XIX. I salotti di Torino. — Alla vigilia della guerra del 1859.
Il salotto Rorà a Torino. — Il salotto Alfieri. — Il salotto della baronessa Olimpia Savio. — Carattere della società torinese. — Incontro della principessa Belgiojoso con Camillo Cavour nel salotto di Giulia Rorà. — Cavour e l'arciduca Massimiliano d'Austria. — I salotti di Clara Maffei e di don Carlo D'Adda a Milano. — Giuseppe Mazzini viene incognito a Milano. — Sue mire. — L'Histoire de la Maison de Savoie scritta dalla Belgiojoso. — La Principessa recita con Ippolito Nievo. — Una memoranda sera al teatro alla Scala. Gli ufficiali austriaci.
Virginia Visconti d'Aragona, risplendente d'una bellezza serbatasi sino agli ultimi suoi giorni, avea sposato il marchese Bonifazio Dal Pozzo, un gentiluomo dell'antica razza piemontese; era sorellastra di Cristina Belgiojoso e madre della gentil contessa Vittoria Tornaforte e del marchese Claudio Dal Pozzo. Grande artista nell'anima, raffinatissimo nei gusti, il marchese Claudio trasformò la propria antica villa d'Oleggio Castello in una dimora regale, in mezzo a un parco sterminato, che declina verso il Lago Maggiore; e aprì a favore del pubblico una lunga via maestosa che conduce ad Oleggio Castello.
L'altra sorellastra di Cristina Belgiojoso, la più giovane, la più bella, Giulia, sposò il marchese Emanuele de Rorà, capo d'un'antica famiglia piemontese, il quale, alleatosi alle idee del conte di Cavour, accettò il posto di governatore di Ravenna e, più tardi, quello di sindaco di Torino. Il marchese de Rorà s'innamorò di Giulia, vedendola una sera nel teatro alla Scala di Milano.
A Torino, il salotto della marchesa Alfieri e quello della marchesa Rorà erano i centri più frequentati da uomini politici e diplomatici, con Camillo Cavour a capo. La marchesa Alfieri, nipote del grande ministro, ne portava con signorile onore l'inclito nome. Ragguardevole era anche il salotto della baronessa Olimpia Savio (madre dei due valorosi Emilio ed Alfredo Savio entrambi morti nelle guerre dell'indipendenza e cantati sì mestamente da Elisabetta Browning nel canto Mother and Poet, madre e poetessa): il salotto della Savio era alquanto riservato, e non solo patriottico, ma anche letterario, illuminato dalla gloria di Giovanni Prati, che lo frequentava. Olimpia Savio, bella gentildonna dai ricchi riccioli pioventi, e che, vecchia, vidi inondare di lagrime disperate un sasso, ch'ella serbava come santa reliquia (sasso colorato del sangue prezioso d'uno de' suoi figli caduto in battaglia) era gentil poetessa, degna madre dell'ardente, soave e indimenticabile baronessa Adele, che inspirò sì gentile passione al duca di Castromediano; il bel duca bianco, martire delle galere borboniche, morto indegnamente negletto dalla patria, e del quale parla anche Paolo Bourget nelle Sensations d'Italie.
La società aristocratica torinese serbava forme più rigide che quella di Milano. Massimo D'Azeglio ritrae ne' Miei Ricordi (con un'evidenza degna del Molière e del Goldoni) un dialogo della società patrizia torinese più severa: dialogo ch'è la biografia di quel vecchio mondo, orribilmente scandalezzato all'annuncio che lui, un marchese d'Azeglio, s'era messo a fare il pittore!...
La società torinese vivea divisa nel vecchio partito legittimista, ostilissimo alle idee liberali di Camillo Cavour. La marchesa d'Arvillars, la marchesa di Cortens, e la contessa di Robilant (madre del mutilato di Novara, ministro del regno d'Italia) primeggiavano in quella rocca feudale, che non mancava di certa grandezza. A Torino, si notava anche un'aristocrazia nemica dei Lombardi; ma non era, forse, la più intelligente. Il partito dominatore era quello degli uomini politici e militari, direttori della pubblica cosa.
