VIII. SI PARLA DI LUI.
Marcantonio si prova a sorridere a sua figlia, la guarda negli occhi spalancati da una grande dolcezza, le accarezza le guance scolorite dai patimenti, e ancora non sa che dirle.
— Sono qua — ripete Serafina colla voce di sua madre; — questo giorno doveva venire, io l’ho aspettato tanto, ed è venuto!
— Come stai? — le chiede Marcantonio facendo la voce grossa per far tacere tutte le corde del pianto. — Tu soffri molto, non è vero?
— T’inganni, babbo, io non soffro niente, io sto bene, non sono mai stata così bene; te l’assicuro.
Marcantonio vorrebbe credere, ma non può; al primo vedere Serafina vi è stato qualcuno a dirgli: «Marcantonio, tua figlia è venuta per morire nel suo letto di fanciulla.»
— Hai dunque sofferto molto? — domanda facendosi coraggio. — Sei stata molto malata?
— Ma ora sono guarita.
— Guarirai! — esclama Marcantonio con forza. — Ora devi guarire per farmi piacere, perchè io lo voglio, e la mia Serafina mi ha sempre obbedito.
— Non sempre — mormora la giovine donna.
— Lasciamo stare il passato, lasciamolo stare, figliuola mia; per il tuo bene e per il mio, non se ne parli più. Tanto, l’ieri non esiste; il solo tempo vivo è l’avvenire, il solo giorno della settimana è domani. Sei contenta così?
Serafina abbassa il capo sul petto e non dice nulla, e suo padre, immaginandosi di consolarla, insiste a bassa voce:
— Quanto a me, ho dimenticato ogni cosa; dimentica tu pure, pensa a star bene. Domani farò venire un medico; egli ti darà delle medicine che ti faranno guarire presto. Per alcuni giorni è inutile che tu pensi alla casa; lo vedo bene io, sei troppo debole....
Serafina tace, ed egli prosegue:
— Diremo ad Anna Maria che rimanga in casa anche di notte; essa farà la cucina, come una volta; terrò io le chiavi della dispensa e della guardaroba, cercherò di non far sbagli, ma ne farò ad ogni momento, e tu riderai e riderò anch’io. E appena tu sia guarita, te lo prometto — aggiunge con solennità burlesca — te lo giuro, io ti renderò tutte le chiavi, dalla prima all’ultima. Sei contenta, figlia mia? dillo, sei contenta?
Serafina sorride melanconicamente, ma non risponde, e il disgraziato Marcantonio ode nel silenzio l’ansia di quel povero petto ammalato e la voce spietata che ripete: «Tua figlia è venuta per morire nel suo letto di fanciulla.» La sua anima manda un nuovo grido, altre fibre paterne si sono svegliate. Che cosa rimane ora del Signor Io? Una reminiscenza scialba, come di cosa da gran tempo smarrita: ieri soltanto il Signor Io trepidava nel ricevere le lettere, e pure questo suo ieri è già fatto così lontano da giustificare quasi la bizzarra sentenza suggeritagli dal rimorso: «Il solo tempo vivo è l’avvenire; la settimana ha un giorno solo, ed è domani.»
Quel poco che del Signor Io rimane ancora, è lì, in faccia a Marcantonio, per parlargli di sua figlia.
Quanto dovette soffrire la poveretta, perchè, ridotta in così misero stato, pensasse a pigliare un secondo marito! Forse, come tutti gli ammalati, non credeva al suo male, e si lusingava ancora che le fossero serbati altri giorni felici; forse altro non isperava fuorchè trovare, nella casa d’un vecchio egoista a cui non ripugnasse pigliarsi la sua bellezza e la sua gioventù, il letto tranquillo dove chiudere gli occhi alla morte.
Un altro grido sordo dell’anima di Marcantonio; ora tutte le sue fibre paterne sono sveglie e domandano un miracolo. A chi? a chicchessia, alla natura, all’ente che ha creato l’esistente, all’eterno amore di cui si sente particella addolorata, agli uomini stessi che ha disprezzato fino a ieri. Egli vorrebbe gettarsi alle ginocchia di quella giovinetta patita, che sorridendo ha posto una mano calda nella sua ed offre ai suoi baci tardivi la fronte bianca e serena, vorrebbe col proprio sangue darle la vita un’altra volta, pagare la felicità di lei colla pace a lui tanto cara. Non lo spaventa l’idea di vegliare intere notti come un fantasma in una cameretta melanconica, chino sempre sopra un capezzale per ispiare un indizio di guarigione, in lotta sempre col sonno per non lasciarsi cogliere alla sprovveduta; non lo spaventa l’idea di agonizzare per sua figlia, purchè sua figlia guarisca.
