IV.
Ulrico
(si è gettato a sedere su una panchetta. È stanco, torvo, scarruffato, smagrito. Ha le guance incavate. Ha negli occhi l'incandescenza stramba d'un tizzo ardente su cui si spruzzi, con alterna persistenza, acqua e petrolio. — Il monocolo destinato all'occhio piú guercio gli pende, da un laccio, sul petto.)
Francesco
(osserva la fisonomia di lui. Ne è conturbato. Dissimula, scherzando) E cosí?... Che n'è del programma di ficcare il naso nei fatti miei e d'essere il mio medico cotidiano, all'uso giapponese? Ai primi fiaschi della tua psicoterapia naturalistica, mi hai abbandonato?
Ulrico
Ho dovuto servire il signor me stesso in questi giorni. E sono stati giorni angosciosi.
Francesco
(intuisce, continua a dissimulare.) Tuttora angosciato sei.
Ulrico
Io immagino già la conclusione d'un tuo prevedibile predicozzo. Mi ronzano già nell'orecchio le tue parole: — «Non c'è modo di cavarsela, mio caro Ulrico. Abolisci l'amore, con i suoi tormenti e con i suoi pericoli d'ogni sorta? Caschi dalla padella nella bragia. La femmina a cui ti attacchi sensualmente può lasciarti in asso, o può crepare, o può sparire senza crepare, e allora, nonostante l'abolizione dell'amore, sei anche tu un uomo spacciato!...» (Con sofferente dispetto) Ah, no! Spacciato no, per tutti i diavoli! L'angoscia dei sensi non è meno passeggera d'una cattiva digestione. Lei mi è piaciuta piú delle altre? Me ne piacerà un'altra piú di lei.
La voce della Suora
(si ode di sfuggita) Mi obbligherete a ricorrere al Direttore...
Francesco
(tende lo sguardo verso l'uscio a sinistra. — Indi, prudente, lo chiude)... Sicché?...
Ulrico
Sei nelle nuvole?... Ti disturbo? Sono di troppo? Ho da andarmene? Ho da liberarti della mia presenza?...
Francesco
Ma, scusa, a che proposito?... Mi è stato tanto gradito il rivederti! Ti ho ricevuto festosamente!... E non ero nelle nuvole quando parlavi. Ero invece attentissimo, e ho compreso quel che dicevi. Ho compreso che sei incappato in un infortunio... a cui non annetti troppa importanza.
Ulrico
... a cui annetto una importanza relativa.
Francesco
Tutto si limita, mi pare, a un episodio, a una parentesi: — le tue dilettazioni di gaudente hanno avuto un arresto momentaneo perché ti è mancata a un tratto Sonia Zarowska. Mi sbaglio?
Ulrico
(stralunando gli occhi) Irreperibile! Assolutamente irreperibile!... Un enigma da far dare la testa nel muro! (Ricorda e racconta:) Mi separo da lei alle nove di sera. Torno alle undici. Entrata libera, come di solito. Illuminazione bianca. Lei, fuori, in giro. Niente di straordinario. Rincaserà tardi? Mi è indifferente. E se non sarà sola, pazienza, me la svignerò, visto o non visto. Nel suo salottino, aspetto un'ora, aspetto due ore, aspetto tre ore. È notte avanzata. Cerco il mio e il suo absinthe. Bevo, ribevo, mi addormento. Mi sveglio all'alba. Lei, ancora fuori. Niente di straordinario. Tuttavia, sono inquieto. Impossibile riaddormentarmi. Fumo, passeggio, apro le finestre, irrompo nel quartierino recondito della padrona, la scuoto nel letto, la strappo dal sonno, le chiedo se dubiti che Sonia abbia preso il volo. La sua risposta è ambigua: «La bionda mi paga giorno per giorno, quindi può andarsene quando vuole.» Dunque, — dico tra me — non è improbabile che se ne sia andata. Ma ritrovo súbito, nel disordine che conosco, la sua biancheria, i suoi abiti, i suoi scarpini, i suoi profumi, i suoi lapis, i suoi cosmetici, e ciò mi rassicura. Ricomincio ad aspettare, con lo sguardo attaccato all'orologio. Il moto delle sfere mi diventa impercettibile. Cosí lento che in non meno di sessanta minuti me ne misura appena uno!... Alle dieci del mattino io sono assalito dal sospetto che Sonia sia stata còlta in flagrante come ladra e messa al fresco. Corro all'ufficio centrale della Questura. Mi appiccico ai funzionari. Li soffoco d'interrogazioni. Il mio sospetto non è punto confermato. Precipito nel buio. E nel buio, senza un barlume che lo attenui, mi do a una caccia affannosa, ininterrotta, vertiginosa, inutile, insensata, che mi stremenzisce, che mi esaurisce. Lo vedi come mi sono ridotto?
