VI.
Sonia
(non ha piú tentato di trattenerlo, non lo ha seguíto con gli sguardi, non si è mossa, ed è rimasta come tramutata in una statua, assorbita dall'insistente volontà di capire. Per lei piú nulla è intorno. — Quella volontà intensa e vana la distacca dall'atmosfera che la circonda, le aliena la vista e l'udito.)
(Nel corridoio si fa buio.)
Una voce di donna
(rauca, assonnata) Buona notte, bionda!
Sonia
(ripete piano e scandite dalla fatica riflessiva alcune parole di Francesco Floriani.)... «Una vita... che non avesse... la sua intima sede... nei sensi...» (Tace.)
(Trasvola nel silenzio il lieve rumore d'una serratura frugacchiata.)
Sonia
(non ode.)
(Si apre appena la porticina misteriosa.)
Ulrico
(s'insinua come un'ombra, il cappello all'indietro, il bavero alzato. C'è in lui un che di sinistro e di buffo.)
Sonia
(non vede.)
Ulrico
(è arrestato dall'atteggiamento di lei. Dopo averla affisata curioso e sbieco, raccorciandosi a guisa di chi cerchi di attraversare una folla inosservato e camminando grottescamente cauto, va verso la parete in fondo, dov'è la chiavetta della complice luce elettrica. La gira, e siede a una seggiola addossata a quella parete.)
(Dalle quattro lampadine che penzolano dal centro del soffitto è piovuto, allargandosi in tutta la stanza, un riverbero bluastro che, mescolandosi con la gazzarra del rosso, suscita un fantastico fluttuare di larve violacee.)
Sonia
(dal rapido diffondersi del riverbero bluastro è stata sottratta alla sua riflessione, quasi che una molla le sia scattata dentro. Volgendosi un po', si accorge della presenza di Ulrico.) Sei qua, tu? Non ti ho visto entrare.
Ulrico
Cos'è? Rammollimento contemplativo?
Sonia
Ero sola. Pensavo.
Ulrico
Il che non ti accade spesso.
Sonia
(genuina) È vero: non mi accade spesso.
Ulrico
Non eri sola, per altro, che da qualche minuto.
Sonia
Difatti, da qualche minuto se ne è andato il tuo amico.
Ulrico
L'ho visto, giú.
Sonia
Che t'ha detto?
Ulrico
Non l'ho interrogato. Mi sono nascosto per non fargli credere che io stessi lí ad aspettarlo.
Sonia
(resta di nuovo astratta.)
Ulrico
E ancora pensi?
Sonia
No.
Ulrico
Ma non badi a me. Che hai?
Sonia
Niente.
Ulrico
(impaziente — e pur mellifluo e postulante) E non ti parla questa luce? Non ti richiama?
Sonia
Sí.
Ulrico
Non mi frodare, dunque, Soniuccia! È l'ora mia.
Sonia
Sono pronta.
Ulrico
Oh, bene! bene! (Si accende una sigaretta.)
Sonia
(è sempre allo stesso posto. — Appare quasi inquieta. Poi, a grado a grado, si trasfigura. Il suo volto assume un aspetto di ebete sensualità con una impronta d'involontario maleficio in agguato. Dalla sua bocca, di cui le labbra combaciano, si stende, mugolata, una sottile esarmonica melodia di sapore orientale, che sembra funebre.)
Ulrico
(sporge la testa di tra le spalle alzate, tira giú il monocolo, e punta su lei, spalancati e cupidi, gli occhi storti.)
Sonia
(comincia a convellersi nei fianchi frementi, nelle braccia alquanto aperte in su, e i convellimenti procaci seguono il ritmo morboso della melodia. — Ma súbito l'inquietudine torna a serpeggiarle in tutta la persona. Il suo volto diviene sofferente. Il ritmo si spezzetta. La melodia si affioca. Le muore in gola. — Ella ristà. Le sue braccia cadono inerti.) — (Con una intonazione di scoraggiamento:) No! No! Stasera, no!
Ulrico
(costernato) Sonia?! (Le va di fronte, vivamente, piú per esortarla che per rimproverarla.) Sonia?!
Sonia
(rammaricandosi) Non avertela a male!. Stasera, no!
Ulrico
(sbalordito) Perché?!
Sonia
(non lo sa, e non sa rispondere.)
Ulrico
(immobile, la guarda.)
Sonia
(come se pregasse per ottenere indulgenza, insiste:) Stasera, no!
Ulrico
(la guarda, la guarda.)
Sipario.
Avvertenza. — Le note del canto; nella pagina 135.
TERZO ATTO
Un vestibolo dall'architettura sobria, pulito, bianco, ridente, un po' claustrale, che, per un ampio vano arcuato, aperto nel centro del muro in fondo, comunica con un giardino, non ricco, ma molto alberato. A sinistra una porta che dà accesso all'interno della Casa di Salute. A destra una porta che dà accesso al quartierino abitato da Francesco Floriani. — Dallo stesso lato un tavolino rettangolare e un paio di sedie. Sul tavolino, un registro, l'occorrente per scrivere, un'anfora con qualche fiore, il quadretto della soneria elettrica. Torno torno al vestibolo, come in una sala d'aspetto, una fila di basse scranne. Dalla volta pende una lampada elettrica.