Dite: che rimane ora del Signor Io?
Egli stesso si sforza invano di trattenerne l’ultimo atomo, che si va perdendo nel nuovo amore; invano egli dice che Serafina è una parte di sè stesso, e che l’affetto paterno è la forma più bella e più santa dell’egoismo umano. Oggi la sua filosofia astiosa balbetta e si confonde.
— Serafina — dice mettendo sulla fronte bianca ancora uno dei tanti baci di cui l’ha privata — Serafina mia, non mi dici nulla, non hai proprio nulla da dirmi?
— Babbo, che cosa vuoi che io ti dica? Che sono contenta, che mi sento bene, te l’ho già detto.
— Ripetilo, bimba mia.
— Mi sento bene, sono contenta.
Marcantonio non è soddisfatto, ma non accusa sua figlia; sente che è colpa sua se quel primo incontro è quasi muto. Egli ha chiuso tutte le vie per cui si versa la confidenza, credendo di chiudere una sola porta, il passato.
— Vuoi parlarmi di te — le dice finalmente — vuoi parlarmi del tuo dolore? Vuoi che colmiamo questo gran vuoto silenzioso che ci separa? Parla, ti ascolto.
— Il passato non appartiene a me sola — mormora Serafina chinando gli occhi.
Marcantonio ha inteso, ma non risponde.
— Vuoi tu sapere — le dice abbassando la voce — come ha vissuto questi anni tuo padre? Gli ha vissuti come un egoista, non pensando quasi a te, non si ricordando quasi che tu esistessi.
— Non è vero — dice sua figlia; — tu hai sempre pensato a me, ed io ne ho molte prove. Eccone una; la riconosci?
Serafina, così dicendo, porge la mano a suo padre e gli mostra un anellino d’oro. Marcantonio, sbigottito, apre la bocca per parlare, ma non dice nulla. Senza volerlo ha preso un’aria d’ingenuità così eccessivamente astuta, che Serafina deve minacciarlo col dito prima di soggiungere:
— Tu credevi che non avessi a scoprire il segreto; infatti io non ci avrei neppure pensato, ma Iginio, appena lo vide, disse: «Qui c’è sotto qualche cosa» — e trovò subito quel che c’era sotto. Guarda...
Serafina si toglie l’anello dal dito e fa girare il castone sopra un’imperniatura nascosta.
— Guarda, non pare che dica Ama?
— È vero — balbetta Marcantonio, esagerando senza volere la falsa espressione d’astuzia — è vero, pare che dica Ama.
— E così dice; ma dice anche: Abate Marco Antonio. Sono le iniziali del tuo nome. Ti dispiace che mio marito abbia scoperto il segreto? Se sapessi quanto bene mi fece, e in che momento mi giunse questa tacita consolazione!
A Marcantonio ripugna di mettersi nella condizione di un ladro incorreggibile, il quale rubi anche gli oggetti che gli vengono donati. Quel sentimento paterno, di cui forse il caso o forse un tentatore anonimo di Serafina lo va facendo bello presso sua figlia, è certamente un bel dono — ma egli sente che, accettandolo, ruba come un borsaiuolo. Ah! se rifiutare quel vanto significasse solo accettare l’accusa di uomo smemorato, o puntiglioso, o tenace, egli si affretterebbe a dire a sua figlia: «Serafina mia, io non so nulla di questo anello, non so nulla delle altre prove di cui parli — io non ho fatto mai nulla per avvicinarmi a te, perchè ero puntiglioso, perchè ero tenace; ma nondimeno ti ho sempre amata, ho sempre seguito ogni tuo passo col pensiero, il mio amore dispettoso non ti ha perduto d’occhio un momento.» Potesse egli dir questo e non mentire! Potesse egli, senza menzogna, non apparire padre snaturato ed egoista.
— Ma tu lo sai — soggiunge Serafina — perchè io te lo scrissi. Le mie lettere ti pervennero sempre, non è vero?
— Credo di sì.... — balbetta Marcantonio.