Francesco
Lo vedo.
Ulrico
Giorno per giorno, come usava lei, pago la padrona affinché non disponga delle due stanze che lei occupava. Mi reco tutte le sere a visitarle, a guardarle, a sentirle. La sua biancheria, i suoi abiti, i suoi scarpini, i suoi profumi, i suoi lapis, i suoi cosmetici, sono al posto dov'erano, nel medesimo disordine, immobilizzato. Io contemplo e tocco un poco ogni cosa, e bevo gli atomi che se ne distaccano. Non riesco a proibirmelo, ma... ti confesso che ne provo una importuna malinconia. (Gli passa sulle pupille un velo di lagrime inconsapevoli.) Ho ritardato a venire da te... perché avevo ritegno di mostrarmiti in queste condizioni. Oggi, ho superato il ritegno... e sono contento d'essere venuto.
Francesco
(vincendo un'esitazione) Sonia Zarowska è qui.
Ulrico
(con un violento stupore, si alza.) È qui?! È qui, con te?!
Francesco
È nel mio Ricovero, nel mio ospedale.
Ulrico
Ed hai tanto aspettato a dirmelo?!
Francesco
Mi premeva anzitutto di sapere quale effetto avesse prodotto in te... la dispersione della tua donna. E aggiungo, francamente, che dopo di averlo saputo, se avessi sperato nella possibilità di celarti ch'ella è qui, te lo avrei celato.
Ulrico
Ma come?!... Me lo avresti celato!
Francesco
Te lo avrei celato per scansare lei dai tuoi tentativi di riavvicinamento.
Ulrico
Un'angaria! Una crudeltà!
Francesco
No, Ulrico.
Ulrico
Una crudeltà, sí, una crudeltà da sbirro, una crudeltà da carceriere!
Francesco
Non avventare di queste sciocchezze, e ascoltami.
Ulrico
Io domando in qual modo si è potuta impigliare nelle tue grinfie! Il tuo indirizzo io non gliel'ho dato. Chi te l'ha condotta? Chi l'ha costretta a recarsi da te?
Francesco
(severo) Se mi ascolti, la tua curiosità sarà soddisfatta.
Ulrico
(stentando a contenere la collera, maltratta il cappello. — Risiede su una seggiola presso il tavolino.)
Francesco
(sedendo poco discosto da lui) Nessuno l'ha costretta. Nessuno l'ha condotta. Si recò da me spontaneamente. Il mio indirizzo, suppongo, lo apprese da un tale che capitò lí, da lei, la sera famosa in cui mi obbligasti a restare in sua compagnia. Costui ebbe agio di leggere la mia carta di visita per un incidente che non ti raccontai perché non era necessario raccontartelo. Quella sera, la pietà, che, sincera e anche soccorrevole, non tardò a succedere in me al disgusto, la riempì d'una intontita ammirazione mista a una specie di caparbia fiducia e ad una esagerata gratitudine.
Ulrico
(con una vivacità comprensiva) Perciò quella sera la trovai eccezionalmente distratta, eccezionalmente sviata!
Francesco
Stammi attento, e non m'interromperei
Ulrico
Ammirazione, fiducia, gratitudine! Tutte cose mai provate da lei!
