AVVERTENZA

La nuova edizione del Signor Io, che oggi pubblichiamo, offre ai lettori un fenomeno singolare, che si può dire nuovo nella libreria italiana; ed è che la novella originale viene in luce con illustrazioni fatte per una splendida edizione spagnuola. Avendo avuto sott’occhio il volume stampato a Barcellona, e dove, oltre il Signor Io, si contengono Fra le corde d’un contrabasso e Fante di picche, ed avendo riconosciuto il merito non comune dei disegni a penna che illustrano le novelle del nostro autore, ci siamo rivolti alla casa editrice Verdaguer e ci riuscì di acquistare le foto-incisioni per l’Italia. Abbiamo voluto che la nuova edizione italiana, la quale così riesce una curiosità libraria, fosse anche nel rimanente degna dei bibliofili.

Se, come non dubitiamo, i disegni spagnuoli piaceranno al pubblico italiano, quanto piacquero a noi ed a molti artisti, faremo presto seguire nel medesimo stile della presente, una nuova edizione del Fante di picche.

Gli Editori.


I. IL MIO TEMPO PRESENTE
(Dal taccuino di Marcantonio).

Egli era così alto, che, per entrare dal grande arco nella galleria Vittorio Emanuele, fu costretto a piegarsi ed a camminare colle manaccie puntate sui femori poderosi, e solo nell’ottagono potè lasciare l’incomoda positura; ma nel rizzarsi, avendo preso male le misure, diè del testone nella cupola, e ruppe parecchie lastre di vetro, che gli caddero ai piedi con fracasso. Poco dopo si mosse ed uscì, come era entrato, da un arco laterale. Per le vie camminava spedito, ed in pochi passi fu ai vecchi portoni di Porta Nuova che scavalcò senza arrestarsi; quando giunse in piazza Cavour, seguito da una moltitudine a cui egli non badava, spinse uno sguardo enorme sopra i tetti della città di Milano, poi si chinò verso il gruppo di giovani acacie piantate dal Municipio per dar ombra alle generazioni future, ne prese una delicatamente, e se la infilò con garbo nell’occhiello del farsetto....

Chi era costui?

Il personaggio del mio sogno.

Ma il mio sogno non era inutile, e me ne compiaccio, perchè non ci è dato spesso occupare utilmente i nostri sogni — il mio sogno era una allegoria.

Riconoscete quel sentimento, che cammina solitario nella sua sterminata grandezza, che non guarda in faccia a nessuno, che si mette all’occhiello gli alberi piantati per dar ombra alle generazioni future — si chiama l’egoismo.

Io non sono egoista; avrò forse molti difetti che non conosco, ma siccome non posso soffrire una gran parte dei miei simili, sento che odierei me stesso se fossi egoista come loro, e vi sarebbe contraddizione nei termini. Mi sono studiato e mi voglio bene, lo confesso candidamente; dicasi pure che sono un po’ vanesio, ma egoista, no.

Alla vigilia di prendere una determinazione, che muterà il corso della mia esistenza, metto me in faccia a me medesimo, e getto ancora una volta lo scandaglio nel mio cuore, dove spero di non trovare un rimorso.

E prima di tutto, chi sono io?

Io sono Marco Antonio Abate, professore di filosofia in due licei privati, ho dieci lustri compiti, sono vedovo da quindici anni, ed ho, non so dove, una figlia ingrata.

Ma lasciamo stare mia figlia; io non mi rifiuto di parlare della mia disgrazia; vi pensai già molto, ed ancora non sono riuscito a non pensarvi affatto, ma non ho nulla da rimproverarmi; ve lo farò toccare con mano più tardi.

Vedrete a suo tempo come fu malamente pagato un padre, che aveva fatto a sua figlia una sorte invidiabile e che, dopo averle dato una casa in cui, fanciulla ancora, essa era già regina, lavorava nel segreto del suo cuore amoroso a prepararle nuove dolcezze... ma non è ancora il momento.

Serafina — io le aveva dato anche un bel nome, ma fu inutile — Serafina tradì tutte le speranze che avevo riposte in lei. Oggi Serafina è assente, ed io sono solo.

Ma nessuno s’impietosisca sul mio destino: non ho professato filosofia per ventisette anni senza attingervi qualche consolazione. La scienza non è di natura umana, e non mi rifiuta mai il conforto che le domando.

Quando dico solo, non comprendo la grossa Anna Maria, che mi rifà il letto e dà sesto alle stanze. Sono vent’anni che Anna Maria mi rifà il letto e dà sesto alle mie stanze; essa fa queste cose alla lesta, dacchè sono solo, forse perchè, vedendomi taciturno, mi crede afflitto, ed il suo egoismo le consiglia di fuggire la compagnia dell’umor melanconico. Una volta essa faceva anche la spesa, si tratteneva in cucina a cianciare con mia figlia, e, probabilmente, a raccogliere gli avanzi del desinare: io faccio questa riflessione amara ogni giorno, quando mi vedo venire incontro la mia vecchia, un po’ impacciata, cogli occhi vaganti e colle mani in tasca, che mi dice: «Io ho finito e me ne posso andare... comanda nulla?»

Io non comando nulla, ed Anna Maria se ne va, cavando di tasca, prima una mano, poi l’altra, e nell’attraversare il cortile sgambetta allegramente, qualche volta corre.

Le mie abitudini d’oggi sono rimaste quelle di trent’anni fa; lascio il letto all’alba, perchè credo che, se si facesse una buona statistica, si troverebbe che gli uomini mattinieri, purchè non siano sopraffatti dal bisogno, dal digiuno e dall’ignoranza, sono sempre quelli che un giorno o l’altro, nel corso dei secoli, si fanno rifare il letto dai dormiglioni che si levano tardi. Appena sveglio, apro la finestra alla luce ed all’aria; e siccome, per mia disgrazia, a quell’irrompere del primo mattino nella stanza, la mia povera moglie non si sveglia più, assonnata e lamentosa, ma certamente felice in fondo, così do fuoco io stesso alla macchinetta del caffè, che è sempre rimasta sul tavolino da notte, fra i due letti gemelli. Mi vesto, e intanto non perdo una nota della misteriosa canzone della caffettiera; all’ultima strofa io sono sempre pronto a spegnere con un soffio solo la fiamma azzurrina.

Bevo il mio caffè andando su e giù per la camera, dal tavolino da notte all’armadio a specchio e viceversa, chiudo il fornelletto nel canterano, ed abbandono la posatura ad Anna Maria, la quale dice di buttarla via, ma non lo fa, ve lo assicuro. So ben io quanto valga la posatura, so che, ribollita con un po’ d’acqua, essa fornisce un caffè leggiero ed igienico che mia figlia preferiva al mio — ma mi lascio ingannare da questa povera Anna Maria, perchè non ignoro quanto grave fardello è la gratitudine al cuore dell’uomo incivilito.

Mentre Anna Maria rifà i letti e le stanze, io me ne vado a girellare nel vicino boschetto dei giardini pubblici; sulla cantonata della villa reale incontro il mio vecchio amico, mendicante di professione, filosofo per istinto.

Egli mi vede, e subito si avvicina sorridendo, per salutarmi.

— Buon giorno — mi dice; ed io gli ripeto: — Buon giorno! — e tiro dritto, oppure mi fermo a discorrere con lui. Non gli ho mai dato un soldo, e non gli darò mai un quattrino, non per avarizia, ma per principio. Egli lo sa e non mi dà torto. Talvolta mi seggo sopra una panca, egli si addossa ad un ippocastano, ed io lo interrogo:

— Avete guadagnato molto ieri?

Egli ribatte la domanda di sbieco, dicendo che i tempi sono tristi e che gli uomini non hanno più paura dell’inferno.

— Ma le donne? — insisto.

— Le donne — risponde con un risolino — le donne fanno qualche cosa per salvarsi l’anima.

Bisogna sentire che ironia profonda quando dice «per salvarsi l’anima!»

— Ma la carità — dico io — il cuore?

— La carità — dice lui — il cuore... — e mi spiega la sua teorica, frutto maturo di trent’anni di pratica. La carità, egli me lo assicura, non è se non segreto terrore della miseria. Togliete l’istinto superstizioso — egli mi dice — e tutti faranno come voi, non mi daranno un soldo.

— È un mestiere faticoso il vostro? — gli domandai un giorno.

— Mi era faticoso — mi rispose — nei primi tempi; ora no.