Alcune dame francesi avean fissata dimora a Torino per le nozze contratte. La baronessa di Villanova nata de Coriolis, la contessa Berton de Sambuy nata de Chabrol, brillavano nella prima schiera. La marchesa Ternengo era “la plus charmante et la plus blonde des veuves„ ricorda un diplomatico francese; il quale racconta che la marchesa d'Aglié, nata Boyl, e le contesse Mestiatis e de Cardenas allestivano rappresentazioni da salon, delle quali i proverbii di Alfredo de Musset facevan le spese.[143]
Nel salotto della marchesa de Rorà, potevano penetrare soltanto le signore d'una nobiltà autentica: ma vi andavano anche signori non nati nobili, purchè celebri per valore militare o per ingegno.
La principessa Cristina Belgiojoso alloggiava più volte presso la brillante sorella Giulia e si trovava con Camillo Cavour, col generale Lamarmora, con tutta una corona di grandi, ai quali dobbiamo, in buona parte, la nostra indipendenza. E fu là, al raggio di Camillo Cavour (ch'ella avea conosciuto e ricevuto nel proprio celebre salotto di Parigi), fu là, nelle sale della sorella Giulia, che Cristina Belgiojoso s'accese di nuove simpatie per Casa Savoja. L'infelice Carlo Alberto era tristemente sparito dalla scena d'Europa, in esilio, lasciando il trono a Vittorio Emanuele II; leale figura di soldato, di re, e accortissimo diplomatico, circondato da uomini di singolar valore, saldissime tempre, maschie figure devote al dovere, al sacrificio.
La principessa Cristina non bramava altro che la libertà, l'indipendenza d'Italia, poco o nulla importandole che si conseguisse (finalmente!) con questo o con quel partito, con questi uomini o con quelli. Era stata mazziniana, quando tutt'i liberali della prim'ora confidavano nel Mazzini: divenne monarchica e sabauda, quando molti con lei fidavano in Carlo Alberto; ridivenne mazziniana quando vide Carlo Alberto debole e irresoluto, e il Mazzini a capo d'una repubblica romana bene o male costituita; e tornò ad abbandonare il Mazzini quando scorse il nuovo funesto errore della tentata insurrezione del 6 febbrajo 1853 a Milano, per tornare di nuovo monarchica e sabauda, al cospetto di un gran re, Vittorio Emanuele II, e d'un grande ministro, Camillo Cavour. Monarchica, sabauda; ma italiana sempre!
La principessa Cristina teneva frequenti colloquii con Camillo Cavour sulle condizioni politiche della Lombardia, che, specialmente dopo il 1853 impegnavano quasi tutto il pensiero e l'attività dell'insigne ministro. Li teneva, nelle prime ore del mattino in casa Rorà, o nella villa di Campiglione presso Pinerolo, villa sontuosa dei Rorà. Camillo Cavour voleva essere informato di tutto; e nulla gli sfuggiva.
La Lombardia passava, allora, un momento assai pericoloso. Dopo il tragico tafferuglio mazziniano del 6 febbrajo, eran successe le vendette austriache. Il più stretto e più insensato stato d'assedio venne inflitto alla città, con obblighi odiosi e stolti imposti a intere classi della cittadinanza, come quello fatto ai proprietarii di tenere accesi tutta la notte i lumi alle finestre delle loro case, temendo che, in una nuova insurrezione, venissero dagl'insorti spenti i fanali per lavorare di coltello con più agio nelle tenebre.... E impiccagioni, senza processi, nel castello; e, poichè vennero a mancare le corde, fucilazioni, e anche d'innocenti! Sequestrati tutt'i beni dei profughi; e i nefandi processi di Mantova; e là altre forche! Rigurgitavano d'intemerati patrioti le carceri e le fortezze dell'impero. Spie dappertutto: agguati, sospetti, spade, fucili, polveri, cannoni, odii, vendette dappertutto: il regno del terrore.
E, dopo, d'improvviso, gran mutamento di scena. Amnistia, perdoni; tolti i sequestri; promesse di miglioramenti nelle amministrazioni; e mani austriache tese per stringere quelle degli italiani. Ma le destre degl'italiani stringevano invece il fucile per combattere un'altra guerra, la decisiva guerra dell'indipendenza.
