SCENA IV.

Don Fiorenzo

(contenendo, nell'entrare, la vivissima velocità del passo) Eccomi a lei, signorina....

Annita

(si alza, inchinandosi umilmente.)

Don Fiorenzo

No.... Resti comoda, resti comoda.... Sederò anch'io.... (Mette una mano sulla spalliera di una sedia. La presenza di Annita gli ha rinnovata, molto più profondamente, l'impressione che provò quando la vide fra la piccola folla dei suoi poverelli. Insiste ancora perchè ella risegga.) Mi faccia il favore.... (Appena Annita acconsente, egli si lascia cadere sulla sedia a cui si è appoggiato.) Questa visita, signorina, se non mi sbaglio, è una visita procrastinata di circa un mese.

Annita

Sì, reverendo. Quel giorno, il suo congedo mi scoraggiò.

Don Fiorenzo

(osservandola e scrutandola con intensità) Era un congedo momentaneo....

Annita

A me parve addirittura... d'essere scacciata. E non so davvero come oggi io sia riuscita a vincere il mio scoraggiamento.

Don Fiorenzo

Fui frainteso. Lei capitò in una giornata eccezionale. Non potetti darle udienza, ma le dissi — ricordo bene —: «la mia porta è sempre aperta». E, guardi: (indicando la porta) non era una frase. Un sacerdote, specie in un villaggio, deve, nei limiti del possibile, togliere di mezzo tutti quegli ostacoli che possono... far ritardare coloro che sentono la necessità di rivolgersi a lui. Una porta chiusa non cessa di essere un ostacolo nemmeno quando ci sia una mano pronta ad aprirla, giacchè, in ogni caso, è un divieto che bisogna mutare in consenso. Il divieto di entrare nella mia casa non c'è... per nessuno.

Annita

(ascolta, compunta e raccolta.)

Don Fiorenzo

Deploro, comunque, di aver contribuito, benchè senza volerlo, all'equivoco che l'ha trattenuta finora.

Annita

Il torto è mio. Non avrei dovuto ritardare.

Don Fiorenzo

Voglio credere... che il ritardo non le abbia troppo nociuto.

Annita

Nociuto, no; ma... in questo lungo mese....

Don Fiorenzo

Parli.... Parli liberamente, signorina!

Annita

... è stato anche più triste, è stato anche più pauroso del solito il mio vagabondaggio.

Don Fiorenzo

(intento a udire ogni più intima vibrazione della voce di lei) Più pauroso del solito?!... Evidentemente, il suo vagabondaggio non è che una agitazione, una inquietudine del suo spirito smarrito....

Annita

Sì.

Don Fiorenzo

Una inquietudine che arriva fino alla paura?!

Annita

Sì.

Don Fiorenzo

Ma... perchè?... Perchè?... Si spieghi....

Annita

Se si cammina nel buio... senza nessuna guida....

Don Fiorenzo

(cercando d'indovinarla, di definirla) Lei teme... ciò che non vede....

Annita

Sì.

Don Fiorenzo

Teme l'ignoto....

Annita

Sì.

Don Fiorenzo

Il che significa che lei non è sorretta dalla fede religiosa. Non sarebbe forse questa, signorina, la causa vera del suo pánico?

Annita

Non credo.

Don Fiorenzo

Soltanto chi manca di fede religiosa può aver paura dell'ignoto, che è poi, in altri termini, quello che minacciosamente si nasconde nella realtà della morte.

Annita

(con una improvvisa animazione) Ma di quello che si nasconde nella realtà della morte io non ho paura! Io ho paura di quello che si nasconde nella realtà della vita.

Don Fiorenzo

(sorpreso, la guarda, acuendo sempre più la sua osservazione.) Lei, signorina, distingue due cose che, per noi cristiani, ne costituiscono una sola nell'unica aspirazione della salvezza dello spirito. Dai pericoli della vita che passa, noi siamo preservati e difesi appunto dalla stessa luce divina che rischiara l'eterna vita futura. Il suo istinto, del resto, glie lo ha già detto, visto che lei si reca a chiedere il consiglio di un sacerdote.

Annita

Io chiedo a lei... più che il suo consiglio. Io chiedo... la sua protezione.

Don Fiorenzo

La chiede a me, suppongo, come la chiederebbe a chiunque porta, non indegnamente, questo abito.

Annita

No.

Don Fiorenzo

.... Non capisco....

Annita

.... Quando lei mi scòrse, inaspettata, fra i suoi poverelli, io, naturalmente,... non le potetti dire la verità.

Don Fiorenzo

Mi accennò di essere venuta quassù per una ordinazione dei suoi medici....

Annita

I medici avevano creduto opportuno di consigliarmi un'aria piuttosto elevata e un soggiorno tranquillo, ma la scelta del luogo l'avevo fatta io.

Don Fiorenzo

(si sorveglia con ferma volontà per non lasciar trapelare la sua crescente emozione.)

Annita

Ero ben certa di trovare quassù chi avrebbe saputo proteggermi.

Don Fiorenzo

Non avrà avuta la ingenuità — mi scusi l'espressione un po' aspra — di lasciarsi attrarre dalle stolte fantasticaggini popolari.

Annita

Che pensa?!

Don Fiorenzo

E allora, qual'è l'origine di una così strana certezza?

Annita

A me è stata messa nell'anima... da mia madre.