— Sì, ti giunsero sempre, quelle almeno che annunziavano una gran gioia od un gran dolore, perchè ogni volta io ebbi la prova che il tuo cuore di padre palpitava col mio povero cuore di figlia e di madre.
A quest’ultima parola, Marcantonio, coll’anima negli occhi spalancati, ha intraveduto i grandi dolori e le grandi gioie di sua figlia, e un tremito gli agita tutta la persona.
— Basta.... — mormora — per ora basta, ti fa male il parlar troppo.... più tardi mi narrerai il tuo passato, mi dirai tutto....
Serafina, inesorabile, ripete:
— Il passato non appartiene a me sola....
E a Marcantonio non sembra vero di celare la commozione dietro una nuova arrendevolezza.
— Lo so, lo so — dice con un’impazienza carezzevole — benedetta ragazza, lo so. Ebbene, sì, mi parlerai anche di lui. L’hai dunque amato molto?
— Lo amo ancora tanto! — esclama Serafina accendendosi in volto.
— Sta zitta! Ora no, ti potrebbe far male; più tardi.
La faccia di Serafina impallidisce ancora, ma il suo sorriso di bontà e d’indulgenza non si cancella.
***
Marcantonio ha mutato forma e linguaggio, ma è rimasto quello che era sempre stato in casa, un tirannetto; egli ha voluto ad ogni costo che Serafina fosse ammalata e si mettesse a letto per guarire. Invano la giovinetta ha protestato che il suo pallore e la sua debolezza non sono se non le ultime traccie d’una recente malattia oramai vinta; il professore, crollando il capo e affermando che non si lascerà ingannare, l’ha costretta ad obbedirgli.
Con una commozione che è facile immaginare, Serafina è rientrata nella sua camera d’una volta per dare la consolazione al babbo di vederla ancora nel suo letto di fanciulla.
— Quando sarai a letto, mi chiamerai — le ha detto Marcantonio; — io starò qui e sentirò subito.
Non vi è pericolo che si muova; egli è sempre lì, attento, dietro l’uscio; ode il fruscio del vestito di seta nera, un vestito elegante che sua figlia porta con tanto garbo, poi il rumore degli stivaletti deposti a terra, ed ha appena il tempo di ricordarsi che quegli stivaletti sono finissimi, e di pensare che in tutta la personcina svelta di sua figlia egli ha visto le traccie d’un buon gusto che la sola agiatezza è impotente a dare, ma che senza l’agiatezza non si legittima, quando la voce di sua figlia lo chiama: «Babbo!»
Ed egli entra commosso, mentre Serafina ride colla testa sotto le lenzuola, contenta ora di quel giuoco che non immaginava dovesse riuscire così piacevole. Sulla seggiola, accanto al letto, non si vede che la veste di seta, e a piè della seggiola gli stivaletti — ingegnosa, come fu sempre, per dissimulare tutto ciò che non è gentile, Serafina ha certamente nascosto il rimanente del vestiario.
— Bravissima — dice Marcantonio — bravissima; ora ritrovo la mia Serafina, la ritrovo tutta, non ne manca nulla, sebbene non se ne vegga nulla.
Serafina ride più forte, sempre col capo sotto le lenzuola.
— Tu ridi — dice il povero padre contento — dunque la guarigione incomincia; ed ora lascia che io ti baci, come quando eri ragazza.
Serafina abbassa il lenzuolo che la ricopre, e mostra il bel viso un po’ arrossato, cogli occhi lucenti per due lagrime che vi ha messo la contentezza. Suo padre si china sopra di lei, e nel baciarla in fronte nota che essa ha serbato agli orecchi due grossi diamanti, falsi certamente, ma che splendono come se fossero veri.
— Sei contento ora? — chiede Serafina. — Per farti piacere sono venuta a letto; tu per far piacere a me, mi lascerai levare. Vi sono stata tanto a letto; ora non mi ci posso vedere.
— Sentiremo il medico — si prova a dire Marcantonio.
— Il mio medico, che è famoso in Milano, mi ha consigliato di fare del moto senza affaticarmi, e di nutrirmi bene senza far indigestione; la ricetta di chi sta benone.
— Qual è il tuo medico?
— Il dottor D....
— Ah! — esclama Marcantonio grattandosi con un dito le calvizie per non ismarrirsi nelle congetture.
Lo riconosce, è impossibile durare nel primo proposito.
In quel buio di cui si è voluto circondare rispetto al passato, penetreranno da ogni parte e ad ogni momento mille bagliori fuggitivi che lo faranno più pauroso. Meglio cento volte la certezza.
