioni, con aggiungervi ancora la vita di Camillo, lo fece dare alle stampe in Napoli l'anno 1633, dedicandolo a Ferdinando II de' Medici Gran Duca di Toscana[39].
Fa di mestieri, che qui della meritata lode non si defraudino i famosi Marciani, dotti e profondi nostri Giureconsulti. Marcello Marciano rilusse nel nostro Foro non men essendo Avvocato, che Consigliere. Nell'avvocazione meritò i primi onori, e fece per ciò acquisti di molte ricchezze. Fu riputato non men dotto che grande Oratore, come lo dimostrano i suoi Consigli. Ma innalzato poi alla dignità di Consigliere a' 3 di novembre dell'anno 1623, fu esercitato da lui il posto con integrità e soddisfazione indicibile. Ci lasciò egli due volumi di suoi sublimi Consigli, ma molto più se gli dee per aver di se lasciato Gianfrancesco di lui figliuolo.
Riuscì Gianfrancesco Marciano non men dotto del padre e nel Foro, ebbe grido di famoso avvocato, come lo dimostrano i due tomi delle sue Controversie, che ci lasciò; e se bene non avesse avuto nel patrocinar le cause molta eloquenza, nello scrivere fu molto profondo e dotto. Fu creato Consigliere a' 10 maggio dell'anno 1645, e dopo avere con molto applauso esercitata per dieci anni tal carica, fu innalzato alla dignità di Reggente nel 1655, benchè sopraggiunto poco da poi dalla morte non godesse del Reggentato, che le congratulazioni degli amici.
Lasciò pure costui un altro Marcello, erede non men delle virtù che delle speranze paterne, il quale, imitando le vestigia de' suoi maggiori, si diede ne' suoi primi anni all'avvocazione, nella quale non gli mancò alcuna di quelle parti, che ricercansi per riuscir grande in tal professione: ebbe egli gran capacità, gran dottrina e ardire e grande erudizione, ed in età assai giovanile gran maturità di giudizio. Fu egli, proccurandoselo, fatto assai giovane Giudice di Vicaria dal Conte di Castrillo: poco da poi dal Conte di Pennaranda fu fatto Consigliere, e dal medesimo fu poi mandato in Camera per Avvocato Fiscale, donde nei principj del Governo di D. Pietro d'Aragona, andò Reggente in Ispagna, e quivi di là a non molto se ne morì. Lasciò figliuoli di assai poca età, ma il di lui primogenito Francesco non interruppe il corso; poichè imitando ancor egli i suoi antenati, riuscì famoso Avvocato, poi Giudice, ed indi fatto Consigliere giunse pure al Reggentato, ma per fatalità di questa Casa, ancor egli passato in Ispagna, di là a poco ivi traspassò: tal che essendo questa casa per lo spazio poco men di cento anni stata Senatoria, rimane ora chiusa ed estinta.
Fiorirono ancora non men per dottrina, che per li posti che occuparono, altri insigni Giureconsulti. Francesco Merlino, ancorchè non gli paresse avviarsi per la strada dell'avvocazione, ma per quella degli Ufficj, riuscì dotto Ministro, e si rese presso noi celebre, non men per le cariche che sostenne, che per le opere che ci lasciò. Fu egli un privato gentiluomo di Sulmona, di famiglia però nobile ed antica in quella città: sua madre fu figliuola del Marchese di Paglieta Pignatelli e di Beatrice Tappia, sorella della madre del Reggente Tappia, per la quale si professava egli di lui nepote, e per ostentazione del quarto materno s intitolò sempre Merlino Pignatelli. Col favore del Reggente Tappia suo zio, stimò non aver bisogno dell'Avvocazione per avanzarsi; onde andato prima Auditore in Salerno, e fatto poi Giudice di Vicaria, e poi Commessario di Campagna, in brevissimo tempo fu creato Consigliere. Per essere stato creatura del Conte di Monterey, fu poco grato al Duca di Medina, onde per la medesima ragione portossi in tutti i posti con somma lode di valore, integrità e dottrina; onde, che a suoi due tomi delle Controversie, tra moderni Scrittori del Regno, comunemente si dà il primo luogo. Fu da poi eletto Reggente supremo del Consiglio d'Italia, e tornato di Spagna, fu nell'anno 1648 decorato della dignità di Presidente del S. C. esercitata da lui con molto decoro e gravità. Morì egli pochi anni da poi nel sesto dì di settembre dell'anno 1650, e fu seppellito nella sua Cappella dentro la Chiesa de' Padri Gesuiti della lor Casa professa.[40]
Essendo stato creato il Reggente Merlino Presidente del S. C. fu eletto in suo luogo per Reggente in Ispagna Giancamillo Cacace, che si trovava allora Presidente di Camera. Era egli un famoso Avvocato de' suoi tempi, assai celebre per la dottrina e per l'arte del dire, il qual soleva pregiarsi, che mentr'era Avvocato non vi era stato Signore nel Regno che non fosse venuto a prender consulta in casa sua. Il di lui padre fu di Castell'a Mare e d'ordinarj natali; ma venuto in Napoli, ed acquistate mediocri ricchezze, furon quelle poi da lui eccessivamente accresciute col guadagno dell'Avvocazione, e con una somma parsimonia. Fu da poi fatto Avvocato Fiscale di Camera, e poi Presidente; ed eletto Reggente per Ispagna, per un indicibil abborrimento, ch'ebbe a viaggiar per mare, rinunziò il posto, ed in suo luogo fu eletto il Reggente Tommaso Brandolino; ma di là a pochi anni fu eletto di nuovo Reggente per Napoli, concedutosi ciò per suoi meriti, senz'obbligazione d'andare in Ispagna. Fu di genio assai tetro, ed abborrì sempre l'ammogliarsi; onde poco appresso essendo morto, e non avendo chi lasciar erede delle sue facoltà, fondò di sua roba un Monastero di donne povere, detto dei Miracoli, che a tempo de' nostri maggiori si chiamava pure il Monastero di Cacace.
