VIII.

Ulrico

(pronto, febbricitante, inquisitorio, imponente) E che pensi, adesso, di lei? Parlami, adesso! Che cos'è, a giudizio tuo, quello che in lei abbiamo insieme osservato?

Francesco

(vorrebbe distrigarsi dalla preoccupazione. Non ci riesce. — Finge una certa tranquillità.) A me non è parso di osservare nulla che modificasse l'opinione chiara che ti ho manifestata. Su per giú, siamo lí. «Le sue lagrime chiedono ancora aiuto» ha intuito la Suora. E Sonia Zarowska ha confermato. Non significa, in sostanza, che continua a diffidare di sé?...

Ulrico

(con un preciso gesto del braccio che accentua l'indicazione) L'aiuto, per lei, sei tu! Sempre tu sei! Sempre tu!

Francesco

Perdura il fenomeno cerebrale per cui non può scindere l'idea del soccorso dalla mia persona.

Ulrico

(ricordando con significativa acutezza le parole di Francesco) È sorta un'anima in quel corpo strappato agli artigli del vizio e del peccato — e quell'anima è tua! Ecco il segreto di ciò che accade in lei!

Francesco

(come aggredito) Ma quale assurdità asserisci con codesta fatua pretesa di veggente miracoloso?!

Ulrico

Non ribellarti e non ti difendere! Nella mia asserzione non è nemmeno l'ombra d'un sospetto che ti accusi. (Levandosi disperato) È tua, solamente tua quell'anima nuova e pura — pura come se fosse di un'adolescente — , perché tu l'hai fatta sorgere, perché da te ne ha lei ricevuto il soffio e l'alimento. Ed io, io, che per lo sperpero quotidiano del suo corpo non provavo ribrezzo, non rancore, non dolore, non il piú lieve morso della gelosia e anzi ne avevo un cinico compiacimento ributtante di cui mi vantavo, ora sono geloso della sua anima, che tu solo possiedi! È una gelosia infinita che non c'è mezzo di placare o di sopire! E sembra una camicia di spine sottili dalle quali si sia ineluttabilmente penetrati fino al midollo!

Francesco

(ambascioso, esortante, fraterno) Ulrico! Ulrico!... Amico mio! Fratello mio!...

Ulrico

(gettandogli le braccia al collo, dà in una esplosione di pianto puerile.) Della sua anima sono geloso, io, e tu sai, tu sai che non c'è un tormento piú crudele di questo!...

Francesco

Fratello mio!... Fratello mio!...

Sipario.


QUARTO ATTO

Il vestibolo.

Tra il vespero e la sera. — La lampada è già accesa. Nel giardino va addensandosi la notte. Il lembo di cielo visibile, attraverso il vano, sulle chiome degli alberi, va, man mano, avvivandosi di qualche stella.