XXV.
Fu una tempestosa mattina di giugno, aveva fatto temporale la notte, che Emanuele si trovò Luscià svenuta sulla gradinata del giardino; alcune pedate d’uomo che si perdevano nel parco indicavano che qualcuno l’aveva colà abbandonata alla sua misericordia.
Senza esitare un momento, senza perdersi in meraviglie, come l’aspettasse da un pezzo, la portò nella sua camera.
Ella aveva le vesti di seta a brandelli, gli stivaletti impastricciati di fango; il viso deformato da un morbo orribile; era disfatta, poco più d’un cadavere.
Il medico fu sbalordito di vederla in quello stato, — non diè alcuna speranza.
Emanuele le si pose d’attorno, lottò contro il male con l’energia disperata della sua indole soldatesca, non pensò alla incertezza della vittoria — l’ottenne.
Dopo molte settimane ella tornò in sè stessa.
Aperse gli occhi, lo guardò, accettò le sue cure senza ombra di rimorso e di riconoscenza, — pacata, serena, come non fosse mai uscita dal castello.
La malattia tirò in lungo quasi tutta l’estate.
Emanuele non lasciò mai ad altri il suo posto del capezzale. Non le lasciò accostare nessuno. Non riposò che ad ore spezzato sul divano — la notte ella stava peggio del giorno. — Egli la vegliava attento, nel cupo silenzio della campagna non interrotto che dal canto triste dei risaiuoli, che andavano a scambiare la fame colla febbre.
Raccolse tutti i suoi lamenti, tutte le sue parole, tutti i suoi sguardi — non ebbe da lei nè una lagrima di rammarico, nè un ringraziamento. Non glielo chiese. Forse non ci pensava.
Alla fine d’agosto cessò il pericolo.
Poi ella si riebbe rapidamente. Il suo viso rifiorì, rivestì una nuova grazia, una nuova purezza.
Quando il medico le annunciò la guarigione — battè le mani con gioia infantile, non pensò neppure a guardare il marito che l’aveva salvata.
Emanuele non le ricordò il passato.
Egli però qualche volta pensava con isgomento all’avvenire: ma finchè durò il male diceva fra sè: quando starà meglio; — e quando essa fu convalescente: lasciamo che guarisca; — poi si contentò di crollare le spalle e qualche volta aggiungeva: vedremo che farà lei.
Ma ella non fece assolutamente nulla: — s’alzò, ricominciò la sua vita di due anni prima; tornò a cantare, ad annoiarsi, a girellare un po’ nei dintorni, — tutto come prima.
Emanuele non aspettava quasi più di «vedere.»
Il presente l’opprimeva — ma aveva paura dell’avvenire. Non era una paura infondata.
Una notte, dopo la vendemmia — sentì un leggero rumore nel suo studio.
Da qualche settimana si lamentavano dei furti nei paesi vicini: accese un lume, prese una vecchia pistola che teneva carica nel comodino, e andò a vedere.
Trovò lo scrigno aperto e vuoto. Qualcuno si allontanava pel corridoio. L’inseguì.
Un’ombra fuggente spiccava nel vano della porta aperta, rischiarata dalla luna. Gli parve riconoscere Nick.
Appuntò la pistola... sparò.
Il ladro si chinò rapidamente, una figura bianca apparve e cadde.
Un cachinno di scherno si dileguò nel giardino.
Emanuele tornò pel lume; accorse — vide Luscià distesa a terra.
La recò nella vicina stanza di sua madre.
Era ferita, il sangue le usciva a fiotti dal petto: spirava al posto dove l’aveva incontrata la prima volta, senza mostrargli rancore d’averla uccisa, come non gli aveva mostrato riconoscenza del suo amore — lo fissava con quello sguardo impassibile, impenetrabile nella gioia, come nel dolore, — uguale nello stravizzo e nell’agonia.