SCENA QUINTA.

Enrico

(entra guardingo, quasi pavido.) Il signor Corrado è andato via?

Nanetta

Sì, è andato via, è partito. Siamo soli e dobbiamo parlare.

Enrico

Di che, Nanetta? Bada che di quella faccenda non voglio parlare mai più.

Nanetta

Ma voglio ancora parlarne io, Enrico, e voglio, soprattutto, che tu ne parli ancora con me. (Severissima.) Siedi.

Enrico

(preso dal panico) Ti prego...: sii buona, sii condiscendente. Non obbligarmi a tornare su ciò che è accaduto.

Nanetta

(puntandogli lo sguardo in faccia) Hai paura di ritornarci?

Enrico

Che c'entra la paura? (Evitando lo sguardo di lei) Avrei desiderato che tu mi risparmiassi una molestia inutile. Sai bene che ti ho creduta e che ti crederò sempre; sai bene che mi hai fatto riconoscere il mio torto, che mi hai fatto pentire d'aver trasceso. Che potrei dirti che tu già non sappia? Il voler ricominciare da capo con un colloquio solenne è una ingenerosità da parte tua. (Siede malvolentieri.)

Nanetta

Io non mi preoccupo del torto che hai avuto, nè ti ho chiamato per ascoltare il tuo formale attestato di stima o la tua formale dichiarazione di pentimento. Si tratta di tutt'altro, perchè è tutt'altro quel che a me preme. (Gli siede vicino e di fronte.) A me preme che tu guardi in te stesso, coraggiosamente, come si guarda in un nascondiglio dove si sia potuto appiattare il più pericoloso dei nemici. A me preme che tu ti sforzi di riconoscere la causa inconfessata del tuo inasprimento implacabile e della tua profonda sofferenza. Era una sofferenza che non aveva nulla di comune con lo sdegno di un cugino, fosse pure intransigente, per un suo lusso personale di austerità, come solo a un vero fratello spetterebbe di essere. Che cos'era, dunque, quella sofferenza? Che cos'era? Cerca, cerca la verità tra le più intime dissimulazioni del tuo animo, e dilla a voce alta. Dilla! Che cos'era quella sofferenza?

Enrico

... Era uno stato di sovraeccitazione, ne convengo.

Nanetta

(esortandolo vivamente) La verità devi cercare!

Enrico

Era il parossismo d'un insensato, d'un allucinato...

Nanetta

(martellandogli le sillabe all'orecchio con un accento sommesso e vibrato) Era gelosia!

Enrico

(diventando, d'un tratto, rosso dal mento alla fronte) No, Nanetta...

Nanetta

(più austera) Era gelosia!

Enrico

(sudando freddo, tenta di schermirsi. Ha il fiato corto, le pupille offuscate.) Del resto... tu proferisci questa parola come se fosse la qualifica d'un delitto; ma... a me non pare così straordinario che, in un certo senso, l'affetto fraterno arrivi alla gelosia...

Nanetta

(prorompendo desolata) Non è fraterno, no, non è fraterno l'affetto che tu nutri per me!

Enrico

Perchè non è fraterno, Nanetta?

Nanetta

Perchè soltanto un innamorato prova gli spasimi che tu hai provati poco fa! Tu mi ami, capisci?! Mi ami! E io, che potrei farti veramente da madre, non posso non sentirmi bruciare la bocca dicendo che tu mi ami. (Con un'istantanea veemenza di rabbia) Ah, come maledico d'aver messo il piede in questa casa!

Enrico

(umiliato, umiliandosi) Sei spietata nella tua irritazione. Mi avvilisci troppo! Ti adiri troppo!... E fai così, lo so,... perchè ai tuoi occhi sono un ragazzo. Ma ho forse osato chiederti di ricambiare il mio sentimento? No. Anzi, te lo avevo nascosto. Non puoi negare che te lo avevo nascosto. E se le imprudenze dei miei nervi non te lo avessero lasciato indovinare, io avrei continuato a celartelo. Ti supplico di non dubitarne. Me lo sarei chiuso nel cuore, e avrei aspettato, avrei saputo pazientemente aspettare.

