XII.

Ma quella contentezza gli fu presto amareggiata.

Luscià pareva stordita; ella così vivace, così inquieta, passava delle ore immobile, silenziosa, incantata.

Emanuele pensò ch’ella avesse bisogno di svago, di conforto, per la lontananza della sua gente. E la condusse a fare un viaggio.

Percorsero mezza Italia: visitarono la Toscana, il Veneto, la Lombardia.

Luscià era stata già dappertutto colla sua tribù, che da tre anni dimorava di qua dalle Alpi. Emanuele scrutava le sue impressioni, le sue memorie, avido di scoprirvi la poesia selvaggia e robusta di un’anima vergine, di un sentimento ingenuo. Nulla di tutto ciò: ella non si ricordava di nulla, non si entusiasmava di nulla: era insensibile alle meraviglie dell’arte; le bellezze della campagna, del paesaggio la lasciavano fredda: non amava che il moto continuo; preferiva a tutto lo strepito delle grandi città; lo scarrozzare per le vie popolose, sui grandi corsi pieni di sfarzo, di lusso, la sera luccicanti di lumi.

Amava la folla, le brillanti riunioni: fosse in teatro, in chiesa, alla passeggiata, per lei era lo stesso.

Ci andava vestita in gran pompa; tutte le acconciature, dalle più severe alle più strambe, s’attagliavano a quella sua figura ricchissima di contrasti: seria, vivace, inquieta come una cutrettola, contegnosa come una regina.

Quando, al braccio del marito, attraversava la folla, gli uomini si voltavano mormorando d’ammirazione; ella si guardava attorno e rideva.

Qualche volta Emanuele la riprese con dolcezza.

— M’hanno detto che son bella, non è forse vero? domandava Luscià.

— Sì, lo sei, te lo dico anch’io sempre, sei bellissima... ma per me.

— E allora, perchè veniamo qui?

Tentennava il capo — non capiva.

Emanuele taceva, sconcertato dalla sua logica primitiva, ma più dai suoi occhi affascinanti.

Al postutto, non era questa che una civetteria innocente e tollerabilissima.

Se avesse potuto accorgersene, egli si sarebbe inquietato di ben altri segni.

La giovine sposa, se non alle idee e ai sentimenti della sua condizione, si avvezzava rapidamente alle mollezze e ai comodi materiali della civiltà: vi si grogiolava dentro con una delizia indicibile: la pigrizia e la ghiottoneria s’educavano in lei mirabilmente. Dopo il piacere chiassoso, rumoroso, nulla l’era più caro che l’ozio, l’ozio assoluto sdrajone degli animali domestici. Avrebbe passato in letto a rosicchiar confetti tutte le ore che non passava in carrozza. In poche settimane aveva contratti tutti i vizi di una cagnuola favorita. Ma era tanto graziosa! La sua personcina si torniva, il suo fare si aggraziava; le sue carezze senza slancio, senza spontaneità, senza calore, acquistavano una morbidezza fine, squisita; offrivano tutte le voluttà della femmina, senz’ombra delle esigenze della donna.

Spesso il conte, rientrando dalle sue passeggiate mattutine, che s’era rassegnato a fare da solo, trovava Luscià che dormiva ancora. Al rumore dei suoi passi ella si svegliava, gli buttava le braccia al collo, si accovacciava sulle sue ginocchia, gli strofinava il volto col suo musettino delicato, rovesciava sulla sua spalla la testolina leggiadramente scarmigliata, guardandolo attraverso le palpebre socchiuse con le pupille voluttuosamente sonnacchiose. Poi erano baci, risolini soffocati, gemiti, tortoreggiamenti innumerevoli. Tutto ciò finiva ad un tratto, se un segno d’impazienza balenava nello sguardo d’Emanuele. Luscià era un giocattolo intelligente; sapeva capire quando il momento del trastullo era finito. S’alzava seria, e si ritirava nel suo cantuccio a lisciarsi colle zampine gentili i ricciolini scomposti e a pulirsi i dentini d’avorio.

Emanuele, come tutti i caratteri timidi e seri, a cui la ritrosia, la verecondia sbarrano la via del piacere, nei primi giorni ne andava matto, si abbandonava alla facilità di quelle delizie nuove per lui, se ne inebbriava perdutamente. Il suo spirito riflessivo, fantasioso, aveva qualche volta adorato la donna, ideale alto, lontano, che svaniva quando egli cercava raggiungerlo; i suoi sensi si risvegliavano tardi ma prepotenti, e si contentavano della femmina.