Rilussero ancora i Consiglieri Filippo Pascale, patrizio Cosentino, famoso Avvocato e celebre pe 'l suo trattato: De viribus patriae potestatis. Ma sopra costui s'innalzaron per dottrine Scipione Teodoro, ancor egli rinomato Avvocato e celebrato per le sue Allegazioni, che ci lasciò. Tommaso Carlevalio per le opere impresse, e sopra tutto pe 'l suo trattato De Judiciis, si distinse parimente infra gli altri; e molti ve ne furon ancora, che per mezzo delle stampe lasciaron a' posteri memoria del lor nome, e quanto valessero nella profession legale. Ma oscurò tutti costoro il celebre Orazio Montano, per profondità di sapere, per eleganza e per somma perizia di ragione, non men civile che feudale.
Chiuda per ultimo la schiera Donat'Antonio de Marinis. Nacque egli in Giungano picciola Terra del Regno in Principato citra, e venuto in Napoli, assai sottilmente menando la vita, si diede con molta applicazione agli studj legali, dove vi fece notabili progressi, e non avendo avuta abilità alcuna nell'arringare in Ruota si diede a scrivere in alcune cause, donde compilò poi il primo Tomo delle sue Resoluzioni. Coll'integrità de' costumi, e con una sua maniera libera e lontana da ogni affettazione, si rendè grato a tutti gli Avvocati più principali de' suoi tempi, sicchè in tutte le cause era chiamato a collegiare; onde cresciuto d'opinione, cominciò ancor egli a difendere qualche causa, e diede in luce il II Tomo delle Resoluzioni. Fiorivano a' suoi tempi molti rinomati Avvocati, come Raimo di Ponte, Francesco Rocco, Francesco Maria Prato, Antonio Fiorillo, Ortensio Pepe, Ascanio Raetano, Paolo Giannettasio e Giovan Battista Odierna, li quali dal Conte di Castrillo a' 15 di maggio del 1654 volendo riordinare il Tribunal della Vicaria, furon fatti Giudici, e con essi anche il Marinis, li quali poi tutti passarono a posti supremi. Donat'Antonio nell'anno 1656 fu creato Presidente della Regia Camera, dove con somma integrità ed indefessa applicazione esercitò il posto insino all'anno 1661, nel qual tempo diede fuori i due volumi delle Decisioni del Reggente Revertero, che correndo M. S. per le mani d'alcuni, egli le accorciò e fecevi sue Addizioni, le quali insieme con gli Arresti, ovvero Decreti generali della Regia Camera, fece imprimere in Lione l'anno 1662. Raccolse ancora molte Allegazioni, così sue, come degli altri Avvocati suoi coetanei, o che fiorirono prima di lui, le quali per opera sua furon poi date alle stampe. Essendo Presidente di Camera e Vicecancelliere del Collegio de' Dottori fu nominato, nel 1661, Reggente nel Supremo Consiglio d'Italia e portatosi in Ispagna, ritornò poi in Napoli Reggente del nostro Collaterale a' 25 di febbrajo dell'anno 1665. Visse egli celibe e con somma parsimonia, tanto che potè cumulare qualche contante. Ma se mentre fu Avvocato seppe resistere agl'impulsi della natura, fatto Ministro, sconoscendo i suoi e la patria, non seppe star saldo al vento della vanità; poichè gli entrò in testa, d'esser egli disceso da' Marini di Genova, raccogliendo scritture dell'archivio, che a tal effetto gli eran somministrate dall'Archivario Vincenti, e venuto a morte a' 26 d'aprile del 1666 in età di 67 anni, immemore della patria e de' suoi, lasciò erede di tutti i suoi beni, che consistevano in contanti ed in una buona libreria, i Padri Scalzi di S. Teresa sopra i Regj Studj, per ambizione che gli rizzassero una statua di marmo, come fecero nella lor chiesa.
§. I. L'Avvocazione in Napoli si vide a questi tempi in maggior splendore e dignità.
Per le cagioni ne' precedenti libri accennate, essendosi questa Città per la sua ampiezza e magnificenza e per lo gran numero di suoi Nobili e Cittadini resa uguale alle maggiori Città del Mondo, e divenuta Capo e Metropoli d'un non men grande, che nobilissimo Regno, pieno d'un maraviglioso numero di Baroni, di Principi, di Duchi, di Marchesi e di Conti; e tenendovi ancora in quello interessi considerabili molti altri Principi Sovrani, e le Corone istesse d'Europa, come il Re di Polonia, Savoja, Neomburgh, Toscana, Modena, Parma, ed altri; e dove tutte le cause si giudicano dal Consiglio di S. Chiara, maggiore anche, per questo riguardo, del Parlamento di Parigi, che non tiene alcuna autorità sopra gli altri Parlamenti del Regno di Francia: l'Avvocazione presso di noi crebbe in somma stima, e riputazione. E maggiore si vide a questi tempi, quando per le tante rivoluzioni, calamità e disordini accaduti, fu veduto il Regno tutto pieno di liti, e si suscitarono cause di Stati grandissimi e d'eredità opulentissime; onde gli Avvocati crebbero assai più di stima per lo bisogno, che se n'avea nella difesa delle cause, nel consigliare i loro testamenti, i contratti, e di regolare le loro case, dipendendo da' loro consigli le facoltà, non men dei signori, che de' privati, ed anche de' principi sovrani, per gl'interessi che vi tengono. Quindi grandemente si offesero quando nel 1629 il Duca d'Alcalà Vicerè voleva obbligargli ad esporsi ad esame, e si risolsero concordemente d'astenersi più tosto da esercizio cotanto nobile, che sottoporsi ad una tal vergognosa censura. Antonio Caracciolo, famoso Avvocato di que' tempi, sostenne nel Collateral Consiglio le costoro ragioni; e di fatto, per non ricevere quest'oltraggio, s'astennero d'andare più a' Tribunali; e Giovan Vincenzo Macedonio, fermo nella sua deliberazione, contentossi di non far più l'Avvocato, per non si sottomettere a questa censura. Quindi è, che tuttavia i primi Baroni del Regno cercan d'avergli benevoli, ed in qualunque occasione, che loro si presenta, fanno per li loro Avvocati ciò, che non farebbero per se medesimi: trattano con loro con sommo rispetto, nè solamente danno loro il primo luogo nelle loro carrozze, ma frequentano le loro Case, e si sentono favoriti, qualora in concorso d'altri sono preferiti nell'udienze.
