SCENA II.

Emilio — Il Principe.

Emilio

spalanca il terrazzo, ne trae, per portare nella stanza, due vasi di fiori. Uno dopo l'altro con le forbici ne taglia qualche foglia appassita, canticchiando. Poi leva di tasca una pipetta di radica, l'empie di tabacco, quando si suona all'uscio. Allora in fretta riporta i fiori in terrazza, ricaccia in tasca la pipa, va ad aprire e rientra col principe di Melisangro.

Entri, entri.

Il Principe

Il professore è in casa?

Emilio

lo guarda, cerca di fissare la fisonomia, di riallacciare vecchi ricordi: chi è? eppure!

Nossignore. È uscito. Che gli ho a dire qualcosa?

Il Principe

Grazie: volevo proprio parlare con lui. Starà molto a tornare?

Emilio

Non crederei. Mi ha detto di no, ma non ha precisato. Se si vuole accomodare.... o se crede di tornare più tardi....

Il Principe

Tornerò tra mezz'ora. Se intanto venisse gli direte che c'è stato il principe di Melisangro.

Emilio

sorride soddisfatto.

Ah! ecco: il principe di Melisangro. Mi pareva e non mi pareva. Sono passati tanti anni, ma la memoria delle fisonomie mi serve ancòra.

Il Principe

l'osserva incerto.

Eppure!...

Emilio

Ma sì, signor principe. Sono Emilio.

Gli si ricorda più precisamente.

Il bidello del Liceo Cavour.

Il Principe

sorpreso, lieto, quasi commosso.

Emilio?... Sei tu, Emilio!... Emilio.... ma guarda!

Emilio

Dopo tanto tempo! Gli anni, poverini, anche loro lavorano, distruggono, ma qualche cosa, scava, scava, sotto sotto ci resta.

Il Principe

come ripetendo a sè.

Ma già: Emilio. Come son contento di rivederti!

Emilio

Io tanto quanto non può credere! Se mi vuol far l'onore di accomodarsi....

Ridendo.

Come faceva allora, signor principe.

Il Principe

Sicuro che mi accomodo. Figurati se non voglio fare una chiacchierata con te dopo tanti anni! Emilio: quanti sono?

Emilio

come per scacciarli col gesto.

Non li diciamo che è meglio.

Il Principe

Stai bene, sai. Non sei mai stato un colosso.... ma ti trovo in buona salute. Vecchierello, si capisce.

Canterella.

Siamo diventati vecchi.

Emilio

Io son diventato vecchio.

Il Principe

E io no?

Emilio

Ne ho tanti più di lei!

Sorride.

O', ne ho settantadue! Son molti. Allora ero giovane anch'io.

Il Principe

E come mai tu sei qui a Salduggio?

Emilio

Ah! ci son venuto a trovare il figliolo.

Il Principe

Quale figliolo?

Emilio

Eh! Il professore.

Il Principe

Ma sì, caro, scusa. Serralunga, Emilio Serralunga.... Ma tu per me, per tutti gli scolari del Liceo Cavour eri Emilio. Ti si chiamava per nome. E ci hai quel figliolo solo?

Emilio

Quello solo.

Il Principe

Ma di quello lì te ne puoi contentare. È un bravo giovane.

Emilio

Ah, sì, questo sì. Ringraziando Dio, sì. Lo sa, signor principe, che anche da ufficiale si fece tanto onore?

Il Principe

Lo so, lo so.

Emilio

Bisognava sentire il suo colonnello, quando andai che gli diedero la medaglia, al mio Marino.

Con tenerezza e orgoglio.

Ah! il mio Marino....

Come spaventato, ridendo.

Uh! se torna e mi sente che faccio le sue lodi, mi mangia! Ma creda, signor principe, così bravo com'è non me lo meritavo.

Il Principe

Perchè non te lo meritavi? Anzi! Sei sempre stato un brav'uomo e avrai fatto tanti sacrifici per lui! Chissà con quanti stenti te lo sei tirato su!

Emilio

Eh! sì. E tutti che mi dicevano: «Da' retta, mettilo a un mestiere, che tanto non ci arrivi a vederlo con la laurea». E io: «No, no, nemmeno per idea. Ogni anno che studia è uno di più che fa e uno di meno.... che gli manca a finire. Se non ci arrivo io a vederlo dottore, che importa? Purchè ci arrivi lui!» O lei signor principe — mi scusi l'ardire della domanda — o come mai è qui a Salduggio?

Si apre la porta. Marino non visto rimane fermo, stupito della presenza del principe, e più del tu confidenziale che delle parole del colloquio. Alcune delle quali lo abbattono, lo feriscono.