— Se è vero che tu ti senti bene, se non temi che ti manchino le forze — dice Marcantonio accarezzando colla grossa mano tremante il volto soave di sua figlia — Serafina mia, parlami del tuo passato.
— Il passato non appartiene a me sola — risponde la giovine donna.
— Lo so, me l’hai detto; ebbene, parlami pure di lui.
Serafina non se lo fa ripetere, e comincia con accento in cui vibra una commozione semplice:
— Iginio mio è l’uomo più stimabile che io abbia conosciuto sulla terra, dopo mio padre; egli mi ha amato fin dal primo giorno come doveva amarmi sempre, con una giocondità inalterabile, quasi per dirmi che il nostro amore era e doveva essere una cosa lieta. Non è colpa mia se non fu sempre così: anch’io ho fatto di tutto per essere felici, e quando la disgrazia ha voluto provarci, ci ha trovato forti.
— La disgrazia.... — balbetta Marcantonio. — La disgrazia si chiamava l’abbandono di tuo padre.
Serafina gli stringe la mano e lo guarda con amore, ma non dice di no.
— Si chiamò prima di tutto l’abbandono di mio padre — prosegue melanconicamente; — poi prese altro nome più volte; ma sempre ci trovò sorridenti e felici, perchè ci amavamo. Tu non hai voluto conoscere Iginio; e pure egli era degno di te.
Il colpo è dato, e Marcantonio l’ha ricevuto senza protestare. Però egli tace, e Serafina non può proseguire, perchè la commozione le dà l’ansia.
Si risvegliano nella mente del disgraziato padre tutti i terrori di poc’anzi.
— Lo vedi! — esclama. — Parliamo d’altro; questo discorso ti fa male.
— Questo discorso mi fa bene — ribatte la figliuola ostinata; — lascia che io ti parli di lui. Ho sempre creduto di doverlo amare di più e di non poterlo amare abbastanza, perchè tu non gli avevi dato un posto nel tuo cuore; vorrei che, almeno ora, tu gli volessi bene.
— Gli ho perdonato tutto! — balbetta Marcantonio.
— Grazie — insiste Serafina; — ma lascia che io ti parli di lui. Quando eravamo in paesi lontani, al caldo, al gelo, in compagnia della così detta famiglia artistica, dove nessuno si ama sinceramente, chi mi asciugava le lagrime, chi mi rendeva le forze, chi mi curava inferma, sai tu chi era? Lui solo. Chi mi parlava di te senza rancore, sai tu chi era? Era lui. Quando si aggravava sull’anima mia il tuo silenzio, era lui che ti scusava. Oh! egli sapeva leggere nel tuo cuore, anche da lontano, e non isbagliava mai. «Bisogna compatirlo — mi diceva — egli è un po’ severo perchè è avvezzo a stare sulla cattedra...» Non ti offende che dicesse così? «La sua scienza medesima è severa — non devi sperare che ti scriva; egli ha giurato di non riconoscere più sua figlia, e sono sicuro che alle tue lettere non risponderà per un pezzo; ma tu scrivigli, è il tuo dovere prima di tutto, e poi, ciò gli deve far bene.» — E quando, alla vigilia di diventar madre, in un paese straniero, a Bucarest, mi giunse il tuo primo segno di pace, quest’anello che non ha più lasciato il mio dito, egli, già delirante per la febbre tifosa che me lo voleva rapire, mi disse: «Lo vedi, Serafina, tuo padre ti perdona e ti dice: ama; egli ha scelto questa via di esprimerti l’animo suo; è buono, tuo padre, io lo conosco; ora fioccheranno i doni, vedrai. Ma non isperare già che ti scriva, non bisogna pensarci; è fatto così, io lo conosco....» Ed indovinò proprio; tu non mi scrivesti mai....
— No, io non ti scrissi mai — mormora Marcantonio lasciando cadere la testa invasa da mille fantasmi fino a picchiare con un colpo sordo sul marmo del tavolino da notte — no, io non ti scrissi mai.
— È tutt’uno — si affretta a soggiungere Serafina allungando una mano per porgergli una carezza — è tutt’uno, la tua corrispondenza muta mi ha consolato abbastanza. Noi ti avevamo offeso e non meritavamo di più.... Quando nacque il mio povero Marcantonio, Iginio era ancora convalescente; il tuo dono alla puerpera ci fece guarire più presto.... Mangiavamo la zuppa entrambi nella tua ciotola e colla tua posata, prima io, poi lui... e un mese dopo egli cantava ancora, ed ebbe un trionfo. Ti ricordi?