Nanetta

(sbalordita) Che cosa avresti saputo aspettare?!

Enrico

(con reticenza) ... Di non sembrarti più un ragazzo.

Nanetta

E poi?... E poi?...

Enrico

E poi... un giorno... se tu fossi stata ancora libera, completamente libera,... ti avrei offerto la mia devozione, la mia fedeltà, il mio nome...

Nanetta

(con una irruenza irosa e pur compassionevole) Parli come quegli alienati che aggrovigliano nel loro cervello sconvolto il passato il presente e l'avvenire, e non distinguono più l'uno dall'altro. Non pensi, non pensi che, quando tu non mi sembrerai più un ragazzo, io non ti sembrerò più una donna?

Enrico

(animandosi) Questo, puoi pensarlo tu, perchè ignori ciò che tu sei per me.

Nanetta

Ma non ignoro ciò che tra breve sarò per tutti.

Enrico

Chi sa come ti calunni con la tua immaginazione!

Nanetta

Una larva, una larva: la misera larva di questa Nanetta che sono ora!

Enrico

(trasfigurandosi, illuminandosi nell'animazione crescente) Per me, tu sarai sempre colei che, col suo apparire, mi ha trasfusa la vita, la vita dello spirito e del corpo, la vita che mi spettava, una vita di creatura sana, consciente, sinceramente sensibile, sinceramente umana. Che ne sarebbe stato della mia esistenza se io non ti avessi conosciuta? Io sarei rimasto a vivere come in una specie d'astuccio di ferro, con gl'istinti ritorti o repressi. Non è forse vero, di', non è forse vero che non somiglio più in nulla a quell'inetto dall'anima rachitica che hai incontrato, in questa medesima stanza, quando giungesti quassù, all'improvviso, pochi mesi or sono? Ho un'altra anima, ho un altro respiro, ho un altro sangue, ho un altro volto, ho un'altra voce... E sei tu, sei tu che mi hai fatto come ora mi vedi, come ora mi ascolti!...

Nanetta

(ascoltandolo con intensità, dissimula l'intima commozione.)

Enrico

(sempre più fervido) Tu diventerai meno bella, diventerai meno graziosa, e poi, sì, invecchierai fatalmente prima di me; ma non per questo, Nanetta, non per questo io potrò cessare di sentirmi cosa tua, tua, tutta tua, animata da te, creata da te!...

Nanetta

(impedendogli di continuare, si leva, imperiosamente e angosciosamente) No, Enrico! Non dev'essere così, non sarà così! La mia volontà è più prepotente della tua ostinazione, e saprà vincerla. Non sarà così! Nessun legame tra noi due! Nessuna promessa d'amore! Nessuna speranza d'amore!... Mai! Mai!

Enrico

Tu non hai il diritto di proibirmi perfino la speranza. E, d'altronde, perchè non dovrei sperare dal momento che non ci sono degli ostacoli insormontabili? (Si alza, le va vicino.) Tu non mi ami oggi, non mi amerai domani, non mi potrai amare finchè qualche reminiscenza ti condurrà la fantasia verso colui che hai troppo amato; ma il tempo, oh, il tempo sarà il mio complice buono, sarà il mio protettore...

Nanetta

(combattendo contro la propria commozione) Dio, che tortura!

Enrico

Io sono convinto che, a poco a poco, tu ti persuaderai che io ti voglio tutto quel grande bene che certamente ti pareva di meritare prima che cadessero le tue illusioni...

Nanetta

Che tortura!

Enrico

Io sono convinto, Nanetta, che ti amerò tanto e con tanta fede e con tanta umiltà che in questa umiltà e in questa fede tu dovrai, finalmente, un giorno sentire il desiderio di riposarti.

Nanetta

(quasi diffidando di sè, invasata dall'urgenza di farlo desistere e agitata da un pietoso pianto interiore, convulsamente ribadisce:) Non deve essere così, ti ripeto! E se anche tu m'inchiodi alla croce, io continuerò a gridare: non dev'essere così!... non dev'essere così! (Si lascia cadere sul canapè, sfinita dallo sforzo di crudeltà che ha compiuto.)

