XI.

Crepuscolo e notte.

Che dissero quelle lagrime? Che disse quel singhiozzo?
Che disse il tremito delle mani congiunte?
E il palpito affrettato dei due cuori riavvicinati
dalla sciagura che disse?

Un pezzo stettero come ad ascoltare a vicenda, poi Leonardo ed Ernesta si composero ad una serena gravità, e finalmente essa si sollevò mostrando il volto bello d'una bellezza nuova.

Il povero cieco non fece atto di trattenerla, ma parve raccogliersi in sè stesso come per meglio udire il fruscio della veste ed il passo leggiero, e quando si avvide che quel fruscio e quel passo si dirigevano verso l'uscio, sospirò forte. Allora Ernesta si arrestò sulla soglia, stette un istante dubbiosa, e ritornò nel mezzo della stanza. Poco dopo affacciandosi alla portiera chiamò Olimpia, a cui diede sottovoce un ordine; la cameriera tornò quasi subito recando una veste da camera, la signora si spogliò silenziosamente degli abiti polverosi da viaggio e vestì gli altri.

Leonardo aveva seguito con attento orecchio tutti quei movimenti. Quando la moglie venne ancora ad assiderglisi presso, egli lottò dentro di sè e finalmente ruppe il silenzio ripetendo con voce affievolita:

—Ernesta!—

La povera donna die' un sussulto, come se avesse udito la voce d'un defunto, e facendosi forza e guardando il marito con espressione di profonda pietà, riuscì a balbettare:

—Che vuoi, Leonardo?

—Nulla,—rispose l'infermo, crollando il capo,—nulla.
Volevo sentire la tua voce, ora sono contento.—

E tacque.

Mal sapeva Ernesta vincere una certa riluttanza, pur vi si provava; guardando la faccia impallidita del cieco, la sua fronte per la prima volta corrugata dal pensiero, le sue labbra ora sorridenti senza fatuità, il suo lungo corpo già dinoccolato e dimesso, vera immagine dell'indolenza, composto ora ad una rigidezza insolita, comprese tutta la solennità della sventura, e disse a sè stessa che la sventura cancella ogni colpa.

Avendo scelto la parte di confortatrice, a lei spettava prima di tutto togliersi alla contemplazione del passato che era una barriera alla carità. Non trovava nulla; non le veniva sulle labbra una frase naturale che, senza averne l'aria, dicesse: «Leonardo, mettiamo l'amicizia dove non fu mai l'amore.»

—Ernesta! ripetè poco dopo il cieco.

—Sono qua…. vicina a te….

—Lo so, mi è parso anche di sentire i tuoi sguardi fissi sopra di me…. e anche ora li sento…. non è vero forse?

—È vero.

—T'annoierai, sono un melanconico compagno; e poi devo star molto male con questa bendaccia sugli occhi.—

Sorrideva.

—Perchè non mi parlavi?—domandò mutando tono di voce.

—Credevo che tu dormissi.

—Non dormivo, pensavo…. sai? non sono più lo spensierato d'una volta…. mi par di esser solo, in un mondo vuoto e nero, in un tempo immobile come l'eternità, e se voglio che il tempo cammini, e se ho da veder qualche cosa intorno a me, bisogna che pensi….—

A questo punto s'udì lo scattar della molla d'un orologio a pendolo; Leonardo ammutolì e stette in ascolto contando lo ore sottovoce.

—Sette!… Non è vero? Proprio sette!… Bisogna aprire la finestra, è l'ora…. il sole se ne è andato, non vi è pericolo che la luce troppo viva mi faccia male.—

E siccome Ernesta indugiava, non sapendo se dargli retta o no, il cieco soggiunse:

—Me l'ha concesso Agenore, che è pieno di scrupoli. È lui che ha voluto le finestre chiuse e la benda nera e fitta…. e tutto ciò per impedire ad un cieco di veder la luce….—

Ernesta si accostò silenziosamente alla finestra e ne aprì le imposte.

—Anche la vetrate….—disse Leonardo.

E quando sentì alitare sul viso la brezzolina della sera, fece atto di levarsi in piedi, ma Ernesta corse a lui e lo trattenne.

—Grazie,—disse il cieco melanconicamente,—anche tu sei paurosa come Agenore; ma sono forte, la finestra è là, e mi sento d'andarvi solo…. sta a vedere.—

Ernesta cercò di dissuaderlo, ma vedendo che non riusciva, prese il braccio destro del marito e se lo pose sull'omero, e reggendolo colla mano manca, lo trasse fino al davanzale non tralasciando di dire:—Bada, un momento solo!—

La finestra metteva come le altre in giardino. Leonardo stette alcuni istanti in silenzio, poi disse:—Sento la brezza, mi par di vederla…. ecco, rasenta il suolo, curva i fiori e gli alberelli a piedi del vecchio ippocastano che risponde a quegli inchini con cortese dignità. Non è così?…

—È proprio così—rispose Ernesta commossa.