Francesco
Mai provate, ne sono convinto come te, ed erano, forse, l'abbozzo vago di una nascitura facoltà mentale. Un che di analogo si riscontra in un bambino il quale abbia notato per la prima volta — che so?... — una fiaccola, un albero, un lembo di mare, un volo di uccello. Ma è ozioso vangare, ora, nel campo delle induzioni. Il fatto è che una mattina — quella, di certo, in cui tu persistevi nell'attesa dopo l'attendere di una notte interminabile — mi si presentò qui in preda a un parossismo straziante. Usciva, indubbiamente, da una lunga orgia. Era satura di alcool. Tra il nero del bistro i suoi occhi incavernati avevano un luccicore vuoto di sguardi. Tra gli avanzi dei colori posticci apparivano le due macchie paonazze degli zigomi accesi e il livido delle labbra gonfie. Contro il letargo che le invadeva le membra lottava in lei come un bisogno di non cedere ad esso; e contro lo scompiglio del suo pensiero semispento lottava la sua volontà fissa di ottenere il mio soccorso. In questa duplice lotta si dibatteva spasimando. Pareva una povera bestiola idrofoba in agonia!
Ulrico
(soggiogato da quella visione, balbetta:) La volontà fissa di ottenere il soccorso tuo! Perché non quello d'un altro?
Francesco
Perché non un altro le aveva ispirata mai la fiducia a cui ho accennato. L'idea che soltanto io potessi prestarle soccorso era già da lei fermamente acquisita. Oltre di che, ritengo che quel signore dal quale fu letta la mia carta di visita le abbia forniti degli schiarimenti sulla mia professione e sullo scopo di questo Ricovero. Che la demenza cerchi da sé la soglia d'un manicomio è meno insolito di quanto si creda.
Ulrico
(rintuzzando con pervicacia) Sonia Zarowska non era una demente!
Francesco
Era una demente tranquilla, inerte, chiusa nelle forme apatiche della sua corruzione, dei suoi vizi, della sua mania di rubare. Poi, se è vero che un po' di luce sia sopravvenuta a solcare quella sua demenza compatta, appunto questo spiracolo di percezione deve aver mutata la demente tranquilla in una demente agitata, paurosa, impaurita di sé stessa. Ed eccola, in un accesso di agitazione, in una crisi di paura, rivolgersi, anelante, verso il rifugio, verso il manicomio e verso colui del quale conobbe la pietà. (Breve pausa.) Ora, l'agitazione è cessata, ed è cessata la paura. La demente agitata non c'è piú. E non c'è piú, neppure, la demente tranquilla. Il nemico è stato dominato sommergendo in una atmosfera di gentilezze e di caste idealità le losche abitudini contratte, delle quali non si colgono che rare e quasi puerili reminiscenze in qualche parola, in qualche gesto, in qualche atto fugace. Ma non m'illudo che sia la salvezza definitiva. Io temo che il ricordarle vivamente le attrattive ch'ella esercitava su i corrotti e su i corruttori, e su te piú che su gli altri, possa fare in lei ripullulare d'un súbito l'antico veleno non del tutto eliminato. Questa è la ragione per la quale mi sono preoccupato della eventualità che tu la riavvicinassi. Ma, giacché sei rimasto molto impressionato da quanto ti ho esposto, la mia preoccupazione dilegua, e fido in te. Mi prometti di non tentare di riavvicinarla?
Ulrico
(dolorosamente brusco) Non te lo prometto! Non te lo devo promettere!
Francesco
(si percuote un ginocchio, e si leva, infastidito.)
Ulrico
Promettere per non mantenere non sarebbe da galantuomo. E promettere per mantenere, nel caso mio, sarebbe una imbecillità. Riguardo alle mie impressioni, tu hai preso un granchio madornale. Le mie impressioni sono precisamente opposte a quelle che mi hai attribuite. Ciò che mi ha impressionato, ciò che mi ha fatto e mi fa fremere di dolore e di sdegno è che la ostinata stoltezza ideologica, tra cui si aggira la demenza tua, sia riuscita a sconnettere la vita naturale di quella donna e a strappar lei al suo nulla, alla sua pace, alla sua indipendenza, al suo destino — nel quale io mi dissetavo!... Ma, per fortuna, la tua opera è tutt'altro che compiuta. Rilevo questa buona notizia dai tuoi timori. (Ride il suo vecchio riso divenuto piú acre:) Eh eh eh eh!... «L'antico veleno»?!... Parole convenzionali! A chi nuoceva il cosí detto veleno?... Non a lei! Non a nessuno! E a chi nuocerebbe se tornasse a possederla?... A me, intanto, arrecherebbe un gran bene, restituirebbe il bene che ho perduto. E tu mi chiedi che io rinunzii alla speranza che questo si avveri dopo che i tuoi stessi timori mi hanno incitato a sperare?... Non ci rinunzio, no, non ci rinunzio! Io la voglio vedere. Io le voglio parlare. E ti consiglio di astenerti dall'ostacolarmi!
