XIII.
Finì, tuttavia, col disgustarsene.
Egli era in obbligo di fare una visita sul lago ad un generale, amico di suo padre, vecchio celibe, senza famiglia. Per risparmiare alla sposa una noia e salvare una quantità di convenienze, risolse d’andarci solo. Doveva trattenersi fuori una notte.
Luscià rimase colla cameriera, che il conte le aveva presa per la sua dimora in Milano. Costei, una specie di Suson, intrigante di professione, scaltra ingannatrice di mariti, non trovava il suo tornaconto nella tolleranza del conte, che rendeva inutili i suoi talenti.
Tanto per non perdere la mano, colse dunque al balzo quell’occasione per suggerire alla sua padrona, che — secondo il suo costume coi servi — le accordava una grande confidenza, uno dei suoi segretumi.
Sapendo che Luscià ammattiva per la coreografia, ella, che aveva un fratello o un cugino ballerino alla Scala, le propose di farlo venire con una squadra di compagni e di compagne, tutti in costume, ad eseguire, per lei, qualcuno dei passi che più incontravano nel ballo della stagione: La caduta di Missolungi.
A questo primo disegno, ella aggiunse poi la cena con degli inviti, — insomma una vera e completa baldoria; felice di completare la cosa coi suoi lucrosi ripieghi da mezzana, pensò ella stessa alla spesa, mettendo a pegno qualche gioiello della padrona.
A mezzanotte la compagnia era a tavola nel salotto quando capitò il conte.
Egli aveva trovato il generale infermo, perciò, fatta la sua visita, era, senz’altro, ritornato indietro.
Non rimase poco sorpreso; ma, da vero gentiluomo, dissimulò la contrarietà che ne sentiva, e pigliò la cosa con tanta buona grazia, da far credere che tutto fosse stabilito col suo consenso.
Luscià, benchè non troppo turbata, andò, per consiglio della cameriera, che amava il drammatico, a buttargli le braccia al collo e a chiedergli perdono.
Egli non la lasciò parlare, e le disse sottovoce, con atto rispettoso: — tu sei la padrona.
Poi l’aiutò egli stesso a far gli onori dell’ospitalità alla strana brigata, e volle che si compisse esattamente il programma concertato.
Il banchetto terminò allegramente, con un’infinità di brindisi burleschi, largamente inaffiati di sciampagna.
Il conte, per una liberalità eccessivamente scrupolosa, non aveva voluto far le cose a mezzo; i fattorini servivano gl’invitati senza discrezione.
Poi si levarono le tavole, i suonatori invitati trassero i loro strumenti, e, al suono della piccola orchestra improvvisata, i Clefti e le Albanesi e i Giannizzeri fecero i loro passi.
Terminata la lunga serie di capriole, di prilli, di scambietti, di catene, di intrecciamenti, tutta la compagnia si abbandonava alle danze, che si protrassero a lungo, tumultuose, senza ritegno.
Quella genìa irriverente, chiassona, inanimita dalla complicità della padrona, dalla condiscendenza del conte, dal vino tracannato a garganella, trascese a degli eccessi straordinari.
Il festino prese, bel bello, l’andamento dell’orgia.
Gli sposi occupavano cinque stanze al primo piano della Bella Venezia; il piccolo quartierino fu invaso da cima a fondo senza riguardo al mondo, messo nel più grande scompiglio.
Il conte, per la singolarità della sua posizione, ripugnandogli di far la parte di rustego di commedia, non volle adoprar altro freno che la dignità garbata del suo contegno, il quale da solo non serviva guari.
Egli stesso dovette, con bella maniera, schermirsi dai trasporti di ammirazione, di tenerezza, che la sua indulgenza destava nei cuori sensibili delle albanesi. Non poteva incantucciarsi un momento, senza che ne avesse una sulle spalle o sulle ginocchia, e senza sentirsi sotto il naso l’alito avvinazzato e ardente di una baccante inuzzolita.
Quanto a Luscià, riavutasi facilmente dal leggero sgomento, ci pigliava un gusto matto, rideva, saltellava di gioia, non stava ferma un minuto. La cameriera le aveva ben sussurrato il sospetto che il marito celasse la sua collera, per isfogarla poi a quattr’occhi; ma i suoi modi, il fare di lui l’avevano interamente rassicurata. Quando ella gli passava vicino, scrutandolo cogli occhi in viso, per scoprirvi le secrete intenzioni dell’animo, egli le stendeva amichevolmente la mano e le sorrideva bonario, premuroso, come al solito. Una volta anche le aveva fatto fare un giro di valzer, e nel ricondurla a sedere, stringendole il braccio, le aveva detto: — ti diverti? — come sempre usava quando la menava a qualche sollazzo.