Enrico

(percosso, la guarda con un'annebbiata trepidanza) Ma... la ragione... qual è? Qual è la ragione suprema, la ragione immutabile della tua sentenza recisa, che uccide il mio sogno, che mi ruba l'avvenire?... Se questa ragione ci è, e se veramente è più forte di tutte le ragioni mie, se è veramente tale da proibirti persino di tollerare le mie speranze, perchè me l'hai taciuta fin adesso?... perchè neppure adesso me la dici?

Nanetta

(freme e non risponde.)

Enrico

Non ne hai il coraggio? (Rumina, si martella. — La sua trepidanza si fa più cupa e, man mano, egli si monta, si rieccita.) L'unica ragione che potresti non avere il coraggio di dirmi sarebbe quella di esserti irreparabilmente compromessa con lui... con quell'uomo che a te sembra sacro e inviolabile, con quell'uomo che non mi si permette d'insultare... E, tuttavia, se tu fossi colpevole, visto che hai tanto bisogno di non farti voler bene da me, non sarebbe forse logico che ti affrettassi a darmi la certezza della tua colpa? Dovresti capire che questa certezza mi guarirebbe immediatamente, che questa certezza mi ti strapperebbe dal cuore per non lasciartici entrare mai più... (Arrestando con una specie di spavento la corsa dei suoi funesti pensieri) Ma no... Per carità!... Dove mi fai riandare con la testa?... Tu non mi hai mentito... Non mi hai mentito... Non è possibile che abbi saputo mentirmi, tu, che m'insegnasti ad avere ribrezzo della menzogna... (S'interrompe di nuovo come se aspettasse una rassicurante conferma da lei.)

Nanetta

(nella impossibilità di trovare una parola utile, una parola opportuna, si dibatte, spasima, tenendo la faccia tra le mani.)

Enrico

(dopo una pausa, la fissa più intensamente, e ha gli occhi di fuoco nell'interrogarla:) Nanetta?... (Un'altra pausa.) Nanetta?... (E vedendola lì, ancora immobile, ancora trincerata nel suo silenzio e con la faccia nascosta, trasalisce e perdutamente supplica:) Nanetta?!...

Nanetta

(si scopre il viso, e la sua voce ha un suono misto di ferocia e di strazio) Non ho nulla da aggiungere a quanto hai già udito dalla mia bocca, e non sono qui per rendere conto a te della mia coscienza!

Enrico

(con uno scoppio di follia disperata) Ma, dunque, non c'è più dubbio? È proprio vero che mi hai mentito?!...

Nanetta

(implorando) Pensa di me ciò che puoi, purchè sia la mia liberazione e la tua!

Enrico

(accecato da un furore spaventosamente brutale) Io penso che ti sei gittata in un'avventura come un assetato si getta ad abbeverarsi a un pantano!

Nanetta

(rizzandosi in piedi con l'istantaneo raccapriccio doloroso di chi abbia ricevuto una scudisciata) Enrico!

Enrico

E il mistero nel quale ti chiudi è la conferma inesorabile d'una così orrenda abbiettezza! Non t'amo più, no, non t'amo più! Ti detesto con tutto il livore che mi metti tu nelle vene. (Dilaniato dal suo martirio) Mi hai fatta un'anima capace d'amare, e tu stessa, tu stessa mi costringi a detestarti! (Si sorregge a un mobile, come un ubbriaco.)

(Un istante di sospensione.)

Nanetta

(con un supremo tormento è riescita a sopportare e a non svelarsi. — E ora, pacatamente risoluta, come se pronunziasse la sua necessaria condanna:) E sia! Detestami, Enrico!... (Poi — mutando — con un fioco accento e con un pallido sorriso di sconfinata tristezza) Ma... passerà anche questo: lo vedrai. Ben presto, non mi detesterai nemmeno, e l'anima capace d'amare, che io ti ho fatta,... ti resterà. (Ricade a sedere, rassegnata.)