Marcantonio non risponde; egli ha chiuso gli occhi ed ha visto uscire dal buio pauroso una personcina, che gli fa cento moine per indurlo a giocare con lui. Il poveraccio vorrebbe fare un gran gioco di baci, ma il piccino è restìo ai baci, ed egli non osa dirgli: «Io sono tuo nonno!»
La scena buia si cambia di continuo; ogni parola di Serafina ne muta un contorno, v’introduce o vi cancella un personaggio. Così sparisce per sempre il piccolo Marcantonio, e il nonno, rimasto solo non riesce a soffocare un gemito.
— Quando il mio bambino morì.... — prosegue Serafina; ma si arresta e si turba, perchè ha udito un singhiozzo.
— Se tu lo avessi veduto! — ripiglia a dire lentamente dopo una breve pausa. — Era il ritratto d’Iginio; aveva, come lui, gli occhi a fior di testa, piuttosto grossi e tondi, ed aveva anche il suo sorriso; ma la fronte l’aveva più alta, come la tua, e gli scendevano sulla nuca i ricciolini, come a te.
Essa dice queste parole sorridendo, e intanto accarezza i ricciolini di suo padre, ultime reliquie d’una capigliatura superba, che formava già la maggior bellezza di Marcantonio.
— Queste cose — prosegue Serafina — io te le ho scritte tutte, ma nel dirtele a voce, qui, dal mio letto di fanciulla, dove si svegliarono tutti i miei affetti, dove ho sognato tanta felicità, nel dirtele così, colla mia mano stretta nella tua, sento una gran dolcezza. Tu, babbo, non t’infastidisci se ripeto cose che sai?
— No, Serafina mia, non m’infastidisco; dimmi tutto, tutto, tutto, come se io nulla sapessi, come se il tuo babbo ritornasse da un cattivo mondo lontano, in cui si dimenticano le persone amate. Dimmi tutto.
Marcantonio rialza il capo e sorride a sua figlia; la quale continua:
— Ti parlerò di lui, sempre di lui, poichè me lo permetti. Se tu fossi penetrato nel suo cuore, se tu avessi visto di quanta bontà egli era ricco, prima d’ora gli avresti perdonato l’offesa che ti fece amandomi. A Barcellona, una sera, dinanzi ad un caffè, un povero diavolo cantava la Calunnia del Barbiere, accompagnandosi con una chitarra. Ridevano tutti, ma erano risa di beffa, perchè la voce del cantore era rauca, e la chitarra scordata; quando il disgraziato, che aveva la fame scritta in tutta la persona, ma più negli occhi, andò in giro per raccogliere l’elemosina, il primo a cui si accostò gli disse una villania, e il secondo gli volse le spalle. Il meschinello allora non osò proseguire il suo giro, mandò intorno uno sguardo smarrito, raccattò il berretto, che aveva deposto a terra, e fece atto di andarsene. Noi eravamo seduti lì presso, ed io aspettava, col mio obolo in mano, che il disgraziato cantore si accostasse. Sai tu che fece Iginio? Con uno sguardo ridente mi disse: Aspettami — poi lasciò il tavolino e raggiunse il mendicante. «Prestami la tua chitarra.» gli disse. — E là, in faccia a tutta la gente del caffè, in mezzo alla folla dei passanti che ingrossava sempre intorno a noi, cantò, come sapeva far lui, l’aria della Calunnia. — Era una cosa bella, babbo mio, una cosa bella, sebbene la chitarra fosse scordata. Gli applausi che scoppiarono in ultimo mi commossero più di quelli che mio marito raccoglieva ogni sera in teatro. Restituì la chitarra al poveraccio, e lo mandò in giro a raccogliere l’obolo.... Ad ogni moneta che veniva buttata nel suo berretto, quell’infelice vi lasciava cadere una lagrima; vi lasciai cadere anch’io la mia moneta e la mia lagrima, e forse più d’una signora, debole come me, fece altrettanto. Ma io feci qualche cosa di più, dissi al mio Iginio: Andiamcene, e ce ne andammo subito, e appena ci fummo dilungati alquanto in un viale, gli diedi un bacio furtivo, come se fossi la sua innamorata.
