VII. «SONO QUA!»
Quanto è igienica la virtù! quanto è sana la grandezza d’animo!
Quando l’egoismo pubblico dà battaglia ad un cuore generoso e lo vince, non è vero che la vittoria è umile, che gloriosa è la sconfitta?
Marcantonio raccatta da terra la lettera con cui la sorte ed il mondo hanno intimato a lui di combattere, e va a mettersi dinanzi alla scrivania.
Egli scrive:
«Serafina! So che tu sei sventurata, e perciò sento un’altra volta d’esserti padre e d’amarti. Siano cancellati dal tempo quegli anni che tu hai passato lontana dal tuo genitore; ritorna alla casa paterna e vi troverai il posto ancora caldo che occupasti nella tua infanzia beata. Una sola condizione io faccio, ed è che non si parli d’un passato che non avrebbe dovuto esistere. Prometti a te stessa, prima di rientrare nella casa e nel cuore di tuo padre, che non farai alcuna allusione al tempo del nostro comune dolore. Troverai tutte le chiavi sul canterano, dove le deponesti nell’andartene; ripigliale e riannoda il filo della nostra esistenza felice là dove fu rotto dal tuo capriccio. Anna Maria, che ti porta questa lettera, sarà sempre ai tuoi ordini, e ti aspetterà in cucina. Io ti ritroverò domani, ritornando dalla scuola, come se tu non fossi mai stata assente. Tu ritroverai me quale ero, forse un po’ invecchiato, ma forte ancora tanto da bastare alla tua felicità. Il tuo babbo.»
«Le piacerà! — pensa Marcantonio quando ha riletto il suo piccolo capolavoro. — Serafina è sempre stata tenera; leggendo questa lettera, piangerà dal principio alla fine; ma qui dove dice: prima di rientrare nel cuore di tuo padre, vorrà essere un diluvio.»
Marcantonio suona il campanello per chiamare Anna Maria, la quale, a quest’ora, suol essere nella cucina melanconica, contemplando il camino spento, ed aspettando che il padrone se ne vada pei fatti suoi, per rigovernare lo scrittoio e le altre camere. E Anna Maria, all’insolito rumore che il campanello fa sul suo capo, leva gli occhi in alto e vede, sospeso ad un filo, un ragno che si affretta a risalire fino al soffitto.
«Ragno di sera, spera,» pensa Anna Maria, poi accorre coraggiosamente.
— Anna Maria — le dice il professore guardando l’ammattonato — questa è una lettera.
— Sissignore.
— Tu la porterai in via Torino, numero 60.
Anna Maria non dice sissignore, e Marcantonio alza gli occhi per la meraviglia.
— Mettitelo bene in mente, in via Torino, al numero 60. È scritto anche qui.
— Sissignore.
— Domanderai della signora Serafina Abate.
— La padroncina! — esclama Anna Maria battendo palma a palma senza far rumore. — Lo so.
— Che cosa sai?
— So dov’è.... il numero 60 in via Torino.... ci sono già stata altre volte.
— Quando?
— Non ricordo più quando; ma lo so.... ecco, e sono contenta.
— Di che cosa sei contenta? — interroga il professore coll’accento melato d’un esaminatore; e siccome Anna Maria non è pronta a rispondere, egli soggiunge con indulgenza: — Poniamo che tu sia contenta senza saper di che, nessuno dice il contrario; intaschi la lettera, te ne vai subito a recapitarla, non ti trattieni a far ciance coi portinai, e torni a casa.
— A portare la risposta....
— Non vi è risposta; tu vai e torni, e non fiati nemmeno.
— Sissignore.... Vado subito.
— Va subito.
— Vado.
Non si muove, e il padrone già volta le spalle, quando Anna Maria diventa a un tratto un’eroina antica.
— Signor padrone — dice ingrossando la voce — la padroncina sta bene?
— Sta bene.
— Proprio?
Marcantonio si volta a guardarla, e l’eroina antica ridiventa Anna Maria.
***
Oggi Marcantonio ha confutato il sistema di Spinoza, ed è stato così felice nella parola, così stringente nelle argomentazioni, che quasi quasi ha potuto credere che tutta la scolaresca lo abbia inteso. E veramente la maggior parte della scolaresca ha inteso che il sistema di Spinoza è inutile, e che si può vivere lasciandolo stare a Spinoza. I più arditi hanno enunciato un sospetto, il quale in fondo è un desiderio, cioè che tutta quanta la filosofia insegnata nelle scuole possa essere prima confutata in una lezione un po’ più divertente delle solite, poi lasciata stare per sempre.
