IX. DEUS EX MACHINA.

Sono le tre, è l’ora della seconda lezione di metafisica al liceo; ma oggi l’ente, preso da pietà per le sue creature, ha permesso che Marcantonio, uscito di casa coll’intenzione di andare ad annunziare dalla cattedra: brevis lectio! non si lasci nemmeno vedere in liceo. Immaginate la festa degli esistenti della seconda classe liceale!

Marcantonio va verso la lontana via Torino; fedele al proprio costume di non lasciar impigrire le gambe, egli cammina a piedi; ha fretta e corre, ma intanto pensa.

Sono entrati nella sua mente alcuni quesiti tenebrosi, a cui ancora non ha cercato di dare risposta. Eccone uno: «Il buffo Curti buon’anima in che condizione ha lasciato la vedova?» Scrivendo al Signor Io, Serafina diceva di non possedere altri capitali al mondo fuor che il cuore e la sua bell’arte; ma presentandosi al babbo era vestita con eleganza e portava grossi diamanti agli orecchi. Suo medico curante nell’ultima malattia era il dottor D..., uno specialista celebre, di quelli che si fanno pregare due volte e pagare quattro. Stando solo a ciò, anche se i diamanti sono da palcoscenico, la vedova Curti è agiata.

Così dev’essere. Non poteva un buffo onesto, dopo aver messo al mondo due figliuoli, andarsene ad patres buttando la famiglia addosso al suocero, che campa malamente di metafisica.

D’altra parte la lettera è esplicita: «Sono povera, altro non posseggo al mondo fuor che il cuore, eccetera»; e questo è detto ad un Signor Io ignoto, che va in cerca di moglie nella quarta pagina del Secolo. Che vergogna! pensa Marcantonio; mia figlia, spirato appena il termine legale della vedovanza, madre di due figli, l’ultimo dei quali ha trent’otto giorni soltanto, disporsi ad accettare il talamo d’un anonimo! Che umiliazione se potesse mai sapere che quell’anonimo era suo padre! Si può star sicuri che Marcantonio ha viscere paterne e non le dirà nulla.

Ma come mettere d’accordo questa fretta di passare a seconde nozze coll’amore ardente serbato al marito defunto? Che il cuore della donna sia bizzarro, Marcantonio lo sa; ma a questo punto! La sola miseria spiega, non giustifica, la cosa. Certamente, Serafina è povera, come ha detto; non i suoi diamanti soltanto sono da palcoscenico, ma anche la veste di seta nera. Già, Marcantonio di vestiti non se ne intende!

Il buffo Curti — quel meraviglioso fiore dei buffi — ha proprio fatto la prodezza o la burletta — chiamatela come volete — di rubare la figlia ad un padre, di generare due figli di sesso diverso, e di morirsene poi per appioppare ogni cosa al suocero tradito.

Non importa! Marcantonio è preparato a tutto. Serafina è ritornata nella casa paterna per non uscirne mai più; la piccola Faustina e il piccolo Marcantonio cresceranno fra le pareti in cui è cresciuta la madre loro, all’ombra della stessa grand’anima, confortati dalle medesime carezze. Marcantonio non è ricco, ma alcuni soldi alla cassa di risparmio ce li ha; s’ingegnerà di farli fruttare; alle due scuole del liceo, ne aggiungerà una terza quando voglia; e così, con un altro po’ di metafisica e con molta economia, bene o male, si camperà la vita in quattro. E i registri dello stato civile non sapranno neppure della doppia corbelleria che una comprimaria (comprimaria! e in che parte, o lumi della ribalta, avete veduto Serafina sul palcoscenico?), che una comprimaria e un professore erano lì lì per commettere.

Quando la mente di Marcantonio si è acquetata in questo pensiero, altri quesiti tenebrosi le si presentano. Eccone uno: «Chi ha mandato a regalare il fardelletto a Faustina? chi ha donato a Serafina l’anello col segreto e la parola Ama in caratteri maiuscoli? La parola Ama contiene, è vero, le iniziali del suo nome, ma come? in questa maniera stramba: Abate Marco Antonio, come si erano ostinati a chiamarlo sua figlia e suo genero. Le vere iniziali di Marcantonio Abate, invece di un consiglio amoroso, dovevano fornire una particella dubitativa, la quintessenza di tutta quanta la umana filosofia. Dunque, chi ha regalato il fardelletto e l’anello? Lui! Chi ha mandato regolarmente gli altri doni in risposta ad ogni lettera? Lui! E queste lettere dove sono andate? Egli ricorda benissimo di averne respinte tre sole; a chi furono recapitate le altre?»