Rilussero ancora più gli Avvocati in questi tempi, perchè pian piano andavansi dirozzando di quella prima ruvidezza; e quando prima, per avvezzarsi a parlar bene, il loro studio era solamente posto nelle orazioni del Cieco d'Adria, essendosi nel principio di questo secolo, cioè nel 1611 aperta in Napoli l'Accademia degli Oziosi cominciavano ad avvezzarsi meglio nell'arte dell'eloquenza, con andarsi sempre più la nostra natia favella depurando dall'antica rozzezza; e se bene, come suole accadere in tutte le arti, in questi principj i nostri Avvocati non acquistarono gran fama di Oratori, e pure, secondo la testimonianza, che a noi ne rendè l'eloquentissimo Francesco d'Andrea, fiorirono a' questi principj tre famosi Avvocati, insigni per la fama d'eloquenza. Antonio Caracciolo, che fu poi Reggente, era comunemente chiamato fiume d'eloquenza, essendo dotato d'una vena naturale, ed abbondante, che accompagnata da non affettata modestia e da una gratissima maniera di rappresentare, rapiva gli animi di chi l'ascoltava. Giovanni Camillo Cacace, pur egli, come si è detto, innalzato poi al Reggentato, non dovea niente alla natura, ma tutto all'arte, ed essendo per natura timido, prese animo di darsi all'Avvocazione da due orazioni, che fece nella Accademia degli Oziosi con molto plauso: onde poi anche nelle cause si premeditava il discorso a mente con eloquenza più regolata che abbondante, ma con maggior dottrina, ed argomenti più efficaci del Caracciolo. Octavio Vitagliano (che poco curando il Ministerio, co' denari guadagnati coll'Avvocazione fondò la Casa de Duchi dell'Oratino) fu come un mezzo tra il Caracciolo e Cacace: ebbe discorso vigoroso e naturale, ma non avea nè la dolcezza del primo, nè tutta la dottrina del secondo.
Ne' tempi che seguirono, narra l'istesso Francesco d'Andrea, che essendo egli giovane, ebbe occasione d'ammirare D. Diego Moles padre del Reggente Duca di Parete: avea egli nobile aspetto, gratissima voce, e si spiegava nobilissimamente, e senz'affettazione: ardeva dove bisognava: le parole erano anche scelte e proprie; ed in somma, egli dice, che non sapeva altro, che desiderarvi: Pietro Caravita, pur famoso Avvocato di questi tempi, ch'era emolo del Moles e lo superava in dottrina, ma di lunga inferiore nell'arte del dire, non d'altro il censurava, che dell'impararsi a mente il discorso: ciò che se era vero, tanto maggiore era il suo artificio, poichè non se gli conosceva, e pareva, che le parole se gli suggerissero nel medesimo tempo che le diceva. Comunemente però era stimato più facondo Gerolamo di Filippo, Fiscal di Camera e poi Reggente, il quale aveva una affluenza naturale, accompagnata ancora dall'arte, ed una maniera più dolce ed affabile; ma secondo il giudicio, che ne dà l'Andrea, poco imprimeva, ed era affatto privo di que' requisiti tanto necessarj ad un perfetto Oratore: il suo discorso era più pieno di parole, che di cose, tal che il Conte di Pennaranda soleva di lui dire, mentr'era Avvocato Fiscale in Camera, che avea molti pampani, e poca uva; onde di forza, e di efficacia nel dire non poteva paragonarsi col Moles.
Fiorirono ancora a questi tempi Giulio Caracciolo, di cui l'Andrea dice, che avea anche un discorso aggiustato, tal che pareva premeditato; non avea però molta facondia, ma suppliva col decoro e con certo contegno di cavaliere; e per la qualità della nascita prese gran nome tra la Nobiltà; ma morto quasi nel principio della sua carriera, fu più famoso per quel che si stimava che avrebbe fatto, che per quel che fece. Bartolommeo di Franco acquistò pur nome di grande Avvocato, ma solo nelle cause de' rei avea una maniera sua propria, colla quale parlava le tre e le quattro ore, senza però dispiacere; fu più famoso però per le minuzie, che osservava ne' processi, e per li difetti, che apparivano intorno l'ordine giudiciario, che per rappresentar bene la giustizia, che il più delle volte non avea; tal che il Consigliere Arias de Mesa soleva dire, ch'egli avrebbegli data una cattedra primaria de Ordine Judiciorum con duemila ducati di salario l'anno per istruire gli Avvocati e Proccuratori; ma gli avrebbe impedito l'uso dell'Avvocazione. Francesco Maria Prato credea essere un grand'Oratore; ma a giudicio dell'Andrea e di tutti gli altri, non potea riporsi nè anche tra' mediocri: avea egli una maniera affettata, ed un accento Leccese, che più tosto lo rendea ridicolo, benchè non gli mancasse dottrina, per quant'era necessario all'uso del Foro e dell'orare. Si pregiava di parlar Spagnuolo; onde due cause celebri, che si trattarono in Collaterale in presenza del Vicerè Duca d'Arcos, le parlò in lingua spagnuola: ciò che non s'era fatto da nessun altro prima, com'egli se ne pregia in uno de' suoi volumacci dati alle stampe; ma le perdè tutte due, ed una fu quella della Congregazione di S. Ivone, che la guadagnò l'Andrea, essendo ancor giovane d'età di 22 anni, contro i PP. Gesuiti, che volevano aprirne un'altra del medesimo istituto nella Casa professa, della quale il Reggente Capecelatro nel suo secondo tomo ne porta la decisione. Paolo Malangone pur presso il volgo s'acquistò fama d'un grand Oratore, per un suo discorsetto pulitino rappresentato con grata e piacevole voce, ma nudo affatto d'ogni dottrina, anche della più comunale; onde non si ravvisava in lui cosa, che non fosse sotto assai la mediocrità, non consistendo l'eloquenza nelle sole parole, ma assai più nel vigore e nella robustezza delle ragioni. Fabio Crivelli avea pure una vena abbondantissima, sicchè parlava le tre e le quattro ore senza stancarsi, e per far pompa della sua abilità solea ripetere tutto ciò che s'era detto dall'Avversario e spesso con maggior giro di parole, per poi doverlo confutare.