—E l'usignuolo e le rondini che fanno?

—L'usignuolo—rispose Ernesta,—si dondola nel fitto d'un salice, le rondini interrompono i voli rapidi per posarsi sopra un ramo e pigliar parte alla generale altalena.

—E all'immenso susurrar delle frondi,—proseguì il cieco,—l'usignuolo e le rondini frammettono volate rotte a mezzo, gorgheggi sommessi e interiezioni di piacere.—

Colle mani appoggiate al davanzale continuò a stare immobile, intento, non perdendo una nota di quel concerto. Ernesta non lo aveva abbandonato interamente a sè, gli teneva ancora una mano appoggiata sul braccio e con lievissima violenza sembrava dirgli:—Basta, basta, ti farai del male!—Ma il cieco non comprendeva, non le badava neppure; tutto immerso in un'estasi melanconica veniva a poco a poco accendendosi, trasfigurandosi in volto. Poco dopo disse con voce sommessa e lenta non cessando d'ascoltare:

—Perchè non ho mai guardato attentamente il mio giardino? ora mi parrebbe di vederlo, lo vedrei ora! Ne ho solo una memoria confusa; veggo l'ippocastano nel mezzo, distinguo il susurro d'un salice qui sotto, e lo vedo…. il resto si smarrisce nel verde…. forse se mi levassi la benda….

—No,—disse Ernesta con voce di preghiera.

—E perchè no? non potrei riacquistare la vista, come l'ho perduta? A volte mi pare che, radunando tutte le mie facoltà in un unico atto visivo, dovrei rompere il velo che mi nasconde la luce….—

Leonardo pronunciò queste ultime parole con un accento strano—un misto di trepidanza e di energia—e non aveva finito di nominare la luce, che già sbarrava gli occhi spenti cercandola, e la benda gli ricadeva sul petto.

—Nulla, nulla, nulla!—ripetè crollando il capo; e senza opporre alcuna resistenza si lasciò guidare da Ernesta, che col cuore oppresso dall'affanno, lo trasse dolcemente a sedere sul seggiolone e gli rimise la nera benda sugli occhi.

Scese la notte. Finchè dalla finestra semiaperta penetrava, insieme colla blanda carezza del venticello, un raggio di luce pallida, Ernesta stette silenziosa, coll'occhio fisso sull'infermo, pieno il cuore di una dolcezza serena e melanconica; quando ogni luce si spense e nel nero vano della finestra scintillarono le stelle lontane, si scosse, fu in piedi d'un balzo e suonò leggermente il campanello. Leonardo, che pareva assopito, non si mosse, solo come Ernesta gli fu presso, egli domandò con voce dolente:

—È notte?

—È notte.

—E siamo all'oscuro?

—Ecco…. portano il lume.—

Il cieco intese i passi del servitore, il cigolìo della porta, il romore del lume posato sul marmo del caminetto…. e continuò ad ascoltare.

—Perchè è rimasto Bortolo?—domandò.

E siccome s'indugiava a rispondergli, soggiunse:

—È vero, sono stato su più del solito…. guai se lo sa Agenore…. Bortolo dammi mano…. senti, tira vento…. si spegnerà il lume…. non bisogna che si spenga.—

Bortolo venne presso al padrone e l'aiutò a rizzarsi, intanto Ernesta chiudeva la finestra, ed usciva sulla punta dei piedi.

Leonardo si lasciò condurre al suo letto e spogliare; quando fu sotto le lenzuola levò una mano ad accarezzare la testa tremante del vecchio servitore, e domandò sotto voce:—se n'è andata?

—Ritorna.

In fatti Ernesta tornava. Era andata a dare ordini ad Olimpia ed al cuoco, aveva ripreso le redini della casa.

—Bortolo,—disse ella,—tu dormirai stanotte, hai gli occhi gonfi dalla veglia, rimarrò io qui….

—Starà male….

—Sul divano starò benissimo, e poi non ho sonno, domani vedremo.—

Il vecchio chinò il capo ed uscì; di nuovo Ernesta e Leonardo rimasero soli.

—Come sei buona!—disse l'infermo.

—Taci,—rispose Ernesta pigliando un accento di graziosa autorità; è tardi, bisogna stare in silenzio, riposare il cervello, dormire.—

Leonardo sorrise e stette zitto. Un'ora dopo dormiva, e la giovane donna, stanca delle commozioni patite, si buttava sul divano e chiudeva gli occhi mormorando una preghiera.

Era ancora notte fitta quando si svegliò; nel sonno sua madre era venuta a vederla, l'aveva baciata in fronte con un bacio lieve lieve, le aveva parlato dell'avvenire con un linguaggio di musica, e finalmente, mostrandole dalla finestra una buia via sparsa di stelle, le aveva detto all'orecchio:—Addio Ernesta.—

La bella sognatrice udiva ancora l'eco del suo nome pronunciato con un filo di voce sottile come un soffio, ed alla debole luce della lampada ricercava tutt'intorno la cara visione.

