IV. INVITO AL TALAMO DI MARCANTONIO.

Qui, nel taccuino di Marcantonio Abate manca un foglietto visibilmente strappato, poi non si legge altro. Queste note, incominciate col fermo proposito di essere il commento dei casi poco ordinarii che il nostro eroe si aspettava, ebbero la sorte di tutte le memorie: furono lasciate in tronco.

Senza avvedersene, il filosofo Marcantonio Abate era vittima di quella identica illusione, che incomincia le memorie dei collegiali dei due sessi: affidava alla carta le impressioni non bene determinate e non ancora sue, o già scolorite dal tempo, e non più sue, quasi per guardarle da vicino o per appropriarsele; se egli non riusciva a fare qualche cosa col nulla, come le collegiali volonterose, è merito dei cinquant’anni che aveva vissuti; certo è che oggi — il domani della gran deliberazione — Marcantonio non scrive più una sillaba delle sue giornate, perchè cominciano per lui speranze, compiacenze, dolci incertezze, fantasticherie faticose, mille sentimenti inaspettati che egli sdegnerebbe di colorire colla penna e di vedere riprodotti malamente sulla carta. Anche per le signorine, quando sono uscite di collegio, viene un giorno che fanno così. Si offenderà Marcantonio Abate d’un paragone che lo ringiovanisce un poco? Forse no; appena egli ha fatto il suo tiro, appena ha buttato nel mondo la sua rete, subito si è guardato nello specchio, è corso dal parrucchiere per farsi radere, è passato dal calzolaio per comperare un paio di stivaletti verniciati, ha fatto chiamare il sarto a consulto — e il sarto verrà domani.

Che tiro ha fatto Marcantonio Abate? Che sorta di rete ha gettato nell’ampio mondo?

Egli ha scritto in un foglietto strappato dal suo taccuino, pesando ad una ad una le parole, precedentemente scelte e misurate con grande scrupolo, questo avvisetto:

«Invito al talamo. — Un signore di buona età, agiato, sano, di non spiacevole aspetto e di umore eguale, si unirebbe in matrimonio con una signorina o con una vedova che non avesse passato la trentina, fosse di buona famiglia e d’indole modesta. Non si richiede alcuna dote. Dirigere le proposte al signor I. O., fermo in posta, Milano.»

Ha scritto col suo più bel rondo, curando sopratutto la chiarezza, e dopo aver scritto, non contento ancora, ha rifatto amorosamente gli occhi a tutti gli e, che sotto la sua penna erano nati ciechi, ha allungato le code agli a, assicurato i tagli ai t, e rimessi sugli i i puntini che non avevano lasciato traccia o non erano caduti a piombo.

Quando ogni equivoco gli è sembrato impossibile, senza malizia dei tipografi, ha chiuso il foglietto in una busta e mandato il tutto all’agenzia d’annunzi del Secolo per mezzo di Anna Maria.

Anche la scelta di questo messaggiero gli è costata fatica; gli bisognava una persona di cui potesse fidarsi, un po’ ingenua, un poco ignorante, che stentasse a leggere e non fosse prontissima a indovinare; dunque, i bidelli degli istituti, no, perchè leggevano e indovinavano benissimo, e il portiere nemmeno, perchè non leggeva affatto — dunque Anna Maria.

Sulla busta è scritto, e Anna Maria dovrà ripetere all’occorrenza: «da inserirsi la domenica e il giovedì, per due settimane.»

Anna Maria dovrà anche pagare il prezzo anticipato delle inserzioni; se vedrà ridere, starà seria, e se mai da un figliuolo d’Eva le venga chiesto chi fa l’inserzione, risponderà tranquillamente: un figliuolo di Adamo.

Il donnone tutto d’un pezzo ha ricevuto questa gran prova di fiducia del suo padrone colla solita compostezza, cioè colle mani sotto il grembiale, poi ha cavato una mano per afferrare la busta, poi ha cavato l’altra per ricevere il denaro.

— È uno scherzo — ha ripetuto il professore — ma tu bada bene a star seria.

— Sissignore.

— E non dire chi ti manda.

— Sissignore.

— Paghi quanto vogliono, senza ribattere.

— Sissignore.

