XX.
Però verso il fine di aprile un grave incidente venne a turbare la serenità di quella sua pace.
Un giorno che egli aveva dimenticato un libro nel salotto della moglie, venne a ricercarlo.
Intese, appressandosi all’uscio, un sussurro sommesso, ma concitato, nelle stanze di Luscià. — Non comprendeva le parole, ma distingueva le cadenze del gergo.
Pareva che Luscià si lagnasse e supplicasse.
Credette che ella si bisticciasse con Nad, e stava già per andarsene, quando lo colpì una voce virile, meno prudente, che diceva:
— Balischi! — una sozza ingiuria.
Riconobbe Nick.
Allora l’antica indignazione contro il vagabondo lo prese; non potè contenersi: entrò nel salotto.
Trovò lo zingaro in una gran collera, che smaniava col suo fare da gradasso per la stanza, balbettando minaccie, rampogne contro Luscià, la quale, seduta sopra uno sgabellino, piagnucolava. Egli aveva levato il suo giubbetto magiaro e mostrava la libertà di un uomo in casa propria.
Il conte lo interruppe a mezzo della sua invettiva con un terribile:
— E poi? — che lo fe’ voltare di balzo.
Lo zingaro balbettò qualche cosa.
— Uscite! disse il conte.
L’altro obbedì, prese il suo abito, lo buttò sulle spalle e varcò la soglia senza far motto, guardandosi intorno col fare confidente e soppiattone di animale malefico che cede alla minaccia di una forza superiore.
Il conte prese la candela e lo seguì verso la porta.
Nell’androne, Nick si volse e disse sfrontatamente:
— Che ho fatto?
— Uscite, vi dico! — Vi par poco minacciare la contessa, mascalzone che siete?
— Voi credete ch’io l’abbia afflitta? vi sbagliate. Voi non conoscete le nostre donne, aggiunse con ironia.
— Qui non ci sono più donne della vostra razza.
Nick tentennò il capo:
— Ebbene, disse, volete vedere che Luscià non è in collera con me? — fate la prova, — chiedetele se voi dovete scacciarmi, e se ella lo vuole, mettetemi pure fuori a calci, io sono contento.
Il conte era sconcertato da tanta impudenza.
Nick, rinfrancandosi, continuò indossando la sua giacca:
— Vi ricordate: chi ve l’ha condotta quella sera a Peveragno? Io sono vostro amico; se avessi voluto portarla via, ella mi avrebbe seguito in capo al mondo. Non conoscete le romni voi. Guardate, scommetto che con tutte le vostre bontà, — perchè dicono che voi siete buono, — ebbene, scommetto che io so ancora adesso farmi rispettare da lei più di voi. — Io credo che fareste bene a lasciarmi venir qui qualche volta: io darei alla mia parente dei buoni consigli; le donne hanno mente corta, non vedono oltre la loro bocca, — e per far loro comprendere il bene che ad esse si fa bisogna saper parlare sul serio. Davvero che fareste bene a tener di conto Nick. Andiamo, io non sarò troppo esigente, — mi contenterò di pranzar qui in cucina qualche volta, finchè resto a Parigi. Va bene?
Il conte lo guardava sbalordito: nel suo cuore la collera lottava colla sua solita temperanza di gentiluomo.
Lo zingaro riprese:
— Vi va? Anzi, se mi lasciaste dormir qui in un bugigattolo qualunque — eh? in un corridoio, nel cantuccio della legna, un buco purchessia, eh?
Finalmente il conte non ne potè più. Con un gesto impetuoso gli indicò la porta, e lo guardò tanto minaccioso che l’altro non attese altro e sgattoiolò in istrada.
Alla fine dell’anno il conte si dovette accorgere d’aver scompigliato seriamente i suoi affari. I prodotti agricoli valevano poco; e le rendite che ne ricavava, bastevoli a dargli in Piemonte una certa opulenza, erano scarse per vivere in Parigi con larghezza signorile. Egli invece s’era abbandonato ad una grande prodigalità: le sole toelette di Luscià gli costavano qualche centinaio di mille lire. Fu costretto, per mantenere gli impegni, a scantonare il suo patrimonio. Ma in quel tempo, anche il vendere i fondi era cosa malagevole. Si trovò in gravi angustie, e pensò di ridurre le sue spese.
Rinunziò alla carrozza e a metà della servitù; cambiò l’appartamento in un modesto quartierino, e a malincuore cercò di far capire alla moglie la necessità di una più sobria regola di vita. Ella al solito si mostrò rassegnatissima; appena fu se una piccola contrazione si disegnò agli angoli delle sue labbra.
Il conte non se ne avvide neppure.
La maggior intimità delle abitudini avrebbe potuto riavvicinarli: e difatti il conte, grato a Luscià della sua docile sommessione, fu verso lei più premuroso. Ma ella non si mostrava più sensibile di prima: s’era fatta pigra, indolente, dormigliona; si ritirava poco dopo l’imbrunire, e spesso all’ora della colazione era in letto ancora; poi, alzata, rimaneva assonnita le poche ore che mancavano a far notte. Questa vita, del resto, le conferiva moltissimo; la sua persona si arrotondiva mollemente, e pareva che la materia soffocasse in lei anche la esigua fiammella dell’anima.
L’unione loro, come tutte quelle a cui mancano affinità originarie, era rimasta infeconda.
Emanuele, poco alla volta, si rituffò nelle sue abitudini, nei fidati colloqui de’ suoi compagni di studii. Egli arrivò a non veder più Luscià neppur una volta al giorno.
L’inverno era incominciato con le sue feste e i suoi numerosi divertimenti; — Emanuele non se ne accorgeva punto: il quartiere dove dimoravano era tranquillo e silenzioso. Quanto a Luscià, colla distrazione del dotto, egli non pensava punto a scandagliarne i desideri. La vedeva sempre calma, sonnolenta, gli pareva contenta, — non chiedeva di meglio.