XX. Dopo la battaglia di Magenta.

Particolari della battaglia di Magenta. — La liberazione di Milano. — Memorabile serata nel teatro alla Scala. — Battaglie di Melegnano, di San Martino e Solferino. — I feriti accolti nelle famiglie. — Carme d'un soldato francese. — Carmi di una poetessa inglese. — Camillo Cavour in casa della Belgiojoso. — Massimo d'Azeglio governatore di Milano. — L'Italie, giornale politico, fondato dalla Principessa. — Altre pubblicazioni politiche di lei. — La visione dell'Italia futura.

Una battaglia orrenda; una strage, il cui pensiero fa fremere.... Uno sterminio; e ai feriti mancavano i soccorsi. Non vi erano ambulanze; la Croce Rossa non era spuntata ancora; e nulla la suppliva in quella Magenta, oscuro villaggio lombardo, divenuto d'improvviso famoso sulla terra per la vittoria di Napoleone III, di Mac-Mahon, de' suoi soldati, per l'ajuto possente del nostro Manfredo Fanti, liberatori di Milano!...

Il 4 giugno 1859! Giorno di lacrime in mille e mille famiglie dell'Impero austriaco e della Francia; giorno di ebbrezza pei Lombardi.

Napoleone III avea fissato quel giorno per impadronirsi della riva sinistra del Ticino.... Dov'è il secondo corpo d'esercito di Mac-Mahon?... Seguito dall'esercito di Vittorio Emanuele II, deve portarsi a Turbigo sopra Boffalora e Magenta; mentre la divisione dei granatieri della guardia deve occupare la testa del Ponte San Martino e il terzo corpo d'esercito, quello del maresciallo Canrobert (magnifico tipo di soldato), deve avanzarsi sulla riva destra per passare il Ticino nello stesso punto. Questi forti, votati al cimento, son pronti; son pronti i soldati francesi allo squillar delle trombe, al rullar dei tamburi: e lampeggiano le sciabole brandite e i fucili, all'aurora che sorge placida e maestosa, quasi benedizione solenne a tanti sposi della gloria e della morte.

L'imperatore dei Francesi è là, al ponte San Martino, circondato dai granatieri della guardia: egli comanda tutto l'esercito suo, e frena a stento un impeto: è pallido. Pensa ei forse a Napoleone I che, in altre battaglie, si scagliò contro lo stesso nemico?... L'ungherese generale d'artiglieria Gyulai, dal viso di gatto, sembra tranquillo: a lui è affidato dall'imperatore Francesco Giuseppe II il comando di tutte le armi austriache: ed egli spera ben di tagliare l'esercito francese del Ponte San Martino, isolando così tutti i nemici che passeranno il fiume. Ma il generale Regnaud di Saint-Jean d'Agély, comandante in capo della guardia, slancia la brigata Wimpffen contro Boffalora; e tutti i generali che agiscono a' suoi ordini e i soldati si lanciano al conflitto, che non volge loro propizio. Ecco il generale Clerc!... Mentre guida gli zuavi della guardia alla carica sopra Ponte Vecchio, cade ferito a morte; il generale Wimpffen è ferito al volto; il generale di divisione Mellinet ha due cavalli uccisi sotto di sè, ma persiste e sostiene per quattro ore gli attacchi dell'austriaco, finchè arriva il maresciallo Canrobert colla brigata Picard; e giungon, rapide come folgori, le divisioni Vinoy, Renault, Trochu. Il villaggio di Ponte Vecchio è preso e ripreso sette volte. Mac-Mahon, il predestinato della vittoria, s'avanza con le due colonne, ch'ei comanda, da Magenta a Boffalora; ma da questo villaggio del Ticino gli Austriaci, vedendosi incalzati, sono ormai usciti gettandosi quasi tutti su Magenta.