Così almanaccando, Marcantonio è giunto al numero 60 in via Torino.

Egli passa diritto dinanzi alla portinaia, ma costei lo segue e lo trattiene.

— Chi cerca?

Chi cerca Marcantonio? La signora Camilla o la signora Curti?

— La signora Curti.

— Secondo piano, l’uscio in faccia alla scala.

Marcantonio sale, e sull’uscio indicatogli vede una scritta d’ottone, in cui è detto semplicemente Curti. Suona il campanello senza titubare, ma gli sembra d’udire un lieve rumore intorno a sè, si volta e vede un finestrino con una cortina bianca sollevata da una grossa mano. La mano sparisce, la cortina ricade: ecco dei passi che si avvicinano all’uscio.

Strana cosa! il cuore di Marcantonio è aperto, e pure qualcuno vi picchia forte gridando: «Aprimi, Marcantonio.»

***

Si apre l’uscio, e un servitoruzzo alto quattro spanne, con un giubbetto nero alto quattro dita, introduce Marcantonio in un’ampia sala quasi buia. Quivi lo abbandona. Non gli ha chiesto il suo nome, non gli ha dato tempo di dire chi cerca; è scomparso. Se avesse più fiato in corpo, il professore richiamerebbe quel bimbo per fargli intendere.... per fargli intendere che cosa?

Marcantonio guarda la sala in cui si trova; avvezzandosi all’oscurità, gli occhi suoi cominciano a discernere certi mobili di foggie strane, un pianoforte a coda, dei quadri con cornici dorate alle pareti; facendo un passo, inciampa in uno sgabello turco, e chinando lo sguardo a terra, riconosce che ha una pelle di tigre sotto i piedi. Dal mezzo del soffitto scende qualche cosa, una lampada, una magnifica lampada di bronzo antico; in fondo, sopra una colonna, un busto di marmo.

Nessuno viene, ed egli ripensa a quel bimbo che l’ha introdotto, a quella bimba a cui è venuto a far visita e che gli fa battere il cuore. Ora si aprirà un uscio in qualche parte e comparirà un altro fanciullo a dire che la signorina si veste e lo prega d’aspettare. — Si fa un giuoco infantile ben noto, si giuoca ai signori.

Gli occhi di Marcantonio sono già padroni della scarsa luce, e vedono la sala nell’insieme — pare proprio una bella sala, mobiliata con un certo disordine artistico. Gli oggetti più lontani si avvicinano per farsi ammirare; i quadri appesi alle pareti sono ritratti antichi; il busto marmoreo si modella sotto uno sguardo attento; ecco la faccia tonda, ecco il naso, ecco i baffetti, ecco gli occhi del buffo Curti. Ed ecco altri oggetti che prima si nascondevano: una coppa d’argento sul caminetto: una statuetta di bronzo sorretta da una mensola fra le due finestre, un grosso albo di ritratti sopra il tavolino di mezzo, un orologio antico — e che altro?

Una porta si apre, e Marcantonio si volta da quella parte. Non è una bimba!

— Qui non ci si vede — dice una vocetta fessa; — l’hanno lasciato al buio.

La signora che ha parlato così si accosta ad una finestra e la spalanca. Il sole, entrando, fa vedere ad un tratto tutte le sembianze della sala e della signora. La sala è proprio bella — la signora è proprio brutta.

— Io amo la luce — dichiara la signora: — e Marcantonio non può trattenersi dal pensare che essa ha collocato male i suoi affetti.

Non è difficile, anche ad uno spettatore inquieto, accorgersi subito che, non ostante la sincera bruttezza del suo viso, la povera signora ha conservato qualche illusione sulle proprie attrattive, perchè il suo sorriso indiscreto apre con frequenza una porta sgangherata, che si chiude malamente, lasciando scorgere un dente canino giallo e una striscia della gengiva superiore. Ha gli occhi tondi e li fa girare in languido modo, come pallottole, il naso lungo, piantato in mezzo alla faccia come un manico storto ed altrimenti deteriorato dall’uso. Badando a queste cose come in sogno, Marcantonio scorge due vezzi di moda che lo affliggono più della stessa bruttezza: la signora ha una carnagione magnificamente bianca e rosea, e due sopraciglia tracciate e dipinte con maestria. Per non mormorare contro l’ente, per non dire che l’eterno padre, nel fare creature femminine a sua immagine e somiglianza, da poco in qua viola spesso e volontieri le regole più elementari del disegno di figura, facendo inopportuno sfoggio di colorito, Marcantonio vorrebbe accertare se quelle sopraciglia non sono fatte col sughero bruciato, e se quella pelle non è tinta colla biacca e col carminio.

