VI. MARCANTONIO GIOCA.
All’estremità della camera, dove la sorte, servendosi d’una lettera e d’una volgare poltroncina a rotelle, lo ha buttato peggio d’un rottame, Marcantonio Abate guarda l’ammattonato, che gli appare come uno scacchiere.
Qui giocherà egli la sua gran partita. L’avversario è forte — il signor Io lo sa — e sa pure che, protetti dall’anonimo, giuocano contro di lui molti avversari, non uno. Sentimento paterno, decoro della famiglia, riguardi sociali, stanno lì, schierati lungo la parete opposta; hanno fatto la prima mossa crudele, ed aspettano che il Signor Io vi risponda.
Marcantonio esita un poco. Prima di giocare quella partita decisiva, egli ha bisogno di guardare ben bene in faccia il suo multiforme avversario, e di dirgli: «La so ben io la tua intima natura; tu sei lo scrupolo che conturba, e l’ipocrisia allettatrice; tu sei la maldicenza affamata e lo scandalo che schiamazza. Molto è difficile contentarti; pure, qualche volta, se hai avuto la tua vittima, fingi d’essere placato, ti asciughi gli occhi o batti le mani, e ti fai chiamare il compianto o la gloria — ma io ti strappo la maschera e ti grido in faccia il tuo vero nome: tu sei l’egoismo pubblico. Ed ora, giuoca!»
Ha già giocato, e la sua mossa è astuta molto — ora tocca te, Signor Io!
Serafina dunque è viva! Quale certezza! Marcantonio non ha mai pensato che fosse morta, nè che potesse morire; ma pure aver la prova scritta che essa è viva, proprio viva,... quale certezza!
La figlia che egli credeva perduta oramai nell’ampio mondo, era semplicemente smarrita; il buffo l’aveva nascosta dietro le scene; oggi il buffo è morto, e la vedova abbrunata esce dalle quinte per chiedere al pubblico della platea un secondo marito.
Serafina, la fanciulla modesta e timida che Marcantonio aveva allevato a somiglianza della sua povera madre buon’anima, quella creatura che sembrava venuta al mondo solo per far la guerra ai ragnateli, senza uscire di casa, annunzia che possiede la sua bell’arte, cioè che alla scuola del buffo, suo defunto marito, si è messa a cantare essa pure. Quel nome di Marina, con cui bisogna domandare di lei in via Torino numero 60, è un nome di guerra!
Serafina dunque vive e canta; è sola al mondo, è povera, non possiede che la bell’arte sua, piena di pericoli; ha 22 anni ed è vezzosa ancora; abbisognando di un uomo che la protegga, è pronta a buttarsi nelle braccia del primo venuto, sia pur vecchio e pieno d’acciacchi, per trovarsi al sicuro. Serafina è in Milano, a poche centinaia di passi da suo padre, a un passo forse dal disonore.
La mossa dell’egoismo pubblico significa tutto questo; ora tocca a te, Signor Io.
Marcantonio si raggomitola nella poltroncina, e guardando fissamente a terra si prova a dire: «Non vi è più nulla di comune fra lei e me; l’ho giurato.»
Ma uno dei suoi avversari risponde sdegnoso: «Fole! non si fa spergiuro quando il giuramento è indegno» — e un altro, carezzevole, soggiunge: «Checchè tu faccia e dica, siano pur grandi le colpe di Serafina, non è vero che tu nulla abbia di comune con essa. Serafina è il tuo sangue; Serafina è la tua carne, è una particella della generosa anima tua.»
«Dunque — prorompe Marcantonio — quella disgraziata avrà fatto il voler suo, sdegnando i consigli e le preghiere della prudenza e dell’affetto, avrà tradito suo padre, lo avrà lasciato solo nel mondo per correre di teatro in teatro, ed ora tutto ciò dovrà essere dimenticato, perchè è infelice?»
Una voce intima, un’eco delle sue stesse parole, ripete nel profondo dell’anima: «Perchè è infelice.»
Ma il Signor Io non l’ascolta. Egli pensa che la disgrazia da cui fu colpita sua figlia è una punizione del cielo, e gli sembra d’averla persino preveduta. Sicuramente l’ha preveduta. Quel buffo che egli ha visto poche volte appena, aveva scritto sulla faccia il proprio destino; Marcantonio non si era, no, lasciato trappolare (ora se ne ricorda) da quell’apparenza di giocondità e di salute; quella faccia paffuta era una maschera, quel corpo tondo era un inganno. Solo che Serafina gli avesse detto: «Babbo, esamina l’uomo che mi vuol sposare,» egli non avrebbe tardato ad indovinare l’ipertrofia o la tisi. Ora il buffo è morto, e coi morti il Signor Io è generoso. Così il cielo gli perdoni, come la grande anima di Marcantonio gli ha perdonato! Quanto a Serafina, che può egli fare? Perchè mai bisogna che il caso venga a prenderla per mano e condurla, dopo tanti anni, al cospetto dell’autore dei suoi giorni?