A buon conto così ha fatto Marcantonio.
Appena il bidello, socchiudendo l’uscio, ha gettato nell’aula quella magnifica parola latina — finis — ecco un’immagine, rimasta nella scuola per tutta la lezione, è balzata sulla cattedra ed ha tirato giù il professore.
Quell’immagine si chiama Serafina.
Camminandole al fianco speditamente, Marcantonio pensa: «A quest’ora è a casa e mi aspetta!»
Ma un dubbio, che s’è tenuto celato finora, aspettando il buon momento di farsi innanzi, s’affaccia bruscamente, come un aggressore alla svolta d’una via.
E se non ci fosse nulla di vero in tutto il romanzetto che gli affatica il cervello da 24 ore, salvo una singolare somiglianza di scrittura? Se Marina, la comprimaria, esistesse, e sua figlia fosse invece sempre lontanissima... o morta?
Fermo nella sua idea di voler evitare le spiegazioni e di cancellare interamente il passato, ieri il professore non ha atteso il ritorno di Anna Maria, e stamane non ne ha aspettata la venuta. Invece di Serafina, già così franca nella parte impostale dal padre, sino ad essere quasi padrona delle proprie lagrime (così Marcantonio la vorrebbe e così la immagina), può benissimo venirgli incontro Anna Maria colla lettera in una mano e l’altra mano sotto il grembiale, e dirgli: «Lei ha sbagliato, in via Torino, al numero 60, la signorina non c’è...»
E allora? Che sarà allora? Marcantonio ci pensa, e dice a sè stesso che sarà una specie di rovina. Quell’edificio che egli ha tirato su lavorandovi ventiquatt’ore filate (perchè anche dormendo non ha cessato un minuto di fantasticare, e quando demoliva Spinoza, altro non faceva che preparare nuovi materiali di fabbrica), quell’edifizio è già così alto e massiccio, che se dovrà crollare, ingombrerà colle sue rovine tutta la via futura di Marcantonio. Invano egli chiederà consolazioni alla bizzarra Virginia od all’anonima vestita di nero — le fanciulle più bizzarre dell’universo mondo e tutte le vedove dello stato civile non gli potranno pagare il suo sogno. Egli lo sa e lo ripensa: misero l’uomo che chiede alla vita il prezzo d’un bel sogno svanito!
Marcantonio deve aver in tasca la lettera di Marina; la ricerca trepidante, la trova, la esamina... Ah! non vi può essere dubbio, sono proprio i caratteri di sua figlia. Ecco le sue s che paiono f, ecco le sue code svolazzanti che vanno a mettere dei tagli illegittimi alle sue l. Ogni dubbio è inutile, anzi è dannoso, perchè, già quasi alla porta di casa sua, il professore non ha ancora pensato alla scena che deve seguire.
Vediamo. Che cosa dirà egli entrando? che cosa farà? Piglierà per mano sua figlia, senza guardarla in faccia, ed alla grossa fantesca, che senza dubbio vorrà stare fra i piedi, dirà: «Anna Maria, nulla è mutato nella mia casa, mia figlia vi rientra fanciulla come ne è uscita — ed ora va in cucina.»
E dirà a Serafina: «Tu, figliuola mia, abbracciami; la commozione non serve a nulla; perciò ti raccomando di non piangere e di dimenticare il passato.»
Riuscendo a fare ed a dire così, non un gesto di più, non una parola di meno, Marcantonio Abate spera che per il primo e più difficile incontro ce ne sarà abbastanza.
Ma che cosa dirà Serafina?
Il professore è giunto alla porta di casa sua, e si arresta un momento per aver tempo a rispondere a questa domanda. È strano — il suo vecchio cuore batte come per l’imminenza d’una catastrofe; da gran tempo non ha battuto così il vecchio cuore del Signor Io. Gli tornano in mente il primo sorriso d’una povera morta, allora piena di vita e d’amore, la prima lezione davanti ad una scolaresca non abbastanza disattenta, il primo bacio sopra la gota di una neonata piangente — anche allora gli batteva il cuore forte, ma non così.
Che cosa dirà Serafina?