— Pigli la ricevuta, e torni a casa.

— Sissignore.

Dopo di che Anna Maria si è avviata; il suo padrone l’ha vista passare in cortile, ed ha notato il suo contegno straordinario, perchè il donnone, quest’oggi, non si è permesso di cavare la mano dalla tasca che custodisce il segreto del professore.

Questo tiro ha fatto Marcantonio Abate! E se ora passeggia per la sua casa un po’ agitato, e se tratto tratto si guarda nello specchio, è perchè egli ha avuto tempo d’andare dal parrucchiere e dal calzolaio, e Anna Maria non è tornata ancora.

Dunque, il signor I. O. passeggia e pensa.

Quell’insolito modo di cercar la moglie nella quarta pagina d’un giornale è veramente degno d’un filosofo. A guardarci bene, gli uomini, in questa delicata congiuntura del matrimonio, si comportano assai male; alcuni s’innamorano, e sono i giocatori d’azzardo delle giuste nozze; altri scherzando, si compromettono, e si trovano legati senza saperlo — sono i distratti; altri si informano delle ricchezze e del parentado, non del cuore — e sono i monocoli; il signor I. O. invece con quanto giudizio fa la cosa! Egli si propone apertamente a tutte le ragazze disponibili; non s’impegna a nulla, vede, interroga, scruta; non s’innamora, non si accalora, non s’impazienta — giuoca e lascia giocare sul sicuro — guadagneranno entrambi pigliandosi, guadagneranno, e forse più, lasciandosi. Le trattative di nozze incominciate nella quarta pagina d’una gazzetta mettono il negozio nella vera luce; i falsi scrupoli non vi possono entrare, non vi entrerà l’amor proprio. Una donna che accetta un marito da un giornale, è una donna sicura, senza grilli per la testa, senza sentimentalismi vani; porterà in dote un sodo criterio.

Il Signor Io si promette un altro vantaggio dalla sua trovata. Egli manderà la gazzetta a parecchie ragazze di sua conoscenza, a cui non oserebbe fare la domanda espressa per timore d’un rifiuto — e quante altre ragazze gli verrà fatto di conoscere in seguito, tutte riceveranno per posta la medesima gazzetta, finchè egli sia disponibile.

Perciò, del giornale che conterrà l’avviso, il Signor Io farà una provvista abbondante. Forse taluna delle fanciulle, a cui egli non osa neppur pensare, si disporrà a pigliar marito anche in quel bizzarro modo. Contenta d’un simile matrimonio in genere, chi sa? la giudiziosa fanciulla potrà contentarsi facilmente della specie. Il Signor Io, raso di fresco, coi capelli tirati con garbo a dissimulare la calvizie, fa la sua figura — un uomo ne vale un altro, e un professore di filosofia così rimesso a nuovo, cogli stivaletti di vernice...

Il Signor Io si guarda nello specchio, si ammira senza concedere troppo alla vanità, e continua a passeggiare. Anna Maria non viene, e il Signor Io si frega le mani promettendosi un altro vantaggio dalla sua trovata.

Non potrà egli conoscere la fanciulla che è disposta ad entrare in un talamo anonimo, avvicinarla e studiarla senza svelarsi mai? Non potrà egli lasciar credere alla ragazza che il suo tentativo di trovar marito nella quarta pagina si è perduto nel mondo, ma che la provvidenza le ha, per altre vie, mandato un altro sposo verisimilmente migliore? Al Signor Io non spiace lasciare questa illusione alla sua seconda metà, non è egoista il Signor Io; quanto a lui, rinunzia alle illusioni; non l’offenderà il sapere che la sua compagna era andata in cerca di marito nella gazzetta, tutt’altro; pigliando moglie un’altra volta, egli vuol pigliarla per bene, e gli pare che, conoscendo egli il segreto di lei, e non sapendo essa nulla di nulla, la sposa gli starà meglio in pugno.

Ecco il passo d’Anna Maria, ecco Anna Maria. Il donnone è serio, ed ha le due mani sotto il grembiale.

— Hai fatto? — domanda Marcantonio con un po’ di tremito nella voce.