— Che cosa desidera il signore? — domanda l’incognita, accennando una seggiola e lanciando un’occhiata assassina.

Il signore desidererebbe bagnare la punta d’un dito qualunque colla saliva o con qualsiasi altro liquido incoloro ed inodoro, e fregare poi pian piano una delle guance e una delle sopraciglia della signora — non le farebbe alcun male; — ma non potendo esprimere questo desiderio, dice senza pensarvi:

— Vorrei vedere Faustina....

Si cancella il sorriso dalla faccia della signora, la bocca sua si chiude quanto è possibile nel domandare:

— Che cosa ci entra Faustina? Il signore non è dunque?...

Marcantonio capisce d’esser preso per un altro e si affretta a presentarsi:

— Sono Marcantonio Abate, professore di filosofia, padre della signora Serafina, nonno di Faustina, e vorrei vedere la bimba.

Egli ha messo tutta la dolcezza possibile nel dire queste parole innocenti, che pure sembrano turbare la signora, la quale, solo dopo un sospiro prolungato e misterioso, acconsente a sorridere un’altra volta.

— Andrò a vedere — dice.

Dice, e s’allontana con un’andatura sbilenca, mentre Marcantonio, a cui rimane una gran confusione d’idee nel cervello, fissa gli occhi sulla porta, d’onde immagina che dovrà entrare la sua bambina.

Intanto un uscio si apre alle sue spalle ed egli non se ne avvede.

— Quello? — domanda una vocetta.

— Sì, quello, corri; abbraccialo.

Marcantonio si volta; due manine gli stringono le gambe, ed egli non ci bada neppure.

Colle spalle addossate ad uno stipite, colle braccia penzoloni, un uomo lo guarda e gli sorride. — Ha la faccia liscia e tonda del buffo Curti, i baffetti, gli occhi, il naso del buffo Curti — e non è uno spettro. È il buffo Curti in persona!

— Nonno! — dice una vocetta ai piedi di Marcantonio.

Egli non risponde, non abbassa neppure lo sguardo verso la creaturina che lo chiama per la prima volta con quel dolcissimo nome; altre voci, irose voci, gli gridano sordamente: «Tu sei schernito, e il tuo schernitore ride, compiacendosi dell’opera sua.» Come, e perchè? Ancora non lo intende.

— Nonno! — ripete la vocina della bimba — non guardar lui, guarda me!

Egli guarda lui, e non ascolta se non la voce che grida: «Tu sei schernito!»

Come e perchè schernito? Ora vede chiaro.

Anna Maria ha tradito il segreto del Signor Io, il buffo Curti ha pensato alla gherminella, e a Serafina non si è disseccata la mano destra nel pigliare la penna per beffarsi di suo padre. Così larga è la voragine che gli si è aperta ai piedi nel momento medesimo in cui credeva di ritrovare un’altra figlia e una nuova giovinezza del cuore, che Marcantonio non sa se non balbettare:

— È un tradimento!

— Nonno — ripete la piccola Faustina — pigliami in braccio.

— Ma pigliatela dunque in braccio — gli suggerisce il buffo con una ingenuità mostruosa; — è Faustina, la nostra ragazza, tua nipote.

— È un tranello, un brutto tranello! — mormora Marcantonio guardando sempre più addentro nel nero complotto, e sentendosi morire di rossore all’idea che sua figlia ha conosciuto i suoi disegni matrimoniali, e se n’è beffata.

— Ma pigliala dunque in braccio — ripete il buffo Curti facendo un passo incontro al suocero.

— Non si accosti a me — gli dice allora Marcantonio con voce sorda; — la sua condotta è odiosa, ed io....

Non può finire la frase perchè riappare nella sala la brutta immagine di poc’anzi, e Marcantonio vuole evitare lo scandalo.

— Ho cercato la bimba da per tutto; dov’è? Ah! sei lì, gioia mia?

Il buffo Curti, niente affatto sbigottito dalla cattiva accoglienza che gli vien fatta in casa sua, si fa innanzi con gran disinvoltura, e accennando al professore la signora dal dente giallo e dalla carnagione di latte, gli dice tranquillamente:

— La signora Camilla, artista di canto, nostra buona amica, che ha la bontà di occuparsi dell’educazione di mia figlia, invece di accettare le scritture che non le mancherebbero.

