XIV.
La sera è venuta; Giacomo e Maurizio discorrono soli nel tinello, mentre Martina è in cucina ad allestire la cena. Cioè Maurizio parla sempre lui.
Egli è in vena d’umorismo; ha trovato un argomento di scherzi e di motteggi che pare inesauribile. Parla della contessina e nomina qualche volta anche il dottore.
Il vecchio domanda:
— Anche... oggi... mio nipote... è stato... lassù?
— Credo di sì... a farle il ben servito... Eh eh!... era allegro quando è tornato, proprio come un litigante che ha ottenuto sentenza in favore.
— Che non... si lasciasse... abbindolare... da quella... nobiluzza, — brontola Giacomo.
— Ah!...
— Anche sua madre... ti ricordi... aveva... dei pregiudizi... per quei del castello...
— Sì, ma il medichino... quello lì, l’ho allevato io!
E dopo una pausa, soggiunge ammiccando maliziosamente:
— Volete che ve la dica? noi abbiamo pensato a metter le mani sul pollaio, ed egli il medichino, sapete il galuppo...
— Eh!
— Ha voluto beccarsi la pollastrina... Ah! ah!
Il vecchio fa una smorfia schifosa e colla bocca aperta ride oscenamente di un riso secco, asmatico, stridulo.
— Ah! ah!... sghignazza Maurizio... ci lascerà qualche penna.
— Eh! Eh! Eh!
— E la cresta... la contessina...
Giulio arriva in quel punto, sente l’ultima parola. Manda fuori Maurizio con un qualche pretesto; chiude l’uscio a chiave e viene a sedersi presso il nonno.
— Maurizio vi discorreva della contessina?
— L’hai guarita... Eh! — Eh! Eh!
— Anch’io voglio parlarvi di lei.
— A me?...
— Maurizio l’ha diffidata a vostro nome di lasciare la casa entro tre giorni che scadono domani... lo sapete?
— Sicuro...
— Non sarebbe meglio nonno, che... ritiraste quell’ordine?
— Come?...
— Che ritiraste quell’ordine...
— Per... chè?...
— Perchè, mio caro nonno, vi fa del torto...
— Ah!
— Sì, vi fa del torto, e se voleste pensarci un pò con calma, sareste d’accordo con me.
— Per di... ana... io non fo che il mio diritto...
— Non sempre ciò che la legge tollera è ben fatto. Mi pare, nonno, sia sconveniente il trattare a questo modo quella giovinetta... che non ha più nessuno... che è sola, senza appoggio...
— Oh!... cosa... t’importa... a te?... Eh! la mia casa... non è un ricovero...
— Voi che bisogno avete adesso di quelle due povere stanze?...
— Vo... glio... trar... ne partito... voglio...
— La contessina non ci starebbe che poco tempo; non è proprio il caso, per qualche settimana, di farle scortesia...
— Ho... da... affittarle... io... le stanze...
— No, non dite così, non è per quel meschino interesse che voi... vi ostinate... ma per un altro motivo, è per puntiglio... per rancore... contro la famiglia della contessina...
— E... non avrei... ragione?... di rifarmi... contro... quei prepotenti?
— Quei prepotenti, come voi li chiamate, da gran tempo non sono più prepotenti... sono poveri morti... che non possono più far del male e neppure patirne... le nostre rappresaglie essi non le saprebbero mai; chi invece ne soffrirebbe, e certamente molto a torto, è una povera fanciulla... innocente, che non v’ha fatto mai nulla, che quasi non vi conosce.
Il vecchio col capo chino sul petto, aggrotta le ciglia canute in segno di malumore.
— Il vostro sdegno, — continua Giulio, — pesa già pur troppo su di lei; tutte le disgrazie che da sessant’anni sono venute a colpire la sua famiglia, si accumulano sul capo di quella buona creatura... Credetemi, non ci può essere gusto ad accrescere le sue umiliazioni, e invece ce n’è uno immenso a far una buona azione... Datemi retta, nonno, lasciatela tranquilla! Ritirate quell’ordine.
Giacomo scuote la testa con impazienza.
— Fatelo per compiacermi...
— No... no...
— Sentite, i suoi vecchi avranno certo avuto dei torti...
— Oh!...
— Sì, ve lo credo... ma lei, io la conosco, è degna di tutti i riguardi, è... buona... è...
— Sai... che... mi... secchi?...
— Vi domando così poco... contentatemi...
— No... no... no... oh!
Giulio si frena a stento.
— No? ma ditemi almeno il perchè... in nome di Dio...
— Perchè... voglio... così... basta!...
— Ebbene io vi dico che voi avete torto, che la vostra collera è ingiusta... esclama vivamente Giulio alzandosi dalla sedia e passeggiando a passi concitati per la stanza. — Voi volete ostinarvi a tormentare una povera creatura senza motivi o per motivi indegni di uno della vostra condizione... E sapete cosa si dirà?... si dirà che tutte le vostre collere passate furono come questa, ingiuste, crudeli senza ragione... che la causa della vostra famosa guerra contro il castello non è già stato un risentimento scusabile, ma bensì una sordida avarizia, una cupidigia sfrenata... Si dirà, e si dice già, sappiatelo, me lo si butta in faccia a me, vostro nipote che voglio potervi difendere, si dice che i signori del castello, voi non volevate che spogliarli con angherie, cavilli e peggio... e si dice che la nostra ricchezza non è pulita... e...
Giacomo allo scoppiare di questa sfuriata ha levato il capo, ha spinto fuori i suoi piccoli occhietti sull’orlo delle palpebre sanguigne: a questo punto frenetico di rabbia, poggiando le mani sui bracciali grida con voce rauca:
— Impertinente! birbo!...
Le sue membra irrigidite dallo sforzo, tremano convulse.
Giulio lo guarda spaurito; — si pente di essere andato troppo in là con parole, e non osa fiatare.
— Birbo! ripetè il vecchio, io ho lavorato novant’anni per metter insieme quello che ho... me lo sono guadagnato... capisci?
— Nonno, — dice sommessamente Giulio, — non ho detto per offendervi...
— Me lo sono guadagnato!...
— Non volevo che persuadervi a non fare una cosa che...
— Una cosa che voglio fare... Sono ancor io... il padrone qui... tu non sai ancora dov’hai i piedi... te lo dico io... e giusto perchè me ne vuoi imporre... se quella... stracciona... domani... non... esce... la... faccio... cacciare colla forza... vedrai!
Queste parole mettono nuovamente fuori dei gangheri la pazienza di Giulio, che dice a bassa voce con amarezza profonda:
— Debbo dirvi che quella che voi volete cacciare... è... la mia sposa!
— Ah!... lo... sapevo!... dice Giacomo ricadendo accasciato sul seggiolone.
Egli è stremato di forze, le sue labbra si agitano come per parlare; ma per lunga pezza non riescono a modulare alcun suono.
Un silenzio sinistro succede al diverbio tempestoso. Finalmente il vecchio si risolleva sulla persona e voltosi a Giulio gli dice con voce fioca e tremante di sdegno:
— Tieni... a mente... che... colei... là... la figlia della ciarlatana non entrerà... qui dentro...
— Sta bene; non entrerà...
— Guai! se viene...
Giulio rivolge uno sguardo di dolorosa compassione al vecchio ed esce precipitosamente.
— Non vada fuori che la cena è pronta, gli grida dietro la Martina.