Magenta si tramuta in una fornace di fumo, di schianti, di urli, di fuoco. In varie case, gli Austriaci son penetrati, e dalle finestre, dai tetti si difendono come eroi scaricando i fucili. Ah, i corazzieri moravi, i fanti Paumgartner dalle tuniche bianche ornate di verde! i cacciatori boemi dal cappello piumato e dalla tunica grigia! e i terribili cacciatori tirolesi Kaiser Jäger dall'infallibile Stutzen! Una palla dei tirolesi, trincerati come in un forte nella casa Giacobbe, atterra il generale francese Espinasse, che sta attaccando il villaggio; e una fila di mitraglia ecco fulmina la casa; i tirolesi resistono ancora, ma ne devono uscire; e là, sulla porta, gli zuavi, a uno a uno, li scannano colle bajonette, per vendicare il loro comandante. Ferocie inenarrabili divampan fra i soldati irruenti, selvaggi dell'Africa. È un correre di zuavi dai larghi pantaloni rossi; è un rosseggiar d'Algerini e di sangue. Un torrente di sangue scende dai gradini d'una angusta, rustica scala dove gli Algerini son volati all'assalto; e il generale Auger, comandante l'artiglieria del 2º corpo, fa collocare in batteria sulla strada ferrata quaranta cannoni, che vomitan di fianco e di traverso lo sterminio sugli Austriaci fuggenti: è un tuonare d'inferno, è una strage orrenda e inutile; perchè Mac-Mahon già in pugno stringeva la vittoria e i fuggiaschi si potean rendere facilmente prigionieri!... Ma all'Auger, geloso degli allori di Mac-Mahon, premeva d'acquistare anch'egli la sua corona; ed è corona di barbaro. Già, all'attacco della fattoria di Cascina Nuova, che precede il villaggio, millecinquecento Austriaci, dopo un leonino combattimento d'ambe le parti, avean cedute le armi; e la loro lacera bandiera era stata presa sul cadavere del colonnello.... Squillano ancora le trombe, ancor rullano i tamburi annunciando la vittoria latina. Le tricolori bandiere francesi corrono insieme colle tricolori bandiere italiane; perchè il nono battaglione dei bersaglieri, che forma la testa della divisione Fanti, e quattro pezzi di cannoni nostri, arrivati a Magenta sul tramonto, son tornati d'ajuto possente; onde Mac-Mahon invia dal suo cavallo al nostro Manfredo Fanti (che passa silenzioso) un nobile saluto.

L'imperatore Napoleone III rimane rattristato a tanto olocausto di vite; e sale pensoso su un campanile per esplorare la campagna che deve essere irrigata ben presto da nuovi torrenti di sangue.

A Magenta, e nei dintorni, ben novemilacinquecento caduti seminano dei loro cadaveri il suolo; e Milano riceve dal generoso soccorso delle spade francesi e dal Fanti la luce della libertà sospirata.[147]


Durante la battaglia, i Milanesi avevano udito un rombo lontano.... Alcuni eran saliti sulle guglie del Duomo.... La trepidazione, l'angoscia, agitava tutti.... Sulla sera, un uomo a cavallo comparve a Porta Vercellina, e lanciò a un gruppo di gente che gli corse incontro queste parole: “Gli Austriaci son vinti!...„

Verso le otto della sera, cominciano ad apparire nel sobborgo milanese di San Pietro in Sala i primi carri di feriti; mucchi di Austriaci e di Francesi, convogli che tracciano il loro cammino con strisce di sangue sulla polvere della via. E la processione lugubre dei carri continua e dura tutta la notte nelle tenebre, rotte appena da pochi lumi semispenti, difesi da carte oliate e pendenti dai carri lenti, lenti. E la processione dura tutta la mattina dopo; ed è accompagnata dai gemiti dei feriti, degli amputati. Arrivano pesanti omnibus carichi di feriti; e i soldati meno colpiti vengono a gruppi, o soli, a piedi, colle pallide teste, colle mani, col petto a mala pena fasciati dai contadini: alcuni procedono sorretti dal braccio d'erculei popolani, che sotto la scorza del loro schietto carattere lombardo, celano commozione profonda.

