SCENA V.
Sebastiano
(entrando con mitezza prudente) Signor Giulio, la carrozza aspetta. Ho potuto farla avvicinare fino allo sbocco della scorciatoia. Non avrete da camminare a piedi che per pochi minuti.
Giulio
Grazie, signor Sebastiano.
Sebastiano
Non vi accompagno, perchè... credo più opportuno... di restare qui.
Giulio
Lo credo anch'io.
Don Fiorenzo
(levandosi in piedi come uno spettro eretto e pronto a sollevarsi da terra) Ed ora, più niente! Ciascuno di noi tre chiude, in questo momento, nella sua persona, qualche cosa che dentro ci è stata fatta nascere dalla stessa natura umana e che, nondimeno, siamo costretti a tacere, a mascherare, a soffocare. Una sola verità possiamo dire ad alta voce nel separarci, ed è... che noi ci separiamo per non rivederci mai più! — Addio! (Gli si sciolgono le ginocchia, ma egli, con uno sforzo supremo, come per non mostrarsi debole, si regge tuttora diritto. Volge loro le spalle, si stringe le braccia incrociate sotto la gola e vi poggia il mento, quasi che un gran peso gli piegasse la testa. — Dopo qualche istante, in una specie di rigido stordimento che pare abbia soppressi tutti i suoi sensi, sottovoce chiama:) Sebastiano!...
Sebastiano
(va a lui.)
Don Fiorenzo
Se ne sono andati?
Sebastiano
(con un lieve gesto, raccomanda a Giulio e ad Annita di non farsi sentire, e risponde a Don Fiorenzo in un orecchio:) Sì. (Poi, un po' più indietro, con un altro gesto, li esorta a uscire sùbito.)
Annita
(non distoglie i suoi sguardi dalla immota figura di Don Fiorenzo.)
Giulio
(la prende per un braccio, la trae a poco a poco verso la porta. — Quando l'ha tirata fino alla soglia, risolutamente la trascina via.)
(Spariscono.)
Don Fiorenzo
(ha una scossa) Ora se ne sono veramente andati. (Barcolla.)
Sebastiano
(quasi lo sorregge.)