Quando, giovane ed inesperto, correva di qua e di là come un ossesso, zoppicando forse più del necessario, oppure si addossava al muro e si sfiatava a gridare a quanti passavano la sua miseria, allora sì, era faticoso; ma un po’ alla volta aveva imparato a zoppicare con metodo, a giudicare la sua clientela dalla faccia e dal passo, ed ora non isbagliava quasi mai.

Mentre discorriamo, passa accanto a noi una gente varia, a cui egli non bada neppure; a un tratto invece, tronca il discorso e mi pianta per attraversare un viale e presentarsi a riscuotere il suo denaro. Io lo interrogo alla muta, egli mi indovina e dice col suo risolino:

— Mi ha dato due soldi; quel giovinetto aveva l’aria felice. Deve essere un innamorato; gli innamorati sono buoni clienti, io non so spiegare perchè...

Lo so ben io. L’amore è un momento egoistico. Gli innamorati sono la gente più egoista che sia al mondo, ma fanno l’elemosina per spensieratezza, o anche perchè sentono in sè stessi una falsa grandezza, uno stordimento, che li spinge alle imprese generose ed al fasto; il meno che possano fare per pigliarsi sul serio, è far l’elemosina ad un mendicante.

Compiangiamo questa povera umanità, bambina e decrepita.

Torno a me stesso.

Dopo la passeggiata, me ne vado, senza fretta, alla scuola, dove giungo aspettato, ma non desiderato, da una ventina d’alunni punto affamati della mia scienza.

È cosa intesa fra noi che l’ente crea l’esistente. Combattuta da questa bugia enorme, la nostra amicizia non è molto cordiale, e non durerà un pezzo. Appena entrato in iscuola, io leggo in faccia ai miei scolari, non uno eccettuato, una gran speranza tradita: la speranza d’una infreddatura, o d’un febbrone, o d’un altro qualsiasi accidente, che mi avesse inchiodato in letto per una lezione almeno.

La lezione comincia e finisce; qualche volta interrogo i più attenti, per accertarmi che non hanno capito nulla, poi ci separiamo con piacere. Io me ne vado portando meco il mio segreto contrario al programma d’insegnamento, essi mi guardano a bocca aperta, stupiti della conformazione del mio cranio, che ha potuto accogliere una filosofia così tenebrosa. Io penso: se un giorno solo annunziassi dalla cattedra che l’esistente ha creato l’ente perchè gli faceva comodo, quale scompiglio! e che luce! Io credo che la freddezza dei miei scolari svanirebbe come per incantesimo, e che la mia dottrina si farebbe strada attraverso i crani più duri. Ma il programma non vuole.

Dopo la scuola del mattino, e prima della scuola pomeridiana, io faccio colazione alla birreria Trenk; ho esperimentato che la birra tedesca bisogna mandarla giù come la filosofia tedesca, a onde, meglio che a sorsi, e cogli occhi chiusi. Il prosciutto cotto merita più attenzione; io mi raccomando al cameriere perchè il destino, che regola le cose umane, non mi faccia le fette di prosciutto troppo sottili, e non mi riempia mezzo il bicchiere di spuma.

A desinare, mi trovo in compagnia numerosa; i miei compagni di mensa sono giovani uffiziali allegri, che non fanno molta fatica a sopportare con una certa rassegnazione il commensale taciturno. Alla loro età si è tanto felici e spensierati, che quasi si dimentica d’essere egoisti. E poi, io sono l’ombra del raggio di sole che cade sulla loro mensa comune; mi pigliano come un contrasto; quando vogliono dire qualche corbelleria, mi guardano sott’occhi, e mi sorridono per placarmi anticipatamente, ed appena la corbelleria è detta, ne ridono con gran chiasso. In compenso, vogliono che io sia il primo a servirmi di minestra e di lesso, e mi fanno altre garbatezze con modi un po’ soldateschi, ma piacevoli.

«Ecco gli uomini! — dico dentro di me — questi ufficialetti, che si reputerebbero violati nell’onore se, per istrada, uno si fermasse a squadrarli da capo a piedi, senza intenzione di offenderli, subiscono il segreto fascino d’un disprezzo, che si estende a tutto il genere umano!»

Alle frutta, fa regolarmente la sua apparizione il professor Gerolamo, mio buon amico e collega, maldicente instancabile, il quale viene a prendere il suo uditorio a tavola per menarselo a spasso attraverso i campi.

— Hai un sigaro? — mi dice appena siamo all’aperto.

— Ne ho uno solo — rispondo.

— Bisognerà che io ne compri — conclude.

Sì, è necessario; ma pure, ogni giorno, egli si dimentica di fornirsi di sigari, e ne chiede a me, che mi sono fatto la regola di comprarne uno solo prima di desinare.

Quando il professor Gerolamo ha il sigaro fra i denti, incomincia a mordere — prima il sigaro, poi il prossimo. La letteratura è per lui un buon pretesto per isfogare il malumore; è in collera più che tutto, col suo collega di storia e geografia, il quale ha pubblicato un libro sulle origini..... su quali origini?.... ed ha osato scrivere gli per le, proprio nella prima pagina, e altrove ci per vi, e non è un errore di stampa, e tavolo per tavola, e sentire per udire, e non so quanti altri errori ed orrori, poichè io gli bado appena. Dopo il collega della storia e della geografia, l’amico Gerolamo se ne va di qua e di là a pigliare pel bavero il signor Ipsilon, il signor Zeta ed altri signori lodati dalla stampa (la stampa? si chiede lui tra parentesi... quattro ragazzi bocciati agli esami di licenza liceale) e letti avidamente dal pubblico (il pubblico? quale? in Italia non c’è pubblico!). Il prof. Gerolamo protesta che quelli non sono scrittori, che la letteratura non è quella cosa scempia che i giornali lodano e che il pubblico paga, ma è ben altro; del resto, egli lascia intendere che del disgraziato Ipsilon e dell’infelice Zeta ha letto una dozzina di pagine, a dir molto, e non ne ha pagate nemmeno una.

Se non ho altro per il capo, la ciancia mordace di Gerolamo mi diverte tanto tanto, ma non al modo che egli immagina.

— Pare anche a te? — mi domanda.

— Se mi pare! — dico alzando gli occhi al cielo; ed egli s’infervora, ed io mi diverto a contemplare da tutti i lati quella sua curiosissima mania di credersi offeso dalla notorietà degli scrittori moderni più celebrati, solo perchè egli ha intenzione di scrivere un libro e di farsi celebrare.

Mi sembra ingegnoso il suo metodo di pigliare un letterato oscuro e di metterlo con enfasi accanto ai più noti, per sentenziare che vale più di tutti quanti presi insieme, sebbene non valga gran che. Certo è ingegnosissimo quell’altro espediente di disseppellire un morto per accoppare un vivo; ma, più di tutto, mi riempie di meraviglia la sicurezza con cui, dopo avermi circondato di rovine, egli, per riposare il mio spirito sbigottito, tenta di condurlo con dolce violenza alla contemplazione estatica dell’idea del libro che scriverà un giorno.

Tenta, ma non sempre riesce, anzi non riesce quasi mai, perchè il più delle volte, mentre il suo egoismo s’infervora a distruggere biblioteche per preparare uno scaffale al gran libro nascituro, io lo pianto alla chetichella, e me ne vado con altri pensieri altrove.

Non avviene più che io parli di me stesso e delle cose mie; ci cascai una volta e subito mi avvidi che egli era distratto — perciò taccio, mi godo il suo cicaleccio finchè mi accomoda, e quando ne sono infastidito, lascio che il rumore uscente dalle sue labbra si confonda per l’aperta campagna col chiasso che fanno i grilli sul limitare delle loro tane e le raganelle sui gelsi. Io non pretendo già che il professor Gerolamo stia zitto; sparli finchè vuole, ma si accontenti d’un cenno del capo per risposta, e mi accompagni, nel fervore delle sue notturne dimostrazioni, fino all’uscio di casa.

— Buona notte, dolcissimo amico. — Buona notte! — Egli se ne va a casa, ed io me ne vado a letto.

La mia giornata è finita.


II. IL MIO TEMPO PASSATO
(Dal taccuino di Marcantonio)

Le mie tribolazioni cominciano dal giorno che morì Faustina, buon’anima.