Nei sobborghi e nella città, è una grande compassione, pur in mezzo al giubilo delirante per la vittoria. Molte famiglie accolgono i feriti francesi, e più di qualche sala è tramutata in corsia d'ospedale: i feriti austriaci vengono portati all'Ospedale Maggiore. Duemilaquattrocento feriti!... E, in pochi giorni, arrivano a diecimila: perchè molti sono inviati dalle cascine suburbane dove, sulle prime, son stati accolti alla peggio. Nell'ospedale di Sant'Angelo, i feriti austriaci devono essere portati via dalle stanze dove giacciono i feriti zuavi, perchè questi, di notte, si alzan dal letto e vanno a percoterli. Lungo è l'elenco dei morti, assai lungo!... I soldati morti nell'ospedale di Sant'Angelo, vengon registrati nei volumi della parrocchia di San Marco. Quanti nomi di caduti, francesi ed austriaci! Quanti nomi di lontani, ignoti villaggi dei due vasti imperi in quei funebri registri!... D'un cadavere, nulla si sa: non il nome, non il reggimento, non la nazione. È stato trovato tutto ignudo (il solo così) sul campo di battaglia.

I soldati austriaci, rimasti a Milano, si schierano in Piazza Castello: in fretta, agglomerano insieme i loro bagagli e fuggono.... È il 5 giugno: data memoranda, che segna la fine di tanti dolori, di lunga schiavitù; e il municipio di Milano, alle ore due pomeridiane di quel giorno stesso, proclama con un manifesto l'annessione della Lombardia al Piemonte. Per l'aria risuonan canti, risa, discorsi concitati di giubilo tra uomini che prima d'allora non si eran mai visti, e diventati amici, fratelli in un lampo. I Milanesi sono tutti sulle strade, come nelle Cinque Giornate; e, nella mattina dell'8 giugno, per il maestoso Arco del Sempione (degno di Roma) e per l'ampio Foro Bonaparte, che ricorda il primo Napoleone, ecco entrano solennemente a Milano, al suon delle campane, fra grida d'entusiasmo indicibile, l'imperatore dei Francesi e re Vittorio Emanuele II a cavallo, seguiti dal secondo corpo d'esercito e preceduti dal distaccamento delle cento guardie e dagli zuavi, la cui musica suona, in cadenza dei passi trionfali, un inno. Vittorio Emanuele II cavalca alla sinistra del formidabile alleato, ed è lieto: Napoleone III è triste in mezzo al trionfo e alle rose che piovono sul suo cavallo. Il vincitore della battaglia, Mac-Mahon, nominato sul campo duca di Magenta (e se avesse perduto sarebbe stato fucilato perchè fece tutto il rovescio degli ordini ricevuti!) è anch'esso coperto di fiori che volan dalle finestre, dai balconi fra grida di Viva l'Italia! Viva la Francia! Appresso a Mac-Mahon, cavalca il generale Mellinet, colui ch'ebbe due cavalli uccisi sotto di lui. Egli reca alle gote la cava traccia d'una palla che a Sebastopoli gliele trapassò da parte a parte....

Ma in quello stesso giorno, gli Austriaci, vinti, si fortificano a Melegnano. E il duca di Magenta vi manda subito, per ordine dell'imperatore, il primo corpo d'esercito, comandato dal maresciallo Baraguey d'Hilliers, quello che non avea avuto l'onore di prender parte alla battaglia di Magenta. E, a Melegnano, ecco un'altra vittoria!


Quale spettacolo al teatro alla Scala nella sera del 10 giugno!... Un ricordo quasi fantastico. Nel palco reale, si presentano Napoleone III e Vittorio Emanuele II, col podestà dalla fascia tricolore, nominato il giorno innanzi, conte Luigi Barbiano di Belgiojoso. Al loro apparire, tutti, tutti nella vasta sala prorompono in un applauso frenetico, interminabile. Le signore, nei palchi, in abbigliamenti di suprema eleganza, risplendenti di giojelli e di sorrisi, tutte in piedi. Le acclamazioni, le grida: Viva la Francia! Viva l'Italia! continuano a lungo, mentre l'orchestra suona la fanfara reale e l'inno imperiale francese. Vittorio gira intorno lo sguardo imperioso e audace, infondendo in chi lo ammira l'impressione del vero re-soldato: Napoleone III, impassibile a tanta festa dei cuori riconoscenti, guarda con occhio velato e obliquo, rivolgendo solo qualche buona parola al nuovo podestà, Luigi Barbiano di Belgiojoso, che, in piedi, sta attendendo gli ordini. Nei palchi, colle nostre dame, si vedono parecchi ufficiali francesi, nuovi alle bellezze italiane.... Chi bada allo spettacolo, ai cantanti dell'opera?... Di tratto in tratto, nel silenzio dell'assemblea, scoppia irrefrenabile, unanime, un grido di gioja.