In quel primo ardore la sua mente, il suo cuore erano sopraffatti; gli occhi, ammaliati dalle forme, non vedevano che le perfezioni esteriori esagerandole, non potevano avvertire i modi strani, in cui trasparivano i difetti dell’indole. E Luscià ne aveva molti, e tali che avrebbero dovuto impensierire il marito, se l’innamorato l’avesse permesso; tanto più ch’ella nella sua ignoranza non pensava punto a celarli.

Un giorno, a Firenze, Emanuele, entrando nella camera della sposa, assistette ad una scena singolare.

Luscià, in gonnella e veste scollata, colle braccia nude, si lavava le mani in un catino, che il cameriere dell’albergo le teneva, non avendo potuto deporlo sulla toeletta, ingombra di minuterie d’ogni sorta.

Il servo, inanimito dalla confidenza, divorandola cogli occhi, le teneva dei discorsi assai poco convenienti: ed ella sbellicava dalle risa, buttandogli manciate d’acqua nel viso.

Il conte impallidì: fe’ uscire lo sguaiato famiglio, il quale non gli risparmiò una mezza impertinenza; e per decoro bisognò tenersela. Alla moglie non disse nulla: — ella era tanto stupita dell’accaduto, che il conte attribuì il trascorso all’ingenuità e non si chiese allora se quest’ingenuità non significava mancanza di quell’istintivo pudore che nei paesi civili è la massima delle virtù muliebri.

Dimenticò la scena; la sua tenerezza era disposta a passar sopra a cose ben più gravi.

La sua gioventù soffocata in fondo al cuore dal dolore, dal dovere, gli montava al cervello: gli dava delle vertigini di imprudenza, di sregolatezza, e ridiventava fanciullo, diventava spensierato come non s’era sentito mai, neppure a diciott’anni.

Aveva sposata Luscià per il sentimento tutto paterno di farle da educatore, per elevarla al livello del proprio mondo aristocratico; ma invece la zingarella lo aveva di botto precipitato dal sommo della sua serietà patrizia nella vita vagabonda, e lo trascinava per mano, ammiccando cogli occhietti procaci e misteriosi, per sentieri ignoti, tortuosi, lubrici, a sensazioni nuove, a desideri strani, credulo, confidente, ammaliato.

Dava negli eccessi di uno studente birichino che fa la sua prima scappata; si buttava alle più stravaganti pazzie, con una foga di cui rideva egli stesso, incantato di trovarsi così vivace e brioso.

La loro vita era il rovescio dell’ordine, dell’abitudine; in cui tutte le convenzioni della giornata, dell’orario, andavano capovolte.

Giravano la notte per le vie remote, scorrazzavano per la campagna, irrompevano nelle osterie rustiche, si facevano imbandire una cena, mettevano tutto a soqquadro, vi improvvisavano un ballo, un festino, riddavano il trescone, poi, ad un tratto, buttando una manciata di monete in mezzo a quella folla che la loro follia aveva radunata, eccitata, raggirata, scappavano via di corsa, sparivano come folletti capricciosi. Emanuele portava di peso Luscià nella carrozza che aspettava nelle tenebre, ve la buttava ridendo come un matto e soffocandola di baci. Tornando tardi, picchiavano alla porta dei caffè del sobborgo, si facevano aprire per prendere un rinfresco, bevevano nello stesso bicchiere, si buttavano acqua in viso, ed uscivano lasciando un concetto assai poco onorevole di loro agli avventori, ai seri fannulloni, ai giocatori gravi e imbronciati, e uno ottimo al tavoleggiante che regalavano liberalmente.

In queste scapestrerie il più spinto era naturalmente Emanuele. Luscià ci si trovava nel suo elemento, e aveva in fondo tutta la calma dell’intenzione. Ma vi si mostrava insaziabile.

Egli aveva le idee più arrischiate, più bizzarre, ella i gusti più godiglioni. Egli si stordiva, si inebbriava, si stancava delle cose più stravaganti; ella invece se la spassava e trovava sempre l’agio di succhiarsi con quiete qualche leccornia prelibata: — Alternava i baci e le pastiglie: i baci per lui, le pastiglie per sè. Non partecipava ai trasporti del marito, ma sapeva però destramente sfruttarli: essa aveva in quei momenti sempre qualcosa da chiedergli, che bisognava assolutamente darle e senz’indugio.

