SCENA SESTA.

Clotilde

(di fuori — chiassosamente) Nanetta! Nanetta! (Entra, zelantissima) Ho visto per la prima volta il signor Corrado con le lagrime agli occhi... (Interdetta) Che diamine vi è accaduto? Vi siete bisticciati?

Nanetta

Sì, zia. Ci siamo bisticciati.

Clotilde

Sia lodato il cielo! Fate sempre comunella. Almeno vi siete bisticciati una volta! (Li osserva. Si meraviglia.) O insomma?!... Sul serio?!...

Nanetta

Più di quanto tu possa immaginare.

Clotilde

(affettuosa, vivace e scherzevole) Ma che!... Non seccare! Finiscila! Finitela tutti e due!

Nanetta

T'assicuro, zia, che non c'è rimedio. E, anzi,... sarebbe imbarazzante per me e per lui... se io profittassi ancora della tua ospitalità. (Si alza.)

Clotilde

(con un moto di viva sorpresa significativa) Te ne vuoi andare anche tu?! All'impensata?! Proprio oggi?!

Enrico

(sordamente) È naturale che se ne voglia oggi andare anche lei.

Nanetta

(fremendo di collera raffrenata, lo fulmina con lo sguardo e con la voce) Taci ora, tu!

Enrico

(si abbatte su una sedia, in silenzio.)

Clotilde

Non mi pare che sia il caso di pigliarla così tragicamente, cara Nanetta: tanto più che le apparenze dànno ragione a mio figlio. Il suo torto potrebb'essere soltanto quello di darsi pena per un fatto... il quale non riguarda che te. Tu hai da un pezzo proclamata la tua emancipazione, che, alla tua età, e dopo tante disillusioni, è più che legittima. E, visto che non riesci a domare la passione che hai per quell'uomo, la tua imprudenza... è comprensibile. Per conto mio, riconosco che fai benissimo a cavar dalla vita il meglio che puoi.

Nanetta

(la fronte in fiamme, le guance violacee, esplode, e le sue parole sono una valanga d'ironia facinorosa) Sì, zia: a qualunque costo, il meglio che posso, e, sopra ogni cosa, tutte le dolcezze, tutte le gioie dell'amore, perchè sono esse appunto che meritano certamente che si faccia tacere il nostro decoro, la nostra fierezza, il nostro pudore, ogni scrupolo della nostra coscienza, ogni sentimento che non abbia le radici nel nostro egoismo! Tu m'incoraggi, non è vero?, tu m'incoraggi a sostituire, finalmente, alla malinconica speranza d'essere una moglie l'allegra realtà d'essere un'amante?! (Scoppiando in una risata frenetica) Ah ah ah ah!... Nessuna donna è stata mai più ridicola di me!

Clotilde

Ma frènati, Nanetta! Tu sei in uno stato d'esaltazione che mi spaventa e che m'impedisce di raccapezzarmi.

Nanetta

(grida:) Cavo dalla vita il meglio che posso, io, e perciò fuggo da tuo figlio, che, un momento fa, mi prometteva di sposarmi!

Clotilde

(con un sobbalzo di stupore e d'allarme) Mio figlio ti prometteva di sposarti?!

Nanetta

Ma sta' tranquilla: l'ho già salvato dalla sua follia. Te lo garantisco.

Clotilde

(agitatissima) È lui che me ne deve convincere. Sino a quando lui stesso non riuscirà a rassicurarmi, io temerò effettivamente che il suo cervello sia spacciato!

Nanetta

(imperiosa) Rassicura tua madre, Enrico! Ne hai bene il dovere.

Clotilde

(al figlio) A te, dunque. Parla. Dimmi quel che senti. Dimmi quel che pensi. Io ho bisogno di saperlo.

Nanetta

(attende ansiosissima, presa da una perplessità complicata e contraddittoria.)

Clotilde

(con ferma insistenza) Mi sono spiegata, sì o no?

Enrico

(incalzato dalla desolazione, rompe in una crisi di pianto) Ho l'anima che mi muore, mamma! Questo solamente so dirti.

Clotilde

(furibonda, a Nanetta) Lo vedi se l'hai salvato!?

Nanetta

(slanciandosi a soccorrerlo con un impeto infrenabile di tenera compassione) No, no, Enrico! No!

Clotilde

(energica e severa) E che fai adesso?!

Nanetta

(si arresta d'un colpo come sull'orlo d'un fosso. Le corre un brivido per tutto il corpo. Retrocede un poco.)

Clotilde

(piantandosi risoluta accanto alla porta di destra, si rivolge al figlio e, con un gesto d'imposizione, gli comanda:) Vieni con me, tu! Quando saremo soli, saprai dirmi, senza dubbio, qualche cosa di meno rattristante. Obbedisci!

Enrico

Sì, mamma. (Si alza. Contiene i singhiozzi. Si asciuga le lacrime. E, passando, con la testa bassa, innanzi alla madre, rassegnatamente, esce.)

Clotilde

(sta per seguirlo.)

Nanetta

(supplichevole) Un momento, zia! Te ne prego.

Clotilde

(si ferma, si volta. — Poi, quasi senza asprezza) Che altro vuoi, Nanetta?

Nanetta

Nulla per me, zia. Oggi, come sempre. (Pausa) Chiudi quella porta.