Una simile festa, nello stesso teatro, dopo una battaglia simile a quella di Magenta, era stata celebrata in mezzo a clamori di gaudio, il 16 giugno 1800, con un altro Napoleone Bonaparte: coll'“inclito eroe e liberatore dell'Italia„ come lo chiamava il Marliani, in un manifesto ai Milanesi. Il nemico sconfitto dalle armi francesi nel 1800 era lo stesso: l'austriaco. La battaglia: Marengo. E Napoleone III, col nobile ajuto prestato agl'Italiani, riparava in parte alle colpe, ai delitti commessi dallo zio verso di noi: dello zio che avea venduto il Veneto all'Austria, che avea sacrificato alle proprie ambizioni sanguinarie, migliaja di giovani vite italiche nella Spagna, fra i ghiacci della Russia, dovunque il despota avea bisogno di “carne da cannone„ onde il lamento e lo sdegno del Leopardi:

Pugnan per altra terra itali acciari!

Napoleone III, presidente della repubblica francese avea fatto spegnere tante nobili giovinezze italiche nella repubblica romana, per ridonare il poter temporale al conte Mastai Ferretti, che nella disgraziata insurrezione di Romagna del 1830 gli avea salvata la vita facendolo fuggire; ma sui campi lombardi, il sovrano francese riparava a quella strage.

La principessa Cristina Belgiojoso non si trovava nella storica serata della Scala: era ancora a Parigi. Ma ben presto venne a salutare la bandiera italiana nella gioconda, libera Milano sua.

Ell'avea raccomandato, ai congiunti qui rimasti, un ufficiale francese suo amico: il visconte Raimondo de Rivière, capo squadrone nel genio.

“Il solo pensiero che mi amareggia questa guerra (scriveva ella al marchese Alberto suo fratellastro) è il timore che gli accada una disgrazia; e il pensiero di ciò che sarebbe di sua moglie e de' suoi tre bambini, se fosse ad essi tolto. Basta: spero in Dio che ci sarà serbato; e mi conforta il saperlo in parte dove ho parenti, e dove non sarà trattato come straniero!„

Alla principessa premeva di rivedere Napoleone III e di ringraziarlo della promessa di Londra, ora splendidamente mantenuta. Sì, splendidamente, chè, ben presto, un'altra battaglia sanguinosa si combatte dai Francesi e dai nostri a Solferino e a San Martino. Dopo la battaglia, altri settemila dugento feriti arrivano a Milano! La cittadinanza ne è avvertita; e più di trecento carrozze, riccamente allestite, rischiarate da fanali, e alcune condotte da gentiluomini della più antica aristocrazia, stanno alla stazione per raccogliere i feriti e portarli agli ospedali o alle loro proprie case. Una doppia ala, formata da guardie civiche impedisce la ressa, la confusione, protegge il libero cammino degli equipaggi: di questi, molti vanno lenti lenti, per non offendere con brusche scosse i moribondi. Ecco sfilano.... passano.... e la folla prima rumoreggiante, ora tace impietosita.... Le torcie, tenute dalle guardie civiche, rischiarano la tragica scena.


Dopo Solferino, Napoleone III troncò, purtroppo, la guerra dell'indipendenza italiana ch'egli avea solennemente promesso di condurre fino all'Adriatico per liberare Venezia; pur troppo, firmò la pace di Villafranca, che gettò nella desolazione i Veneti e i Lombardi stretti in un solo, forte nodo d'affetto fraterno. Perchè quella pace frettolosa, dopo tanta vittoria?... Ora sappiamo ciò che allora i più ignoravano del tutto: Napoleone III fu costretto a troncare, d'un tratto, la guerra contro l'Austria e rimandar sollecito le truppe in patria perchè i Prussiani, approfittando del momento, minacciavano le frontiere francesi.