Più di costoro rilusse in questi medesimi tempi il famoso Giuseppe di Rosa, poi Consigliere, celebre per le sue dotte, e profonde opere legali, che ci lasciò. Alla molta sua dottrina accoppiò ancora il pregio di spiegar senza pampani e con proprietà di parole i suoi sensi; ma perchè gli spiegava in maniera, che pareva che più tosto insegnasse, che orasse, perciò comunemente fu reputato più dotto, ch'eloquente.
Ma sopra tutti costoro s'innalzò poi a questi medesimi tempi l'incomparabile Francesco d'Andrea, lume maggiore della gloria de' nostri Tribunali, al qual dobbiamo non solo d'aver egli restituita in quelli la vera arte d'orare; ma molto più, per avere nel nostro Foro introdotta l'erudizione, ed il disputar gli articoli legali secondo i veri principj della Giurisprudenza, e secondo l'interpetrazione de' più eruditi Giureconsulti, de' quali presso noi rara era la fama ed il nome, applicando la loro dottrina all'uso del Foro, ed alle nostre controversie forensi. Egli fu il primo, che facesse risuonare nelle Ruote del nostro S. C. il nome di Cujaccio, e degli altri Eruditi. Egli tolse ancora la barbarie nello scrivere; ed egli fu il primo, che cominciasse a dettare le allegazioni in culto stile, imitando i più purgati Scrittori, ed a disputar gli articoli, non già secondo lo vulgari maniere, ma da limpidissimi fonti delle leggi derivando le conclusioni, le adattava al caso, valendosi delle interpetrazioni di Cujaccio, e degli altri eruditi, non discompagnandole dalle comuni tradizioni de' Dottori, come si vede dalle sue prime allegazioni, che tra l'opere del Moccia[41], e del Consigliere Staibano[42], furono impresse.
Dal suo esempio furon poi mossi gli altri a trattar le cose istesse del nostro Foro con più pulitezza e candore: onde Marcello Marciano nipote del primo Marcello, e figliuolo del Reggente Gianfrancesco, che fu dal Conte di Castrillo fatto Giudice di Vicaria e dal Conte di Pennaranda creato Consigliere, e dal medesimo passato poi in Camera Avvocato Fiscale, donde nel principio del governo di D. Pietro Antonio d'Aragona andò Reggente in Ispagna: nel tempo che fu Fiscale distese alcune allegazioni, intitolate Exercitationes Fiscales, con molta pulitezza e candore; e nell'ozio, che ebbe nella Corte di Madrid, perfezionò alcuni altri trattati legali, come quello De Incendiariis, dove vengono, secondo il metodo tenuto dagli altri eruditi, interpetrate molte difficili, ed oscure leggi, che su questa materia s'adducono: siccome fece nell'altro intitolato De Indiciis delictorum; ma in nessun altro mostrò quanto sopra questi studj si fosse avanzato, quanto in quello, che intitolò de Prejudiciis, che dalla morte prevenuto non potè condurlo a fine, nel quale superò Giacomo Revardo, che prima di lui avea trattato del medesimo soggetto. Ma non avendo avuto egli il piacere di veder in sua vita perfezionate queste sue opere, essendo a' 28 ottobre 1670 morto in Ispagna, furono da poi date alla luce in Napoli da Gianfrancesco Marciano suo figliuolo nell'anno 1680, nel qual tempo il Consigliere Gennaro d'Andrea, poi Reggente, (il quale seguitando l'esempio del suo gran fratello Francesco, sopra molti si distinse ancora nello scrivere, per l'eleganza e pulitezza dello stile, come lo dimostrano le sue allegazioni) volle a quest'edizione far precedere una sua epistola al Lettore, nella quale commendando la dottrina e l'eleganza dello stile, non ebbe difficoltà di dire, che se morte non avesse interrotto il bel disegno, ed avesse dato tempo all'Autore di por l'ultima mano a queste, ed altre insigni sue opere, che meditava, Napoli non avrebbe che invidiare a' più famosi Giureconsulti dell'altre città d'Europa. nè la Savoja si compiacerebbe tanto del suo Fabro, nè la Francia del suo cotanto rinomato Cujaccio[43].
Nè noi a questo insigne Giureconsulto Francesco d'Andrea dobbiamo solamente d'aver egli ne' nostri Tribunali introdotta l'erudizione, l'arte dell'orare ed il vero modo di disputar gli articoli legali e dello scrivere pulitamente, ma anche molto gli devono i Cattedratici, per aver egli pure nella nostra Università degli Studj proccurato, che la Giurisprudenza e l'altre scienze s'insegnassero con miglior metodo e dottrina di quello, che s'era praticato prima, secondo l'uso comunale e senz'alcuna erudizione. Alessandro Turamino, di cui si è favellato ne' precedenti libri avea lasciato un suo discepolo, che lo superò intorno al modo d'insegnare e d'interpretar le leggi: costui fu Giannandrea di Paolo, uomo eruditissimo ed oratore eccellente, da cui l'Andrea che gli fu discepolo si pregiava aver appresa la vera maniera d'intender le leggi per li loro principj, e di saper distinguere le vere opinioni de' nostri Dottori dalle false. Fin che visse, dice egli, nelli nostri studj fiorì il vero modo di insegnare e d'interpretare le leggi. Emmanuel Roderigo Navarro fiorì pure a questi tempi nella nostra Università occupando la Cattedra Primaria Vespertina di legge civile; e dopo lui, il cotanto famoso presso di noi Giulio Capone. Ma per contrario Giandomenico Coscia Lettor Calabrese[44] che ne' medesimi tempi s'avea presso il volgo acquistata gran fama, e teneva un infinito numero di scolari, reggendo la Cattedra primaria mattutina de' Canoni, e ch'ebbe gran contese di precedenza col Navarro, avea avvilito il mestiere: costui goffo al segno maggiore, e privo d'ogni erudizione, insegnava scipitamente la legge a' nostri giovani. Tal che, morto Giannandrea di Paolo, era presso noi quasi ch'estinto il vero modo d'insegnare.
