XXIII.

Cinque giorni dopo il conte di Peveragno scendeva colla posta dalla Gran Croce. Nella carrozza un prete savoiardo ed una donna attempata avevano riappiccato i loro sonni mattinali, nutriente ristoro dei vecchi.

I cavalli andavano lenti e faticosi giù per la china ghiacciata.

Un raggio di sole smorto, languido, si posava sopra la campagna coperta dalla neve come una fiacca gioia sulla canizie di un ottuagenario.

Il conte seguiva coll’occhio stanco, affaticato, con un’istintiva invidia, alcuni augelletti che svolazzavano fra i cespugli scotendone la brina densa e polverosa, pigolando il loro tripudio minuscolo in mezzo a tanta vastità di gelo, di solitudine, di desolazione.

Sul sedile davanti il vetturale discorreva con un montanaro che gli sedeva al fianco:

— Perchè ho lasciata la corriera di Annecy, voi dite? Oh l’è una storia curiosa. Il signor Molleton, il concessionario, non ve l’ha detto? Lo credo, non ha di che vantarsi. (Uh, uh, una schioccata.) Il signor Molleton ha l’abitudine di non consultar mai i suoi uomini sulla scelta delle bestie. Io glielo andavo ricantando. — Guardate, gli dicevo, voi non sapete cosa sia per noi vetturali un cavallo: l’ha da essere all’incirca come fra marito e moglie, — una intesa a fondo, limpida come l’acqua. — Non la voleva capire — e non se n’intendeva una maledetta. Fatto sta che un giorno che era tornato da Montpellier, mi ferma in istalla e mi mostra una bestiaccia d’inferno, — bella cavalla d’apparenza, nera come una mora, con un pennacchietto bianco sulla testa. Lui l’aveva tolta da un ufficiale francese, veniva dall’Africa o da casa del diavolo, che so io. — Io ho subito capito che l’era una malora — lui badava a dir — è bella, eh? — bella da imbalsamare, ho risposto. — Difatti me le avvicino, la piglio alla cavezza, la guardo, le apro la bocca, le caccio in gola il morso — pareva docile come un cagnolino. Mi volto — paf — il morso era caduto nella greppia. — Le mettevo la sella, colle zampe rompeva le cinghie e la buttava. — Ho cominciato ad attaccarla al biroccio una domenica, e ho fatto un giro, andava dritta finchè le tenevo le redini strette, rigide e la frusta sulla groppa; — guai a rallentarle un minuto; si buttava traverso la strada. Bastava che scendessi e la lasciassi, che pigliava il galoppo legno e tutto. Insomma io gli dissi, al signor Molleton: — la venda che non è affar mio — la bestia non m’intende, io non l’intendo; non siamo compatriotti — se stiamo insieme, uno dei due ammazza l’altro. Per fortuna sono stato io. L’attaccava da circa una o due settimane e la tenevo d’occhio e stavo all’erta. La diavolessa aveva un occhio che mi faceva paura — pareva sommesso, ma a fissarlo in fondo aveva certi guizzi pieni di perfidia. — Non passava dì che non me ne facesse una — o mi storpiava uno stalliere, o azzoppava un compagno, o mangiava i finimenti — insomma era stregata. Un mattino esco d’Annecy; l’oste della Scopa mi chiama per darmi una commissione. Scendo. Non ero entrato nell’osteria, che sento un gridìo in istrada. Mi son subito immaginato. — La diligenza partiva a precipizio. Dopo alcune rapide svolte si fiaccava contro una ripa. Nessuno si fece male — ma fu un brutto rischio. — Io addosso alla cavalla... era la causa di tutto, non si chiede manco; la mettevo nel mezzo — essa aveva preso a calci e a morsi le altre due bestie. — Ero fuori di me; non so come mi trovassi un coltello in mano, e l’ho scannata come un maiale. Poi piantai lì tutto: la diligenza e il posto. E nessuno venne a cercarmi — non sono mica fuggito; anzi passai sull’uscio di Molleton un’ora dopo. E non ebbe il coraggio di dirmi verbo. —