Rifà la domanda, poi non bada a rispondere; è sulle scale, il portinaio non l’ha visto passare, ed egli è quasi contento di non essere stato fermato per sentirsi dire: «Sa? ci è di sopra la signorina...» ma ora cerca sui gradini, senza saperlo, le traccie del passaggio di sua figlia, e non trovando nulla, è oppresso dalla freddezza non dissimile della ringhiera di ferro e del bracciuolo di ottone, ma sempre senza saperlo.
A un tratto si scuote da quella inerzia della sua volontà, che va perdendo terreno dinanzi ad un avversario ancora invisibile, fa rapidamente i pochi gradini che lo separano dal pianerottolo e si arresta all’uscio di casa sua.
Deve sonare il campanello, oppure aprire colla chiave che porta sempre in tasca, ed entrare in casa all’improvviso? Meglio è che Serafina ed Anna Maria siano avvertite — perciò suona. La fantesca non è pronta ad accorrere, ma si facesse anche aspettare fino a notte, Marcantonio non sonerà più; non sa neppure se troverà la forza di aprir l’uscio di casa colla chiave che ha in tasca. Non è il cuore — ora lo comprende — sono i nervi. Finalmente si ode un passo dietro la porta, che si socchiude lentamente. Marcantonio entra, Anna Maria spalanca la bocca e gli occhi e non dice nulla.
La poveraccia ha pianto, ma il suo padrone non se ne avvede.
— Dov’è Serafina? — riesce a dire con un tremito nella voce.
Anna Maria, per parlare, comincia dal chiudere la bocca ed inghiottire la saliva, poi accenna col capo alla camera vicina; non può dir altro.
Il professore Marcantonio Abate si sente piegare le ginocchia, ed è costretto a sedersi sopra uno sgabello. Allora soltanto Anna Maria trova le parole.
— Se la vedesse! — comincia a dire — ma anche il padrone ritrova il suo proposito.
— Anna Maria — dice con dignità — nulla è mutato nella mia casa: mia figlia vi rientra fanciulla, come ne è uscita; ed ora va in cucina.
La dignità con cui ha pronunziato queste parole gli vieta di rimanere un minuto di più sopra un volgare sgabello d’anticamera. Si alza ed entra storditamente nel salotto, ma, per sua fortuna, Serafina non vi è. Pure, il cuore ricomincia a martellargli forte. Perchè? Unicamente perchè, entrando, egli ha visto il lembo d’una veste sparire da un altro uscio, e una pezzuola bianca cadere dal tavolino a terra.
Marcantonio si arresta nel mezzo della sala e raccatta la pezzuola. È bagnata di lagrime; lo sapeva.
Cerca, come per gustare un po’ d’amarezza, e forse per guadagnare tempo, le iniziali ricamate del nuovo nome di sua figlia, e trova invece il nome intero della sua povera morta — Faustina! Quasi allo stesso tempo, una voce gentile, la voce medesima della donna che lo aveva amato tanto, dice timidamente:
— Sono qua!
E perchè egli, trattenuto da una folla di vecchi sentimenti che rifioriscono nel suo cuore, non è pronto a rizzarsi in piedi, la voce ripete più forte: «Sono qua.» Ed appare nel vano d’un uscio, che si è aperto senza rumore, la visione melanconica di lei, di lei stessa, di Faustina, pallida e scarna come nella malattia che l’ha uccisa, ma ringiovanita e fatta più bella dalla morte.
Ah! come potrebbe Marcantonio reggere a quell’urto? Egli sente che un tremito gli agita tutta la persona, e che un brivido dolce, forse un’onda di pietà, gli corre nelle vene come un lavacro.
Ha chiuso gli occhi, e chi sa? forse ha aperto le braccia senza avvedersene, perchè sente sul petto il peso di un corpo dilicato, e sulle labbra il bacio della sua cara defunta.
Riapre gli occhi e non dice nulla. Finchè dura quel fascino, non potrebbe parlare, anche volendo; ma perchè parlare quando piange? Piangi, Marcantonio, le tue vecchie lagrime pagano tutto il pianto versato da tua figlia. La poveretta, mettendo il visino patito sotto quella benefica pioggia, sorride e pare che pianga anch’essa, mentre dice teneramente:
— Babbo, non fare così!
Non le badare, Marcantonio; piangi, lascia cadere le tue vecchie lagrime sulla faccia di tua figlia; sta certo, non le faranno male.