Il governo di Vienna ebbe un'idea abilissima. Mandò nel regno Lombardo-Veneto il giovane arciduca Massimiliano per conciliare gli animi. E il seducente principe d'Absburgo, entrato in Milano colla giovane, bella sposa, Carlotta del Belgio, si gettò subito a una vasta opera di pacificazione, di concordia, di affetto tardivo.... ahimè quanto tardivo!... Si desidera sapere fino a qual punto arrivò l'intelligente e geniale generosità dell'arciduca Massimiliano, che doveva finire poi così lugubremente sotto il piombo messicano?... Nella loggia del Palazzo ducale a Venezia, si stavano collocando i busti dei veneziani più illustri; e Massimiliano d'Austria fece erigervi il busto del doge Andrea Gritti, che avea tanto combattuto un altro Massimiliano d'Austria, l'imperatore Massimiliano I, promotore della famosa Lega di Cambrai contro la Repubblica di Venezia! Il busto del doge Andrea Gritti (opera dello scultore Luigi Borro), reca quest'epigrafe dettata dallo stesso arciduca Massimiliano: “ANDREA GRITTI — PROVVEDITORE POI DOGE — SCIOLSE LE SPIRE DELLA LEGA MACCHINATA IN CAMBRAI. — MASSIMILIANO I RESPINSE — E DA UN DISCENDENTE DELL'OSTEGGIATO MONARCA — EBBE QUI ONORE D'IMMAGINE — NATO NEL 1454, MORTO NEL 1538 — DALL'ARCIDUCA FERDINANDO MASSIMILIANO D'AUSTRIA.„ — Si poteva immaginare tratto più cavalleresco e più simpatico?... Come resistere a omaggi tanto amabili resi ai nostri grandi?... Eppure, tranne rare eccezioni di alcuni, che troppo amaramente scontarono le proprie illusioni, i Lombardi e i Veneti (gloria a loro!) seppero resistere.
Camillo Cavour aveva ben ragione di temere di quest'uomo, che, come Alessandro Manzoni diceva di Massimo d'Azeglio, era “nato seducente.„ Tanto più ne temeva, poichè allora, proprio allora, il grande ministro apriva trattative con Napoleone III per un ajuto delle armi francesi alle armi del Piemonte, affine di espellere una buona volta, e per sempre, gli stranieri dalla terra lombarda e dalla Venezia.
Da Torino, Camillo Cavour mandava consigli, ch'eran ordini, a Milano, perchè i Lombardo-Veneti non solo resistessero a tutte le belle lusinghe arciducali, ma rispondessero con atti ostili ai sorrisi di benevolenza e d'amicizia. Egli voleva a tutt'i costi infrangere il sogno, che l'arciduca Massimiliano idoleggiava: quello di fondare un regno lombardo-veneto, protetto dalle ali dell'aquila d'Absburgo, ma autonomo, con ministri proprii, con amministrazione propria, circoscritta nei confini della Lombardia e del Veneto. Il conte di Cavour cominciò col mandare da Torino a Milano, Emilio Dandolo, il fratello d'Enrico, morto ventenne all'assedio di Roma, e anch'esso combattente in quella lotta sanguinosa. Camillo Cavour parlò a Emilio Dandolo così: “Dite ai vostri amici che facciano mettere di nuovo Milano in stato d'assedio! Tirate delle sassate alle sentinelle, scrivete su tutt'i muri: Viva l'Italia!„ E, subito dopo, il conte di Cavour inviò a Milano un altro patriota, il conte Cesare Giulini Della Porta, uomo di forte senno politico, e ascoltatissimo, collo stesso mandato: “Fate mettere Milano in stato d'assedio!„ Lo scopo del Cavour era semplicissimo: far vedere all'Europa che l'Austria era un elemento di disordine in Italia, e che doveva perciò esserne espulsa.
