SCENA III.

IL COMMISSARIO e OSCAR.

Oscar

(resta immobile, con gli sguardi fissi a terra.)

Il Commissario

(abbandona la testa fra le mani, e, dopo una lunga pausa, si risolve, dignitosamente e autorevolmente, a parlare.) Questo, o signore, è il ritratto di mia moglie.

Oscar

No!

Il Commissario

Come «no»? Non mi verrete voi a insegnare la faccia di mia moglie!

Oscar

Ebbene, ne convengo: questo è... presso a poco... il ritratto di sua moglie. Ma... l'ho rubato. Glie l'avevo detto io. Cavaliere, la prego di credere che io sono un ladro.

Il Commissario

Oh! finiamola! C'è la dedica che vi smentisce. (legge:) «Al mio Oscar — Betta». E poi, più sotto: «Ore dieci e mezzo, 25 ottobre 1883»: la data di [pg!35] ieri. (Continuando a leggere:) «Prologo del nostro amore». — Orrore!... (si mette le mani nei capelli.)

Oscar

Via, cavaliere, non si disperi così! Che cos'è, poi, un prologhetto?!

Il Commissario

(con solennità) Come vedete, o signore, voi non siete più un ladro; (con disprezzo) voi siete semplicemente un uomo come un altro!

Oscar

(desolato) Sventurato me!

Il Commissario

Ed io non sono più il Commissario di polizia: no! (Con pari disprezzo) io sono un marito... come tanti altri! (Pausa.) Prendete i vostri oggetti, signore. (Glieli rende.) Questo ritratto mi basterà per fare arrossire quella donna! (Lo rimette nella busta, e lo caccia in una tasca interna del soprabito.) Sarò inesorabile!

Oscar

Cavaliere, lei mi è testimonio che io ho fatto tutto il possibile per salvarla. Le raccomando: glielo dica; mi giustifichi lei; non mi faccia fare una cattiva figura!

[pg!36]

Il Commissario

(con gentilezza) Oh! non dubiti! Lei si è regolato benissimo: da perfetto gentiluomo.

Oscar

Grazie, cavaliere!