V.
(Agnese e Francesco si dispongono, agitati, perplessi e pur contenuti, all'imminente colloquio.)
Francesco
Anzitutto, entra. (Indica la porta a destra.) Io non ti consento di rimanere sul limite della casa dove hai il diritto d'entrare, dove ho il dovere di farti entrare.
Agnese
Entrerò, Francesco, ma non súbito. Prima che ci riuniscano — come sarà inevitabile — i nostri diritti e i nostri doveri nella casa comune, bisogna che stiano l'una di fronte all'altra, in un'ora che escluda appunto i vincoli dei doveri e dei diritti, due sincerità indipendenti e complete.
Francesco
La sincerità mia ha sempre aspettata la tua. E l'aspetta piú che mai!
Agnese
(si smarrisce nella difficoltà di cominciare a esprimersi. Siede.) Purtroppo, non saprò dire. Non troverò le parole adeguate alla decisione di dirti tutto ciò che esigo sia da te approfondito. È un groviglio di sentimenti, di sensazioni e di idee inestricabile, inesprimibile.
Francesco
Non sono infrequenti i casi in cui non dicono abbastanza le parole. Ma io intenderò piú che esse non diranno se tu hai la ferma volontà ch'io intenda. (Le siede dirimpetto, presso il tavolino.) Fídati, Agnese!
Agnese
... Quale errore, quale errore nella mia fuga! Quale errore nel credere che allontanandomi da te mi sarei liberata dai dubbî tortuosi e dalle indagini prepotenti che la tua esaltazione m'infliggeva!... Quei dubbî e quelle indagini mi raggiunsero, mi perseguitarono, mi dominarono, mi avvolsero: divennero come una rete di acciaio in cui la mia anima fosse rimasta impigliata! Non erano piú nelle tue interrogazioni, nei tuoi occhi, nei tuoi silenzi, ed erano — ahimé, peggio! — in ogni attimo del mio pensiero. Io medesima dubitavo. Io medesima indagavo.
Francesco
(autoritario) Dovevi indagare!
Agnese
Non lo dovevo, Francesco, perché saldamente ricordavo che la mia fedeltà era stata cosí intrinseca ai miei istinti femminili da poter fronteggiare imperterrita le insidie delle piú abili seduzioni, l'assalto dei fascini piú possenti. E ricordavo di piú. Ricordavo... che, nonostante le torture che preparavano il nostro distacco, in una ultima parentesi di ardore, io ti avevo tenuto tra le braccia con l'identica dedizione limpida del mio primo abbandono di sposa!... Ma tu mi avevi comunicato il sospetto che l'infedeltà spunti talvolta fuori dei confini nei quali la considera l'umanità semplice alla quale io appartengo; mi avevi comunicata la febbre di scoprire il seme d'una infedeltà mia fuori delle vie che menano al peccato...
Francesco
(interrompendo) Sono vie che restano ignote a una donna come te.
Agnese
E a furia d'indagare e di dubitare, nella solitudine che contribuiva a farmi cedere alla ossessione, a farmi astrarre dalla prova tangibile della mia innocenza, a cacciarmi in una atmosfera fantastica, simile a quella in cui ho veduto vivere qui tante disgraziate che tu soccorri, io finii con l'accusarmi.
Francesco
(divampando) Di che ti accusasti?... Parla! Di che ti accusasti?...
Agnese
Mi accusai d'una profonda inquietudine per la morte d'un uomo che disperatamente l'aveva voluta.
Francesco
(battendo un pugno sul tavolino) Paolo Gemmi!
Agnese
(ribadisce) Paolo Gemmi.
Francesco
(livido — dilatando le pupille, e in un tono di rapace circospezione) Paolo Gemmi ti amava?
Agnese
(con mitezza) Sí, mi amava.
Francesco
Da lui lo apprendesti?!
Agnese
Lo appresi da lui, attraverso la maschera che egli s'imponeva. Nessun uomo che molto ami una donna da cui non sarà mai amato riesce a dissimularle il solitario amore che lo strugge.
Francesco
Tu sospettasti che per questo suo amore egli si fosse ucciso?!
Agnese
Lo sospettai, e mi fu confermato dal padre, che ne aveva raccolto l'estremo respiro.
Francesco
(attanagliandola) Perché lo interrogasti?
Agnese
Io non lo interrogai, ma le sue lagrime di padre mi vollero consapevole.
Francesco
(col fremito irruente d'una imprecazione) Ti vollero consapevole e t'incatenarono immediatamente all'amore del martire!