—Ernesta!—ripetè un filo di voce sottile come un soffio.

—Leonardo!—

E d'un balzo fu al capezzale.

—Ti ho forse svegliata?—domandò il cieco,—ti chiamavo piano piano per non destarti.

—Ero desta; che vuoi?

—È l'alba?

—Non ancora.

—Non ancora!—ripetè Leonardo con un sospiro:—ho pure dormito molto ed è un gran pezzo che sono sveglio; come è lunga la notte!

—Bisogna dormire.

—È vero, bisogna dormire; nel sonno mi par di non essere più cieco; veggo buone faccie, ridenti, bianche più della neve, con occhi splendidi più di stelle, veggo campagne verdi come smeraldi, acque di zaffiro e un cielo che par d'oro lucente; e veggo il sole che mi saetta e mi avvolge co' suoi raggi e non mi abbaglia e non riesce a farmi battere le palpebre.

—Povero Leonardo! lo vedi, bisogna dormire.

—Povero Leonardo!—ripetè il cieco; e poco dopo soggiunse:—Manca molto all'alba?

—Tre ore.

—Bisogna dormire.—

Egli si abbandonò sul guanciale, essa tornò lentamente al divano.

Era il primo momento che Ernesta si sentiva padrona del suo pensiero; finora aveva operato come per obbedire ad un'ispirazione; una voce avevale detto: «Il tuo posto è al capezzale di Leonardo che soffre;» ed essa era corsa a Milano, si era fatta forte per ribellarsi alla tirannia delle amare ricordanze, aveva incominciato il pietoso ufficio. Poi all'austero sentimento del dovere, era succeduta una pietà infinita; aveva pianto, aveva tremato, aveva sentito alla forza della coscienza mescersi una debolezza invincibile. Ed ora, sola, nel profondo silenzio della notte, alla povera luce della lampada che minacciava di spegnersi, pensava, interrogava sè stessa.

Era contenta, quasi lieta; non ostante la malinconia del luogo e dell'ora, non ostante la solitudine in quella stanza buia, in faccia ad un uomo dormente, pallido, infelice… era contenta, quasi lieta. Le si accendevano nel pensiero baleni di luce, le correvano al cuore onde di tenerezza; non più il vuoto senza contorni, l'ansia senza fine, la vita senza legge; aveva ora uno scopo innanzi a sè, un ufficio santo, e, comunque apparisse avvolto di melanconia, un avvenire. L'idea di passare la vita al fianco di un cieco, di alleviargli gli spasimi della noia, d'essere per lui la luce, di essere per lui il mondo, di vivere per chiamargli ogni giorno sulle labbra un sorriso, più non le pareva superiore alle sue forze di donna; il sagrifizio s'inghirlandava, diveniva una festa. Dopo d'aver chiesto invano alla natura qualche cosa che le riempisse il cuore e la mente, sul punto di rivolgersi al mondo, agli uomini, alla colpa, ecco ritrovava in sè stessa il conforto cercato, udiva echeggiare nel cuore la parola a mille voci domandata invano. Era fiera, orgogliosa di sè stessa, d'una fierezza semplice, d'un orgoglio santo.

—Ernesta!—mormorò la voce del cieco.

—Leonardo.

—È l'alba?

—Non ancora.—

Un sospiro lungo, poi di nuovo il silenzio profondo, misurato dai battiti sommessi dell'orologio.

Ernesta chiudeva gli occhi, ma non per dormire; guardava dentro di sè, scandagliava il fondo del suo cuore; era contenta, quasi lieta.

E quando dopo una lunga contemplazione aprì gli occhi e li girò per la camera e non vide intorno a sè altro che tenebra, e giù in fondo, lontano, nel buio che non ha distanze, l'ultima luce azzurrognola del lumicino che si spegneva, fissò lo sguardo in quella povera aureola senza vederla, finchè, più che la mancanza di luce, un impercettibile cigolio annunziò che la fiamma era spenta. Allora il pensiero la riportò a Leonardo. S'immaginò cieca anch'essa, provò a sbarrare gli occhi, a fissarli nel buio, a tentar di raccogliere i contorni degli oggetti che ella conosceva, e invano, e provò a dirsi che quella camera nera era un mondo nero, e che, dannata a vagolare per le tenebre, non doveva più vedere un raggio di sole…. Ahi! povero Leonardo!

—Ernesta—mormorò la voce del cieco.

—Che vuoi?

—È l'alba?—

Prima di rispondere, la povera moglie attraversò tentoni la camera ed andò ad aprire le imposte della finestra.

—È l'alba!—rispose.

E un filo di luce pallida mostrò ad Ernesta il volto rasserenato del cieco, il letto, il divano, i fiorami della tappezzeria, tutte le note fisonomie di quella camera melanconica, che parevano animarsi per sorriderle, per dirle:—coraggio, non sei sola, noi siamo qui per applaudire alla tua anima generosa.—