Quello fu un momento storico, vitalissimo per l'Italia; e il salotto della contessa Clara Maffei, guidato dall'imperturbabile Carlo Tenca, direttore del Crepuscolo, illustrato da Emilio Visconti-Venosta, da Cesare Giulini, da Tullo Massarani, da Antonio Lazzati, da Giuseppe Finzi.... quel salotto, focolare d'agitazione, oppose all'arciduca d'Austria la resistenza più tenace, più inesorabile: diffondeva la “parola d'ordine„ nella città, nella provincia, e, mercè Giovanni Visconti-Venosta (fratello d'Emilio) e d'altri animosi, organizzava con audacie incredibili l'emigrazione dei giovani delle città e delle campagne; — incessante, grandiosa emigrazione nel Piemonte; avvenimento, voluto anche questo da Camillo Cavour; il quale sperava di porgere nuovo incentivo all'Austria perchè essa, per la prima, dichiarasse guerra al Piemonte, sembrando così, agli occhi dell'Europa, la vera provocatrice.[144]
E intanto avveniva un fatto glorioso, che la storia della civiltà scrive a caratteri d'oro: Camillo Cavour e Napoleone III fondavano, d'accordo, un nuovo diritto pubblico d'Europa: il diritto della nazionalità. Fin dal 16 novembre del 1848, lo statista piemontese lanciava sul Risorgimento, l'animoso giornale di Torino, sacrosante parole che fanno pensare ai bei versi dell'Aleardi:
Iddio con immortali
Caratteri di monti e di marine
Ha segnate le patrie.
“La natura (scriveva il Cavour) ha voluto che le nazioni conservino le loro autorità speciali, che rispettino a vicenda i confini, le abitudini, le lingue, che si amino e non si fondano, che vivano ciascuna da sè e non sieno violentemente accozzate e asservite. Napoleone, il gran maestro di mezzi energici, credette che con eguale facilità si potesse vincere una battaglia sul ponte di Lodi e cancellare una legge della natura. Tutto gli arride un momento, e tutto si piega davanti a lui. Distrugge i troni nemici e dispensa novelle corone, calpesta le masse, ride de' sapienti, forza a suo modo fino il commercio e l'industria; ma nel momento in cui pare vicino a stringere nel suo pugno la monarchia universale, una manovra sbagliata sul campo di Waterloo sopravviene a scoprire che tante fortune non erano se non lo splendore di una meteora, trascorsa la quale doveva apparire la verità semplice e nuda quanto l'isola di Sant'Elena.„
Ma non solo il salotto Maffei: un altro salotto milanese, quello di don Carlo d'Adda, l'incrollabile sabaudo, spiegava la politica della resistenza.
Il padre di Carlo d'Adda era uno dei tanti figli di Febo d'Adda, al quale Giuseppe Parini consacrò l'ode Alla Musa. Devotissimo all'Austria, avea sposata la figlia d'un eccelso personaggio austriaco. Ma, non ostante l'educazione imperiale, Carlo d'Adda seguì le tradizioni del patriziato liberale lombardo, onorato da un Federico Confalonieri e dagli altri patrizii del Conciliatore. Alto, magro, come Massimo d'Azeglio, risoluto come l'autore d'Ettore Fieramosca, Carlo d'Adda diceva ciò che avea nel cuore: pensava ad alta voce. In Carlo Alberto, egli tenne fede, anche allora che questo “Amleto dell'indipendenza„ come per primo lo definì il Mazzini, ondeggiava in un nuovo cupo monologo d'“essere o non essere„. Immaginarsi con quanto ardore Carlo d'Adda si pose all'opera allorchè dal figlio di Carlo Alberto e da Camillo Cavour trasse sicuri affidamenti per la liberazione d'Italia! Come nel salotto Maffei, si raccoglieva l'alta borghesia e parte dell'aristocrazia lombarda intorno al Tenca e alla contessa Clara; così, nel salotto d'Adda, in via del Giardino (ora via Alessandro Manzoni) si raccoglieva quasi la stessa società, intorno a don Carlo d'Adda e a donna Mariquita d'Adda, figlia del principe Pio Falcò, spagnuola di nascita, rara bellezza, dai bruni capelli opulenti. Il salotto d'Adda non contava i martiri del salotto Maffei; ma era quello che respingeva inesorabile gl'inviti alle feste di Corte che, con grazia, inviava a quei cavalieri e a quelle dame l'arciduca Massimiliano. Nel salotto Maffei, si cospirava più pensosi che ridenti: nel salotto d'Adda, si cospirava fra le celie di buon genere. Nei bellissimi occhi della piccola, esile contessa Clara Maffei, lampeggiava il fuoco del patriottismo a tutta prova; ma quegli sguardi si velavano anche spesso di lacrime al pensiero dei cari amici incarcerati nelle fortezze dell'Impero austriaco: ella sentiva tutt'i dolori degli altri, e soffriva ancor più se non poteva consolarli. Donna Mariquita d'Adda, al pari del marito Carlo, respingeva le tristezze, e brillava per lo spirito caustico che passava la pelle: una vera Clorinda delle facezie originali e pungenti, ch'ella lanciava, come dardi, contro i nobili irresoluti, contro coloro che ondeggiavano fra la volontà del Cavour e le lusinghe di Massimiliano. Nella sala di casa d'Adda (sala rossa, il cui color fiammante si confondeva col colore della perla) si riunivano anche parecchi eminenti patriotti del salotto Maffei, Emilio e Giovanni Visconti-Venosta, Cesare Giulini, Ruggero Bonghi, Emilio Dandolo; i quali si scambiavano la parola d'ordine con Carlo d'Adda, col marchese Carlo Ermes Visconti. — Alberto Visconti d'Aragona e i Trivulzio, i Trotti, i Litta, i Somaglia, i Resta.... tessevano concordi con essi una vasta, fitta rete di cospirazione, della quale ogni filo era pensato, coordinato, diretto a uno scopo ben preciso. E quali somme si versavano per ajutare l'emigrazione, che crebbe come le onde d'un torrente e divenne un fiume! I giovani della miglior società diedero il buon esempio, e partirono, pronti alla guerra.
