SCENA III.

Annita

(comparisce, titubante, sul pianerottolo.)

Barbarello

(nel vederla, retrocede, curvandosi un poco in atto di rispetto e cercando di articolare qualche parola, che resta indistinguibile nelle modulazioni stentate della sua voce.)

Annita

(come incoraggiata dalla presenza di Barbarello) È permesso?

La voce di Giulio

(dal cortile) Sì, signorina, è permesso.

Barbarello

(ha in tutto il corpo una contrazione rabbiosa, e, in silenzio, con una velocità e una leggerezza di gatto, fugge nella stanza attigua.)

Annita

(si è voltata verso le scale con un lieve sussulto.) Ma io non so, signore, se Don Fiorenzo sia in casa.

Giulio

Favorisca, la prego. (La raggiunge, le passa davanti ed entra togliendosi il cappello.) Favorisca.... Io l'ho raggiunta apposta per non farla andar via. È vero che lei, viceversa, si è decisa a venir su precisamente perchè ha visto uscire me...; ma spero che non mi vorrà mortificare evitandomi anche nel domicilio di mio fratello. Non merito tanta diffidenza.

Annita

(si avanza cauta ed impassibile sotto quel suo velo di mestizia, cercando vagamente con lo sguardo Barbarello.) Non ho nessuna ragione per evitarla. Ma... se suo fratello non c'è....

Giulio

Fiorenzo è qui accanto, dal suo amico Sebastiano. Non potrà tardare molto.

Annita

Allora, mi farebbe il favore di avvertirlo?

Giulio

Avvertirlo immediatamente sarebbe inutile. So che si tratterrebbe lo stesso. Lo avvertirò fra qualche minuto. Si accomodi, intanto. Se me lo ha detto con sincerità di non avere nessuna ragione per evitarmi, cominceremo, finalmente,... a conoscerci, o, meglio, a rendere più socievole una conoscenza che finora è stata troppo simile alle ombre di questi piccoli boschi e alle asprezze di queste rocce. (Offrendole una sedia) Non vuole accomodarsi?

Annita

Ma sì.... Grazie. (Siede.)

Giulio

(sedendo, dopo di lei, a rispettosa distanza) Veda, è da stamane che io ho pensato: «oggi parlerò con la signorina misteriosa».... L'ho chiamata sempre così.... Non se ne dispiace?

Annita

Non me ne dispiaccio.

Giulio

(celiando) C'era forse la voce del destino nel mio pensiero? Chi sa! Un mese di soggiorno in questi luoghi, dove tutto è piuttosto fantastico e suggestivo, mi fa già credere alla probabilità che ci sia un destino... con la relativa voce. Il certo è che, tornando dalla mia passeggiata mattinale, ho incontrata lei qui presso in uno scorcio angusto che non le consentiva la necessaria disinvoltura per mettersi in fuga come di solito. Non le nascondo che avrei avuta l'impertinenza di rivolgerle la parola se non avessi veduto accoccolato, poco lontano, quel ragazzaccio mezzo ebete e mezzo furbo, che, non saprei dirle perchè, mi paralizza, mi dà soggezione. Ma, anche dopo, «la voce del destino» ha insistito. E, in realtà, ecco che io le parlo e, quel che più importa, lei mi ascolta. (Poi, quasi con umorismo) Cioè.... Mi ascolta o non mi ascolta?

Annita

Sì, l'ascolto.

Giulio

Come può ascoltare la «signorina misteriosa»!

Annita

(sorride appena.)

Giulio

(vivamente) Ha sorriso?!

Annita

No.

Giulio

Io le assicuro che lei ha sorriso. Ha sorriso poco poco poco, ma ha sorriso. Ho visto, in un attimo, come passare un lumicino dietro i vetri chiusi di una piccola finestra oscura. Un lumicino che passa! Le pare nulla? Deve pur esserci la mano che lo ha acceso. E dunque non è addirittura insperabile che la stessa mano conceda d'illuminare la finestretta di una luce meno scarsa e meno fugace. Che non sia facile ottenere questa concessione, è perfettamente giusto; ma sono qua io per fare del mio meglio. «L'importuno vince l'avaro». Lei non lo immagina nemmeno come io sappia essere importuno!... E forse io non immagino... come lei sappia essere avara. (Mutando) Avara, del resto, di che?... Rifiuterebbe, per esempio, di dirmi, intanto,... il suo nome?... Non altro che il suo nome... di battesimo?

Annita

Sì.

Giulio

E perchè?

Annita

(severa, ma involontariamente graziosa) Perchè, certo, lei lo sa già.

Giulio

(con affettata energia) Nego assolutamente! E poi... in che modo avrei potuto saperlo? Chiedendolo — mettiamo — al postino che le reca la non abbondante corrispondenza?

Annita

Forse.

Giulio

Il postino mi ha calunniato! E, difatti, se lei mi dicesse un nome falso, ci crederei e mi lascerei ingannare.

Annita

(con semplicità, come per troncare cortesemente) Io mi chiamo... Annita.

Giulio

(di scatto) Ma questo è il nome vero! (Tappandosi immediatamente la bocca con le dita) Uh!... che bestia!

Annita

(sorride di nuovo.)

Giulio

Ha sorriso un'altra volta?!... Ha sorriso un'altra volta?!... Dio, che contentezza!... (Alzandosi) Mi affretto a chiudere il mio primo conticino di importuno perchè non voglio rischiare di guastarmi il successo. In meno di cinque minuti, due sorrisi e il nome: è un successo inaspettato, è un successo enorme! Sì, il nome lo avevo già carpito al postino: questo è naturale; ma non so che cosa avrei dato per udirlo pronunziare da lei. Non ho dato che una minuscola bugia, e l'ho udito. Ora sì che posso dire di conoscerlo! Il nome di una donna non è veramente il suo nome che come essa medesima lo pronunzia. E lei, signorina, lo ha pronunziato deliziosamente. «Annita»!... Ha prolungato un po' quell'i, lasciando poi cadere l'ultima sillaba. A me è parso... l'espressione melodica di una lontana stella cadente. (Con genuina delicatezza — impacciandosi alquanto — muta ancora.) E adesso lei potrebbe sorridere per la terza volta, ma io,... a dirgliela schietta,... no, non ne sarei troppo sodisfatto. Anzi..., veda,... ne avrei un senso di sconforto. Non sorride?... Glie ne sono molto grato.... Vado ad avvertire mio fratello.... A rivederla, signorina.

Annita

(celando un moto intimo di sollievo, contraccambia freddamente il saluto:) A rivederla.

Giulio

(oltrepassa la soglia in fondo, e, sogguardando Annita, si avvicina all'uscio accanto. Sta per entrare nella casa di Sebastiano, ma si ferma. Preferisce di non entrarci. E resta sul pianerottolo, chiamando:) Fiorenzo!... Fiorenzo!... (Pausa) C'è qui... la signorina che voleva parlarti quel giorno.... L'ho vista entrare e sono tornato indietro per riceverla. Ti attende. (Poi, per avere il pretesto di soffermarsi ancora, sempre sogguardando Annita, che non lo vede, si dispone ad accendere una sigaretta.)

Annita

(al lieve stridore del fiammifero stropicciato sulla scatola, ha come un leggero urto e, senza volere, si volta — per un istante solo.)

Giulio

Mio fratello viene sùbito, signorina.

Annita

(non ha nemmeno un gesto di ringraziamento.)

Giulio

(dopo avere accesa la sigaretta, accoratamente rassegnato, discende le scale.)

(Qualche nota del suo consueto motivetto zufolato si allontana con lui.)