Faustina era mia moglie da quattordici anni; essa era scesa fino al fondo del mio cuore, mi apprezzava degnamente, e compativa le mie debolezze. La parola, fra lei e me, era quasi diventata inutile: io gettava uno sguardo intorno, ed essa accorreva, perchè aveva letto il mio pensiero. Era riuscita a levarsi spesso prima di me, e lo faceva senza aprire le imposte delle finestre; si vestiva al buio e se n’andava in punta di piedi per non turbare un riposo di cui io doveva avere tanto bisogno — così si ostinava a dire, ed io non le contraddiceva, perchè è cosa dolce abbandonarsi alle carezze senza resistere, e con certe anime deboli e gentili è perfino cosa meritoria. La natura carezzevole di Faustina ne era contenta, la mia pure. Quello era il tempo felice!

Negli ultimi mesi che fu al mondo, mia moglie era d’umore melanconico, e spesso si nascondeva per piangere liberamente. In mia presenza però sorrideva sempre, qualche volta rideva ancora; non voleva gettare il turbamento nell’anima mia. Così mi sorrise fino all’ultimo; una mattina mi chiamò al suo capezzale, e mi annunziò che non si sarebbe alzata, nè quel giorno, nè mai. Me ne chiedeva scusa, come se ci avesse colpa.

— Come farai? — mi disse.

— Come farò? — risposi scherzando: — ecco come farò.

E diedi fuoco alla macchinetta del caffè.

— Bravo! — mi disse melanconicamente; ed io le raccomandai di non affannarsi, di non darsi pensiero di nulla, di pensare solo a guarire presto per togliermi d’imbarazzo.

— Quanto sei buono! — mormorò.

Disse proprio così; la notte, queste tre parole suonano ancora nell’aria chiusa della mia cameretta. Io le sento e me ne compiaccio, perchè non mentiscono; sebbene gli uomini ed il destino abbiano fatto di tutto per guastarmi, io sono buono.

Faustina morì raccomandandomi di non mi lasciar abbattere dal dolore, di non mi ammalare, di vivere per la felicità della nostra creatura, che allora aveva dodici anni.

Le ultime volontà della mia povera compagna mi furono sacre: io feci tutto quanto ella aveva desiderato, e non mi lasciai abbattere dal dolore, e non mi ammalai, e vissi.

Dinanzi al cadavere bianco di Faustina, tutto ciò mi pareva impossibile, ma la mia volontà trionfò del mio aspro tormento.

Cominciò la nuova vita, la mia vita quasi monastica, che dura da quindici anni, e che ho sopportato fortemente fino ad oggi.

Serafina era un grave impiccio per un uomo solo: bisognava metterla in collegio, e le ottenni un posto semi-gratuito in un istituto del mio paese, a Bergamo. Essa vi andò piangendo, e mi bagnò le mani di lagrime nel separarsi da me.

— Pensa a tua madre — provai a dirle; — essa non piangeva mai; essa attraversò la vita sorridendo sempre; impara anche tu a sorridere al tuo povero padre abbandonato.

Udendo questo, Serafina ricominciò a piangere, e non ci fu verso di farla smettere. Mi toccò lasciarla fra le braccia della direttrice per non perdere il treno del mezzodì, proponendomi di scriverle appena arrivato a Milano; ma essa fu più sollecita di me, e mi fece trovare quattro giorni dopo a scuola una lettera di quattro pagine tutta bagnata di lagrime. Quella epistola, giunta con tre giorni di ritardo, perchè diretta ad un «Abate professore Marco Antonio», mi diede da pensare; vi notai un’anticipata abbondanza di frasi e di parole romantiche. Mia figlia, che era sempre stata la più timida creatura fra quante portano le gonnelle corte, mia figlia, che nel darmi la buona notte non osava aggiungere un bacio, se io dimenticava di incoraggiarla, mia figlia, che aveva per me tanta reverenza da mettere me stesso in imbarazzo, mia figlia che mi considerava, non so perchè, più come professore d’una scienza difficile che non come padre, lei, lei stessa, a dodici anni, trovava nell’assenza un insolito frasario di tenerezze per l’autore dei suoi giorni.

Essa pure, come sua madre buon’anima, mi scriveva: «tu sei buono, tu hai l’anima generosa» e simili.

Il caso mi sembrò grave, e mi affrettai a rispondere per consigliarle di andar cauta nella scelta delle letture e nell’uso delle frasi che trovava stampate nei libri. Mi ricordo che le dicevo:

«Bisogna scrivere alla buona, semplicemente, più col cuore che colla fantasia, e sopratutto bisogna essere sinceri; impara fin d’ora a sospettare delle frasi che suonano molto, perchè, per lo più, sono piene di vento; e finchè tu non abbia acquistata l’esperienza necessaria, meglio è rifiutare quelle parole che non sono d’uso comune, perchè potrebbero essere monete false.»

Mi rispose prontamente per dichiararmi che aveva inteso benissimo, e ringraziarmi dei preziosi consigli, i quali, diceva, già erano scolpiti nel suo cuore. Ma la lettera cominciava così: «padre adorato

La mania epistolare di mia figlia era tale, che diventava necessario mettervi un argine, anche per non aggravare il bilancio domestico con una spesa eccessiva di francobolli. Presi dunque il partito di ritardare le mie risposte, proponendomi di aprire l’animo mio a Serafina nelle vacanze pasquali.

Avevo promesso, un po’ sbadatamente, di andarla a pigliare per condurla a casa durante queste benedette vacanze, e non ci fu verso di farle intendere che, dopo matura riflessione, non avendo io tutti gli agi di una volta, non avrei potuto riceverla in casa senza grave disturbo. Non volevo spingermi fino ad un rifiuto esplicito, che sarebbe sembrato crudele a quella testolina piena di frasette; ma avrei avuto caro che essa stessa, sebbene fanciulla, comprendesse il grave impiccio che mi doveva dare colla sua venuta. — Non comprese un’acca, e nel suo egoismo infantile volle a tutti i costi che io lasciassi le mie occupazioni per pensare a farmi la valigia, ed andarmene alla stazione, e poi a Bergamo, a prenderla.

Vedendomi, battè le mani e mi si buttò al collo, come mi prometteva il suo stile epistolare, ma si calmò in modo inaspettato; in carrozza, in vagone ed a casa durante le vacanze riescì ad ingannarmi interamente colle sembianze della bimba più giudiziosa della creazione.

Temo per altro che, in quei giorni pasquali, la poveretta si annoiasse un poco, perchè a divertire le fanciulle io allora non ci aveva pratica, e nella mia libreria, quanto erano abbondanti i libri metafisici, etici, od altrimenti filosofici, altrettanto erano scarsamente rappresentate le belle lettere. Non vi mancavano Dante, Guicciardini, Machiavelli, ma Serafina non era in età di gustarli; vi erano pure i Promessi Sposi, e mia figlia si adattò a rileggerli per disperazione. Ma appena giungeva Anna Maria, Alessandro Manzoni era piantato dove capitava, sul canapè, sopra una seggiola, sul tavolino, e Serafina correva con impeto di gioia a rifare i letti.

Era un buon indizio, e il mio cuore di padre lo notò con grande compiacenza. Avrei voluto farle intendere che doveva di buon’ora rivolgere il pensiero allo sviluppo di quelle facoltà... che...

— Bravissima! — le dissi una mattina, e vedendo la faccia di mia figlia illuminata dalla gioia di questa approvazione esplicita ed incondizionata, ripetei più moderamente: — Bravissima! In collegio devono rifarlo le alunne il letto?

Mi rispose di sì, e che ogni mattina, nelle camerate era una gara muta a chi faceva più presto e meglio. Allora cominciai:

— Vedi, bimba mia, la lettura è una buona cosa, io te l’ho sempre raccomandata, e te la raccomando ancora; ma bisogna scegliere le letture e saper leggere, altrimenti ogni libro è un pericolo. Accanto poi alle facoltà intellettuali, le fanciulle devono.... di buon’ora.... curare.... lo sviluppo di quelle altre facoltà.... che....

Col che, il periodo non andava, e io corressi:

— .... di quelle facoltà con cui....

Ma anche così il periodo non faceva cammino, se non era Serafina a spingerlo.

— Con cui si rifanno i letti — essa disse semplicemente, e disse benone.

— Con cui si rifanno i letti — ripetei — che sono poi le medesime facoltà in virtù delle quali si diventa donne di casa, cioè a dire buone figlie, buone mogli e buone madri di famiglia.

— Babbo — esclamò Serafina con un lampo di quel lirismo che le dettava le lettere — babbo, devo stare con te a rifare i letti e a dar sesto alla casa; invece di andartene a desinare alla trattoria, desineremo insieme qui... proprio qui... Anna Maria farà la cucina, ed io l’aiuterò. In collegio ho imparato a cuocere le uova nel tegamino; imparerò il resto.