Francesco
(recisamente) Non è inopportuno, Ulrico, che io consigli te di astenerti dal trascendere!
(Un filo di pausa.)
Ulrico
(quasi pentito — si modera.) Se trascendessi, ne avrei poi un rammarico piú penoso del tuo. Evvia, Francesco! Accontentiamoci un po' reciprocamente. Cediamo un po' tutti e due. Tu accondiscenderai a che io — magari sotto la tua sorveglianza — abbia un colloquio con lei, e, per parte mia, ti garantisco che non mi affaticherò punto a riconquistarla al suo passato. (Traspare ch'egli esprime una temperanza momentanea.) Mi limiterò a interrogarla sulle sue sensazioni attuali, sulle sue intenzioni per l'avvenire, e il risultato di questo colloquio, da cui sarà stimolata la sua sincerità, potrà servire, a guisa di scandaglio, anche a te. Misurerai il valore dei tuoi criterii, la portata dei tuoi metodi. Apprenderai se, dal tuo punto di vista, ella sia già guarita o almeno avviata a guarire o se il mutamento verificatosi non sia che effimero e occasionale. Dovrai riconoscere — ne sono sicuro — l'utilità pratica della tua condiscendenza. E cessiamo di sperperare il nostro tempo, te ne prego! Chiamala!
Francesco
(paziente, deferente) Io non ho alcun diritto su lei, alcun diritto su te. Ma è incluso nel mio assunto il diritto di proibire che v'incontriate finché ella sarà qui. Tu la vedrai e le parlerai, altrove, senza ambagi d'impegni e di controlli, quando io l'avrò congedata. Non mi ostino a chiederti una rinunzia della quale non sei capace. T'impongo, bensí, una dilazione per non essere il tuo complice.
Ulrico
(levandosi di botto, con allucinata prepotenza) E io ti risparmio di essere il mio complice, poiché basterò io a chiamarla.
Francesco
(adiratamente) Tu abusi dell'ospitalità che ti è concessa! Bada a quello che fai!
Ulrico
(con uno scoppio di stizza che geme di confessione) Hai avuto, a modo tuo, pietà di lei, e non sai averne di me!...
Francesco
(fervido e leale) Ne ho di te, ne ho di te come di lei, a modo mio!
Ulrico
Sí, sí, abuso dell'ospitalità che mi è concessa. E cacciami via, se questo esige la tua pietà!... (Infrenabile, chiama, sbraitando:) Sonia Zarowska! Sonia Zarowska! Sonia Zarowska!
La voce di Sonia
(lontana e vibrante d'immediata sorpresa) Ulrico! Ulrico!
Ulrico
(investendo Francesco) Hai udito come grida il mio nome nonostante il bavaglio della tua tirannia?
Francesco
(sorgendo con fierezza) Finiscila, adesso! Non tollero piú che tu adoperi un simile linguaggio!
La voce di Suora Marta
(vivacissima) Chiunque sia che vi chiami cosí, restate al vostro posto!
Francesco
(veemente) Lasciatela libera, Suora Marta! Lasciatela andare dove vuole!
Ulrico
(sbraitando piú di prima) Lasciatela libera! Lasciatela libera!
La voce di Sonia
(vicina) Ulrico!...
Francesco
(disdegnoso, a Ulrico) Tu le potrai parlare come meglio ti aggrada. Io non ti sorveglierò! (Fugge per la porta a destra.)