XXI.
Era allora ministro di Baviera a Parigi un marchese Tornielli, oriundo del Piemonte, congiunto di Emanuele, a cui voleva un gran bene, e non mancava di mostrarglielo coi rabbuffi di un tutore stizzoso e bonario. Egli era uomo sulla cinquantina; ottimo carattere, che le traversie di una carriera stentata avevano ravvolto di una corteccia un po’ ruvida.
Emanuele andava di quando in quando a trovarlo, — e pigliava con un sorriso tra il distratto e il tollerante le sue ramanzine.
Egli biasimava i suoi studi, il suo genere di vita, tutto, ma poi si entusiasmava di tutte le sue idee, e, scapolo, era orgoglioso di lui come di un figlio pieno d’avvenire.
Un dì Emanuele entrò nello studio della legazione. Il marchese era occupato; un usciere aspettava certi premurosi dispacci. Emanuele voleva uscire; ma egli serio serio gli disse di trattenersi che doveva parlargli. Era accigliato più del solito, e di sotto il suo cipiglio trapelava una vera e profonda afflizione.
Finito che ebbe, spedito il corriere, si levò e cominciò a misurare a passi ineguali la camera. Ad un tratto si piantò davanti al cugino: le parole gli scattavano dagli occhi, dalle rughe della fronte scarna. Ma subitamente si voltava e continuava a passeggiare più concitato di prima.
Finalmente Emanuele gli domandò:
— Cosa c’è?...
La collera del marchese non aspettava che questo per traboccare.
— C’è, disse, che, caro il mio savio, mentre tu guardi alle nuvole capitomboli nella fossa... c’è questo.
Emanuele, avvezzo alle esagerazioni del cugino, sorrise...
— Questo al figurato, — ma in termini più positivi?
— Oh! non c’è punto da ridere.
Sbuffò; camminò a più riprese.
— Al fatto; te l’ho detto io che bisognava occuparsi un poco della casa... e della moglie?
— Della moglie? di quale moglie?
— Eh per bacco, della mia no sicuro...
— Ma che c’è?
— C’è che mentre il marito svapora da una parte, la signora dall’altra... si diverte...
— Ah!...
— E fa bene, per bacco, fa benissimo...
Il conte impallidì spaventosamente.
— Sì... si sa... Insomma, cosa volete dire?
— Sicuro, la contessa fu vista ad un ballo pubblico...
Il marchese nominò una sala da ballo notissima di una delle strade peggio riputate dei sobborghi.
— Non può essere! sclamò il conte con voce soffocata.
— È pur troppo, — per Dio, se è! — l’ha veduta un mio dipendente!
— Ed è venuto a contartelo? disse Emanuele indignato.
— No, io ho sorpreso le sue confidenze...
— Ê qui quest’uomo? voglio parlargli...
— Ti pare? Vuoi ch’io ti metta al suo confronto? — Son cose che si fanno?
— È vero, mormorò Emanuele, — e si lasciò cadere sulla sedia.
Dopo una pausa dolorosa egli disse esitando, come temesse di vedersi spezzato un ultimo filo di speranza:
— Sarà qualcuna che le assomiglia...
Il marchese fu crudele: lo sdegno non gli permetteva lume di riguardo.
— Sì, le assomiglia tanto che sta in casa tua.
— L’hanno seguita?...
— Già!
— Era sola?
— No, con uno straccione qualunque, un vagabondo che... so io... Ma non ha mica torto, — la colpa è tua...
Egli si voltò.
Emanuele s’era alzato, e se n’andava barcollando.
Il marchese gli fu sopra, — lo prese fra le braccia...
— No... sono una bestia io... tu sei stato troppo buono, ecco tutto... Ah bisogna farsi coraggio, che diamine, essere uomo; ci vorrebbe altro! perder la testa per una cosa di quel genere! Si fa così...
E crollava le spalle.
Come tutti gli imprudenti, gettata la sua rivelazione, si pentì, volle attenuarla, dimezzarla, rimetterla in dubbio.
Il conte non l’udiva più.