Io baciai mia figlia in fronte per ringraziarla; ma essa ripetè:

— Vuoi?

— Non è ancora il momento — dissi; — hai dodici anni soltanto.

— E mezzo...

— Devi compiere almeno almeno gli studi elementari; ma ti prometto che, quando sarai più grandicella, non ti negherò questa consolazione, e piglierai tu il posto della tua povera madre...

Che cosa diamine mi era venuto in mente di tirare in ballo i morti? Eccoti Serafina in lagrime, come una fontana.

***

Quando mia figlia se ne andò, ed io mi ritrovai un’altra volta solo nelle mie stanze, dissi a me stesso che quella difficile prova della paternità era andata meglio di quanto potessi ragionevolmente presumere, e che l’idea di Serafina di lasciare il collegio prima del tempo per fare la padroncina di casa aveva del buono. Ne aveva tanto, che cominciai a pensarvi sul serio. Era cosa certa che io spendeva più che non comportassero i miei bisogni — la mia casa era troppo ampia per me solo, ed io non mi sarei più potuto adattare alla prigionia di una cella da scapolo; la mezza pensione del collegio, anche così dimezzata, si mangiava tutto intero uno stipendio di professore di filosofia; a mangiarmi io l’altro, non avrei avuto bisogno d’un grande appetito; e se il mio appetito era robusto e rimaneva soddisfatto, lo dovevo agli interessi dotali della mia defunta, la quale mi aveva voluto nominare usufruttuario del suo piccolo patrimonio.

Certamente, mia figlia doveva assomigliare in tutto a sua madre; essa sarebbe vigilante, affettuosa, ed un poco indovina per prevenire i miei desiderii. Si spenderebbe meno e si starebbe meglio, lei ed io — sopratutto lei. Cominciai a non potermi togliere dal capo questo sogno; — ogni mattina, quando entrava in casa Anna Maria, mi pareva di vedere quel donnone massiccio sotto gli ordini d’una donnina minuscola, e, non so perchè, ci trovavo gusto; era una immagine non ancora abbozzata, che già mi prometteva un capolavoro. Non succede forse così ai grandi artisti?

La tentazione fu lunga, perchè bisognava guardare le cose da tutti i lati, e almeno almeno aspettare il termine dell’anno scolastico prima di dare quella grande felicità a mia figlia. Fu un giorno che, sul punto di dar fuoco al fornelletto per farmi il caffè, mi avvidi che mancava l’alcool e che non ce n’era nemmeno in cucina; fu quel giorno che presi la determinazione.

«Serafina — dissi a me stesso — verrà a passare le vacanze col babbo, ma ignorerà tutta la sua felicità per un poco: se essa, e non ne dubito, farà la padrona di casa con un certo garbo, se, sottoposta da te ad un esame quotidiano, ti darà saggio di aver imparato almeno ciò che le ragazze non devono ignorare, promettimi che l’anno venturo non la manderai più in collegio.»

Lo promisi.

Serafina venne durante le vacanze, e fu messa alla prova senza che se ne avvedesse. Quella ragazza era nata colle chiavi della dispensa e della guardaroba in tasca! Aveva tredici anni appena, ma ne dimostrava più di quindici, tanto era sviluppata; rizzandosi in punta di piedi, arrivava non solo ai cassetti più alti per chiuderli e per aprirli, ma anche all’orologio a pendolo del salotto per caricarlo. Serafina non poteva vedere un bruscolo di polvere sopra uno stipite senza sentirselo addosso; — dove non arrivava colle sedie adoperava lo scaleo, o chiedeva l’aiuto di Anna Maria, e quando era riuscita nel suo intento, non era soddisfatta ancora, guardava in alto come cercando il nemico.

— Chi sa — mi diceva talvolta sospirando — quanta polvere vi è sul cornicione che corre in giro alla vôlta!

— Chi lo sa? — rispondevo scherzando; — spero bene che non ti sarai arrampicata fin lassù.

A me quella guerra spietata alla polvere sembrava soverchia.

— Un giorno o l’altro, la polvere si vendica — dissi a mia figlia; — ma essa non comprese il significato profondo della mia sentenza, ed io stesso non credeva che ne potesse avere un altro; bisognerebbe guardare sugli stipiti ora che la polvere della mia casa non ha altro nemico che Anna Maria, per intendere quanto si è vendicata.

Serafina teneva i miei conti con un’esattezza mirabile; mi sapeva dire a memoria quanto avevamo speso ogni giorno ed ogni settimana, poi mi offriva una prova della sua infallibilità: il registro della spesa diaria.

Da questo lato le cose andavano benone, ed io fui più d’una volta tentato di darle la notizia della felicità che le serbavo; ma se le chiedevo chi era Sesostri, chi era Tutmes o chi era Demetrio Poliorcete, la mia donnetta di casa diventava ad un tratto una bambina, si faceva rossa rossa, e dopo un disperato tentativo per indovinare, mi confessava che non lo sapeva.

— Ma non studiavate la storia in collegio?

Sì, la studiavano, ma di Tutmes e di Sesostri se ne era dimenticata.

Qualche volta sbagliava io stesso nell’interrogarla; le chiedevo, per esempio, chi era Carlo Alberto, o perchè un corpo abbandonato a sè stesso cade. Essa apriva tanto d’occhi a guardarmi estatica, e quando io diceva con accento di rimprovero: è storia patria moderna, è fisica elementare, essa alzava la voce, e le splendeva la gioia in viso nel farmi sapere che, in collegio, quelle cose non si insegnavano ancora.

— Sai bene? — diceva — non ero che in quarta!

La sua educazione letteraria era abbozzata appena; quanto alla storia, alla geografia, alla storia naturale, alla fisica, alle prime nozioni filosofiche, era tutto da fare.

— Non sa proprio nulla! — dicevo disperatamente. — Come si fa? Non sa proprio nulla!

Nulla proprio, no; delle quattro operazioni, per esempio, era padrona; sapeva anche i numeri decimali e le frazioni. Mettendole in mano dei buoni libri, facendo patti chiari e severi, forse era possibile ancora combinare il mio desiderio coi miei doveri paterni, e renderla felice. Forse... La guardavo e non le dicevo nulla.

Quando si vedeva così guardata, Serafina, temendo forse un’insidia storica o geografica, si affrettava a mettere tutta la sua attenzione in qualche cassetto, e, appena poteva, se ne andava in un’altra stanza. Io, rimasto solo, pensava alle cose che le fanciulle devono sapere, e riconoscevo che, a conti fatti, non sono molte, e che quelle che possono ignorare sono assai più.

Un giorno, qualcuno mi suggerì: «Le ragazze ne sanno sempre di troppo per un marito accorto.» Ed io ripetei fra me e me con una piccola variante: «Le ragazze ne sanno sempre abbastanza per un babbo indulgente.»

— Sai? — dissi forte a Serafina, che erasi arrampicata sullo scaleo e stava nettando la cornice d’un quadro — mancano venti giorni a rientrare in collegio, ma io ho deliberato di renderti felice; scendi e vieni ad abbracciare tuo padre. Sulle prime non comprese; ma si voltò e mi vide ai piedi dello scaleo, a braccia aperte, come la provvidenza. Allora mi si buttò addosso, dall’alto, scrollandomi tutto.

— Dici davvero? Non andrò più in collegio?

— Sì — risposi, cercando inutilmente di staccarmela di dosso — non vi andrai più; sei contenta? Ma bisognerà fare dei patti.

— Facciamoli.

— Tu studierai la storia e la geografia in casa.

— Sì... sì... le studierò.

— Leggerai i libri che ti darò io.

— Sì... sì... leggerò i libri che mi darai tu.

— Studierai anche il francese.

— Sì... si... studierò il francese.

Prometteva tutto.

— Ed avendo sempre in mente — soggiunsi con un po’ di solennità — che se io faccio questo sacrifizio è perchè ho promesso alla tua povera madre di renderti felice, t’ingegnerai di pigliare nella nostra casetta il posto della cara defunta. Me lo prometti?

Essa stentava a dire di sì; le scostai il viso dal mio panciotto, e vidi che aveva incominciato a piangere.

— Mi devi pure promettere che non piangerai con tanta frequenza; il povero babbo lavora per la tua felicità, e tu lo compenseresti malamente facendogli vedere delle lagrime quando torna da scuola...

Allora essa si asciugò il volto e rise.