Ma restituiti da poi, come si disse, i pubblici Studj dal Conte d'Onnatte, il nostro Andrea proccurò, che ritrovandosi in quelli occupar la Cattedra delle Istituzioni D. Giambatista Cacace[45], il quale per essere stato discepolo di Giannandrea di Paolo, insegnava quei primi elementi con maniera diversa dagli altri, con metodo ed erudizione, e secondo il modo tenuto dagli autori eruditi; ed insegnando parimente costui in questa Università la Rettorica con molto profitto degli ascoltatori, per essere versato nella lingua latina, e non meno in verso, che in prosa: proccurò l'Andrea per l'opinione, che a questi tempi s'avea acquistata, di accreditarlo maggiormente, e predicar il suo valore, e mandovvi da lui ad apprender le Istituzioni e la Rettorica Gennaro suo fratello, dal cui esempio mossi gli altri, fur poste in piedi due Cattedre ne' nostri Studj, quella delle Istituzioni e della Rettorica, concorrendovi gran numero di scolari ad apprenderle.
Parimente egli rimise in questa Università la cattedra di Matematica, e quel che fu più, proccurò, che l'occupasse Tommaso Cornelio famoso Filosofo e Medico di que' tempi, il quale insegnandola secondo il metodo tenuto da' migliori e più valenti Matematici, fece sì, che unita la sua opera a quella di M. Aurelio Severino, ancor egli famoso Filosofo e Medico di questi tempi, e Lettore primario de' nostri Studj (delle cui opere il Nicodemo[46] tessè lunghi cataloghi), presso di noi pian piano cominciasser i nostri giovani ad aver buon gusto delle buone lettere, e della Filosofia, e della Medicina, e cominciassero a deporre gli antichi pregiudicj delle Scuole.
Nè contento questo insigne Giureconsulto di tutto ciò, per l'amicizia ch'e' si proccurò di que' pochi veri letterati, che fiorivano a' suoi tempi, d'Ottavio di Felice, vecchio assai erudito, e che avea consumata quasi tutta la sua vita nello studio della lingua greca e della morale d'Aristotele: di D. Camillo Colonna, uomo eruditissimo, di sublime intendimento, e gran Filosofo: del cotanto appresso noi rinomato Camillo Pellegrino, e d'alcuni pochi altri: avea egli assai più distese queste cognizioni, e proccurato, per mezzo della sua eloquenza, diffonderle in altri; ed essendo a questi tempi, come si è detto, opportunamente venuto in Napoli Tommaso Cornelio, a cui Napoli deve tutto ciò, che ora si sa di più verisimile nella Filosofia e nella Medicina, l'Andrea fu il primo che abbracciasse quella maniera da colui proposta di filosofare, ed il Cornelio per mezzo suo fece venire in Napoli l'opere di Renato delle Carte, di cui sino a quel tempo n'era stato presso noi incognito il nome; tal ch'essendosi restituita nel medesimo tempo l'Accademia degli Oziosi sotto il Governo del Duca di San Giovanni, dov'esercitavansi gli Accademici in recitarvi varie lezioni, egli fra l'altre ne recitò due, che per la novità diede molto che dire, nell'una delle quali dimostrò su quali deboli fondamenti s'appoggiasse la volgar Filosofia delle Scuole, e nell'altra quanto dovesse per conseguenza esser preferita la novella maniera di filosofare. E quantunque essendo poc'anni da poi soppravvenuto il contagio, bisognasse tralasciare tutti questi studj, nulladimanco quello poi cessato, e restituite le cose allo stato primiero, si ripigliaron da lui con maggior fervore e con maggior successo: poichè cresciuto assai più in opinione ed autorità, ebbe molti, che lo seguirono, tanto che poi, col correr degli anni, si videro presso noi introdotte e stabilite le buone lettere in tutte le discipline, nella maniera, che sarà narrata ne' seguenti libri di quest'Istoria.
CAPITOLO V. Politia delle nostre Chiese di questi tempi, insino al Regno di Carlo II.
Ne' Regni di Filippo III e IV siccome si è potuto osservare da' precedenti libri, si regolavano presso noi gli Ecclesiastici affari, secondo le varie mutazioni delle Corti. I Pontefici Romani pur troppo intrigati negl'interessi de' Principi, dando ora timore, ora gelosia, costringevan quelli ad usar tutti i mezzi perchè pendessero dal lor partito. Si erano ancora intrigati a maneggiar essi le paci tra' Principi guerreggianti, riputando esser proprio lor ufficio, come comuni Padri e Pastori di ridurgli a concordia: quindi spedivano Nunzj e Legati per trattarle e s'arrogavano grand'autorità nelle composizioni. Ma il Cardinal Mazzarini ruppe ogni velo, e ad onta del Pontefice Alessandro VII non volle accettare la di lui mediazione nella pace de' Pirenei, nella quale non permise, che altri, ch'egli, e D. Luigi di Haro v'avessero parte: ciò, che sensibilmente trafisse l'animo di quel Pontefice e della sua Corte; essendosi da quest'esempio poi veduto, che nell'altre paci seguite in appresso tra' Principi d'Europa, le meno considerate furono le mediazioni ed interposizioni de' Nunzj della Corte Romana.
Secondo la buona corrispondenza, ovver poca soddisfazione, che passava tra la Corte di Spagna con quella di Roma, si regolavano da' nostri Vicerè le contese giurisdizionali. Non si soffrivan torti, quando erano in urta e si resisteva con più vigore e fortezza all'intraprese. Quando per la poca soddisfazione, che i Ministri Spagnuoli ricevevano dalla Corte di Roma furono spediti da Madrid il Vescovo di Cordova, e D. Giovanni Chiumazzero al Pontefice Urbano VIII con segrete istruzioni di minacciargli la convocazione d'un nuovo Concilio, affinchè togliesse i molti aggravj, che s'inferivano ne' Regni di Spagna dalla Corte di Roma per le pensioni che imponeva a favor degli stranieri e per l'eccessiva quantità delle medesime, anche sopra i beneficj curati: per le Coadjutorie con futura successione: per le resignazioni de' beneficj curati: per le dispense ed altre provvisioni, che venivano da Roma, e per le gravi spese, che s'estorquevan per la loro spedizione: per le reservazioni de' beneficj: per gli spogli crudeli, che si praticavano nella morte dei Prelati: per le vacanze de' Vescovadi e per le altre intollerabili gravezze, ch'esercitava in que' Regni la Nunziatura di Spagna[47]: non minori gravezze soffriva il nostro Regno dalla Nunziatura di Napoli.