Serafina tace un momento, poi ripiglia:
— Iginio mio non si smentì mai; dal primo giorno che gli fui al fianco, egli m’ispirò quel coraggio tranquillo e ridente, che è tanto raro anche negli uomini. Quando tornai dal Cairo in Italia, e ci fu fatta fare la quarantena a Napoli, in un brutto casone, come ingannammo noi il tempo lungo? Cantando certe parodie in cui mio marito faceva molte parti ad un tempo; il tenore e la prima donna, ammalati davvero, erano rimasti al Cairo, ma non per questo si sopprimeva il duetto d’amore, anzi era il pezzo più desiderato e più applaudito; faceva mio marito le due parti. Faceva anche il coro, perchè i coristi e le coriste non viaggiavano con noi, ed era impossibile star seri alla mimica del coro maschile ed alle voci calanti del coro di donne. Era lui che improvvisava certe festicciuole da ballo, in cui egli non ballava; lui che ordinava le cenette, tanto per farci stare allegri. A lasciar fare agli altri, si sarebbe morti di noia più presto che del colera; egli accettava i ringraziamenti di tutti ma non era contento se non sentiva da me che ero stata allegra. Mi domandava spesso: «Non ti senti infelice molto?» — E quando io gli assicurava che, al contrario, ero felicissima, egli mi diceva: «Sai bene che ho giurato di farti felice, quando ti pare che io non riesca o che stia per commettere uno sproposito, avvertimi.» Poi il cielo mi volle ridare la consolazione che mi aveva dato e ritolto; mi nacque una bimba, e si chiamò Faustina, come la povera mamma. Eravamo a Piacenza quando mi giunse tutto il corredo che tu destinavi a mia figlia; anche allora, quanto bene mi fecero quelle due parole: A Faustina! Erano di tuo pugno, ed io le riconobbi e le accolsi come un buon augurio. Io ti scrissi allora che Faustina, così benedetta dal nonno, non mi sarebbe stata tolta, ma sarebbe cresciuta bella e buona, immagine della povera morta di cui portava il nome, per dirti un giorno l’amor suo....
Marcantonio ha sollevato la faccia pallida, e cercando di leggere negli occhi di sua figlia, non respira più. Quell’ansia è breve; uno scoppio di pianto la risolve, ma è pianto di tenerezza.
— Quel giorno è giunto — dice titubando la giovine donna. — Faustina ti aspetta! Oggi ha cinque anni, e si è fatta carina. Dicono che mi somigli molto, ma a me pare tutta la mia mamma. Essa ti conosce; ha visto il tuo ritratto e le abbiamo parlato tanto di te! L’altro giorno, prima che tu mi scrivessi quella lettera che mi ha colmato di gioia e di turbamento, ha creduto di vederti dalla finestra e ti ha chiamato forte: «Nonno! nonno!» Io era a letto, e v’era un tale....
Serafina s’interrompe; è rossa in viso ed ha l’ansia anch’essa.
— Un tale?
— Sì, un tale, che quel giorno non aveva nome ancora, ma che oggi ne ha più d’uno.... egli piangeva perchè aveva appetito, e alla povera mamma mancava il latte....
— Dio grande! — balbetta Marcantonio — tuo figlio, non è vero? E la tua malattia era?....
— Sì, era.... — risponde Serafina.
Null’altro. Dopo un breve silenzio, suo padre chiede con voce rauca, senza scostare la faccia dalle mani:
— Un maschio?
— Sì, un bel maschio; compie oggi il quarantesimo giorno....
— Imprudente! — mormora il padre — e si chiama?
— Marco, Antonio, Corrado, Iginio, Maria.
— Marcantonio! E dov’è ora?
— A balia. Ma Faustina è a casa ed aspetta la mamma.
— Andrò io — dice il povero padre; — la bimba mi conosce; tu non ti muovere, ti potrebbe far male. Rimani qui tranquilla, sono le tre, è l’ora della mia lezione al liceo — ma troverò un pretesto per rendere felici i miei scolari.
Dette queste parole, Marcantonio si china a baciare sua figlia e si allontana subito senza voltarsi. Ha la mente turbata e un gran disordine nel cuore. Sente il bisogno d’esser solo. Serafina lo accompagna cogli occhi fin sull’uscio, poi scende dal letto, dove era entrata quasi vestita.
Le splende sul volto una gioia maliziosa.