***

Qui comincia il mio secondo tempo felice. Furono sei anni di pace, durante i quali mia figlia cresciuta fino a non aver bisogno della seggiola per arrivare col piumino agli stipiti delle porte, si fece anche bella e vezzosa. Assomigliava in tutto a sua madre buon’anima, ed a me pareva di aver ritrovato quel tempo della mia vita, in cui, professore e marito novellino, ero ugualmente contento della mia sposa e della mia cattedra. Più tardi, mi si era ammalata la moglie, e mi si era ammalata la filosofia; e più tardi ancora, anche quell’ombra della prima felicità mi doveva essere contesa — si ammalò mia figlia.

Si ammalò all’improvviso, una brutta sera di maggio, attraversando la Galleria Vittorio Emanuele al mio fianco. Fu una specie di colpo di sole all’ombra, e quando essa, ridotta alle ultime trincee dalla mia dialettica, me lo confessò piangendo, io non seppi credere alle mie orecchie, e la pregai di ripetere. Essa, invece di contentarmi, pianse più forte e se ne fuggì nella sua camera — ed io rimasi là, colle braccia in croce, a contemplare sull’ammattonato il mio bel balocco infranto.

Serafina dunque si era innamorata; aveva 19 anni appena, e già pensava di abbandonare suo padre, e per chi? per un giovincello non mai veduto, coi baffetti a punta, l’occhialetto sul naso, bruno, piccolo e grasso — forse un tenore od un baritono a spasso, domiciliato in Galleria Vittorio Emanuele.

Quel messere aveva visto mia figlia, e mia figlia aveva visto lui; io non aveva visto nulla. Egli ci era venuto dietro fino al portone di casa, e da quel giorno aveva cominciato a passeggiare sotto le mie finestre. Me lo trovavo fra i piedi sempre che andavo a scuola, e un giorno l’imprudente ebbe anche l’audacia di sorridermi e di salutarmi.

Avevo sperato sul principio che mia figlia facesse giudizio, ma invano. Essa non mi trascurava, tutt’altro; era sempre attenta e pronta, sempre in guerra colla polvere di casa; ma da poco in qua, cantava delle romanze, mentre non ne aveva cantato mai, e piangeva più del solito.

Era chiaro che mia figlia aveva capito, come me, che il suo innamorato cantava, ed io temeva che sapesse già in che chiave, e in quali piazze e quale era il suo repertorio. Questa gente di teatro è avvezza agli intrighi del melodramma, e perciò è ardita. «Forse le ha scritto!» pensavo. Sapevo mia figlia afflitta da un’antica mania epistolare, e dicevo: «Forse gli ha risposto, forse, a quest’ora, si scrivono e si rispondono liberamente, in barba alla filosofia di un padre minchione.»

Sospettavo di Anna Maria; guardando quel donnone col mio sospetto, lo vedevo tutto imbottito di lettere e di mistero.

Un giorno la presi in disparte, per dirle a bruciapelo:

— Anna Maria, voglio sapere la verità.

Ella si fece rossa in viso, ma mi rispose con franchezza che di bugie non ne aveva dette mai.

— Ebbene, allora confessa che quel signorino che passeggia sotto le finestre.... tu lo conosci quel signorino, devi averlo visto anche tu, non lo negherai.

— Un signore bruno, un bel giovane...

— Non è quello, è anzi piuttosto brutto, ma è bruno, è piccolo, ha i baffetti a punta...

— Sissignore, l’ho visto.... un bel giovane bruno, piuttosto piccolo, ma non troppo, coi baffetti a punta... Sissignore, l’ho visto.

— Ebbene, quel signore non ti ha mai dato qualche lettera per mia figlia?

— Me le voleva dare, ma non le ho volute prendere, e gli ho detto che trovasse un’altra... così gli ho detto, ma che Anna Maria questi servigi non li faceva.

— E tu credi che abbia trovato un’altra?...

— Non ne so nulla io...

— E mia figlia non ti ha mai pregato di...

— La signorina mi conosce meglio di lei: del resto, senta, se due innamorati vogliono scriversi, ci è la posta, mi pare, ci sono i fattorini di piazza.

Quelle parole fecero la luce nel mio cervello.

Il seduttore di mia figlia, quando mi vedeva uscire per andare alla scuola, poteva benissimo mandare una lettera a casa ed aspettare la risposta; un giorno o l’altro poteva anche fare di peggio, portar la lettera in persona.

— Anna Maria — dissi — hai tu mai veduto capitare in casa dei fattorini di piazza durante la mia assenza?

Tremavo aspettando la risposta.

Anna Maria non seppe mentire.

— Ne ho visto venire uno — disse... — uno solo — soggiunse, come per temperare la crudezza di quella rivelazione.

— Una volta sola o più volte? — insistei, volendo arrivare al fondo della mia disgrazia.

— Due volte, mi pare, o tre; ma sempre lo stesso fattorino.

— Grazie, Anna Maria, grazie!

Io me n’andava difilato nella camera di mia figlia, e Anna Maria, volendo rimediare alla propria sincerità, mi venne dietro.

— Non la faccia soffrire, la povera creatura — mi diceva: — se sapesse come piange per il timore di affliggere lei!... Deve essere un bravo giovinotto anche quell’altro... Lasci che si sposino.

Ero giunto all’uscio della camera di mia figlia; mi voltai e dissi semplicemente, guardando la mia consigliera ben bene in faccia:

— Grazie, Anna Maria, grazie!

Non osò più fiatare, ed io picchiai all’uscio.

— Avanti! — disse la voce di Serafina.

Entrai. Mia figlia stava ritta dinanzi al letto; aveva gli occhi rossi e gonfi di pianto; sul guanciale s’indovinava ancora l’impronta della sua faccia e delle sue lagrime.

— Non sono io tuo padre? — dissi senza collera; — non vivo io forse per la tua felicità, e non hai tu promesso di considerarmi come il tuo migliore amico?

— Oh! babbo, babbo mio! — esclamò; e tese le braccia verso di me senza muoversi.

Compresi subito che le mie parole lasciavano aperta la via all’equivoco, poichè vidi brillare negli occhi di Serafina una speranza irragionevole. Brillano anch’esse le speranze irragionevoli, tali e quali come le altre.

— È mai possibile — proseguii — che mia figlia abbia dimenticato sè stessa fino a ricevere lettere da un giovinotto e forse scriverne?

Essa chinò il capo sul petto — non negava nulla.

— Sai tu almeno chi è quest’uomo che hai preso sulla strada per metterlo fra te e tuo padre? Sai tu che egli è un commediante, peggio ancora, un cantante, un tenorino forse, che ieri ancora faceva il parrucchiere od il macellaio, e domani canterà in un teatro di provincia?

Serafina faceva di no col capo, ma non osava rispondermi.

— Dove sono le lettere che ti ha scritto? — dissi.

Non isperavo già che essa mi avesse a consegnare le lettere, come fece, estraendole dal seno; e fu quest’atto romantico, ma leale, che mi troncò in bocca le parole.

Io presi quei fogli colla punta delle dita, guardando da un’altra parte. Non volevo vedere la preghiera muta che mia figlia mi faceva cogli occhi, per non lasciarmi vincere dalla debolezza, ed uscii tranquillamente com’ero venuto. Nel richiudermi l’uscio alle spalle, giunse fino a me un singhiozzo ed il rumore d’un corpo che ripiombava sul letto.

Andai a chiudermi nella mia camera, e lessi quelle lettere. — Erano tre in tutto, e le lessi in ordine di data. Nella prima, Iginio Curti domandava a sè stesso se egli avesse o no la fortuna d’essere stato veduto da mia figlia; nella terza, Iginio Curti chiedeva a mia figlia se si sarebbe lasciata sposare. Soltanto a quest’ultima mia figlia aveva risposto per iscritto; appariva chiaro dal tenore delle altre due che prima si era solamente ingegnata di rispondere cogli sguardi e coi languori; quando essa mi camminava al fianco in Galleria e quando io beveva ingenuamente la birra di Vienna al caffè Gnocchi, allora appunto essa tradiva la fiducia di suo padre.