Parton da Milano le truppe alleate, e sono affettuosissimi addii!... Interprete del sentimento cittadino, Tullo Massarani scrive in idioma francese un caldo saluto ai partenti su foglietti che vengono distribuiti a migliaja, e accolti con festa. E un povero soldato francese dell'89º reggimento di linea, Emanuele Augusto Roche, manda alla luce un opuscolo poetico: Le passé, le présent et l'avenir, dédié aux Milanais. Non sono precisamente versi sfolgoranti come quelli di Vittor Hugo; ma che importa?... Come vibran d'onor militare! come ardono d'affetto verso l'Italia! Alla povera Venezia, lasciata in catene colla pace di Villafranca, il poeta-soldato esclama commosso:

La paix de Villefrance a laissé dans les fers

Le Lion de Saint-Marc, cet époux de la mer.

O Venise! Tu pleures et ton indépendance

Et ta splendeur passée! Tes rêves d'espérance

Semblent évanouis! Relève ton courage,

Regarde l'avenir!...

Compte aussi sur les fils de cette noble France!

Tu possèdes déjà tous les vœux de leur cœur![148]

Nobile e caro fratello! O soldato dell'89º reggimento di linea, Emanuele Augusto Roche, non solo combattente per noi, ma anche poeta per noi!... Che ne è avvenuto di te, o gentil valoroso, dopo qual sacro anno di vittorie latine? dopo il 1859?...

Altri canti di muse straniere si elevarono allora per noi, ch'eravamo elemento di generosa commozione nei cuori sublimi. Elisabetta Barrett Browning, la poetessa inglese che chiama Italia “our Italy„ la nostra Italia; colei che pianse in Mother and Poet (Madre e poetessa) i due ricordati figli di Olimpia Savio, ufficiali d'artiglieria, morti l'uno a Gaeta, l'altro ad Ancona, e cantò di loro: “Morti! uno d'essi ucciso presso il mare a oriente — l'altro ucciso all'occidente presso il mare„; quella appassionata, libera Browning, “il cui aureo verso (come disse il Tommaseo) fu anello fra Italia e Inghilterra„; inneggiò a Napoleone III in Italia; fremette in versi di fuoco alle “prime notizie di Villafranca„; e delineò una fulva lombarda, “dama di Corte„ del 1859, al letto dei feriti in un ospedale; innocuo errore, perchè in quell'anno, in quei momenti, non v'eran dame di corte lombarde (nominate dopo); ma è vero (e quanto!) il fondo della lirica, eco del tempo. L'anima di quella dama immaginata dalla Browning rispondeva all'anima delle nostre dame. Eccola in un ospedale (forse nell'Ospedale Maggiore, sì orribile?...); eccola tra i feriti nei giorni della pace di Villafranca:

E andando andando, venne a un letticciolo

Dove pena un garzon, veneto sangue:

Ahi, non dice soltanto il proprio duolo,

Ma il fallir d'una speme il volto esangue!

Stette ella un pezzo, e in lui fiso lo sguardo,

Un nome iva cercando, che non venne:

Se non che il ciglio, men del labbro tardo.

Due gran lagrime amare non rattenne.

Lagrime sole per Venezia? Un detto

Non le uscì, no, ma fremebonda, in fronte

Stampò un bacio piangendo al giovanetto,

Come baciasse del Signor le impronte.[149]

La principessa Cristina accorre da Parigi a Milano, e trova nell'ospedale di Sant'Angelo colui che avea raccomandato con tanto calore ai parenti, il suo amico di vent'anni, il visconte Raimondo de Rivière. Egli è ferito gravemente, per una palla toccata a un ginocchio nella battaglia di Melegnano. I chirurghi temono di doverlo amputare; ma l'operazione, per fortuna, è scongiurata; e l'infermo a poco a poco guarisce, felice di vedersi vicina al proprio letto la principessa, ch'egli avea per tanti anni visitata, e chi sa? forse adorata anch'egli, a Parigi, nel celebre salotto di lei! La principessa gli sorride; lo conforta con parole amorevoli; lo rallegra con celie. La consolatrice non è più seducente come un giorno. Eppure l'incesso della gran dama si serba squisitamente signorile e dignitoso. I grandi occhi lanciano ancor lampi alteri; e le linee del volto, ancor più accentuate che nel passato, dinotano pur sempre la tenacità del volere.