Clotilde

(chiude e le si accosta, lenta, in attesa) Di' pure.

Nanetta

(pianamente, con una serenità di voce che contrasta coi segni della sua fisonomia) Non seguo il signor Corrado. Non sarò l'amante del signor Corrado. Non lo vedrò mai più. E tra me e lui il sacrificio della più austera rinunzia è stato compiuto fino all'ultimo. Nondimeno, è necessario che tuo figlio continui a credermi o a sospettarmi... una sgualdrina. Il disprezzo non tarderà troppo ad uccidere l'amore — ed egli sarà salvo davvero.

Clotilde

(smarrita nella commozione, nella riconoscenza) Nanetta mia!... Come mi fai mortificare d'essere stata cattiva con te... E che grande bontà è la tua! (L'abbraccia fortemente e la bacia.)

Nanetta

Non ne ho alcun merito. (Ogni sua parola cade come una lagrima) È il mio destino che me la impone. (Si distacca) E addio!... Capirai che in questa casa non posso rimanere nè un giorno, nè un'ora di più.

Clotilde

(ha un gesto d'adesione accorata, ma indispensabile.)

Nanetta

(guarda la porta chiusa. Dilata le pupille. Resta intenta) E ancora piange!... Ancora piange!...

Clotilde

(tende l'orecchio) ... A me sembra che si sia calmato...

Nanetta

Tu non senti che piange? Io sì, purtroppo! (Fa qualche passo per essere più vicina alla porta. E ascolta e ascolta. — A poco a poco, è penetrata da quel pianto come dal fascino d'un maligno incantesimo. — Ella è lì, nella immobilità della soggiogazione, col dorso un po' curvo, con tutti i sensi tesi verso quell'uscio, con la bocca semiaperta in una espressione di spasimo dolce. — Indi, comincia ad affannare. Il suo petto pulsa violentemente. Il suo volto si sbianca ogni istante di più.)

Clotilde

(che non ha cessato di osservarla, a un tratto, impressionata, le va alle spalle e la chiama, appena:) Nanetta!...

Nanetta

(come in un brusco risveglio) Zia!

Clotilde

Che hai?!

Nanetta

(trasognata, perduta) Non so... Quel pianto insistente, che mi chiama, che mi chiama,... è terribile per me!... Sono... una debole donna... Tanto debole!... (Piange anche lei. — Si sente mancare) Aiutami tu ad andar via... Aiutami tu!... (Si abbandona tra le braccia pronte di Clotilde.)

Clotilde

(la sostiene, la stringe)....

SIPARIO.

EPILOGO.

Il salotto d'un appartamentino di lusso in un grande albergo. Architettura ed eleganza modernissime. Poca tappezzeria, colori tenui, mobili fragili e bizzarri. — A destra, il vano ampio d'una terrazzina inquadra il profilo del Vesuvio, nella luminosità azzurra dell'orizzonte partenopeo. Dallo stesso lato, un paravento orientale e alcune palme, ben ricche di foglie, formano quasi un semicerchio dietro un divano basso e largo, che promette le dolcezze della pigrizia contemplativa.

Verso l'altro lato della stanza, sopra un tavolino laccato, una fotografia in cornice, dei Copenaghen, e scatole e vassoi e snelle anfore d'argento. Nelle scatole e nei vassoi, sigarette e bonbons d'ogni sorta. Dalle anfore, si ergono, sui liberi steli, rose delicatissime e capricciose orchidee.

Una porta in fondo, una porta a sinistra.


Qualche cenno sui nuovi personaggi che compariscono nell'epilogo.

Claudine Ranier è una cocotte, che, venuta di Francia alle sue prime armi, risiede da molti anni a Napoli, dove è salita in auge, e che, per quella legge d'infiltrazione alla quale sottostanno i forestieri residenti a lungo in questa città, è diventata mezzo napoletana, assimilando soprattutto la parlata e le maniere del popolo, le cui caratteristiche sono tanto suggestive. La voce, i gesti, gli atteggiamenti, il pensiero di Claudine sono un misto di napoletanità e di pariginismo e il suo modo di esprimersi è un ibrido connubio di lingua francese e di vernacolo partenopeo, con un po' d'italiano storpiato. — La erre nativa strascica e gorgoglia insistentemente.

Rossana Monteflora è un'altra cocotte di alto bordo. Rivaleggia in bellezza e in lusso con Claudine Ranier, e molto presume di sè, sfoggiando una signorilità tutt'altro che autentica.

Amalia, di professione canzonettista, è una donna che ha più di quarant'anni. Sul suo volto son le tracce della lunga attività muliebre accoppiata all'esercizio professionale, e il suo corpo, un po' ingrassato e squinternato, sopporta un busto eccessivamente stretto, che preme da tutte le parti, conservandole, in apparenza, la necessaria idoneità.

Albertina e Ninì sono anche loro canzonettiste. La prima ha già fatto fiorire abbondantemente i vari rami innestati al fusto della sua professione; la seconda — Ninì — giovanissima, esile, pallidina, è ancora fanciulla, e serba, tra gl'indugi dubitosi della sua giovinezza e i timori della sua deficiente intelligenza, l'istintivo pudore e l'istintiva sentimentalità, capace di bontà e di dolcezza.