Ma, anche in quest'opera abilmente politica e necessaria, Giuseppe Mazzini intervenne per iscompigliare le fila di Camillo Cavour. L'agitatore disapprovava l'emigrazione e voleva fermarla per non privare (egli andava dicendo a Benedetto Cairoli e ad altri fidi) la Lombardia di giovani braccia, atte a una nuova rivolta!... Non era dunque ammaestrato abbastanza da tanti disgraziati, lagrimevoli suoi tentativi?... Pur troppo, non s'accorgeva delle verità che gli andava ricantando Gustavo Modena, così devoto a lui, ma così sincero!... Volendo alludere a tutt'i tentativi infelici, a tutt'i funesti errori mazziniani, il sommo attore definiva l'agitatore ligure con una delle sue solite beffarde parole: lo chiamava pesta-l'-acqua.
Intanto il Mazzini volle penetrare, sotto mentite spoglie, a Milano per impedire qui, sul posto, l'emigrazione in Piemonte di Casa Savoja. La polizia austriaca seppe subito della venuta dell'agitatore; ma non fu capace di scoprire dove ei si fosse annidato. E come potea, essa, infatti, sognarsi che il temuto rivoluzionario se ne stava a Milano, protetto da un impiegato della stessa polizia?... Il Mazzini alloggiava, infatti, in via Lanzone, in casa del commissario di polizia Zanetti, occulto amico dei nostri.
Quel grande, sventurato idealista, s'accorse alla fine che, contro l'opera pratica di un Cavour, contro l'emigrazione crescente nulla poteva; e disparve.
La principessa Cristina Belgiojoso, riacquistati gli averi, partecipò largamente, come l'usato, al nuovo contributo patriotico. Tornata a Milano, preferì d'abitare in mezzo a' suoi contadini di Locate, operando anch'ella per raggiungere al più presto gli scopi di Camillo Cavour. D'intesa col grande ministro (che il vecchio principe di Metternich dal suo triste, silenzioso ritiro definiva il “solo diplomatico d'Europa„) la principessa Belgiojoso cominciò a scrivere, allora, in francese, una storia di Casa di Savoja, coll'intento di rendere simpatica questa dinastia alla corte di Napoleone III e alla Francia stessa, dove la causa italiana, tranne l'imperatore e pochi altri, non risvegliava certo, allora, ardori eccessivi....
Il libro non potè uscire che nel 1860.[145] L'autrice dichiara subito, nella prefazione, d'avere scritto questa storia collo scopo di sostenere il proprio partito monarchico, e che non ebbe tempo di cercare nuove fonti storiche, nuovi fatti, nuove circostanze: si accontenta di riferire soltanto ciò che ha trovato in altri autori. Nella Casa di Savoja, ella scorge una protetta del Cielo; una dinastia prescelta dalla Provvidenza per compiere un supremo disegno di giustizia.