Le feste succedevano intanto alle feste. Frequenti i sontuosi balli in patrizie famiglie. Spettacoli magnifici alla Scala. Enrico Heine non avrebbe trovato nel fulgido teatro neppure uno dei pallidi cospiratori d'un giorno, da lui descritti nei Reisebilder.[150] Tutti sembianti giulivi.... e cuori espansivi! Non più ufficiali austriaci, guardati come irreconciliabili nemici, ma ufficiali italiani, corteggiatori.... e corteggiati.

A tante feste, la Belgiojoso di rado partecipava. Una sera, comparve colla figlia Maria nel salotto affollatissimo della contessa Maffei, in una di quelle elette riunioni, dove la maldicenza era vietata, dove l'ingegno otteneva un culto elevato.... Ivi tornavano molti esuli....

Quando Vittorio Emanuele II, il vincitor di San Martino e di Palestro tornò a Milano e aprì le sale del Palazzo reale a ufficiali feste di ballo, la principessa Belgiojoso, l'illustre patriota, non venne neppur invitata. Fu un errore del cerimoniere di Corte?... Ella ne sorrise; e fu subito compensata della visita che le fece Camillo Cavour nella casa Antona-Traversi (in via del Giardino), dove allora ella avea preso in affitto un appartamento. Invitò ivi a pranzo il Cavour che si mostrò graziosissimo e spiritoso colle signore; fra esse la marchesa Luigia Visconti d'Aragona. Pareva, che l'anima di Cavour brillasse tutta ne' suoi occhiali, tanto impassibile era quel volto; pure, di tratto in tratto, un geniale sorriso si disegnava su quelle sottili labbra come nel ritratto che l'Hayez dipinse e che oggi si ammira nella Galleria municipale d'arte a Milano.

Camillo Cavour disse alla marchesa Luigia Visconti d'Aragona:

— Sa, marchesa? Io ho letto parecchie sue lettere.

— Come, Eccellenza?... Io non ho mai avuto l'onore di scriverne a Vostra Eccellenza.

— Non a me, ma a sua cognata la marchesa Giulia Rorà, di Torino. Quelle sue lettere parlavano della società milanese.

— Mio Dio?... Se avessi saputo che un Camillo Cavour le avrebbe lette, avrei cercato di scriverle un po' meglio....

— M'interessavano molto.

Parlavano, infatti, della società milanese, circuita dalle cortesie dell'arciduca Massimiliano. Nulla sfuggiva al sommo ministro. Anche, a Milano si metteva, prima dell'alba, allo scrittojo e segretamente riceveva egregi gentiluomini milanesi, che interrogava sul passato e sul presente,

Massimo d'Azeglio ammirava anch'egli Camillo Cavour; ma ne approvava in tutto la politica?... L'autore dell'Ettore Fieramosca, dopo il disastro di Novara, aveva spianata la via al Cavour, ma non s'accordava sempre colle vedute di lui, specialmente per la questione romana.

Nel 13 febbrajo del 1860, Massimo d'Azeglio venne mandato governatore a Milano, nella cara città che, negli anni più baldi e più felici, gli aveva elargito due allori in una volta: di romanziere e di pittore. Oggi, i romanzi e le pitture del d'Azeglio hanno perduto di pregio; ma valgono quali documenti d'un'epoca, nella quale la penna e il pennello lavoravano concordi a servigio de' patrii ideali.

Massimo d'Azeglio, in conversazione, non rideva mai. Lasciava cader qua, là, le sue ironie, le sue facezie più o meno pungenti, rimanendo impassibile. Era amico della Belgiojoso, che lo stimava grandemente per il suo fermo carattere, e non si sarebbe mai permessa con lui gli sprezzanti atteggiamenti che adoperava con altri, i quali pretendevan di sfoggiare con lei lo spirito.... che non possedevano.