La signora Camilla s’inchina, e (certo senza intenzione maligna), sorride ed avventa uno sguardo di sotto in su al professore, il quale, inchinandosi alla sua volta e ritrovando all’altezza del suo ginocchio un visino petulantello, non si rialza più.

Ah! quanto è bello, e quanto caro, il visino petulantello di Faustina! E pure, la prima carezza che riceve dalla mano tremante del nonno tanto aspettato è una carezza sbadata.

Marcantonio va chiedendo a sè stesso se e come l’esistenza reale d’una signora Camilla, artista di canto, in via Torino al numero 60, assolva suo genero, o sua figlia, o tutti e due.

— Signora Camilla — dice intanto il padrone di casa — la ringrazio tanto.

Queste parole significano che la signora Camilla se ne può andare; infatti essa ripete l’inchino e l’occhiata omicida, e facendo un tentativo inutile per nascondere il dente ribelle, se ne va più sbilenca che mai.

Rimasti soli, il buffo Curti avvicina una seggiola al professore, e gli dice, senza cessare di sorridere:

— Siedi; tu hai molte domande da farmi, ed io sono pronto a rispondere; la piccina non ci disturberà.

— Signor Curti — risponde Marcantonio con una severità inutile — la prego di non darmi del tu, finchè io non glielo permetta.

— È troppo giusto — dice il buffo senza ombra di canzonatura. — Signor professore, si accomodi; se la bambina le dà noia, la deponga pure a terra, oppure la manderemo di là.

— Voglio stare col nonno — dichiara Faustina appiccicandoglisi alle gambe.

Marcantonio sta un po’ a riflettere a quella singolare posizione, e sembra tentennare un poco prima di indursi ad accettare la seggiola. Ma un’idea piena di baldanza, e forse non priva di generosità, gli viene incontro, e il buffo Curti la vede venire. Marcantonio siede con faccia severa, poi si piglia sulle ginocchia la bimba, la bacia, l’accarezza, le sorride; in ultimo volge al genero perverso la faccia ridiventata severa. Iginio Curti siede anch’egli, si frega le mani ed incomincia:

— Potrei risparmiare a me stesso e alla mia famiglia una collera giusta, lasciando durare gli equivoci il più possibile e facendo intendere più tardi che il solo colpevole è il caso; ma non voglio avere l’impunità coll’inganno. Diciamo così: sua figlia, signor professore, non sa nulla di nulla; il colpevole è uno solo, e non è il caso.

— È lei? — domanda Marcantonio cercando invano di star serio, mentre la piccola Faustina lo guarda e gli dice:

— Nonno, bada a me; perchè l’altro giorno, quando ti ho chiamato dalla finestra, non ti sei fermato?

— Sono io — dice il buffo Curti, mentre il nonno fa tacere la bimba con un bacio — io solo. Ieri Serafina, ricevendo la lettera del babbo, non ci capiva gran cosa; io stesso penai tutta la notte ad intendere che mio suocero mi faceva l’onore di credermi morto e sepolto. Quest’idea, per esempio, non mi era venuta, lo dichiaro subito.

— Nonno — dice la piccola chiacchierina — mi hanno detto che tu sei il babbo della mia mamma; è vero?

— È vero — risponde Marcantonio con un filo di voce, gettando un’occhiata piena di rimprovero a suo genero.

Quell’occhiata significa: «È colpa tua, uomo scellerato, se io non copro di baci questa boccuzza che pare un bocciolo di rosa: è colpa tua se io non le dico tutto quello che vorrei dirle.»

Ma il buffo Curti interpreta male quell’occhiata, e vi risponde con un gesto modestissimo, che significa: «Si è fatto quel che si è potuto, ed è riuscita benino, non lo posso negare!»

— Il babbo mi vuol tanto bene — dice la bimba — e tu, non vuoi bene alla mamma? Perchè non sei mai venuto? È tanto tempo che ti aspetto.

Un silenzio doloroso accoglie queste parole crudeli; ma la piccina è furba, comprende di aver fatto male e s’ingegna di rimediarvi.

— Lo so, lo so perchè non sei venuto, lo so che alla mamma le volevi bene; le hai mandato le chicche, le hai mandato la bambola, le hai mandato....

Iginio Curti si affretta a proseguire:

— Avevo giurato a me stesso di far felice la sua ragazza, ed ho creduto tante volte d’esservi riuscito, ma una cosa le mancava sempre: il cuore di suo padre. Quella povera creatura, come lei sa, ha sempre voluto tanto bene al babbo. A me toccò mentire più d’una volta, per darle una consolazione.