Agnese
No, Francesco! Nulla di quanto accadeva in me somigliava alla rievocazione dell'innamorato sparito. Nulla somigliava a un rimorso, a un pentimento, a un rimpianto profferto alla sua memoria. E perciò, anche sotto il martello della tua inquisizione, la mia coscienza permaneva immobile, altera, integra, estranea al lutto inquieto che serbavo. Solamente piú tardi, ti ripeto, solamente piú tardi io potetti accusarmi! Solamente piú tardi, nel mondo irreale, nel mondo della follia che la coscienza mi aveva offuscata lontano da te, lontano dal nido della mia realtà, questo lutto mi parve quasi colpevole! E cominciai da allora a martoriarmi per il martirio di lui, cominciai a compassionare la disperazione che lo aveva travolto, cominciai a trovarmelo dinanzi, in una larva desolata e sommessamente loquace, e le mie stanche veglie e i miei brevi sonni malati si riempivano di panico, di tremore, di lotte...
Francesco
(con l'aspetto e con l'accento di chi subisca i colpi reiterati d'un ferro aguzzo) Ah!... chi mi darà la forza di resistere a queste fitte atroci?!
Agnese
(mutando) Se è vero che ti è possibile intendere piú che le mie parole non dicano, queste fitte saranno cessate fra qualche istante. Cerca di intendere, Francesco, affinché ti sia dato di voltare le spalle a questi fatti che sono cosí effimeri, cosí trascurabili al paragone di quello, solenne, che sto per rivelarti. Il voto, che durante tre anni di unione avevamo nascosto, fervido e pertinace, in una tacita attesa, si era virtualmente compiuto, come per un decreto ammonitore venuto dall'alto proprio alla vigilia della nostra separazione.
Francesco
(in un confuso sbalordimento) Ma che mi racconti, adesso?!
Agnese
Le lotte contro la povera larva del suicida, contro la pietà che ne avevo, contro il suo amore susurrato dalla voce sinistra della morte... furono presto e improvvisamente troncate dalla letizia di un giorno che mi parve il piú luminoso della mia vita!
Francesco
Tu eri madre?!
Agnese
N'ebbi quel giorno la certezza.
Francesco
(con una incipiente esultanza, mescolata al suo travaglio) Agnese!...
Agnese
Cerca di intendere! Cerca di intendere!... Ero madre per te, per te, e dalle viscere materne si diffondeva in tutto il mio essere l'energia sana e trionfante della fedeltà perfetta che l'allucinazione aveva per poco turbata!
Francesco
Sí, questo io lo intendo, lo intendo...
Agnese
Ebbene, il tuo cuore non mi si riavvicina ancora? Non ancora, non ancora mi promette la pace che merito?
Francesco
Sono in un vortice, Agnese!... Troppe emozioni in una volta!... Ti chiedo in grazia una sosta!...
Agnese
Una sosta, no!... Ho lungamente tardato a recarti l'annunzio in cui tanto speravo, perché lungamente ho temuto di perdere le mie speranze facendoti l'astrusa confessione che Dio mi aveva comandata. Ma poi, a un tratto, sono corsa a rischiare queste speranze presa da una avidità subitanea e sfrenata di vedere la mia sorte, di vedere il mio avvenire, del quale tu sei l'arbitro. E, giacché hai udito la confessione e l'annunzio, io ti chiedo impaziente che parli la sincerità tua come ha parlato la mia. Mi assicuri tu che presso la culla della nostra creatura torneranno a congiungerci tutte le ragioni sublimi che un tempo ci congiunsero?
Francesco
(dilaniandosi, prorompe in un doloroso furore) Io vorrei almeno tacere e non me lo concedi!... Vorrei tacere! Vorrei tacere!... Quel morto mi rende implacabile col suo amore sovrumano ed eterno!
Agnese
(sorge in piedi irata e fiera. Indi, la fierezza e l'ira svaniscono in uno sconforto muto.)
(Un silenzio.)
Francesco
(umiliato, balbetta:) So di offendere l'eroismo della tua confessione degna d'una santa. So di calpestare il dono che la tua virtú mi ha portato. (China la fronte con l'umiltà d'un peccatore cosciente davanti ad un altare.) So... di essere abominevole!
(Sonia sguscia di tra gli alberi del giardino; e, nelle pieghe della foschia, resta a origliare. — Ulrico, non visto da lei, la segue, sorvegliandola.)
Agnese
...
(assorta nella sua disillusione, lentamente scandisce:) Sicché: questa la mia sorte, questo il mio avvenire! Accanto a te, senza di te!... Mi rassegnerò. (Scrolla il capo triste.) Ed ecco: entro nella casa «dove ho il diritto di entrare, dove hai il dovere di farmi entrare». (Esce a destra — ammantata di dignitosa tristezza.)