Dalle tre lettere risultava che Iginio Curti non cantava nè in chiave di tenore, nè in chiave di baritono, ma bensì in chiave di basso, e che faceva il basso comico, in altri termini, il buffo. Era di buona famiglia — diceva lui — suo padre faceva l’avvocato, e solo l’amore dell’arte aveva spinto lui nella carriera del teatro. Non era ricco, ma possedeva pure qualche cosuccia; metteva ai piedi di mia figlia ogni cosa presente e futura, egli diceva «il suo avvenire» — questo avvenire doveva essere bello; già aveva cantato a Vigevano ed a Lecco, e v’aveva fatto furore (era costretto a confessarlo vincendo la modestia) — le scritture non gli mancavano; doveva fare il Barbiere di Siviglia e i Falsi monetari a Taganrog in primavera. Il suo proposito era di sposarsi subito e passare la luna di miele in Taganrog.

Si stenta a comprendere che una fanciulla di diciannove anni non cascasse dall’alto trovando un buffo dove aveva sicuramente immaginato un tenore; ma superato questo passo difficile, si capisce benissimo tutto il resto. Iginio Curti era, come volgarmente si dice, un bel giovane, aveva della baldanza, scriveva con un certo spirito e faceva balenare alla ragazza l’allettatrice idea d’un matrimonio immediato, d’un lungo viaggio di nozze e d’una luna di miele all’estero.

Io afferrai subito ciò che v’era di buono in questa lettera — la scrittura di Taganrog. Cacciai l’autografo di Iginio Curti in un cassetto, e proibii a mia figlia di ricevere lettere in mia assenza.

Che fanno le ragazze quando non vogliono dire nè sì, nè no? Piangono. Così fece Serafina, ed io mi fidai, perchè le sue lagrime mi parevano spremute dal pentimento.

Due giorni dopo, Iginio Curti scriveva a me stesso, facendomi la domanda esplicita della mano di mia figlia. Non mi nascondeva d’aver fretta, essendo scritturato per cantare nel teatro di Taganrog; mi dava ampie notizie della sua famiglia e del suo parentado, e mi pregava di prendere subito le informazioni. Non chiedeva se mia figlia avesse dote, dichiarandosi pieno di fiducia nella bell’arte del canto, che doveva nutrire il buffo, la moglie del buffo e i figli nascituri del buffo.

Ai lumini della ribalta aveva un ben di Dio; anche qualche cosa al sole non gli mancava. Dunque?...

Egli scriveva colla baldanza di chi si crede sicuro del fatto suo; faceva la cosa più seria della vita in uno stile vivace e allegro. La mia risposta fu breve, ma pronta.

«Serafina — dicevo al buffo — ha diciannove anni soltanto, e non pensa ancora al matrimonio; sa che il suo povero padre non ha che lei al mondo, e non vorrà abbandonarlo mai per seguire il marito in paesi lontani, per esempio a Taganrog. Mia figlia — conchiudevo — piglierà marito a suo tempo, lo piglierà di suo genio, col consenso del babbo, e lo sceglierà fra gli uomini che non viaggiano. Dolente...... eccetera....»

Non avevo voluto informare Serafina di questo carteggio per risparmiare a me ed a lei nuove lagrime; mi lusingavo d’aver condotto il negozio con arte e di essermi sbarazzato per sempre di Iginio Curti. Invece no. Il basso comico tornò alla carica con una lettera di quattro pagine fitte, in cui negava con sfacciata ipocrisia tutte le mie parole. Forse non era vero che mia figlia non fosse disposta a seguire il marito anche agli antipodi, sebbene adorasse il babbo; forse non era vero che mia figlia si adatterebbe a sposare più tardi un uomo qualunque scelto fra quelli che non viaggiano. Bensì era vero, proseguiva, lasciando risolutamente la sua parte di Don Basilio, che i genitori devono rassegnarsi a fare la felicità delle loro ragazze, anche col sacrificio dei propri affetti e dei propri comodi.

Conchiudeva con una sentenza: «l’eccesso di zelo nel preparare la felicità dei figliuoli, qualche volta è egoismo, o almeno sembra.» Implorava dal mio cuore paterno.... eccetera.

Questa volta mi parve d’aver in pugno la distruzione del basso comico, o di tutte le sue speranze almeno.

— Leggi — dissi a mia figlia — e apprendi a quale uomo tu eri disposta a legarti per tutta la vita; leggi e giudica tu stessa, quanto valga questo buffo che anteponevi a tuo padre.

Essa lesse piangendo, e dopo aver letto pianse ancora.

— È vero quello che egli dice, che tu saresti disposta a seguirlo anche in Taganrog? Rispondi.

Nessuna risposta.

— È vero che abbandoneresti tuo padre per seguire un ignoto anche agli antipodi? Rispondi.

Nessuna risposta.

— Lo sapevo bene io che non è vero. Ma questa commedia ha durato troppo; il signor Curti non avrà nemmeno l’onore di una risposta alle sue insolenze, e dimostrerai a quel basso comico di avere un padre diverso da quelli che egli rappresenta nelle opere buffe. Mi raccomando, non se ne parli più.

Non se ne parlò più, ma io vedeva bene che la cosa non era finita. La vigilia di partire per Taganrog, il buffo ebbe l’impertinenza di mandarmi il suo biglietto di visita p. p. c.; dopo di che, non ne seppi più nulla per un buon mese.

Un giorno, mi capitò sotto fascia una gazzetta teatrale, in cui si narrava che il pubblico di Taganrog aveva fatto non so che feste a Iginio Curti, insuperabile nella parte di Don Basilio. La gazzetta era diretta al Signor Abate prof. Marco Antonio, tale e quale come le lettere che mi scriveva un tempo mia figlia.

Non occorre dire che Serafina non vide la gazzetta, e che di Taganrog, di Don Basilio, di battimani e d’altro, almeno da me, non seppe nulla.

Io intanto veniva studiando sul viso e nei modi della mia ragazza come si fosse accomodata all’idea di perdere il suo cantante. Mi pareva propriamente che non vi pensasse più; non la vedevo piangere più del solito, e la trovavo mattina e sera pronta a far la guerra alla polvere domestica. Solamente, non aveva più smesso di cantare, ed erano le cabalette del repertorio buffo quelle che essa preferiva. Per esempio, quando seppi che Iginio Curti si era fatto applaudire a Taganrog nella parte di Don Basilio, notai che Serafina cantava da qualche tempo: Ma se mi toccano dov’è il mio debole; e quando un’altra gazzetta venne a farmi sapere che Iginio Curti si era coperto di gloria facendo la parte di Crispino, Serafina, già da una settimana, non aveva altro in bocca che: Se trovasti una comare, io trovar saprò un compare.

Salvo questi indizi, che in fondo non provavano nulla di male, non notai altro. La mia casa era sempre la più netta fra tutte le case dei professori: la mia camera non era indegna di albergare un filosofo mondano, e la mia mensa modesta poteva nutrire benissimo un paio di filosofi epicurei.

Bisognava, a buon conto, prevenire il ritorno trionfale di Iginio Curti. Quando il buffo fosse un’altra volta a Milano con un carico di allori esotici da deporre ai piedi di mia figlia, le ostilità potevano ricominciare, ed io non mi sentiva voglia di leticare con Crispino dei Tacchetti imbaldanzito dai battimani. Il mio disegno era semplice: maritare mia figlia, darle uno sposo di mio genio, che non ispiacesse nemmeno a lei, s’intende, perchè non volevo sacrificare il mio sangue; uno sposo che non fosse costretto a viaggiare e che appartenesse alla nostra famiglia, fosse cioè professore d’un liceo.

Ci era appunto il preside d’uno degli Istituti in cui facevo scuola; era uomo ben conservato, valido certamente più di tanti giovinastri, e da qualche tempo pensava ad alta voce al matrimonio. Egli era anche professore di matematica, e un giorno mi aveva parlato con un risolino molto strano d’una X incognita, che ci cammina accanto per tutta la vita e ci piglia poi all’improvviso. L’allusione ad una sposa generica era evidente; ma egli era mio superiore, e non si faceva lecito di alludere apertamente a mia figlia — bisognava rendergli facile la cosa, fare magari mezza la strada io. Più ci pensavo, e più vedevo la convenienza di quelle nozze; il preside Martini era un partitone; aveva forse quarant’anni, forse quarantacinque, ma non più; colla carica di preside e colla scuola di matematica, si guadagnava le sue cinque mila lire tonde; quando volesse, potrebbe guadagnarne anche più dando lezioni private; era cavaliere della Corona d’Italia e dei Ss. Maurizio e Lazzaro, membro di tre o quattro Accademie scientifiche — era anche un bell’uomo, alto, robusto, un po’ calvo, ma pieno di dignità. Ah! se la mia ragazza avesse avuto un po’ di giudizio!

