SCENA VII.

Andrea — Marino.

Marino

si è fermato sulla porta.

Vuole me?

Andrea

sarcastico.

Venga, venga, professore! Si accomodi.

E poichè Marino non siede.

Vuol Stare in piedi? stia in piedi. «Patti chiari e amicizia lunga....»

Ma si corregge.

No, non è il caso. «Cosa fatta capo ha....» Ecco, così va bene: quand'è che parte lei?

Marino

altero.

Perchè?

Andrea

Presto, vero? E siccome non credo che avrò l'occasione di rivederla un'altra volta, le do stasera un consiglio: quando passa da Roma chieda il trasloco, perchè questa di Salduggio non è più aria per lei.

Marino

fa un passo avanti, freddo, contenuto.

Consiglio per consiglio. C'è mica il caso che lei?

Col gesto indica la pazzia.

Si curi. Se mai conosco a Torino un alienista famoso.

Andrea

fa un grande sforzo e si frena.

La ringrazio, ma ho la testa solida e le spalle quadrate. Tanto è vero che....

S'interrompe.

Eh! no: mi correggo anche questa volta. Il tono è troppo alto, poichè nè lei nè io vogliamo finire con un duello rusticano. Io le posso dire quel che preme con sufficiente chiarezza, ma senz'ira. — Dunque. Io non sono un frate, un prete, un santo.... — e la Marchesa lo sa da un pezzo — sicchè gazzettieri, predicatori, battistrada, non occorrono. Se lei crede — come stasera ha mostrato di credere — di dover ripagare qualche tè o qualche invito a pranzo con qualche informazione di carattere privato, si sbaglia. E non occorre aver commentato i classici latini per sapere di queste cose. Mi sono spiegato?

Marino

calmo.

Oh, si è spiegato benissimo. E rispondo. Prendo di lontano. Venni la prima volta qui dentro perchè la signora graziosamente mi c'invitò e mi ci volle. Ci tornai perchè alla signora fui gradito. Mi sono sempre considerato ospite della signora: della signora, non d'altri. Per lei, signor marchese, non mi sarei disturbato nè distratto dai miei studi e dalle mie occupazioni, e lei, per mia buona o cattiva sorte, ho incontrato cinque o sei volte in tutto, scambiando parole di cerimonia o chiacchiere da caffè. Dunque lei per me un amico, no: nè consuetudine, nè affinità di sentimenti, nè comunanza d'idee. Se lei, poniamo, fosse per rompersi il collo, direi: «Faccia pure». Per la signora no, è diverso.

Andrea

Lo so.

Marino

Tanto meglio. Perciò, veda, se io avessi saputo di poter giovare alla signora, con avvertimenti, anche di carattere privato, l'avrei fatto senza cercare se la cosa sarebbe gradita o no a Vostra Signoria. Vero è che io parlando stasera non sapevo di giovare o di nuocere alla signora: riferii semplicemente quel che era «di pubblico dominio» come dicono i «gazzettieri». Questo per il passato, recente o lontano. Per quel che tocca il futuro, abbia io o no a tornare a Salduggio — non è nato ancora chi mi possa dar permessi o imporre veti di stare o di andare, di dire o non dire — il signor marchese di Primasco non avrà più il fastidio di vedermi in casa sua. E questo, s'io ho ben inteso, è quel che le preme.

Andrea

Esatto.

Brevissimo silenzio. Suona e al servo che apparisce.

Accompagna il professore che vuole andarsene.

Il Servo

Mi scusi, signor marchese: la signora marchesa la fa avvertire che vuol parlare col professore. Che si fermi e verrà.

Andrea

interroga prima col viso poi con la parola Marino.

Dica lei.

Marino

Sono agli ordini della Signora.

Andrea

al servo.

Riferisci.

Il servo esce.

Se è possibile discorso breve. La saluto.

Marino

Riverisco.

Andrea esce. È appena scomparso quando rientra Dianora.