SCENA VI.

NELLINA, GIGETTA, SOFIA.

Gigetta

(accorrendo) Amore mio! Amore mio! (Si curva su lei ginocchioni, abbracciandola, tenendola.)

Nellina

(torcendosi ed ergendo la testa infiammata) Io sono la più perfida delle donne!... Io sono un rettile!

Gigetta

Non dire così, Nellina! Non essere così atroce nell'accusarti!

Nellina

È stata veramente la fine di tutto e per quest'odio che mi sta nelle vene non ho risparmiato a quell'uomo un martirio d'inferno!

Gigetta

Ma sei nel martirio anche tu, intanto, per averlo martirizzato!

Nellina

(portando la mano alla gola) Ho qui, qui... una corda che mi strozza l'anima.... Vorrei piangere e non posso....

Gigetta

(desolatamente) E non so nemmeno liberarti dal nodo che ti soffoca!

Nellina

(in un impeto estremo) Dio, dammi per una volta le lagrime che dài alle persone buone!

(Si bussa alla porta.)

Gigetta

(come se temesse che qualcuno entrasse, vi corre e, con una specie di ritegno, domanda:) Chi è?

La voce di Sofia

(allontanandosi) Ho bussato io, sa, perchè quei signori aspettano da un pezzo.

Nellina

(si leva con sul volto una contrazione di dolore e di ribrezzo; e, in questa contrazione, resta immobile. — Pare la statua dolente del pudore offeso.)

Gigetta

(sùbito, nel centro della soglia, col dorso alla porta, ha aperto le braccia come per sbarrarle la strada. Quindi, ritraendosi verso lo stipite, vi si è appoggiata, diritta. E ora, immobile anche lei, sospesa nella trepidanza, sorveglia la fisonomia e l'atteggiamento di Nellina, e vorrebbe col pensiero arrestarla.)

(Passa così qualche istante.)

Nellina

(repentinamente si scuote, quasi sentisse un violento soffio negli occhi. Con uno sforzo graduale, va alla toeletta. Siede. In un vago smarrimento, si mira nello specchio. Con l'incertezza di chi si muove nel buio, ricompone i capelli scompigliati, cerca un piumino, si ridà la vellutina alle guance. Poi, come vinta dalla stanchezza, incrocia le braccia sulla toeletta e sulle braccia piega la testa.)

Gigetta

(vedendola andare allo specchio, ha ceduto allo scoraggiamento e, sempre tenendo lo sguardo intenso su lei, si è accostata, disfatta, al divano e vi si è lasciata cadere. Ma adesso che Nellina è lì, in quella mestizia inerte, ella di nuovo dubita e spera e, in silenzio, febbrilmente aspetta.)

Nellina

(a un tratto, risolutamente, si drizza in piedi.)

Gigetta

(sussulta, prorompe e implora, in una ambascia spasmodica:) Fallo per me, Nellina!... Non andarci!... Non andarci!... Non andarci!...

(Ancora una breve pausa.)

Nellina

(tutta compresa dalla sua immensa tristezza, stringendosi un po' nelle spalle, tristissimamente mormora:) Ci vado! (Si avvia verso il fondo con passo lento e mal sicuro.)

Gigetta

(guardandola allontanarsi, frena i singhiozzi. Appena la vede sparire, perdutamente, disperatamente, si abbandona al pianto.)

(Sipario.)

ATTO TERZO.

È una stanza di aspetto squallido: piccola, polverosa, male ammobigliata, con le pareti di un colore piuttosto fosco. I mobili — un cassettone, un armadietto, un lavamano — son roba vecchia. C'è, a destra, un letto di cui la testa è alquanto discosta dalla parete, occupata dall'armadietto. Presso il capezzale, una sedia. Qualche altra sedia qua e là. — Una poltrona sdrucita, quasi nel mezzo della stanza. — Verso il lato sinistro, un tavolino con sopra un po' di carta, un calamaio, una penna e un lume a petrolio. Sul cassettone, qualche fiala, qualche pannolino. — Alle pareti, qualche oleografia sbiadita. — Due porte nella parete di fondo, a molta distanza l'una dall'altra. Tutt'e due queste porte danno in un corridoio oscuro. Alla parete sinistra, una finestra chiusa. È notte. Il lume è acceso.