Le svelai la mia idea, e voi indovinate subito come l’accolse: piangendo. Dopo questo preambolo, mi disse addirittura che non pensava al matrimonio.

— Ma ci penso io — dichiarai; — io non sono eterno, e non posso lasciarti sola nel mondo.

Sapete che cosa mi rispose? Che nemmeno il preside Martini era eterno, e in questo non aveva torto. Messa alle strette, finì col dirmi che essa aveva giurato d’essere del buffo o di rimanere zitella.

— Rimarrai zitella — dissi.

Chinò il capo, ed io voltai le spalle per non vederla piangere.

In quel tempo, giunse la notizia che in Russia era scoppiato il colera, e che mieteva molte vittime. «Se infierisce il colera, pensai, i teatri russi si chiudono, la stagione di Taganrog finisce prima del tempo, e fra una settimana il buffo Curti passeggierà in Galleria Vittorio Emanuele.» La notizia aveva pure un lato buono. Poichè il colera mieteva, per esempio, cento vittime il giorno, ed io non aveva alcuna speciale affezione al buffo Curti, potevo benissimo, senza desiderare il male del prossimo, far voti perchè il buffo Curti pigliasse il posto d’un’altra persona seria, che fosse padre di famiglia, sostegno di parecchi figliuoli, e magari d’un vecchio padre ottuagenario. Ma il colera è una epidemia senza giudizio; andò a Taganrog, fece chiudere i teatri, spedì all’altro mondo parecchi galantuomini ammogliati con prole, e lasciò intatto Iginio Curti, il quale, quindici giorni dopo, si arricciava i baffi dinanzi al caffè Gnocchi in Galleria, e contava i suoi trionfi e quelli del colera in Taganrog nello stile dei cantanti e dei superstiti.

Non tardai a ricevere un’altra lettera del mio persecutore.

Mi annunziava che egli era sempre fermo nel proposito di sposare mia figlia, e che io, per fare proprio una bella cosa, dovevo affrettarmi a dare il consenso per il matrimonio; si farebbero le nozze alla lesta, poi si partirebbe per le isole Azzorre, dove egli era scritturato per sei mesi. Mi pregava d’una risposta sollecita.

Piegai la lettera in quattro, e la misi a dormire colle altre due in un cassetto.

Che fece allora Iginio Curti? Si presentò incognito all’uscio di casa mia, chiese del professore Abate, senza dire il proprio nome (così assicura Anna Maria), e si fece introdurre alla mia presenza.

Al primo vederlo, sentii che la filosofia mi abbandonava, e che io stava per commettere qualche grosso marrone, ma egli mi prevenne, mettendo le mani innanzi, e dicendo con accento dimesso:

— La prego di non andare in collera.

Io non risposi ed egli proseguì:

— La prego di lasciarmi parlare, non mi respinga senza avermi ascoltato: poi me ne andrò io stesso.

Si guardò intorno cercando una sedia, il che m’indispettì; fortunatamente, nel mio studiolo tutte le seggiole erano ingombre di libri, ed avendo io finto di non badare alla sua mimica, egli fu costretto a parlare stando in piedi.

Mi ripetè tutto ciò che mi aveva scritto; aggiunse solo che non era sua intenzione fare sempre la vita del vagabondo; non era già balzato dalla platea sul palco scenico, come ora s’usa, aveva fatto buoni studi nel Conservatorio di Milano, e se avesse voluto dar lezioni di canto all’estero, i dilettanti lo avrebbero pagato meglio degli impresari.

Quando ebbe finito di dire, uscì tranquillamente senza aspettare la risposta. Ero rimasto a sedere e non avevo neppure alzato gli occhi a guardarlo; ma quando egli fu fuori dell’uscio, mi balenò in mente l’idea che si potesse incontrare con Serafina in anticamera — perciò mi mossi e gli venni dietro a passi gravi: giunsi in tempo a vedere mia figlia che fuggiva in cucina.

— Serafina! chiamai con voce severa.

Iginio Curti, che si avviava all’uscio d’ingresso, si fermò di botto.

— Chiamo mia figlia — gli dissi semplicemente; ed egli se ne andò.

***

La scena che seguì in cucina fu breve.

Anna Maria era rimasta in anticamera, non osando venirmi dietro; io trovai mia figlia gettata bocconi sulla catasta delle legna, come se volesse abbracciarla.

Mi appoggiai al fornello, e lo dissi tranquillamente:

— Serafina, è venuto il momento di scegliere fra tuo padre e il tuo seduttore. Serafina, che cosa hai detto poco fa a quell’uomo?

E poichè mia figlia rispose solo a singhiozzi, ripetei la domanda con una lentezza calcolata.

— Serafina, che cosa hai detto poco fa a quell’uomo?

Essa sollevò la faccia lagrimosa, e mi disse con voce spenta:

— Gli ho giurato d’amarlo sempre.

Quell’ostinazione avrebbe fatto andare in collera un santo.

— Ed io giuro — le dissi solennemente — giuro che non darò mai il mio consenso. Giuro — proseguii accalorandomi — che se tu sposerai quell’uomo contro il mio volere, cesserai d’essere mia figlia per sempre.

— Non giurare, babbo mio, non giurare! — mormorava essa.

Io mi mossi, ed essa si trascinò dietro a me fin sull’uscio, mormorando sempre:

— Babbo mio, non giurare!

Ho pensato tante volte a quella strana miscela di lagrime e di ostinazione di cui era formata la mia ragazza; essa mi adorava, non potevo dubitarne, ma aveva promesso di esser di quel buffo, a costo della propria pace, del proprio avvenire, della pace e dell’avvenire di suo padre; e perchè aveva promesso doveva mantenere. Mi avrebbe ucciso piangendo, e poi sarebbe morta di dolore ella stessa per non venir meno al giuramento fatto.

Le conoscevo queste povere anime combattenti, che hanno per arme la debolezza; esse sono le anime vinte, ma invincibili.

Cominciò ad entrarmi nel cervello l’amaro pensiero che mi toccherebbe cedere alla debolezza di mia figlia; due giorni dopo ne fui persuaso.

Ecco quello che mi scriveva il buffo Curti:

«Fra nove mesi vostra figlia avrà compiuto i ventun anni, e sarà padrona di sè, in forza delle leggi civili che ci governano. Essa ha giurato di esser mia, ed io giuro che saprò esser per lei marito, padre, amico, ogni cosa. Decidete.»

Ebbi presto deciso; non risposi a quella lettera, ed aspettai dal tempo giorni migliori. Il tempo mi ridonò i giorni d’una volta tali e quali; mia figlia si rasserenò quando il buffo fu partito per le Isole Azzorre; picchiò sul suo pianoforte il Barbiere ed il Crispino quando giunsero le notizie dei trionfi del suo innamorato, finchè una mattina si svegliò piangendo più del solito, tanto che venne a sedersi a mensa cogli occhi rossi; era il giorno in cui compiva il ventunesimo anno.

Un mese dopo, Iginio Curti era di nuovo in Milano, e si portava via la mia ragazza per farla sua moglie. Di questa brutalità, commessa per eccitamento del Codice civile, ho scolpiti in mente tutti i particolari.

I due disgraziati — lui sempre ridente, lei sempre lagrimosa — volevano risparmiare gli scandali, ed attesero da me il consenso necessario; ma io volli invece che mi intimassero l’obbligo di dare il mio divieto inutile; e lo diedi per iscritto, dopo di che partii. Era tacitamente inteso che, al mio ritorno, avrei trovato la mia casa abbandonata. Durante la mia assenza, essi si sposarono e partirono, e, quindici giorni dopo, rientravo nella mia casa vuota, per ripigliare la vita da scapolo.

Sulla scrivania, Serafina aveva lasciato un foglio, in cui implorava il mio perdono, e mi dava il suo recapito.... all’estero.

Scrissi sotto quel foglio medesimo queste sole parole: «io non ho più figlia» — e lo mandai a Bucarest, salvo errore.

***

Stentai ad avvezzarmi alla nuova vita; nei primi tempi non mi sapevo raccapezzare. Il caffè, dove già io soleva andare a prendere il vermut ed a leggere la gazzetta, prima di desinare, aveva fallito; la famiglia che mi aveva tenuto a dozzina, a causa d’un’eredità avuta, aveva rinunciato alla sua piccola industria; i brodi delle trattorie mi sembravano troppo grassi, il vino aspro mi bruciava la gola, il vino denso mi pesava sullo stomaco; la sera, non sapevo che fare del mio tempo, perchè la commedia, in Milano, costa un occhio, e l’opera in musica m’indispettiva dopo il tiro che mi aveva fatto.