Un critico italiano, che all'erudizione accoppiava la clemenza dei giudizii e la genialità dello stile, Eugenio Camerini, profuse fiori di lodi sull'Histoire de la Maison de Savoie della Belgiojoso:
“La principessa si lascia andare alla corrente dei fatti, e così i politici come i militari le vengono descritti con evidenza e rara efficacia. Ai momenti solenni in cui l'italianità dei fini di Casa Savoia emerge più chiara, ella li nota, tornando tosto all'incanto delle sue narrazioni, che ci rinnovano una storia cento volte detta. Un arguto scrittore, che tiene del Carlyle (Carlyle un poco annacquato), ha preso lo stesso assunto che la principessa, e si fece lodare poco in Inghilterra e nulla in Italia. Egli non ha saputo vedere e rendere il drammatico dei fatti, nè ha penetrato molto a fondo le loro ragioni. Clorinda ha vinto Tancredi. Ma in questa donna si accoppiano con mirabil tempre l'affetto, l'immaginazione e la perspicacia. La Principessa ha il dono del raccontare. Ella, come la Gloricia ariostesca, disegna in terra una nave, e la fa levare, nella più splendida pompa e gloria a' suoi incanti.„[146]
E mentre di nuovo cospirava, mentre scrivea l'Histoire de la Maison de Savoie, Cristina Belgiojoso, per rallegrare i mesti tempi, allestiva nel teatrino della propria villa di Locate spettacoli di commedia, ai quali invitava giovani dame e cavalieri della società milanese. Recitava ella stessa, col poeta Ippolito Nievo!... L'autore di racconti campestri ritratti dal vero, il più genuino dei manzoniani col romanzo ciclico Le Confessioni d'un ottuagenario portava riverente ammirazione alla grande patriota; le era amico. Il Nievo s'arruolò poi con Garibaldi e combattè coll'eroe sui colli lombardi; fu uno dei Mille, e, a soli ventinove anni, sparì, naufrago, nelle profondità del Tirreno. Burbero il suo aspetto, burbere le sue parole, burberi i suoi modi; ma l'animo suo, sotto la rude scorza, chiudeva tesori di affetti e di delicatezza. È curioso conoscere (non è vero?) un Ippolito Nievo attore-dilettante alla vigilia della mitraglia, dell'olocausto!... La principessa gli affidò la parte del protagonista nel Sior Todaro brontolon, del Goldoni; parte che si adattava bene al Nievo; se non che, questi, altissimo, toccava col capo il soffitto del teatrino di Locate: un brontolon lunghissimo; ma il solo che, come padovano, pronunciasse a dovere il dialogo di papà Goldoni.
Oh, ma non commedie bensì tragedie, sanguinose tragedie erano ormai imminenti sui campi lombardi!... Tutta l'aria fremeva di guerra. L'arciduca Massimiliano partì colla sposa, richiamato a Vienna dalla Corte, che, stretta ai vecchi diritti della corona, e gelosa, temeva che Massimiliano raggiungesse il suo scopo, non più segreto, di costituire un Regno Lombardo-Veneto, ponendosi egli a capo, egli re!... E quello fu un bel momento d'esultanza per Camillo Cavour! Il grande ministro del Piemonte diede una gran rifiatata; e rise ben di cuore al nuovo errore grossolano, commesso dalla diplomazia di Vienna. Ritirare un principe di generosi ideali, che avea già pensato a un ministero d'italiani, a una Gazzetta italiana e che, col tempo, avrebbe forse vinto molte ostilità!... Quale sbaglio politico per l'Austria! e quale fortuna per l'Italia! E il Cavour trascinava intanto Napoleone III alla guerra dell'indipendenza italiana!...
Una memoranda sera avemmo nel teatro alla Scala. Si rappresentava Norma del Bellini. E Guerra! Guerra! si canta nel magnifico coro fremebondo. E Guerra! Guerra! urlano tutt'i nostri nella platea, nei palchi, alzando e agitando minacciose le braccia verso la loggia di proscenio, a destra, dove sta seduto il generale austriaco Gyulai; il qual Gyulai di scatto balza in piedi, e, pestando la sciabola contro il pavimento, urla anch'esso, inferocito, Guerra! guerra! — e tutti insieme scattano in piedi gli ufficiali austriaci dalle bianche tuniche, che, per vecchio uso, occupano serrati le due prime file di poltrone nella platea; e battono anch'essi furiosi le punte delle sciabole contro il suolo, gridando unanimi Guerra!... Ed è un fragore, un uragano di urli, di trombe, di colpi di tamburi, un inferno; e Guerra! Guerra! si ripete ancora da tutti. Sì: guerra!... Ecco Magenta!