Don Fiorenzo

(in un trasalimento che lo irradia e lo trasforma) Voi, dunque, siete Annita?!... Ma sì!... Voi siete Annita! Siete Annita!... Siete la bimba di cui ho carezzata la testolina d'angelo sulla spalla della mamma tenerissima!... Io mi ostinavo a dubitarne, mi ostinavo a non crederci, ma pure l'avevo udito... l'avevo veduto... perchè della mamma voi avete la voce, voi avete la fisonomia: tutta la sua fisonomia avete, appena mutata... come l'avrebbe potuta mutare un pittore interpretandola a modo suo.... (Frenandosi, padroneggiandosi) Oh, io l'ho conosciuta la mamma!... L'ho conosciuta... molto tempo fa. Poi... non ci siamo più incontrati; ma... me ne ricordo bene. Come potrei non ricordarmene? Fummo, per più di un anno, buoni amici. E comprendo che anche ella possa talvolta essersi ricordata di me. Ciò che non mi spiego ancora è che vi abbia designata la mia povera persona come una specie di rifugio; ciò che non mi spiego ancora è la vostra ansia di cercarmi,... la vostra ansiosa richiesta di protezione.... (assalito da cento timori diversi) .... poichè la circostanza che vi tiene lontana dai vostri genitori è senza dubbio temporanea, è senza dubbio passeggera....

Annita

Mio padre abbandonò la casa quando io ero adolescente per andare non so dove... non so con chi,... e mi ha dimenticata. La mamma... è morta. (Si copre con le palme delle mani gli occhi, che aspettavano di poter piangere.)

Don Fiorenzo

(sente il colpo nel centro del cuore: — sente dissolversi. Ma gradatamente si costringe a un contegno insospettabile. Pare che s'impietrisca: e il pianto che gli è vietato traspare come un'onda interiore di lagrime dal volto diafano e immoto.)

(Un lungo silenzio.)

Annita

Proferì il nome vostro, che io non avevo udito mai nè da lei nè da altri, qualche momento prima di morire. Mi raccomandò di non rivolgermi che a voi se un giorno io mi fossi sentita troppo sola e avessi avuto bisogno di un appoggio.... Era il delirio dell'agonia, ma le poche parole con cui mi fece questa raccomandazione uscirono limpidamente dalla sua bocca che quasi sorrideva.... «È un santo uomo» — mi disse ella in ultimo —: «vedrai che non si rifiuterà di aiutarti.» E, dicendo così, aveva lei il viso d'una santa. Com'era bella! (Piange ancora. Poi, un poco più serena:) Per circa tre anni ho aspettato inutilmente che la necessità m'insegnasse il modo di bastare a me stessa. Non mi mancavano i mezzi di sussistenza perchè la mamma ci aveva, alla meglio, provveduto; ma dentro di me non ho trovato nulla di ciò che serve per essere libera, per essere forte. Ero vissuta del suo respiro.... E da quando il suo respiro mi fu tolto, io non sono stata che una cosa inerte, un fragile oggetto qualunque gettato sul lastrico di una strada per la quale tanta gente, tanta gente passava! Se uno di quei passanti avesse abbassata la mano in atto di raccogliermi, io non avrei saputo prevedere nè avrei saputo domandargli che ne volesse fare di me,... e, forse,... mi sarei anche lasciata prendere.

Don Fiorenzo

(cercando le parole e misurandole in una pavida tensione di pensiero) La povera moribonda non poteva avere nessuna ragione per chiamare me in vostro soccorso; ma... nel vaneggiamento delle agonie... parla spesso una volontà superiore a tutte le ragioni umane. A questa volontà io obbedisco. — Eravate vissuta del respiro di vostra madre, che fu... una donna sublime...: possa io riescire a serbarvi sempre degna di vivere della sua memoria. (S'accorge di non resistere più. Tace, temendo di tradirsi.)

(Si ode giungere dalle scale lo zufolìo di Giulio: sempre lo stesso motivo, ritmato questa volta con dolcezza triste. — Lo zufolìo si avvicina. — Egli attraversa, con andatura pigra, il pianerottolo, gettando lo sguardo nella camera, e continua a salire, zufolando.)

Don Fiorenzo

(ripigliando lena, si alza, affinchè il colloquio non si prolunghi) .... E, per oggi, abbiamo detto abbastanza.... Non è già che anche oggi io mi permetta di congedarvi, ma vi chiedo bensì licenza di ritirarmi.... Ho una specie di stanchezza qui, (si tocca l'occipite) che esige un po' di riposo....

Annita

(alzandosi con mite premura) Ve ne prego....

Don Fiorenzo

Da domani, voi potrete contare sulla mia affettuosa assistenza.... Preferiremo il raccoglimento della chiesa, dove... l'ausilio della sicura serenità... mi rende meno perplesso nel compiere i miei doveri.

Annita

Come vorrete.

Don Fiorenzo

E siate tranquilla, ora.

Annita

Sono tranquilla.

Don Fiorenzo

A domani, Annita.

Annita

A domani. (Resta lì, incapace di allontanarsi, invasa da una convinta devozione come innanzi a un altare.)

Don Fiorenzo

(ancora raffrenandosi, ma con l'urgenza di nascondersi, va alla porta della stanza accanto, l'apre sùbito pur cercando di moderare la fretta, e, poichè sta già per essere preso da un capogiro, si precipita dentro e richiude.)

Annita

(lo ha seguíto con gli occhi devotamente pietosi, e, adesso, in un atteggiamento di mestizia calma e soave, si avvia, lenta, verso il fondo. — Sulla soglia, si ferma, quasi non volesse uscire. — Sporge il capo. — Guarda giù per le scale. — Non vede nessuno. — Prosegue.)

(Appena ella è uscita, torna a risuonare, fiocamente, l'invariato zufolìo di Giulio. — Quelle note insistono, insistono, fioche e monotone, nel silenzio che incombe.)

(Sipario.)

ATTO TERZO.

La medesima camera.