SCENA VIII.

Marino — Dianora.

Dianora

Che cosa le ha detto mio marito? Che accade? Che sta per accadere? Non mi tenga in pena.

Marino

calmo.

Oh! semplicissimo. E pacifico. Il suo signor marito mi ha messo alla porta. Quindi se lei mi dà licenza....

E quasi si avvia.

Dianora

Nessuna licenza! Questa è casa mia. Lei vorrà riconoscere che io rimango padrona di ricevere, di trattenere chi voglio e quanto voglio.

Marino

Lei sì. Giusto: chi vuole e quanto vuole. Ma è anche la casa del suo signor marito che mi ha congedato. E contentarsi! In altri tempi il signor marchese di Primasco mi avrebbe fatto impiccare.

Dianora

Ma lei, lei.... che intende di fare?

E poichè Marino tace.

Mi vede in che stato sono? Lei che fa?

Marino

con un riso amaro.

Signora mia, che vuole ch'io faccia? Tanti saluti alla nobil casata dei Primasco e me ne vado.

Dianora

quasi umile.

È in collera anche con me?

Marino

affettuoso.

Con lei? Le pare?! Rancore contro di lei? Buonanotte, ecco.

E le tende la mano che Dianora non prende.

Diamoci la buona notte.

Dianora

Ma.... domani?

Marino

Domani?

Amaro.

Se si ha da giudicare dallo stellato ha da essere una bella giornata.

Dianora

ora gli pone le mani sulle spalle e l'obbliga a guardarla.

No, eh?

Marino

che ora soltanto capisce la sua paura.

Battermi?

Una gran risata.

No, no, non ci penso nemmeno. Mai pensato. Io non ho da tenere alto il blasone. Io sono plebeo, e me ne glorio. E, ringraziando Iddio, ci ho mio padre cui provvedere. E non sono nemmeno cavaliere, io: sono fante. E battermi, d'altronde, non sarebbe difenderla, sarebbe recarle danno e offesa. Se è per questo riguardo, non abbia pensiero.

Dianora

Grazie, Serra. Lei non sa quanto io l'apprezzi, quanto la stimi, quanto sono addolorata.... — più, peggio — avvilita, vergognosa, di quel che è accaduto. Se fossi stata più calma, più accorta, avrei potuto evitare.

Marino

La prego, signora. Non ci perdiamo in recriminazioni: anch'io se mai, avrei dovuto esser più prudente con lei. Ora mi lasci andare.

Vuol congedarsi.

Buona fortuna, signora.

Dianora

E i suoi libri, dove glieli rimando? Sono due, salvo errore.

Marino

sùbito.

Se li vuol tenere per mio ricordo....

Si ritrae.

Non ci badi a questo che dico: a certe ore nei cervelli nasce e vegeta il bacillo del tenero. Me li rimandi a casa. E mi riverisca il suo signor padre, dato che io non lo incontri per istrada prima ch'io parta.

Dianora

accorata

Quando partirà?

Marino

Presto, presto.

Ride sarcastico.

Dianora

Ma me ne vado anch'io!...

Marino

Lei!?

Dianora

Qui con mio marito non ci posso più vivere.... Mi sento tutta livida e pesta come se mi fossero passati sopra coi piedi. In casa mia! senza il più elementare riserbo! con una donna come quella.... sicchè mi potesse trattare da pari a pari.... peggio, lei da padrona io da serva.... ha sentito?

Quasi con un grido di liberazione.

Ah! non ci sto più!

Marino

come se la richiamasse alla realtà.

Sì: e dove va?

Dianora

Dovunque, purchè non qui.

Marino

quasi affermando.

Da suo padre?

Dianora

No, da lui no. Ossia andrò qualche volta, qualche mese anche da lui; ma ora no, tutta la vita, come una ripudiata, no. No, perchè lui troverà eccessiva la mia reazione. Oh! ci son preparata. È uomo, e uomo di mondo. Senza saperlo, con tutte le possibili limitazioni, ma sarà solidale con lui.

Quasi ripetesse probabili frasi, con amarezza.

Siamo in alto noi, dobbiamo dare l'esempio! Quando si ha la gloria di aver avuto tra i lontani ascendenti qualche cardinale e perfino un papa, noblesse oblige. E in massima non gli do torto. Ma quando si può. Io non posso.