Il baccano continuava intorno; egli non pareva aver occhi che per lei.
Del resto Luscià non faceva, come si dice, nulla di male; sfogava il suo talento naturale dello schiamazzare, il suo ardore infantile di muoversi, di sparnazzare, di scalmanarsi, null’altro...
Eppoi, sotto gli occhi del marito, nessuno le mancava di rispetto.
Però il conte, per quella notte, fece una gran prova di pazienza. E quando la brigata gli fe’ la grazia di andarsene, ed egli, data l’ultima stretta di mano, potè chiudere la porta dietro a quella mascherata fastidiosa, diè in un grande sospiro di sollievo.
Attraversò l’appartamento, corvettando fra le sedie rovesciate nell’ultimo congedarsi, e si ritirò nella camera.
Luscià s’era buttata, vestita, sopra il divano, stanca, pesta di fatica, non sazia, fantasticava cogli occhi spalancati, accesi, come fosse nella sua vecchia tenda, dopo i lascivi contorcimenti del tanâna. Intorno i segni del baccano che era penetrato fin là; i tappeti voltolati, spiegazzati, i cuscini buttati a terra; le cortine del letto aperte, attorcigliate sui bracciuoli, lasciavano intravedere il letto sconvolto, una sedia colle gambe in aria al posto dei guanciali, i guanciali rovesciati a mucchio nel corsetto, le coltri trascinate sul pavimento; profanazione ed oltraggio non casuale alla vereconda poesia del talamo.
Un lurido, ributtante disordine, un’atmosfera densa di polvere, di fumo, di moccolaia, un tanfo acuto di vino e di tinello.
Il conte socchiuse la finestra.
La brigata si spandeva cantando e sghignazzando nella strada; sull’angolo di San Fedele un gruppo di ballerini aveva preso d’assalto un fiacre, e altercava col cocchiere, che si opponeva al carico soverchio; correvano bestemmie grossolane, grida, minaccie, strilli acuti di donna.
Al lume tremulo di un lampione si vedevano gli alti cimieri e i turbanti ottomani, — le aste levate in alto facevano alla scherma colla frusta prosaica del fiaccheraio.
Il portinaio dell’albergo chiudeva brontolando.
Emanuele allibì; comprese l’eccesso cui era trascorso.
Non accusò che sè stesso, non si vergognò che di sè. — Egli, il suo sensualismo cieco, la sua foga intemperante di divertimenti, erano la causa di tutto.
Sentì un cocente rammarico del pericolo, delle sconvenienze cui esponeva la sua sposa, egli il suo custode, egli il suo educatore; — un vivo bisogno di farne una riparazione, di rialzarsi nella sua stima, di chiederle perdono.
Ella, augellino smarrito, gettato sopra un letamaio, vi si dibatteva; — povera innocente, ella avrebbe dovuto guardarsi dal male in cui lui, fanciullone di quarant’anni, la precipitava, con tutta la furia viziosa di una tarda giovinezza?
Riparò in fretta, con mano sdegnosa, il disordine, — spense i lumi, testimoni dell’orgia. Il crepuscolo discreto e tranquillo dell’alba, penetrando fra i pizzi delle cortine, ricondusse nella camera un soave candore di raccoglimento e di purezza.
Le pupille di Luscià lucevano nella penombra e lo seguivano inquiete.
Emanuele, quand’ebbe rifatto alla sua adorazione la sua nicchia casta, vereconda, si accostò al divano, si inginocchiò in silenzio.
Una mano s’insinuò, timida e molle, come un invito, entro i suoi capelli, e scese a carezzargli il collo; egli la prese, la baciò riverente, a fior di labbra; poi si alzò, attraversò riguardoso, in punta di piedi, la camera.
La cameriera, che origliava alla porta, spiando lo scoppio delle violenze presentite, lo vide, al fioco barlume mattutino, ritirarsi quetamente nel suo studio, stupì della sua calma, e sospettò fosse matto o peggio, — chissà cosa...
Ma quando, alcune ore dopo, fu congedata, e seppe che i padroni partivano alla volta del Piemonte, tornò a raccapezzarcisi a modo suo, andò intorno a spargere e commentare la notizia, a compiangere la contessina, la quale, povera vittima, si vedeva, partiva di mala voglia, e che feroce vendetta la attendesse, Dio vel dica; il marito era falso, brutale, un piemontese e basta.