Deludendosi le concordie passate co' Capitoli e Cleri di tutte le Chiese Cattedrali, ed interpetrandole a lor modo, le tasse s'esigevan con molto rigore ed ingiustizia; poichè provvisti dalla Dataria molti di quei benefici, ch'erano stati compresi nella tassa, in persona di Cardinali e d'altri Prelati di quella Corte, riputati immuni da tutte le gravezze, venivano a sostener tutto il peso i rimanenti beneficj. Continuava pure la Camera Appostolica a far crudeli spogli nelle morti de' Vescovi, Abati e degli altri Beneficiati non inclusi nella convenzione, con tanta asprezza de' Commessarj, che in tempo della loro infermità, e quando aveano maggior bisogno di conforto e d'assistenza, si vedevano co' proprj occhi saccheggiate le loro stanze e spogliati di tutto ciò che tenevano. Negli spogli de' Vescovadi, Badie ed altri Beneficj non compresi nella concordia, si facevan lecito i Nunzj di procedere contro i laici, imputati d'aver occupati beni appartenenti alle Chiese o Beneficj vacanti, ed alla Camera Appostolica per cagion di tali spogli, con propria autorità sequestrandogli per mezzo de' suoi Commessarj e di scomunicare i possessori e tutti coloro, che in ciò loro avessero dato impedimento.
Erano ancora insoffribili le gravi estorsioni, che si facevano nel lor Tribunale, esigendo da' litiganti e da tutti coloro, che aveano di essi bisogno, sotto pretesto di diritti e sportule, eccessive somme più di quello, che si pratica negli altri Tribunali Regj della città e del Regno; e la cagione dell'eccesso veniva, perchè la Corte di Roma vuol tener molti Ministri in quel Tribunale, ma non vuol pagargli del proprio con assegnamento di provvisione, o soldo, come si pratica negli altri Tribunali; ma vuol che se lo procaccino essi dagli emolumenti de' diritti, o propine; onde avveniva, che i poveri litiganti erano escoriati insino all'ossa dalla rapacità ed ingordigia de' Curiali. Non minore era il disordine ed il pregiudicio, che si apportava alla Regal Giurisdizione per l'infinito numero de' laici, che dalla città e da tutte le Diocesi del Regno, pretendevansi sottrarre dalla giurisdizione del Re con farsi ascrivere, per mezzo di loro patenti, al servigio di questo Tribunale, chi per Attuarj, chi per Cursori, onde si commettevano infinite frodi, e n'esenzionavano moltissimi, non per bisogno che n'avessero, ma per maggior smaltimento delle loro patenti, che vendevano a carissimo prezzo, persuadendo, che fossero di tal virtù ed efficacia, che gli rendessero esenti dal Foro laicale, e che per ciò dovessero esser franchi ed immuni da qualunque pagamento così Regio, come delle Università. Pretendevano ancora i Nunzj, che tutti della lor famiglia così armata, come domestica, e del lor Palazzo fossero immuni ed esenti dalla Regal Giurisdizione; onde nacquero per ciò fra noi disordini gravissimi, e sovente i nostri Vicerè ebbero a contrastar per questa immunità pretesa da' lor familiari, non pure con gli Arcivescovi, ma eziandio coi Nunzj, i quali, anche per delitti gravissimi, prendevan protezione de' ribaldi, sol perchè erano della famiglia del lor palazzo.
Fecero valere i nostri Vicerè i Regali diritti con molta fortezza e vigore per tutto il tempo, che durarono le male soddisfazioni d'ambedue le Corti, e mentre durò la missione del Vescovo di Cordova e del Chiumazzero; ma il Pontefice Urbano punendo, come si disse, l'affare in trattati, che faceva prolongare con varie difficoltà, profittossi del tempo; poichè gli Spagnuoli, sempre più percossi da maggiori sciagure, furono costituiti in istato di non doversi maggiormente disgustare la Corte di Roma; onde riuscita vana la lor missione, rimasero, non pure in Ispagna, ma nel nostro Regno le gravezze, che dal Tribunal della Nunziatura erano a noi cumulate; e gli Ecclesiastici più arditi, che mai, non tralasciavano di tentar delle nuove intraprese supra la Regal Giurisdizione.
Per lo gran numero delle Chiese, e per li frequenti delitti, che succedevano nella città e nel Regno, fu riputato di doversi trovar compenso agl'intollerabili abusi della pretesa immunità delle Chiese cotanto dagli Ecclesiastici ingrandita, e della quale si mostravano ora più che mai forti difensori, nell'istesso tempo, che conoscevano la principal cagione di tanti delitti esser l'immunità delle Chiese così stranamente estesa, che rendeva più baldanzosi i ribaldi a commettergli. Si pensò spedir in Roma il Consigliere Antonio di Gaeta per ottener dal Pontefice qualche riforma alla Bolla di Gregorio; ma, come si è veduto, riuscì pure questa missione inutile e senz'effetto, profittandosi la Corte di Roma delle nostre sciagure, e della debolezza, nella quale vedeva allora essersi ridotta la Corte di Spagna.
§. I. Monaci e beni temporali.
Niun altro più illustre e memorando esempio, fa più chiaramente conoscere, che le ricchezze delle Chiese, e de' Monaci ricevono tanto maggior incremento, quanto più crescono le sciagure e le calamità de' popoli, quanto ciò, che si vide accadere nel nostro Regno in tempo delle maggiori sue ruine e miserie; poichè a tali tempi, più che in altri, i miseri mortali ricorrendo a Dio ed a' Santi, o ringraziandoli del mali, o pregandogli che maggiori loro non avvengano, sono più solleciti, che mai di far parte de' proprj averi a' loro Tempj e Sacerdoti. Non videro certamente; i nostri maggiori tempi più calamitosi di quelli, che corsero dal Regno di Filippo II insino alla morte di Filippo IV. Soffrirono, o guerre crudeli, o (quel ch'è peggiore) gravi timori di quelle: incendj del Vesuvio, tremuoti, scorrerie di Banditi, invasioni di Turchi, sedizioni, tumulti, carestie, oppressioni, gravezze intollerabili, pestilenze crudelissime, e tanti altri mali che inorridiscono gli animi sentendoli. E pure in mezzo a tante sciagure, si videro moltiplicare le chiese e' monasteri di Religioni già stabilite, introdotti nuovi Ordini, farsi nuovi e più doviziosi acquisti, ed in fine crescer tanto i loro averi, che poco lor resta dell'impresa di tirar a se quel poco e misero avanzo, ch'è rimaso in poter de' Secolari.
