SCENA IV.

Giulio

(sulla soglia in fondo, con affettuosità contenuta) Fiorenzo!...

Don Fiorenzo

(oscillando in tutto il corpo, si padroneggia) Avvicìnati, Giulio.... Hai fretta, lo so; ma qualche minuto me lo potrai dare. È appena l'avemaria.... Alla stazione di Castellammare, in carrozza, ci si arriva bene in due ore e mezzo....

Giulio

C'è qui Annita che non osa entrare....

Barbarello

(rasentando il muro, scivolando sullo stipite, esce.)

Giulio

(al passaggio di lui, con un moto di ribrezzo, se ne è scostato.)

Don Fiorenzo

Annita non osa entrare?!... Perchè?... Le do soggezione?...

Giulio

(volgendosi indietro) Animo, Annita! Vieni! (Avanzandosi e parlando con garbata riservatezza) Tu non dài soggezione a lei, Fiorenzo, come non ne dài a me. Ma tutti e due ricordiamo, nè tu hai potuto dimenticare, che ci avevi proibito di oltrepassare quella soglia.

Annita

(è entrata, senza troppo avanzarsi. — Porta un breve paltò semplicissimo, ma quasi elegante, e un piccolo cappello da viaggio. La veletta che le copre il viso le nasconde un po' l'espressione di estrema stanchezza e le conferisce un aspetto anche più enigmatico del solito. Il suo corpo fragile, in quell'abito stringato, appare d'una flessuosità più spiccatamente muliebre.)

Don Fiorenzo

(a Giulio) Proibito, no. Ve ne rivolsi preghiera. Tu diventavi così astioso con me, così maligno....

Giulio

Non mi pare, Fiorenzo. Eri tu che ti adombravi per fatti i quali, in fin dei conti, non riguardavano che me ed Annita. Io vedevo, finalmente, con esattezza, la causa unica delle sue aspre riluttanze d'un tempo verso di me e di quei suoi spasimi contraddittorii, che, disgraziatamente, col matrimonio non sono cessati. A te, in fondo, dispiaceva che io vedessi la verità. Ma come avrei potuto non vederla? Essa mi balzava intera davanti agli occhi. Annita si dibatteva ogni giorno — come, purtroppo, ancora si dibatte — tra l'ardore crescente dell'affetto coniugale e il fantasma dell'ascetismo che tu le aggrappasti allo spirito e al corpo. (Volgendosi un po' ad Annita) Lei stessa, oramai, — se non mi sbaglio — ne conviene.

Annita

(con un timoroso sforzo di lealtà) Certamente.

Don Fiorenzo

(a Giulio) E neghi che proprio io fossi colpito dal tuo rammarico e dal tuo rancore?!

Giulio

Non ti detti mai alcun segno di rancore.

Don Fiorenzo

E forse a te sembra di non darmene neppure adesso! Ma, intanto, vieni a ricordarmi l'errore che ho inconsciamente commesso e che ho scontato col coraggio di confessarmene proprio a lei, dilaniando la mia fede e la mia anima! Vieni a mortificarmi, vieni ad avvilirmi dopo di aver visto che per liberarla da quel fantasma io ho cercato di eliminare la mia persona, e mi sono sottratto, mi sono nascosto, mi sono ridotto qui dentro come in un carcere!...Che dovevo fare di più?!

Giulio

(risoluto) Nulla!... Ma tutto quello che hai fatto non è bastato. Io sono costretto a dirtelo, non per mortificarti, bensì per giustificare questa nostra partenza che, a prima giunta, ti sarà parsa una cattiva azione. Annita e io siamo di accordo nel ritenere necessario di mutare ambiente. Non è vero, Annita, che noi siamo perfettamente di accordo?

Annita

(con trepido ritegno, a Don Fiorenzo) Sì,...egli mi ha persuasa... mi ha convinta....

Giulio

Non lesinare le parole, Annita! Hai sempre taciuto troppo, sinora! Ma oggi il tuo dovere è di parlare con chiarezza e con tutta la sincerità della tua coscienza!

Annita

Tu conosci bene il mio pensiero. Diglielo tu a Don Fiorenzo.

Giulio

Ah, no! È indispensabile ch'egli l'oda nelle parole tue e nella tua voce. T'impongo di parlare!

Annita

(a Don Fiorenzo) Io penso... che, lontana di qui, potrò essere... come egli desidera... e come io desidero di essere. (Il suo accento è sincero, ma timido, fievole, profondamente commosso.) Questo credo... e questo spero. Non voglio soltanto volergli bene.... Voglio pure che egli mi sappia e mi senta a lui legata per sempre,... da lui inseparabile.... Qui, ha ragione di dubitarne.

Giulio

(confermando e un po' accalorandosi) Insomma, ella deve rinnovarsi, ella deve rinascere in un'altra atmosfera! Fra i muri di questa casa, consacrati dalle virtù del piccolo santo, fra questi erti sentieri solitarii che salgono verso il cielo, fra queste rocce che hanno colori umani e che guardano e si muovono nelle ombre della notte e parlano le parole misteriose degli echi, ella ancora si raccoglie nei suoi ascetici sogni morbosi. Il mio amore riesce a scuoterla, sì, riesce a strapparla a quei sogni; ma precisamente allora la vista di un Crocifisso in un cantuccio di via, la vista della chiesetta dov'ella ascoltava i tuoi consigli e anche la vista di questa tua porta, chiusa al suo passaggio come per una punizione che le sia stata inflitta, la immergono in una torbida ambascia, straziante per lei, povera Annita, e spietatamente disastrosa per me!

Don Fiorenzo

(prorompendo in una violenta esaltazione di dolore ribelle) E dunque, via! Fuggite! Fuggite da quest'uomo esiziale che fa malefica l'aria dovunque egli passi! Non importa che egli abbia tentato, come meglio poteva, di rendervi felici! Non importa che egli avrebbe voluto realmente possedere le forze occulte che gli si attribuiscono per stringere i vostri due cuori in una felicità privilegiata, più grande di ogni altra felicità terrena e, come nessun'altra, indistruggibile! Non importa che questo prodigio egli avrebbe voluto compiere anche se, compiendolo, avesse dovuto morirne, atrocemente, come in una fornace in fiamme!... Voi dovete fuggire! Sì, voi dovete fuggire, perchè un'ora sola delle gioie che proverete lontano da lui varrà cento volte più di tutta quanta la sua miserabile esistenza! (Cade sopra una sedia come cosa morta.)

Giulio

(trasalisce vivamente. — Il suo volto assume una impronta di stupore e di tragica chiaroveggenza. — Dopo una lunga pausa, dice penosamente:) Noi, difatti, fuggiremo, Fiorenzo. Tu sei un grande sventurato. Lo vedo. La tua sventura è un baratro da cui stiamo per essere ingoiati tutti e tre. E soltanto questa fuga potrà, forse, salvarci.