XXIV.
Il conte rientrò nel suo castello sull’imbrunire, quietamente, soprappensieri, come se tornasse dalle sue solitarie passeggiate di un tempo.
Chiese tosto d’Aurelia.
Dopo cena, non vedendo comparire la governante, ridomandò di lei — e allora soltanto intese la risposta del servo: Aurelia era morta.
Ripigliò un po’ più tristamente ancora le sue antiche consuetudini; con qualche restrizione però. Egli evitò nelle passeggiate qualche strada, condannò le finestre che guardavano verso San Nazario. Durante la sua assenza egli aveva venduto quel podere, la parte migliore dei suoi fondi, le antiche quercie erano state abbattute e di là un aratro non suo si spinse per la prima volta fin contro le mura del castello.
Questo era il marchio obbrobrioso che la manina sottile della piccola zingara aveva impresso sul vecchio dominio feudale, votandolo alla rovina.
Ma v’erano altri segni più dolorosi, che l’erede di Peveragno voleva dissimulare; e che la sua fronte calva innanzi tempo e il suo occhio incavato rivelava.
I giorni tornarono a scendere nel suo spirito lenti, monotoni, tristi come cade la goccia nell’acqua morta di una cisterna abbandonata in mezzo nel deserto.
Passò l’inverno, sbocciarono e caddero volta a volta i fiori dei pruni, dei meli, delle siringhe, delle gaggie, delle madriselve.
La verzura dei prati si fè oscura, ingiallì quella dei campi. Scoppiò fra i solchi lo strido della cicala e lo squittir delle quaglie raminghe.
Il viale dei tigli gettava l’ultimo tributo di profumi al sole di primavera.