Anna Maria ha fatto; essa cava una mano di tasca e porge la ricevuta: ha pagato L. 22 e centesimi 40 per quattro inserzioni di 14 linee da farsi il giovedì e la domenica. Il professore piglia la ricevuta con disinvoltura, ma gli batte il cuore come se ricevesse la fanciulla dei suoi pensieri futuri.

Qual’è la fanciulla dei futuri pensieri del Signor Io?

Dolce incertezza! Dov’è la fanciulla dei pensieri futuri del Signor Io?

Oggi è mercoledì; domani il Secolo porterà l’invito al talamo di Marcantonio nella città, nei paesi e nelle ville; e un numero del giornale cadrà sotto gli occhi di una bella pensosa che aspetta. Marcantonio si accorge che, sebbene egli abbia invitato alla gara anche le vedove sulla trentina, la sua fantasia finora non gli presenta che fanciulle di vent’anni e di diciotto. Marcantonio si guarda ancora nello specchio, e non è atterrito della propria audacia. Egli pensa che se una fanciulla di diciott’anni si contenterà di pigliar lui, darà prova d’avere un criterio sodo.

— E che cosa hanno detto nell’uffizio del giornale? — domanda il professore, rivolgendosi ancora alla fantesca.

— Hanno riso sotto i baffi.

Anche Anna Maria pare che riderebbe volentieri sotto qualche cosa — ma sta seria fin troppo.


V. LA GARA.
FASI E CATASTROFE.

Valichiamo una sera lunga, una notte insonne.

Comincia un giovedì eterno.

Oggi Marcantonio Abate ha vacanza; egli depone dall’alba quell’incomodo fardello di filosofia scolastica che negli altri giorni della settimana è costretto a portare in due licei per l’afflizione dei suoi alunni; sembra egli stesso un suo scolaro, tanto si sente sciolto. Esce, s’avvia, e ad ogni passo si allontana sempre più dalla metafisica. Giunge al boschetto dei giardini: il vecchio amico suo è là, tentando il prossimo.

— Buon giorno!

— Mille giorni come questo — risponde il mendicante con un sorriso malizioso.

— Mille son pochi. Auguramene dieci mila, se mi credi felice; ma tu sbagli.

— Vossignoria è giovane.

— Davvero?

— Vossignoria oggi ha quarant’anni. Appena l’ho visto spuntare dalla cantonata ho detto: il professore oggi ha quarant’anni: che cosa ha fatto degli altri dieci?

Marcantonio si sente lusingato dall’osservazione, e non ha forza di offendersi.

L’altro insiste con malizia crescente:

— Che cosa vuol fare degli altri dieci? ho detto.

Il professore guarda di qua e di là; la metafisica e l’etica sono scomparse, nessuno lo vede, ed egli ride. Gli viene oggi una tentazione non mai sentita: far l’elemosina al suo vecchio amico: ma resiste per decoro.

— Buona fortuna! — dice, e si avvia saltellando.

— Diecimila giorni come questo! — ripete il vecchio, e s’incammina egli pure, zoppicando, incontro ad una vecchia signora, che passa nel prossimo viale e che ha già cacciato una mano in tasca.

Marcantonio prosegue rapidamente la via che mena alla sua felicità; incontra un collega e lo schiva, incontra uno scolaro che schiva lui, giunge alla trattoria prima dell’ora della colazione. Non importa, mangerà solo; l’uomo deve bastare a sè stesso, tanto più a tavola.

Mangia, poi legge una gazzetta che non è il Secolo, poi aspetta gli ufficialetti, ed è divertito dalla compiacenza con cui essi appendono le loro sciabole all’attaccapanni, lasciandole spenzolare per le calate della cintura in modo che urtino ripetutamente, prima a terra, poi nella parete.

Sente dentro di sè una forza nuova, qualche cosa che non è entusiasmo, nè baldanza, nè spensieratezza, ma che somiglia a tutto ciò; ogni tanto abbassa la gazzetta e mette una parolina nel discorso scucito degli ufficialetti, una parolina scelta bene, una parolina lucente, che al solito, riempie di stupore i suoi commensali, e gli obbliga a dirgli bravo! o bravissimo!