Prima di convertirmi alla birra di Vienna ed al prosciutto cotto, prima di trovare il mio posto d’onore alla mensa degli ufficialetti, prima di godermi le maldicenze serotine del mio collega di letteratura italiana, ci volle del tempo parecchio e della filosofia molta.

Del resto, lo confesso, io non soffriva tutto quello che m’era pensato; credo d’essere un padre tenero quanto qualsiasi altro, ma il mio cuore è forte nel sopportare le offese dell’ingratitudine. D’altra parte, i miei affetti hanno una sensibilità così squisita, che offenderli ed ucciderli è quasi tutt’uno. Quando mia figlia ebbe voltato le spalle alla casa paterna, io la considerai come perduta nel mondo, e mi proposi di non pensare più a lei come se fosse morta.

Da Bucarest una volta, poi un anno dopo da Barcellona, mi giunsero lettere di Serafina.

Per quanto vi fossi preparato, la prima volta, la vista dei caratteri di mia figlia sulla soprascritta mi fece battere il cuore — sentii, per essere schietto, curiosità e tenerezza dispettosa.

Mi ricordo che presi la lettera in mano, ne guardai lungamente la soprascritta, ed esaminai il bollo postale di Bucarest per decifrare la data che vi si leggeva — ma che poi chiusi la lettera in un cassetto e me ne andai a desinare. Tornato a casa, era entrato un po’ di ordine nelle mie idee; presi la lettera di mia figlia, e, questa volta senza batticuore, ne cancellai la soprascritta e vi scrissi di mio pugno: si respinge al mittente Iginio Curti, buffo nel Teatro italiano di Bucarest.

La stessa cosa feci colla lettera che mi giunse un anno dopo da Barcellona.

Quello che avvenne di poi, me lo aspettavo.

«Mio genero — avevo detto dentro di me — per costringermi a leggere le lettere lagrimose di sua moglie, mi farà un tiro un giorno o l’altro — ma egli non sa che io ricevo pochissime lettere, perchè non ne scrivo mai, e che non mi sarà difficile riconoscere la perfidia anche se abbiano fatto fare la soprascritta dal tenore, o dal baritono, o dalla seconda donna, specialmente se mi verrà dall’estero.

Eppure, fui ad un pelo di cascarci, e fu un vero lampo di genio inquisitorio che mi risparmiò questa piccola sconfitta. Un giorno mi capitò una lettera d’aspetto innocentissimo; veniva da Pavia, dove ho dei colleghi e degli antichi compagni di scuola. Stavo già per lacerare la busta, quando domandai a me stesso: «chi mi può scrivere da Pavia? Il professore Leonardi, no, perchè ne conoscerei la scrittura, il Ponzio nemmeno.... Guardai la soprascritta, e lessi: Al signor Abate prof. Marco Antonio, come scriveva un tempo mia figlia, come, dopo mia figlia, mi chiamava sulle soprascritte delle sue lettere il buffo Curti, e come, prima e dopo di loro, nessuno mai mi aveva chiamato.

Questa trasposizione di nomi non era innocente come può parere; mi ricordo d’una lettera di mia figlia così indirizzata, che non pervenne al suo recapito se non dopo essere andata per la città in cerca d’un reverendo che si chiamasse Marco. Mia figlia, tenace come il solito, non aveva smesso di dirigere le sue lettere a quel modo, sebbene io l’avvertissi; e siccome oramai i fattorini delle poste sapevano che era inutile cercare in Milano il reverendo Marco, non ne era nato più verun inconveniente, ed io aveva lasciato che facesse.

Ammirate la semplicità dei mezzi di cui si serve l’ente per scompigliare i disegni e punire le colpe dell’esistente! — Io, senza perdere tempo, cancellai la soprascritta, e scrissi bravamente «si respinge...» ed il resto.

Ma quando ebbi fatto ciò, mi rifeci a pensare: «E se questa lettera non fosse di mia figlia?» Allora immaginai di comprare l’ultimo numero di un giornale teatrale, e di accertarmi se a Pavia si rappresentava l’opera buffa. Seppi così che nel Teatro Comunale si rappresentava l’opera di Lauro Rossi, I falsi monetari, e che il buffo Curti era molto applaudito dalla scolaresca.

Una voce domandò dentro di me: «Che fa tua figlia? È sana? È felice?» Ma io mi affrettai a rispondere che non me ne importava un fico, che avevo giurato di considerare Serafina come perduta nel mondo, e che mia figlia era morta.

Il buffo Curti dovette rimanere senza fiato quando si vide restituire integra la lettera fatta a trappola, in cui aveva immaginato di pigliarmi. Da quella volta non ricevei più lettere di Serafina.


III. IL MIO AVVENIRE
(Dal taccuino di Marcantonio)

Addio piccole compiacenze, addio piccoli dolori della mia vita passata; ora getto lo sguardo innanzi a me, sulla via deserta, e mi rifaccio serio.

Ah! sì, la via è proprio deserta, e non è mia colpa. Io avrei voluto schierarvi la figliolanza di mia figlia e gli amici vecchi e fedeli; mi sarebbe stato caro disseminarvi una folla di conoscenti cordiali, vivaio d’affetti futuri, dove il dolore avesse potuto venire ogni tanto a prendere per mano un nuovo amico e condurmelo dinanzi dicendo: «costui è degno di te.»

Ma lo spettacolo dell’umano egoismo ha chiuso tutte le porte del mio cuore, e da un pezzo non v’entra più nessuno. Talvolta m’affliggo di questa virtù di pensiero che mette fra uomo ed uomo quell’intervallo medesimo che separa l’umana creatura dal bruto. Vi sono de’ miei simili che cianciano fra di loro come i passeri, che si fiutano, o si adirano, o si acciuffano per le vie come i cani, ed amano, e sono amati, e si sentono felici perchè non pensano. Il pensiero è un tarlo che rode i cuori generosi.

A me, nato per l’amore, non è rimasto neppure un affetto; sono solo!

Uscito or ora, e forse non ancora uscito, dalla calda virilità, l’avvenire mi promette gli anni freddi della vecchiaia, quegli anni in cui l’uomo più generoso ha diritto ad un po’ d’egoismo.

Sono sano ancora, ma sento che la gotta mi aspetta; io posso deluderla per un po’ astenendomi dai cibi troppo azotati o troppo grassi, ma un giorno essa trionferà della mia volontà, come ha trionfato di mio padre e di mio nonno; è una malattia di casa.

Mi sono guardato nello specchio, ed ho visto che potrei illudere me stesso; non dimostro più di quarantacinque anni; i capelli che mi rimangono sono quasi neri; la mia barba invece sarebbe bianca, ma io non la lascerò crescere; mi raderò ogni mattina.

Sento che posso ancora fare la felicità d’una donna, ed ho deciso.

Riprenderò moglie.

Dopo tanti anni di vedovanza, non si dirà che cedo ad un sentimento frivolo; mi arrendo alla necessità; prenderò moglie per avere una donna che abbia la missione d’amarmi.

Voglio che la massima indifferenza di cuore regoli questa scelta: giudicare e scegliere veramente, ecco il punto difficile. Nelle prime nozze ciò è quasi impossibile; ancora non si sa bene che cosa ci convenga e che cosa noi possiamo dare — per questo, le prime nozze sono sempre un giuoco in cui ha troppo parte la fortuna. Ma quello che è fatale la prima volta, non sarebbe scusabile la seconda. Un vedovo che si riammoglia ha l’obbligo di proporsi il quesito della felicità della sua compagna, e di scioglierlo con regole severamente matematiche.

Io conosco parecchie ragazze da marito, ma so che si fanno un romanzetto, di cui non potrei essere il protagonista; di vedove smaniose di passare a seconde nozze ne conosco pure, ma vecchie e brutte — ora la vecchiaia e la bruttezza della sposa non sono in nessun caso elementi necessari di felicità matrimoniale. Io non tradirò me stesso, la mia sposa sarà giovine e bella. Perchè essa mi ami col tempo, basterà che io diventi amabile, ed apprenderò dai vecchi quest’arte ignota ai giovani. E perchè essa mi sposi senza amarmi, bisognerà che il benefizio la tenti. La mia donna deve essere sventurata, sola nel mondo come me, e dovrà gettarsi nelle mie braccia come in un porto sicuro.

Dove e come trovare questa sposa?

Nell’ampio mondo, così...