La domanda è fatta. Marcantonio ha appena il tempo di pentirsene inutilmente — la risposta dell’avversario è pronta.
«Pensa — gli dice — alle lettere che hai respinto senza aprirle. Che ne sai tu, se, in una di quelle, la poveretta, alla cui felicità è mancata la benedizione paterna, non ti apprendesse la sua grande sventura?»
Marcantonio non sa nulla, non vuol saper nulla; cioè, no, sa questo solo, che la grande sventura non sarebbe poi nè grande nè piccola, se egli aprisse le braccia a sua figlia. Serafina ritroverebbe la nota casa dove aveva vissuta fanciulla, ripiglierebbe le sue occupazioni domestiche; affacendata da mattina a sera nel combattere i ragni e la polvere, nell’aprire e chiudere i cassetti, nel regolare la spesa diaria, confortata dall’affetto punto frenetico del babbo, col suo mazzo di chiavi in tasca, coi suoi registri in regola, qual donna più felice di lei? Dopo di aver provato l’uggia d’un’esistenza diversa, al fianco d’un uomo che non era suo padre, la vedova ridiventerebbe fanciulla; si cancellerebbe dal tempo un passato che....
Marcantonio s’interrompe nel corso dei suoi pensieri, perchè quella medesima vocetta d’eco, che ha parlato nel buio fondo della coscienza, incomincia lentamente così: «Si cancelli dal tempo un breve passato. Dopo aver provato l’uggia d’un’esistenza diversa, quanto sarà più attenta ed amorosa la vedova ridiventata fanciulla! Essa ritroverà le note stanze e ripiglierà le sue occupazioni: affacendata da mattina a sera nel combattere i ragni e la polvere, nel regolare la spesa diaria e nel dar sesto alla casa, avrà la dolce illusione di contribuire a rendere tranquilli e felici i giorni d’un padre che, per disperazione, si voleva buttare nelle braccia di una donna qualsiasi.»
«D’aspetto non ispiacevole, fanciulla o vedova sulla trentina» ribatte fiaccamente il signor Io. «La signorina Virginia non è una donna qualsiasi; la signora X. Y. Z. che ha 22 anni non è una donna qualsiasi — non è neppure una donna qualsiasi quella signora vestita di nero col mazzolino di fiori sul petto che ieri Marcantonio non ha saputo riconoscere al caffè Biffi. E poi, nessuno lo costringe a sposare la prima donna che gli si presenti; egli può aspettare e scegliere. Fra le concorrenti al talamo di Marcantonio non ci possono essere altre giovinette belle ed adorabili quanto.... quanto Serafina, posto che vi è Serafina?»
Rendiamo giustizia a Marcantonio.
L’idea che sua figlia si offre di sposarlo e di renderlo felice, questa volta lo turba anche peggio. Se obbedisse al suo primo impulso, andrebbe in via Torino, al numero 60, chiederebbe della falsa Marina, comprimaria, rimedierebbe all’egoismo d’un uomo che, povero, aveva voluto incatenare alla propria miseria una donna, e per cavarsi d’impiccio non aveva trovato di meglio che morire.
Ma un’altra idea lo trattiene un istante ancora, forse perchè egli corra più spedito dopo.
«Serafina si dice povera; infatti essa non ha avuto dote, nè ha mai preteso la porzione legittima dell’eredità di sua madre lasciata in usufrutto a Marcantonio. Forse non sa neppure che il Codice gliene dà il diritto. — Quanto al buffo Curti, sebbene figlio d’un avvocato, che poteva avergli appreso il mondo veduto dalla ribalta?»
La gran partita sta per finire; una mossa ancora, e Marcantonio si darà vinto. Ma non è più un avversario che parla nella sua coscienza turbata, è quasi un amico: egli conosce tutte le vie per arrivargli al cuore, e la sua voce suona come una carezza.
«Tu non sei egoista — gli dice; — in mezzo a tutte le filosofie grette o bugiarde, tu hai serbato una grandezza veramente filosofica — tu disprezzi l’uomo, ma stimi grandemente te stesso. Non già tu andresti a nozze tardive per goderti con un’altra donna la poca ricchezza che Faustina destinava a sua figlia. Ti conosco; sposando la signorina Virginia, o quest’altra, o quell’altra, subito rinunzieresti all’usufrutto. Ebbene, no, Marcantonio, tu non rinunzierai all’usufrutto, ma qui stesso, in questo momento, rinunzierai alla signora Virginia e a tutte le altre pretendenti anonime presenti e future, darai ordine a Battista di non andare più alla posta a ritirare le lettere del Signor Io, riscatterai tua figlia dal teatro che l’ha presa a tradimento, le aprirai la casa paterna — le aprirai anche il tuo cuore di padre, un cuore retto, che non fu turbato mai dalle frenesie dell’amore, e vivrai gli ultimi anni della vita consolato dalla coscienza di esserti sacrificato per la felicità di tua figlia.»