Furono introdotti in questo secolo XVII nuovi Ordini di Religioni. La Congregazione de' Padri Pii Operarj, ebbe fra noi ricetto nell'entrar di questo secolo. D. Carlo Caraffa, Cavalier napoletano e sacerdote, gli diede principio nell'anno 1607 nella chiesa di S. Maria de' Monti posta nel Borgo di S. Antonio di questa città. Ma di poi, il Cardinal Dezio Caraffa Arcivescovo, con assenso del Pontefice Paolo V, concedè loro, nel 1618, la chiesa di S. Giorgio Maggiore, antica parrocchia di Napoli, resa poi Collegiata, e servita un tempo da sette Domadarj prebendati, e da altrettanti Sacerdoti, fra quali si connumeravano ancora l'Archiprimicerio e 'l Primicerio[48]. Ma minacciando a questi tempi ruina, nè avendo modo di repararla per la molta spesa che vi voleva, parve espediente di concederla a' Padri suddetti. Fu approvata tal congregazione da Gregorio XV, per Breve Spedito in Roma a' 2 d'aprile del 1621, e nel seguente anno 1622 ottenne dal medesimo l'amministrazione di tutti i sagramenti, ed Urbano VIII la confermò poi nell'anno 1635. Fecero presso noi col correr degli anni non piccoli progressi, avendo in Napoli ed altrove fondate altre lor case e fatti non dispregevoli acquisti di beni e di poderi.
Poco da poi nell'anno 1609 vennero a noi i Cherici Regolari Barnabiti di S. Paolo Decollato. Ci vennero da Milano, dove nell'anno 1526 furono istituiti da Giacomo Antonio Moriggia e Bartolommeo Ferrario Milanesi, e Francesco Maria Zaccaria Cremonese, mossi dalle prediche di Serafino Firmano Canonico regolare. Furon chiamati Cherici Regolari di S. Paolo, perché fra gli altri loro istituti era di predicare su l'epistole di S. Paolo; ed i loro regolamenti furon da poi confermati da più Brevi Appostolici nell'anno 1528, e nel 1533. S. Carlo Borrommeo Arcivescovo di Milano li favorì pure, e concedè loro in Milano la Chiesa di S. Barnaba, donde presero anche il nome di Barnabiti. Sparsi poi per molte città di Lombardia e d'Italia, capitarono finalmente in Napoli in quest'anno 1609 dove si diede loro ricetto nella chiesa di S. Maria di Portanova, detta in Cosmodin, anch'ella antica, ed una delle quattro principali parrocchie di questa città[49].
Furono pure in questo secolo, nell'anno 1610, istituite da S. Francesco di Sales, Vescovo di Ginevra, le Monache della Visitazione della Vergine, per visitare i poveri e gl'infermi. Ridotte poi a clausura, eran per ciò tenute ricevere quelle donzelle infermicce, che non sarebbero state ammesse in altri monasteri. Queste vennero a noi più tardi, e sopra la Chiesa di S. Maria della Pazienza Cesarea v'han fondato un ben ampio e comodo monastero.
S'introdussero ancora altre riforme d'antiche Religioni. I Riformati di S. Bernardo fondarono una magnifica Chiesa fuori la Porta di S. Gennaro, sotto il nome di S. Carlo. I Riformati di S. Francesco, soccorsi da varj Signori napoletani e spagnuoli, fondarono in amenissimo sito un ben ampio Monastero, con ben architettata Chiesa sotto il nome di S. Maria degli Angeli. I Riformati Carmelitani Scalzi ne fabbricarono un altro nel Borgo di Chiaja, sovvenuti dal Conte di Pennaranda, che somministrò alla fabbrica della Chiesa tremila scudi, e che nell'apertura che se ne fece agli 11 di marzo dell'anno 1664, volle egli intervenire con l'assistenza de' Regj Ministri, tenendovi Cappella Regale. Non meno che i Conti di Lemos coi Gesuiti fu questo Vicerè profuso co' Teresiani. Per la sua pietà, non solo contribuì alle spese del Convento di questi Padri, ma anche sovvenne le Monache Teresiane Scalze per l'ingrandimento del lor Monastero di S. Giuseppe in Pontecorvo.
I Gesuiti, dall'altra parte, accrebbero pure a questi tempi maravigliosamente i loro acquisti. Erano i direttori, non men delle coscienze, che delle case del Signori e de' popolani. Per mezzo delle loro Congregazioni, che d'ogni qualità di persone e di mestiere istituirono ne' loro Collegi e Case professe, tirarono a se la devozione e l'ossequio di ogni sorta di gente. S'intrigavano in tutti i loro affari, regolandoli (per l'opinione che s'avean acquistata di uomini da bene e prudenti) a loro arbitrio e volere. Insino le liti più gravi e di momento, per via d'amicabili composizioni eran rimesse al loro giudicamento; ed il Reggente Marinis nelle sue Resoluzioni, rapporta più arbitramenti di Gesuiti fatti in cause gravissime e di somma importanza. Niun Vicerè, quanto il Conte di Pennaranda, ebbe tanta e sì grande inclinazione alle fabbriche o ristoramenti delle Chiese: non vi fu quasi luogo sagro, che non ricevesse da lui per ciò larghe e copiose limosine. Egli soccorse i Carmelitani nel ristoramento che fecero, e separazione che ottennero del lor Monastero col Torrione del Carmine, perchè non fossero inquietati dalle soldatesche spagnuole che ivi dimoravano. Egli contribuì abbondanti soccorsi per ridurre a fine la fabbrica del Romitorio di Suor Orsola e della Chiesa di S. Maria del Pianto, dove furono seppelliti i cadaveri di coloro che rimaser dalla contagione estinti. Egli soccorse la Chiesa di S. Niccolò al Molo. Ed essendosi in tempo del suo Governo, per le note contese insorte fra Domenicani e Francescani intorno all'Immacolata Concezione (donde per quietar questi romori, fu di mestieri a più Papi stabilire per ciò più Costituzioni e Bolle) dagli Spagnuoli, ch'erano del partito de' Francescani, molto più esaltata la divozione di Nostra Signora sotto questo titolo, egli avidamente ne prese l'opportunità, e fece con molta pompa e solennità in tutte le Chiese sotto questo nome celebrar feste magnifiche; onde s'accrebbe presso i popoli tal divozione, in maniera che non vi fu Chiesa di questo titolo, che non ricevesse abbondanti e profuse limosine dalla pietà de' devoti.