Per far passare il tempo, propone una partita a scacchi o al domino, magari al biliardo, e se ne scusa dicendo: «ho vacanza» — ma gli ufficiali non chiedono scuse; sono contenti che il signor professore si degni di uscire dalla sua dottrina melanconica per carambolare come uno studente. Marcantonio è stato in altri tempi un giocatore fortissimo; brandisce molte stecche più volte prima di sceglierne una, poi giuoca e vince; i suoi avversari generosi fanno di tutto per fargli dimenticare la modestia, ma il professore vince modestamente e si dichiara grato alla fortuna; chiede un sigaro al cameriere, e gliene vengono offerti cinque dagli ufficiali — grazie, grazie... egli non fuma sigari Cavour, accetta un sigaro Virginia dal signor tenente, accetta uno zolfanello dal signor sottotenente, ringrazia gli altri.

Il professore non fu mai così amabile.

Finalmente Marcantonio esce all’aperto; esce lanciando innanzi a sè le nuvolette del suo Virginia — e subito un monello, mandato dal destino, gli offre il Secolo uscito or ora. Il Signor Io compera la gazzetta, corre coll’occhio alla quarta pagina, e legge subito: Invito al talamo.

Non vede altro; caccia la gazzetta in tasca, e si guarda intorno. Ora si sente debole, e non sa bene perchè.

Il suo Virginia è spento.

***

Non è certamente perchè Marcantonio vi ha collaborato in quarta pagina, non è neppure per il gran fatto avvenuto a Porta Tenaglia, perchè sia non si sa, ma è indubitabile che oggi il Secolo ha uno spaccio straordinario; i rivenditori sbucano da tutte le cantonate e sono trattenuti dai curiosi, e per le vie si vede molta più gente del solito che nasconde la faccia dietro il Secolo.

Anche Marcantonio è impaziente di leggere la sua prosa, e quando può chiudersi nella stanza da letto, stendere il giornale sul tavolino e leggere: Invito al talamo con tutto quel che segue, egli è veramente contento come se avesse veduto la seconda moglie che gli è destinata, e trovatala di suo genio. Gira gli occhi per la camera e fantastica.

Non muterà stanze; quel quartierino e lui si conoscono, oramai egli vi si è avvezzo e vi si trova bene; la stanza da letto è abbastanza ampia; entrano per l’unica finestra molti più metri cubi d’aria respirabile che non siano necessarii per due. Tutt’al più farà mutare le carte delle pareti e riverniciare il talamo; aggiungerà al lavamani due catinelle compagne, perchè sull’unica rimasta è oramai indelebile il giro dell’acqua che vi si versa ogni mattina da tanto tempo. Aggiungerà fors’anco una lampada da notte, che scenda dal soffitto nel mezzo della camera, ed abbia i vetri azzurri o color di rosa, ma per la scelta del colore, bisognerà sentire il parere della fidanzata. Altri mutamenti non vorrebbe fare; pure, se la sposa ne avesse desiderio...

Un’ora dopo egli ha trasformato dieci volte tutta la casa, col pensiero, ed è ritornato cogli occhi e colla fantasia al modesto talamo di noce che gli sta dinanzi e all’invito così audacemente gettato in mezzo alle vedovelle ed alle ragazze, specialmente in mezzo alle ragazze.

Ora teme che quel titolo erotico — Invito al talamo — da lui premesso all’avviso perchè non passi inavvertito, possa dare un’intonazione burlesca alla faccenda, e guastarne il significato serio — ora invece si lusinga d’aver dato con quelle tre parole una caparra del proprio valore alle fanciulle da marito.

Quando cominceranno a piovere le lettere al Signor Io? Domani stesso dalla città; dalle provincie doman l’altro. Ma il professore non andrà alla posta venerdì, perchè, sebbene un filosofo della sua fatta sia inaccessibile alle superstizioni volgari, preferisce incominciare le trattative del matrimonio in un giorno generalmente considerato come innocente. Andrà alla posta sabato.

Ma il domani, l’impazienza lo vince; assolutamente non è superstizioso il professore, e d’altra parte è meglio che si faccia conoscere al distributore delle lettere ferme in posta, come il Signor Io.