Dinanzi ai rapidi, grandiosi fatti, che si svolgevano nel nostro paese, la Belgiojoso palpitò ancora dell'antica passione: della politica. Troppe questioni capitali (come quella del papato) sorgevano nel tumultuoso formarsi dell'unità italiana; e la principessa sentiva il bisogno di esprimere le proprie idee; sopratutto, sentiva il dovere, come italiana della vigilia, di continuare l'opera sua fra le classi dirigenti. Fondò allora un grande giornale politico quotidiano, L'Italie, che cominciò ad uscire nel martedì 2 ottobre del 1860 a Milano (presso la tipografia Boniotti), avendo per redattore-capo Léonce Dupont, fino giornalista, che scriveva gli articoli di fondo, i così detti primi Milano, saturi di senno e di quell'erudizione storica, indispensabile pei raffronti dei fatti e per le origini di tante questioni. Svolgendo la raccolta di quella prima annata dell'Italie, troviamo lunghi e frequenti articoli firmati: “Cristina Trivulzio Belgiojoso„. Qualche volta, fra la principessa e il suo redattore-capo sorge cortese polemica sulle questioni capitali, come si può vedere nei primi numeri dell'ottobre riguardo alla necessità dei congressi europei in luogo di guerre devastatrici. Léonce Dupont risponde all'illustre collega che non sempre i congressi sono efficaci: se si fosse riunito un congresso avanti la guerra del 1859, si avrebbe avuta, forse, la liberazione della Lombardia?... E se si fosse riunito un congresso dopo la pace di Villafranca, si sarebbero ottenute le annessioni?

L'Italie (nelle cui colonne la Belgiojoso emulava, con minor brio, ma con più compostezza e saggezza, la prosa dell'antica sua rivale madama de Girardin) aveva l'aspetto e il contenuto dei grandi giornali di Parigi. Ricco il notiziario di tutti gli Stati d'Europa; ma neppure una parola di cronaca milanese, tranne i manifesti del municipio e l'annuncio degli spettacoli teatrali: le bazzecole municipali non erano, infatti, assorbite dagli avvenimenti prodigiosi e febbrili di quei giorni? Nella sera del 2 ottobre 1860, uscì a Milano (e anch'essa per cura principale della Belgiojoso) un'Italia, ridotta di formato, e in italiano. L'edizione francese parlava all'Europa; l'edizione italiana parlava ai Milanesi.

Chi può pensare che l'intrepida pubblicista trattò sull'Italie persino l'arduo tema della legge dei Comuni, e quello sulla convenzione franco-italiana, che nel 1864 agitava gli animi e le penne?...

Ma l'Italia, sopraffatta à Milano da altri giornali cittadini in italiano, languì presto: e il 15 ottobre dello stesso anno, scomparve. Invece, la maestosa Italie vigoreggiò a Milano sino a tutto il 13 febbrajo del 1861; nel qual giorno si trasferì a Torino, sede, allora, del Parlamento. Infatti, non più nella liberata Milano, bensì a Torino ferveva ormai, di nuovo, il centro della vita politica italiana; ed ivi l'Italie continuò ad uscire ogni giorno, trasportando poi i penati nelle capitali di Firenze e Roma. E, a Roma, l'Italie vive tuttora.

Nessuna difficoltà spaventava la principessa. Nessuna meraviglia, adunque, se pubblicò anco un lavoro sulla politica europea. L'opuscolo Sulla moderna politica internazionale, osservazioni di Cristina Belgiojoso, dimostra la necessità che, in Italia, si formino abili diplomatici.[151]

Prima di quell'opuscolo, l'enciclopedica donna ne avea pubblicato un altro, scritto in un'estate nella pace di Venezia: Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire.[152] La Belgiojoso non si preoccupa degli errori e delle sventure della patria; ella confida nell'avvenire con una fede che nessuno de' suoi amici poteva neppure tentar d'offuscare con un solo dubbio; altrimenti, com'ella lo feriva d'acerbe canzonature! La stessa disfatta di Lissa (sulle prime non creduta da lei, come impossibile, poi ammessa nel silenzio del più cocente dolore e fra lagrime amarissime ben rare nelle sue pupille) quella stessa atroce disfatta navale finisce.... col rassicurarla perchè (ella dice) “già l'Italia è corredata d'una forte marina!„ La pittura che la Belgiojoso (con istile bonario) fa delle varie provincie italiane, prima dell'unità, è triste, ma vera.