SCENA V.

Il DUCA, poi LIVIA. E poi le voci di GUIDOLFI, di LOLOTTE ed altre.

(Nelle stanze attigue, un po' di cicaleccio.)

Il duca

(Come per difendersi dall'indiscrezione, chiude l'uscio di fondo con la chiave. Cerca di concretare il suo pensiero. Cerca di riflettere, e conclude fermamente:) Voglio sapere quello che nasconde nel suo silenzio!

Livia

Vi sentite male, Paolo?

Il duca

(padroneggiandosi, scrutandola acutamente) Sì, appunto, mi era parso di non sentirmi bene!

Livia

Volete un medico?

Il duca

No, grazie. Sto già meglio. E, in verità, non per questo vi ho fatto chiamare.

Livia

Avete da dirmi qualche cosa?

Il duca

Precisamente!

Livia

Parlate, dunque! Ma presto, perchè di là ci aspettano, e....

Il duca

Livia, io esigo che voi, guardandomi in faccia, rispondiate alla domanda che vi ho rivolta pocanzi!

Livia

(in tono dissimulatore) A quale domanda?

Il duca

Quando qui, qui, dieci minuti fa, io vi ho parlato della tentazione di risparmiare a me stesso il martirio di un'agonia tremenda, mi avete voi esortato sinceramente a non affrettare la mia fine?

Livia

Sospettate in me un'impazienza infame!

Il duca

Ebbene, disgraziatamente la sospetto! Siete voi che dovete liberarmi da questo incubo!

Livia

(furibonda) Non c'è nessun mezzo. Dalla vostra accusa brutale, io non debbo difendermi.

Il duca

(incalzando) E potreste giurare in questo momento che voi mi augurate di vivere?!

Livia

(con uno scatto di fierezza crudele) Non è il mio augurio che può guarire il vostro spirito più malato del vostro corpo. Forse guarirete o crederete di guarire riprendendo quello che voi avete voluto darmi! Fatelo. Io non vi impedisco di cercare ancora vostra figlia. Ma non aspetterò che l'abbiate trovata. Me ne vado adesso! (Prendendo il suo mantello con gesto risoluto e violento) Addio!

Il duca

(stranamente concitato, afferrandola per un braccio) Ah, no! Non mi lasciare! Io della tua malvagità raffinata non dubito più.... Ne ho il convincimento, e ne gioisco! Tu hai avuto or ora l'audacia di giuocare tutto per tutto! Ed hai vinto. No, non cercherò più, non cercherò più mia figlia! Io scorgo in te lo strumento perfezionato della fatalità di cui sono stato il giocattolo e mi riprometto un piacere nuovo ed enorme: quello che inconsciamente ho invocato ed ho aspettato, quello che sarà l'ultimo gradino della mia abiezione: stringerti fra le braccia sentendomi dilaniare dal rimorso! (Traendola a sè e avvinghiandosi a lei in uno spasimo di ebbrezza morbosa) E quanto più ti comprendo, quanto più ti disprezzo, quanto più mi fai soffrire, quanto più mi fai paura, tanto più ti desidero e ti chiedo aiuto! Sii perfida! Sii mostruosa! Mi piaci così, e ti merito così! (Stringendola forte) Non mi lasciare!...

Livia

Sei mio, di', sei mio?!

Il duca

Come un dannato!!

(Restano avvinti.)

(Giungono delle voci graziosamente allegre e scherzose, appena distinguibili, attraverso l'uscio di fondo.)

Una voce

È finito, sì o no, quest'idillio?

Un'altra voce

Ma si può vedere finalmente a occhio nudo questo Duca felice?

La voce di Lolotte

Duchino, io muoio d'invidia, sai!

La voce di Guidolfi

Ed io muoio di fame!

Il duca

(a Livia, staccandosi da lei:) Va!

Livia

(esce a destra.)

(Dopo un istante, si ode lieve, velata, come un'esclamazione corale) Oooh!

(Silenzio profondo.)

La voce di Guidolfi

(lontanissima) A tavola, a tavola!

Il duca

(barcollando, si toglie la giacca, prende il frac, va innanzi allo specchio. Appena infilato l'abito, porta la mano al cuore.) O Dio.... Che cos'è questo?!... Io soffoco... soffoco... (Gli manca il respiro. Gli manca la voce.) (Si sorregge a una sedia. Fa uno sforzo per gridare.) Aiuto... (La parola gli si spegne nella gola stretta.) (Ha come un lampo di chiaroveggenza. Balbetta:) Il testamento!... A lei, no... no... no... (Cerca di trascinarsi fino alla scrivania. Ma, come le sue braccia si stendono e le sue mani si aggrappano al cassetto, egli è vinto dalla paralisi e cade pesantemente — morto.)

(Un po' di vocìo festoso giunge di nuovo a traverso l'uscio.)

(Sipario.)

ATTO TERZO.

L'abitazione di Nunzio e Paolina: una stamberga. È un pianterreno che potrebbe servire da stalla. Non una finestra, non uno spiraglio. L'aria entra soltanto dalla grande porta che si apre nel mezzo della parete in fondo. Il livello del pavimento è inferiore a quello della strada, sicchè dalla strada si accede scendendo un gradino. I muri sono screpolati e grommati di muffa. Il soffitto basso mostra le travi scoperte. Accosto alla parete destra, un letto per due persone, con le scranne di ferro senza spalliera. Verso il lato sinistro della stamberga, una tavolaccia, due o tre seggiole, una panchetta. A sinistra della porta, un cassettone con su una statuina di Madonna, dinanzi alla quale arde una bella lampada di ottone. Dalla stessa parte, nell'angolo, un focolaretto, con pochi utensili da cucina, in creta. L'altro angolo, a destra, è tutto nascosto da una gran cortina fatta di pannolini di diversi colori, qua e là rattoppati, la quale pende da una cordicella stesa in alto, di traverso, tra i due muri. Alla parete sinistra sono conficcati dei chiodi in modo che vi si possa appendere qualche cosa. La porta è tutta aperta. Si scorgono le finestre e i balconcini d'un vicoletto angusto e bieco, illuminato dalla poca luce che penetra tra i muri altissimi delle vecchie casupule accavalcate le une alle altre. Si vede, molto di rado, passare per il vicoletto qualche femminuccia del volgo affaccendata, qualche popolano, qualche figura indefinibile.