La cosa gli sembra innocentissima fino a piazza del Duomo; infilando la via Rastrelli che mena all’ufficio postale, Marcantonio è turbato, e, giunto alla posta, ha perduto affatto il sussiego. Guardando un poco in distanza l’impiegato che si muove entro il casellario come in un gabbione, gli pare che abbia una certa faccia, come se, avendo letto il Secolo di ieri sera, tutta la mattina non aspetti altro che il Signor Io per farne la personale conoscenza. Marcantonio è da un pezzo sul portone della posta, e nota che tutti quelli che l’hanno visto entrando ed escono poi senza che egli si sia mosso, lo guardano curiosamente. Si volta; attraverso la inferriata dirimpetto, egli vede l’impiegato delle lettere ferme in posta che continua a muoversi nel suo gabbione. Sicuramente a quest’ora l’ha già visto, e ne ha già notato l’irresolutezza; rimanendo ancora all’uscio peggiorerà le cose, si darà a conoscere meglio, diventerà il Signor Io della favola, il Signor Io indimenticabile.

Una risoluzione coraggiosa — ecco Marcantonio avviato incontro allo sportello delle lettere ferme in posta. Ma un’occhiata partita dall’interno di quella gabbia lo scompiglia, lo sgomenta; quel distributore ha una penna d’oca cacciata sopra l’orecchio sinistro in modo che sembra cresciuta là naturalmente, ha il naso adunco (stavamo per dire il becco), e una guardatura di sotto in su a cui Marcantonio non è preparato. Con un passo di traverso, il professore si affaccia ad un altro sportello.

— Lettere per il professore Marcantonio Abate?... — domanda, tanto per dire qualche cosa.

Un momento di silenzio, durante il quale il professore cerca di radunare tutte le sue forze, ma pensa che ha peggiorato ancora le cose, perchè si è fatto vedere da un impiegato, dicendo nome, cognome e professione; poi la voce del distributore gli annunzia: Niente Abate.

È virtù vecchia l’eroismo: vecchia, ma eterna..

Ammiriamo il Signor Io dinanzi allo sportello temuto faccia a faccia col distributore dal naso adunco, dalla penna d’oca cacciata sopra l’orecchio.

— Giungeranno.... — comincia a dire — ma il suo avversario lo guarda, e con questo mezzo semplicissimo gli fa perdere la parola.

— Sono da lei — dice il pennuto cacciando in una casella una lettera raminga.

— Giungeranno — ripiglia il professore vilmente — giungeranno forse lettere ferme in posta dirette al professore Marcantonio Abate.... favorisca farmele mandare a casa.

— Dove? — chiede l’impiegato strappandosi la penna d’oca e accingendosi a scrivere in un registro.

E Marcantonio deve anche svelare la strada, il numero del portone, la scala e il piano. Ci è altro a fare per tagliarsi le braccia? Null’altro, il Signor Io ha fatto tutta quanta l’operazione, e gli è riuscita benissimo.

Ora può andarsene tranquillamente a casa.

***

Marcantonio Abate ha mandato alla posta un uomo messo certamente al mondo coll’intenzione di fare il messaggero modello in questa congiuntura.

Battista, il portinaio, non sa leggere affatto, ma vuol far credere che sa quanto chicchessia; messo faccia a faccia colla carta scritta, egli la guarda severamente, poi sorride, e quando può se ne allontana.

Non potendo sfuggire il foglietto su cui il professore ha scritto Al signor I. O., fermo in posta, Battista lo ha cacciato in tasca, ha ascoltato tutte le istruzioni verbali, ed è corso alla posta nel massimo turbamento.

E un’ora dopo ritorna con un sorriso trionfante, porge la carta al professore e dice:

— Niente per il Signor Io.

Marcantonio si fa rosso, perchè gli sembra di capire che Battista abbia fatto leggere il foglio da qualche amico fidato, ma pensa che in fin dei conti non è facile arrivare alla radice del piccolo intrigo. Quanto al silenzio delle sue pretendenti, non se ne sgomenta ancora — a dire il vero, egli ha avuto troppa fretta; saper aspettare bisogna.

Domenica riappare nel Secolo l’Invito al talamo, e lunedì Battista è rimandato alla posta.

Il Signor Io attende il ritorno del messaggero, ma checchè accada, vuole essere contento di sè, e non aspetta altro. Per convincersi che non ispera nulla ancora, dice a sè stesso ogni tanto: «È troppo presto: gli avvisi di quarta pagina fruttano talvolta parecchi mesi dopo — io posso aspettare.»

Ma quando Battista ritorna a mani vuote, Marcantonio vede con un’occhiata la vanità di tutti gli umani propositi, e s’accorge che egli non è riuscito ad ingannare sè stesso.

Il giorno dopo, tornato a casa da scuola, Marcantonio Abate si vede venir dietro Battista con una grand’aria di mistero.

— Lei mi ha detto di non le lasciar vedere a nessuno — dice il degno portinaio — ed io le ho tutte qui.

Così dicendo, accenna alla tasca interna della giacchetta. Oh! come batte il vecchio cuore del Signor Io!

— Calmati, Marcantonio — dice a sè stesso. — Seguimi — dice a Battista; ma non ha quasi la forza di salire le scale, perchè la mano poderosa del suo destino lo afferra.

— Dà qua — dice allora il Signor Io; e Battista consegna tre lettere ed un giornale.

Il professore raccomanda ancora una volta il silenzio al suo messaggero e gli dà una mancia, — poi si arresta a ripigliar fiato, fa le scale con una pacatezza filosofica, penetra nelle sue stanze senza precipitazione, e depone sopra un tavolino della stanza da letto le tre lettere e il giornale. Chiude gli usci ed apre la finestra.... «Calmati Marcantonio!....»

Eccolo solo nel suo harem.

***

Le tre lettere e il giornale hanno la soprascritta medesima, senza alcuna variante: Al Signor I. O., ferma in posta — Milano.

Ma i caratteri sono differenti.

La prima lettera aperta da Marcantonio è scritta con gran parsimonia di parole; dice:

«Io sono giovine, sono bella, e sono ricca; — non posso soffrire gli sciocchi che mi fanno la corte. Datevi a conoscere se avete la coscienza di meritarmi; se mi meritate, vi sposerò. Per vostra norma, è inutile presentarvi se avete sessant’anni, o la parrucca, o i denti finti, se siete sordo o guercio, o invalido. Sul rimanente, Virginia chiuderà un occhio. Scrivete a Virginia Malvisi, fermo in posta, Milano.»

Marcantonio sta un poco immobile a contemplare quelle parole ardite; si sente un po’ scoraggiato, senza sapere perchè; forse qualcuno a cui egli non dà ancora retta, qualcuno, dentro di sè, comincia a dirgli che Virginia è troppo distante da lui, o troppo matta. Ma egli si scuote da quel torpore, e guardando rapidamente il foglio spiegato e le due lettere chiuse, e le altre lettere dirette al Signor Io che a quest’ora giacciono in fondo alle cassette postali, fa un’esclamazione allegra, ed afferra il giornale.

È un Secolo del giorno innanzi. Fin dalla prima pagina, una mano disegnata con matita rossa allunga il dito verso la seconda pagina, dove un’altra mano, dovuta alla stessa matita, accenna alla terza pagina, nella quale una terza mano addita la pagina delle inserzioni a pagamento.

In quarta pagina le mani sono quattro; dall’alto del giornale, dal basso e dai due lati, allungano indici enormi verso un avviso incorniciato pure di rosso.

Quell’avviso dice:

«Una signorina di 22 anni, agiata, di aspetto non ispiacevole, sana, d’umore eguale, sposerebbe volentieri un vedovo sulla cinquantina. Dirigere le offerte alla signora X. Y. Z. — Milano.»

Marcantonio rilegge attentamente questo avviso, e stentando ancora ad afferrarne il significato, chiede a voce alta: che significa ciò?

Significa, evidentemente, che vi è in Milano una signorina di 22 anni, la quale ha letto l’Invito al talamo del Signor Io, ed è disposta a pigliarlo d’assalto, solo che il Signor Io le piaccia e che essa piaccia al Signor Io; ma non vuole far lei il primo passo, non stima decoroso offrirsi, e pretende d’essere ricercata. Nulla di male in fondo, è anzi una forma di pudore che Marcantonio apprezza; solamente, non se ne farà nulla. Che si direbbe d’un ragno il quale si lasciasse pigliare nella tela di un altro ragno? D’un formicaleone che andasse a cascare storditamente nell’imbuto di un suo collega, che cosa si direbbe? La signora X. Y. Z. sarà forse un partito eccellente, ma siccome non mancano le spose, come si vede, a chi si dà la briga di farne ricerca, Marcantonio sarebbe il grande ingenuo se desse la preferenza a quella che fa la preziosa.

Rimangono altre due lettere sulla scrivania. In una, il Signor Io è pregato di mandare il suo ritratto ad un’incognita ornata di tutte le virtù, la quale deciderà poi: nell’altra si raccomanda al Signor Io di recarsi infallibilmente questa sera prima delle nove al caffè Biffi, in galleria, badando di occupare il tavolino in faccia alla porta dell’ottagono, e di mettere una cravatta bianca ed un fiore rosso all’occhiello. Questo è il desiderio d’una signora giovine e non brutta, la quale sarà vestita di nero, porterà un mazzolino di fiori sul petto ed entrerà nel caffè verso le ore nove.

Il Signor Io è furbo.

Non manderà il proprio ritratto a nessuno, non andrà alla berlina in cravatta bianca e col fiore rosso all’occhiello, per mettere di buon umore quattro ragazzi che forse si sono dati la posta al caffè Biffi.

La sua fantasia, insoddisfatta ancora, va dalla capricciosa e bella Virginia alla timida X. Y. Z., e non si arresta a nessuna delle due. Se fosse costretto a scegliere ora, pena il celibato, Marcantonio, che è filosofo, continuerebbe a viver solo; ma se, pena la vita, egli dovesse fare la scelta subito, senza conoscer meglio quelle incognite, quale credete che il professore di filosofia si tirerebbe addosso? Ahi! non già la pudica, ma quell’altra.

La signorina Virginia è proprio tentatrice colla sua baldanza; già, non si è mai tanto audaci, senza essere un poco belle. Com’è la signorina Virginia? È alta, piuttosto magra, ha gli occhi neri, due grosse ciglia che spiccano anche sulla tinta bruna, denti bianchissimi che l’obbligano ad un sorriso pieno di malizia, ha il naso parigino, ma può anche averlo greco.

La signorina X. Y. Z. invece è pallida e bianca, oppure ha una faccetta paffuta e rossa da collegiale — e quest’incertezza la guasta un poco.

Fra le due figure, una terza, respinta di continuo, si ostina a farsi vedere ogni tanto — è la signora vestita di nero, col mazzolino di fiori sul petto, l’incognita che dovrebbe entrare nel caffè Biffi alle ore nove di questa sera, se la lettera che gli dà la posta non fosse una monelleria di qualche sventato.

Quel vestito nero e quel mazzolino di fiori perseguitano il Signor Io, il quale ha bisogno di ripetere a sè stesso che al caffè Biffi non ci andrà.

Intanto, che fare? Le pretendenti aspetteranno una risposta.... «Aspettino» sentenzia severamente Marcantonio.

Tutto quanto il giorno, egli sta saldo nel suo doppio proposito di aspettare altre offerte prima di rispondere, e di non andare al caffè Biffi col fiore rosso e colla cravatta bianca. Ma giunta la sera, quando fa per avviarsi ai bastioni, le gambe non gli obbediscono e lo portano in galleria; se si distrae ancora un poco, lo faranno entrare dove egli non vuole assolutamente. Marcantonio non si distrae più; invece guarda l’orologio e pensa: «se io entrassi, che male vi sarebbe?»

Veramente che male vi sarebbe se Marcantonio entrasse? Non ha la cravatta bianca, non porta fiori di nessun colore all’occhiello, e il caffè è pieno di gente. Sono le otto e mezza. Egli può mettersi in sentinella a un piccolo tavolino, dietro la vetrata della porta d’ingresso; se l’incognita viene davvero, la vedrà, perchè dovrà passargli davanti; se invece hanno voluto fargli un tiro, i risancioni ci rimetteranno il francobollo.

Marcantonio ha già passato l’uscio, ed ha conquistato il suo posto d’osservazione.

È curiosa. Ora che il negozio gli si presenta pel suo verso giusto, non gli pare più che debba essere una burletta. Per assicurarsi gira lo sguardo intorno; senza parere, scruta la faccia dei vicini; tutta gente innocua che beve la birra come lui o piglia lentamente il gelato. Non vede a nessun tavolino quel tal crocchio di giovinastri che gli ha messo tanta paura; se ora l’incognita venisse, egli la vedrebbe benone, ma essa non vedrebbe lui. Peccato!

Sono le nove meno un quarto ed entra sempre gente nel caffè; signore e signorine poche. Eccone una vestita di rosso carico: è bella, ed ha un mazzolino sul petto; eccone un’altra vestita di seta bigia: è brutta, ed ha un mazzolino sul petto. To’! tutte le signore che sono nel caffè hanno un mazzolino sul petto! È moda, e il professore di filosofia non lo sapeva.

Ah! eccola. È dessa! Il cuore del Signor Io la riconosce e batte forte — una figurina angelica, una magnifica bionda, dalla carnagione bianca e liscia come il fior della magnolia sbocciato appena, con certi occhi azzurri grandi così; ha il mazzolino come le altre, e veste di nero, d’una stoffa trasparente, a cui Marcantonio non sa dare un nome, ma che ne merita uno capace d’esprimere la gratitudine mascolina per tutto quel poco che fa vedere e per quel moltissimo che lascia indovinare.

La bella incognita passa, ed avendo l’aria di guardare di qua e di là in cerca d’un tavolino disoccupato, sicuramente va in traccia del Signor Io, che si nasconde. Ah! il Signor Io è acerbamente punito della sua incredulità! Per espiare la colpa e correggerla, credo che Marcantonio si cingerebbe il collo col moccichino e pagherebbe un fiore rosso con tutto lo stipendio d’un mese, se.... se, guardando meglio, non vedesse finalmente che la signora bionda non è sola, che un signore l’accompagna ed ha tutta l’aria sbadata e non curante d’un marito, e che dietro ad essi giungono, senza pietà per le dolci illusioni di Marcantonio, altre due signore mature e brutte, vestite di nero, coll’inevitabile mazzolino sul petto. Pietosa più del destino, la stoffa che ricopre quelle due anticaglie non lascia trasparire nulla.

Mezz’ora dopo, Marcantonio paga la birra amara che ha bevuto e se ne va. Ma sull’uscio è costretto a farsi da parte per lasciar passare ancora due signore vestite di nero e col mazzolino di fiori sul petto.

Ora il Signor Io lo sa; quest’anno usa il nero.

***

Oggi Marcantonio è allegro; tornando da scuola, dove ha spiegato il sistema di Spinoza, si sente pieno di speranza e d’appetito. Grandi cose lo aspettano a casa, egli ne è sicuro; ma non perciò andrà incontro alle commozioni a stomaco digiuno.

Prima va dal trattore e mangia, poi si avvia a casa. Battista è là, sulla porta. Buon segno! Il portiere esce più volte sulla strada e rientra nel portone, mentre il professore si avvicina a passo misurato; e quando finalmente Marcantonio è in luogo sicuro, Battista cava di tasca una lettera.

Tanto mistero per una lettera sola! Ma qual lettera! Appena il Signor Io ne ha lacerato la busta, sente un tremito per tutta la persona ed è costretto a fermarsi sul pianerottolo.

Quella lettera, nella sua forma semplice e sentimentale, dice:

«Sono giovine ancora, sono vedova, sono infelice. Altro non posseggo che il cuore e la mia bell’arte. Vivere per la felicità d’un uomo onesto è la mia missione. Abito in via Torino, numero 60, al piano secondo. Chiedete della signora Marina, comprimaria.»

Marcantonio rilegge quattro volte queste poche righe, poi le ripete, balbettando, a memoria — e non riesce ancora ad afferrarne bene il senso. Si stringe la fronte fra le mani, guarda fisso innanzi a sè, poi passeggia, si arresta, passeggia ancora — in ultimo si lascia cadere fra le braccia d’un seggiolone a rotelle, che rincula sino alla parete come per grande sgomento.

Che significa tutta questa mimica del Signor Io?

Significa che nelle poche righe di quel foglio, che ora giace a terra, il Signor Io ha riconosciuto i caratteri di sua figlia!