Una volta, alla Spezia, erano usciti in barca per una gita a Porto Venere, ma Luscià era di malumore; attraversando la città s’era invaghita di un cappellino esposto in una vetrina, ed Emanuele non era stato pronto a soddisfare il suo desiderio. Ma, accortosi della sua dimenticanza, dalla cera rannuvolata di lei, quando già erano lontani qualche miglio da riva, fe’ voltar indietro la barca, corse dalla crestaia, comprò il cappellino. Ritornati in barca, un temporale li sorprese, cadde un grande acquazzone che sciupò il regalo, mandò a monte la gita, per cui egli aveva data parola a tanti amici suoi. A Luscià non rincrebbe nè l’una, nè l’altra cosa.

I suoi capricci, una volta soddisfatti, svanivano, ma non ammettevano replica. Oramai, senz’accorgersi, il conte comprava, si può ben dire, tutte le sue carezze; il desiderio di avere un sorriso, una smorfietta di più, lo spingeva a spese inutilissime; non tornava mai a mani vuote.

Quando usciva per città, tutto ciò che le dava nell’occhio Luscià lo voleva.

Fu a Firenze ancora che accadde un’altra scena spiacente. Erano stati a Ponte Vecchio da un orefice per una qualche compera. Contrattata la mercanzia ed usciti dalla bottega, a un cento passi più in là, li raggiunse un commesso tutto sconvolto e li pregò di guardare nel pacco se, per isbaglio, vi fosse entrato un anellino di brillanti, che stava sul banco del suo padrone. E intanto sbirciava, con sospettosa timidezza, la borsa ricamata che Luscià teneva al braccio, e finì col pregarla di guardare anche là. Il conte si risentì, strapazzò il ragazzo, gli diede il suo nome e il suo indirizzo e rientrò tutto indignato di quella petulanza. Alla sera Luscià, tirando dalla borsa il fazzoletto, fe’ cadere l’anellino. Non arrossì, non si sconcertò, non si mostrò sorpresa, e il conte, senza chieder di più, timoroso di approfondir la cosa, corse dall’orefice a pagargli il gioiello.

Nel ritorno si trattennero alcune settimane a Milano, che, più di tutti gli altri paesi visitati, piacque a Luscià per la grossa giocondità delle sue usanze.

Vi si apriva la stagione musicale d’autunno; in mancanza della società signorile, fuori a villeggiare, v’era il solito concorso di forastieri, di artisti teatrali, di virtuose, col loro codazzo di protettori, di patiti, di parassiti, di ricattatori, una folla allegra, chiassosa e crapulona, che cominciava a vivere alle sette di sera, all’ora dello spettacolo, e che, uscendo, invadeva tutti i caffè, tutte le osterie, le bettole della porta e vi menava baldoria sino alle prime ore del giorno.

Quel mondo somigliava, almeno per la vita vagabonda e sregolata, alla razza di Luscià. Le affinità non tardarono a manifestarsi.

Alla Scala fu ben presto avvertita quella strana personcina dagli sguardi sfolgoranti.

Quando si seppe che ell’era una donna di condizione, che quella perla di venturiera era legata in un vero ed autentico blasone, la curiosità non ebbe più limiti; attirò tutti gli sguardi verso di lei, e il suo palco, per l’intromissione di qualche amico, fu ben presto preso d’assalto dai galanti più in voga. Fu una processione di gilè bianchi, di cravatte enormi, di pettinature meravigliose, di vagheggini sfatati, di nobili venturieri e di venturieri arricchiti.

Emanuele sentiva, da principio, un po’ di ripugnanza per costoro; ma il gusto di primeggiare era così naturale in Luscià, così innocente, eppoi la rendeva così seducente, così bella, ch’egli non seppe negarglielo.

Quanto a lei, preferiva, fra i suoi corteggiatori, i meno ammodo, i più matti, i più vivaci e meno educati. Questi allontanavano gli altri, e travolgevano i due sposi in una baraonda di concerti improvvisati, di festicciuole scapigliate, di serenate, di veglie, di conversazioni, in cui non si discorreva — si strepitava, si rideva, si faceva baccano.

Il mezzo con cui tutta questa gente, uomini e donne, riusciva ad imporsi, era uno solo: una fervida, schietta ammirazione per Luscià.

Ella li attirava senza volerlo, poi, una volta fatte le relazioni, alle prime parole la dimestichezza nasceva una dimestichezza di giochi, di scherzi, di pettegolezzi, non profonda, ma invadente. Emanuele si trovò invischiato senza pur accorgersene. Al caffè, al teatro, nell’albergo, le conoscenze gli fioccavano intorno, come falene intorno alla fiammella; e la fiammella era quello stesso fascino, a cui il suo orgoglio patrizio s’era bruciacchiato l’ali per sempre.