L'esemplo del Capo mosse e Nobili e Popolari a far lo stesso. Molte altre Chiese per ciò o di nuovo si fondarono, ovvero ruinate si ristabilirono. S'aggiunse ancora, che avendo la crudel pestilenza lasciata quasi che vota, la città ed il regno d'abitatori, molti non avendo a chi lasciare i loro patrimonj, gli lasciavano alle chiese ed a monaci, onde vie più crebbero le loro ricchezze. Altri crucciati co' loro congiunti, li quali mal seppero coltivarsi la loro benevolenza, per odio e per far ad essi dispetto, lasciavano i loro averi alle chiese. Vi contribuì non poco eziandio la dottrina de' monaci stessi disseminata e ben radicata a questi tempi, che coloro, i quali aveano rubato in vita, con lasciar in morte i loro beni alle chiese, saldavan con Dio ogni conto; ond'è, che alcuni riflessivi Viaggianti, che stupidi ammirano l'infinito numero delle nostro Chiese e Conventi, e le loro ampie ricchezze, in vece da ciò prenderne argomento di pietà, maggiormente si confermano nel mal concetto, ch'essi hanno de' Napoletani, d'esser gente a rubar sin dalla cuna avvezza; e che per ciò siano in morte cotanto profusi in lasciare alle Chiese morte, perchè in vita molto rubarono alle Chiese vive[50].
Per queste cagioni si multiplicarono presso noi le Chiese ed i Monasteri, in guisa, che da ora innanzi non si può più di loro tener minuto ed esatto conto. Pietro di Stefano credea aver fatto un compiuto novero delle Chiese della sola città di Napoli, quando nell'anno 1560 diede fuori il suo volume della descrizione de' luoghi Sacri della Città di Napoli. Ma non passarono sessant'anni, che Cesare d'Engenio, per le tante altre nuovamente costrutte, fu spinto a compilarne un altro, che diede a luce in Napoli nell'anno 1624 sotto il titolo di Napoli Sacra. Ma che perciò? non passarono trent'altri anni, che bisognò a Carlo de Lellis stamparne nell'anno 1654 un terzo volume col titolo: Aggiunto alla Napoli Sacra, ovvero supplemento. E ciò nemmeno ha bastato, perchè ora sono vie più cresciute, sicchè possono somministrare sufficiente materia di tesserne un quarto volume.
Conferirono eziandio in questi tempi agli acquisti delle chiese le stravaganti dottrine de' nostri Dottori, li quali mal adattando le regole antiche a tempi presenti, stravolgendo i sensi delle leggi non ben da essi capite, e niente curando le circostanze de' tempi e la mutazione dello stato delle cose, spinti da imprudente e mal'intesa pietà, favorivano colle loro penne a tutto potere tali acquisti, ed eran tutti inclinati in ampliarne i modi e le cagioni, con detrimento notabile della società civile, e pregiudizio gravissimo del dominio, che ciascun tiene sopra la sua roba. Insegnavan essi, come per indubitato, che i padroni delle case alle chiese vicine, potevan costringersi lor mal grado a venderle alle chiese, se servissero per loro ampliazione: e di vantaggio, che nel prezzo non doveste riguardarsi l'incomodo, o l'affezione del forzato venditore, ma ciò che puramente la cosa sarebbe da' periti valutata. E questo favore non già solo era conceduto alle chiese, ma l'estesero agli atrj, a' portici, alle sacrestie, a' cimiterj, a' chiostri, alle scale, a dormitorj, insino alle cucine, ed a' giardini de' monasterj. Si stese parimente, anche se fra la chiesa e la casa vicina vi frammezzasse una pubblica strada e quel che parrà più strano, sino per far una gran piazza, ed un largo campo avanti l'edificio. Nella famosa lite, che il Cardinal Filomarino nostro Arcivescovo mosse alle Monache del Monastero di D. Regina, per cui Giulio Capone[51] che difendeva il Prelato, ne compilò due allegazioni, si pretese dall'Arcivescovo, che dovesser le monache forzarsi a vendergli alcune case, che tenevan davanti al suo palazzo, ancorchè vi frammezzasse una pubblica strada, intendendo abbatterle per slargar ivi un gran campo, perchè quello, che era, non era così ampio sicchè con facilità potessero entrarvi le Carrozze a sei. Il Cardinal di Luca, ch'essendo allora avvocato in Roma, prese la difesa delle monache, stupiva della pretensione, e con sua allegazione, rapportata dal medesimo Capone, confutò quanto da costui erasi allegato in contrario. Ma che prò? fu deciso a favor dell'Arcivescovo, furon le case abbattute ed adeguate al suolo, e la piazza per ciò ampiamente allargata, sicchè ora le carrozze a sei possono avervi in quel palagio comoda e facile entrata ed uscita.
Quindi è avvenuto, che i Conventi, ancorchè nei loro principj assai piccioli, siansi veduti poi occupar tutta una Contrada, dall'un lato all'altro, finchè si giunga alla strada, che discontinui le case, e potendosi con difficoltà trovare in Napoli strada, nella quale non vi sia qualche convento, se non si ripara ad un così grave e ruinoso abuso, potranno per tal mezzo i monaci a lungo andare giungere a comprarsi l'intera città. Nè finirono qui gli acquisii delle chiese e dei monaci; vie maggiori, a proporzion del tempo, se ne videro appresso, insino a' dì nostri, sotto Carlo II, il regno del quale ne' due seguenti libri saremo ora a narrare.
FINE DEL LIBRO TRENTESIMOTTAVO.
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI