XIII.

Maria s’è levata di buon’ora, come nei giorni di grandi faccende; ma da due ore non sa che fare; è diventata nervosa: le pare debba venir qualcuno che ritarda.

Entra Pasquale come una bomba, trafelato, col volto acceso, e non dice nulla; si siede senza aprir bocca.

Maria gli domanda cos’è stato.

— Ah!... dica un po’... se avesse da maritarsi... le spiacerebbe?

— Cosa?

— Se avesse da maritarsi...

Maria lo guarda sorpresa e si mette a ridere.

— Hai uno sposo pronto?

— Certo che l’ho...

— Bello?

Pasquale fa una smorfia.

— Non è bello, — esclama Maria. — È alto come me? Sai che io detesto gli uomini piccolini.

— Ma senta...

— Dunque è piccolo. Ha spirito almeno?

— Che so io? — risponde Pasquale un po’ infastidito.

— Non ha nemmeno spirito, ma mio povero Pasquale, a chi mi vuoi dar tu?

— Mi lasci parlare...

— Aspetta, indovino io chi è: il figlio dello speziale: è un pezzo che mi vuole. Non è lui?

— Signorina, non fo mica da burla io, — dice Pasquale in tono di rimprovero.

— Ah già, tu non burli mai! Ebbene, eccomi qua seria anch’io ad ascoltarti. Cos’è questo tuo pretendente?

La Maria si fa contegnosa davvero.

— È, secondo me... un buon partito... un partito conveniente... è molto ricco...

— Ah sì? — dice la contessina distratta.

— Insomma, è questo qua, lì da basso... alla cascina...

— Chi? — domanda Maria agitatissima.

— Il medichino...

— Oh!

— Me l’ha detto lui.

Maria spalanca gli occhi e diventa bianca come cera; vacilla, cade su d’una poltrona e rompe in un violento scoppio di pianto.

Pasquale la contempla meravigliato: non sa che dirsi.

— Non si affanni, per carità; se le spiace si dice di no, e tutto è finito... Egli è di quella razza maledetta... lo so, una volta la sua domanda sarebbe stata un affronto... Guai se l’avesse fatta alla contessa!...

Intanto s’è accostato a Maria, che singhiozza sempre e non può parlare.

— Però adesso, — continua Pasquale dopo una pausa, — adesso le cose sono cambiate... lei è sola, e alla sua età, nella sua condizione, una donna... non sta bene... Lei, certo, poteva desiderare di meglio assai... un nobile, un par suo... ma dove trovarlo adesso? a me mi pareva che lei potesse dir di sì... non fosse altro che per farla tenere a quell’orso di Giacomo. Eppoi almeno avrebbe finito tutti i fastidi... non avrebbe da pensar ad altro che a far la signora... Ma se non le va... non ci pensi più... faccia conto ch’io non abbia parlato... vado a mandarlo a spasso subito...

Egli si muove infatti per andare, ma la contessina si scuote ad un tratto, lo afferra per un braccio, lo tira a sè, gli lancia le braccia al collo, nella furia gli fa cadere la berretta, gli scompiglia i capegli grigi e grida:

— No, aspetta.

Pasquale è sbalordito. Essa fa inutili sforzi per parlare.

— Ma cos’ha? — dice Pasquale che comincia ad inquietarsi. — Non lo vuole? lo so.

Maria scuote il capo.

— Glielo dirò, ho capito.

— No, — esclama Maria.

— No cosa? non ho da dirglielo? E perchè? Bisogna che gli faccia una risposta... è fuori che aspetta.

— Ma sì...

— Dunque cosa dirgli?

— Sì...

— Dunque lo vuole?...

— Non hai capito ancora?... tu non capisci nulla...

— Ma lei le dice in un certo modo le cose...

— Ma va... va...

Pasquale la guarda temendo ch’ella sia impazzita, e ripete:

— Vado a dirgli di sì?

— Sei ancora lì?

— Eh non tema, non iscappa.

Quando è alla porta essa lo richiama indietro.

— Cosa t’ha detto, dimmi, bravo Pasqualone; parla... ci vuol poco a dire quello che t’ha detto... egli parla tanto bene! chissà che belle parole ti ha detto... e tu non me le ripeti... parla...

— Ma devo andare sì o no? Egli aspetta...

— Ah sì, va... me lo dirai dopo.

Pasquale è sempre stupito: egli stupisce di tutto... Esce in cerca di Giulio, senza troppo affrettarsi, mulinando e brontolando fra sè sulle stranezze della scena fattagli dalla contessina.

Giulio, che lo vede venire a quel modo, impallidisce e non ha coraggio di dare un passo per farsegli incontro.

— Ebbene?... — domanda con voce soffocata e tremante.

— Ebbene la contessina accetta.

— Davvero?

Anch’egli abbraccia Pasquale, che va di meraviglia in meraviglia.

— Davvero? — ripete il dottore, — e come ha detto?

Pasquale pensa fra sè: — anche questo qua vuol sapere come ha detto, — e poi con comodo risponde:

— Ha detto di sì, cosa doveva dire? E adesso vuol venir su con me per cominciar a discorrere?

— Adesso? io vo al castello...

— Vuol parlare a lei?

— Ma sicuro che voglio parlare a lei! — esclama Giulio con la ciera la più bella, la più raggiante del mondo.

E in furia, quasi di corsa s’avvia al castello. Pasquale gli vien dietro come può. Giulio sale a rotta di collo la scala, arriva all’uscio della camera dove sta la contessina e là si ferma come impietrito col bottone del battente fra le dita.

— Cosa fa adesso? — esclama Pasquale, entrando nella camera.

— Ecco qua il sor medichino, vuol parlare a lei.

Giulio si fa innanzi; Maria rimane seduta sulla poltrona e china il capo; egli la guarda intenerito. Pasquale si siede come al solito in un canto; ma vedendo che non parlano, crede abbiano soggezione di lui, ed esce dicendosi che al punto dove stanno le cose egli può senza pericolo ritirarsi.

Si ferma a piè della scala ad aspettare il dottore ch’egli si propone di non abbandonare finchè tutto non sia stabilito. Ma Giulio non si fa aspettar troppo; arriva dopo due minuti correndo con l’aria stravolta da una gioia ineffabile.

— To’, — pensa Pasquale, — avevano da parlarsi ed è già qui! non hanno avuto il tempo di dir nulla di nulla.

E la sua meraviglia è al colmo.