Riprende.

Non so ancora dove andrò: troppo presto per veder chiaro. Farò un po' di bene, lavorerò, studierò. Mi potrà consigliare anche lei, più in qua. Perchè mi scriverà, vero? Mi vorrà aiutare? Io non la voglio perdere. Vede? tutto questo tempo, lei non mi dava propriamente consigli, ma pure era come una mia guida spirituale: io sentivo la sua presenza, e quel fatto di vedermela accanto, di pensare: «Serralunga si regolerebbe a questo modo» mi sosteneva, mi segnava il cammino più che lei non creda.

Quasi solenne, per impegnarlo.

Io ci conto su questa sua assistenza, qualunque sia il nostro destino. Ci conto.

Intensa.

E lei? Mi dica, lei dove andrà?

Marino

Ora a casa, a Roma.... Un altr'anno dove vorrà il Ministro....

Si corregge.

Dove vorrà il Caposezione. Ma qui o lì è indifferente.

Dianora

con qualche esitazione.

E mi dica.... Per me.... Per saperlo io. Se non era per stasera, per le parole di mio marito sarebbe tornato a Salduggio? Anche se le avessero proposto un'altra residenza migliore o un altro ufficio più degno di lei? Sia schietto.

Marino

Sì. E avrei fatto male.

Dianora

a mezza voce.

Male perchè?

Marino

Perchè qui non è più aria per me! Immagini! oggi me l'hanno detto già due.

Dianora

Già due?

Marino

con un riso cattivo.

Il signor marchese di Primasco e il signor conte Cappelli. Altre parole, altri motivi, ma nella sostanza la nobiltà è concorde. Sicuro! Anche il signor conte Cappelli.

Dianora

Anche Cappelli?

Marino

forte, levando il capo.

Dice che io sono innamorato di lei.

Dianora

con la sfumatura di un sorriso.

Lo dice anche mio marito.

Marino

Ah! — E allora!... Io non me n'ero accorto, ma dev'esser vero.

Dianora

timida, ma curiosa, desiderosa di averne conferma.

Se non lo sa lei....

Marino

ci ripensa.

Ma sì! Forse hanno ragione. Quel bisogno di star con lei, di parlar con lei, di sentirne parlare, di vivere il più possibile al lume della sua lampada.... forse è amore. Domani glielo potrei dire con sicurezza se è vero, dal mio patire per la privazione, perchè fin oggi l'ho vista quante volte ho voluto e mi sono beato della sua presenza. E questo forse è l'amore per me. Perchè la necessità di brancicar con le mani, di afferrarla, di domarla, no, quella no. Io non ho l'amore aggressivo, ferino e tanto meno lascivo.... Petrarca no, ma tanto meno l'Aretino. Forse. Anzi credo di sì.... Ma io!

Ed alza le spalle.

Passerà.... Il male si è che il Cappelli.... il suo signor marito non so, ma il signor conte Cappelli sì, crede anche di lei.... che anche lei mi voglia bene.

Dianora

Anche mio marito me l'ha detto. Ma è probabile che non lo pensi. Accusato, si voleva rifare accusando.

Marino

E Cappelli?

Dianora

Cappelli è un'anima in pena, sospettoso e in agguato.

Marino

Già. Ma è un sismografo. È uno strumento delicatissimo che sente di lontano il pericolo, il disastro. Eh, sì, signora mia, il disastro, perchè se lei veramente sentisse qualche cosa per me, che se ne vuol fare di me? Io dunque l'ho da ringraziare il suo signor marito ch'è uomo di giudizio. Io vado via e metto tutti in pace.

Dianora

Quando, dove ci rivedremo?

Marino

amaro.

Chissà!...

Dianora

incitatrice.

Ma tornerà a studiare! E a pubblicare. Presto eh! Se non la vedrò, voglio almeno leggerla. Presto. Io forse l'ho distratta dal lavoro, non per vanità, sa, ma pure per un piacere mio, e ne ho sino un rimorso. Un certo orgoglio di sentirmi.... non dico amata, no.... considerata da lei sì, l'ho provato e me ne sono compiaciuta: sono donna e son sola. Lei l'ha visto quanto son sola. Tanto, e da tanto più tempo che lei non creda! Lavori.

E gli prende le mani per afforzarlo nel proponimento.

Marino

triste.

Lasci andare: l'Italia non ha perso molto; può aspettare.

Dianora

convinta.

Non dica così. Lei deve credere in sè, deve dare il suo cuore e il suo ingegno alla patria. Se io avessi potuto restarle vicino sento che avrei finito col fare qualche cosa di alto di lei.

Marino

Credo anch'io.

Sono sempre colle mani nelle mani.

Dianora

sfavillante.

Davvero! È una gran gioia e un tormento sentirmi dir questo. E allora, se è così, mi pensi sempre come se le fossi vicina. Mi lasci almeno questa illusione di non essere passata invano nella sua vita. Non solo di averle attraversata la strada, ma di averla aiutata a trovarla: la troverà. Mi lasci almeno questo conforto: io ne ho pochi, e mi preparo ad averne anche meno, ad aver questo solo. Quale sia stata, quale sia la mia vita lei l'ha intesa anche se non ho parlato che stasera. Il sollievo, il ristoro di questi ultimi mesi era la sua compagnia. Lei sente, vero, che queste parole non sono semplici frasi?

Gli leva le mani.

Ma io voglio salutarla ancora.

Marino

Non venga. Salutarci domani piuttosto che oggi, che vale, se non ci dobbiamo più rivedere? Se lei fosse per me la donna del capriccio.... o io per lei l'uomo del capriccio, allora! Ma il capriccio lo detestiamo io e lei. Io sono superbo: o tutto o nulla. Lei.... Lei.... la preda di un'ora non può essere e non mi piacerebbe. Bella sì.... quanto bella! Lei è donna, padrona, signora. Ecco: signora. E per questo non l'ho mai voluta chiamare marchesa, che non dice nulla. La signora. La signora di Salduggio, Nostra Signora di Salduggio. Ecco ora sa quello che penso, che sento di lei: donna di salute, non di perdizione.

Ora sono vicinissimi.

Dianora.

Ah! no. Per nessuno, ma per lei poi, per lei non voglio essere la donna del piacere e del sotterfugio. Fianco a fianco avrei voluto esserle, compagna se non avessi potuto esser moglie.

Marino

a mezza voce, perduto.

Dove va lei? dove va?

Dianora

Perchè? Perchè?

Marino

Per ritrovarci.... per camminare assieme.... a viso scoperto. Mi pare che lei sarebbe una gran forza e una gran luce per me. E io sono un galantuomo. E le voglio un bene! un bene! tanto bene! Mi vede? Devo aver gli occhi che mi brillano. E anche lei.... Mai così bella come ora! Insieme.... o accanto.... vicini vicini. Come se ci fossimo sposati. Vuole? Mi pare che voglia. Ha una faccia come non gliel'ho mai veduta: un cielo senza nuvole, e una bocca.... una bocca....

Si tende verso lei per baciarla.

Dianora

si ritrae senza sdegno, e quasi senza voce.

No, Marino, no.... Come ha detto lei: due fidanzati stasera. Ma quando partirà.... se mi vuole.... sarò con lei.

Si fa forza e un poco vacillando giunge al campanello e suona. Marino si ricompone. Dianora con voce dolcissima, congedandolo di lontano.

Buona sera, Marino.

Il servo comparisce adesso.

Marino

Buona sera, signora.

E mentre Marino si avvia

CALA LA TELA.

ATTO TERZO.

Nella modestissima casa d'affitto di Marino. Uno studiolo la cui maggiore ricchezza sono i libri sparsi per ogni dove. Una piccola scrivania senza ornamenti e senza pretesa di stile. Sedie di paglia. A una parete una incisione sola: il ritratto di Giosuè Carducci di Giuseppe Mancini. Sulla scrivania un piccolo calamaio, un tagliacarte a pugnale. Una porta a sinistra dove sono le due camere di Marino e del padre. In fondo c'è un terrazzino con fiori: dà sulla strada, mentre le camere dànno sulla corte. Tutto è lindo, all'ordine, salvo i libri che sono parte in terra, parte sulle sedie. In terra una cassetta d'ordinanza d'ufficiale: e anche su quella più di un libro. Luce elettrica, ma nessun lampadario; un semplice braccio sulla scrivania.