— So tutto....

— Serafina le ha detto?... Spero che lei non l’avrà tolta da quell’inganno; ciò che le ha fatto bene finora, può continuare a fargliene in avvenire; non è questa la sua opinione?

Marcantonio fa cenno di sì, che la sua opinione è questa; ma col pretesto della bimba, la quale gli ha piantato le due mani sul viso e vuole che egli finga di mordere, non risponde altro.

— Sì, ho dovuto mentire tante volte. Le prime lettere che essa le mandò, e che tornarono indietro intatte, colla sola soprascritta mutata, di suo pugno, fortunatamente vennero consegnate a me, ed io le conservo. Eccole.

Iginio Curti cava dal taccuino tre lettere e le presenta senza alcuna affettazione a suo suocero, il quale, questa volta, non le rifiuta.

— In seguito — continua il buffo fregandosi le mani — sempre che Serafina scrisse a suo padre, io intercettai le lettere. Capirà, non volevo che, tornandomi a casa dopo un viaggio inutile, andassero nelle mani di mia moglie prima che nelle mie. Ho conservato anche quelle, ma non le ho indosso, perchè sono parecchie. Faustina, il nonno ora ce l’hai; digli che non se ne vada più, che rimanga con te, così avrai tempo di giocare con lui. Ma non cacciargli i pugni in bocca; le buone bimbe non fanno così.

Faustina si volta tutta stupita a guardare suo padre, che le vieta una cosa tanto semplice, ma comprende che bisogna obbedire.

— Quando fu necessario che Serafina ricevesse un conforto da suo padre, io lo feci arrivare anche in paesi lontani.

— Lo so — balbetta Marcantonio.

— Ma tutto era vano. Lei sa com’è Serafina; si era messa in capo che non poteva essere felice senza le carezze del babbo, ed io capiva benissimo che queste non gliele poteva dare stando all’estero. Perciò stavo all’estero.

Marcantonio rialza un tantino la testa, ma comprende subito. È il segnale dell’ultima battaglia nel cuore del nonno, felice a suo dispetto; dopo un breve silenzio, di cui Faustina approfitta per cavare l’orologio dal taschino del nonno ed accostarselo all’orecchio, Marcantonio, cercando di nascondere una lagrima fra i capelli della bimba, porge la mano a suo genero senza dir parola. Iginio Curti la stringe in silenzio e prosegue:

— Un giorno finalmente dico a me stesso che bisogna tentare il gran colpo; era morto mio padre, lasciandomi erede d’una discreta sostanza — mi rimaneva poca voce e poca voglia di cantare; dissi a mia moglie: «andremo a Milano; darò lezioni di canto. Nostro figlio (io era certo che doveva essere un maschio) sarà milanese e si chiamerà Marcantonio, ma promettimi che non farai nessun tentativo di avvicinarti a tuo padre se non te lo dirò io stesso, o se egli non te ne darà licenza.» Serafina promise, ed eccoci a Milano. Fin dal primo giorno, io ebbi il piacere di vederti uscire di casa e d’informarmi delle tue abitudini. Il giorno dopo Anna Maria veniva a salutare la sua antica padroncina.

— Anna Maria?

— Sì, Anna Maria è stata un istrumento innocente; essa non sa quasi nulla, cioè sa questo solo, che il suo padrone e la sua padroncina sono lì lì per far la pace, e che intanto bisogna stare molto zitti per non guastare la faccenda. Pochi giorni sono, quando era?... giovedì mi pare, sì, giovedì appunto — giovedì dunque, Anna Maria viene da me e mi dice che tu l’hai mandata all’ufficio del Secolo, che ha consegnato uno scritto da inserire in quarta pagina due volte la settimana, il giovedì e la domenica, per tre settimane consecutive, che ha pagato lire 22 e centesimi. — Sai che cosa contiene quello scritto? — No, Anna Maria non lo sapeva, però aveva notato che l’impiegato del Secolo si era messo a ridere sotto i baffi leggendolo, e che a quella vista un altro impiegato si era avvicinato a leggere ed aveva riso anche lui, ma sempre con discrezione. Divento curioso, curiosissimo, ma non voglio guastare le buone qualità di Anna Maria, che è una fantesca preziosa, e non dico altro.

— Nonno — dice Faustina mettendo la sua vocetta nel primo intervallo del silenzio — me la comperi davvero la bambola che mi hai promesso?

— Sì, bimba mia, sì.

— Una bambola grossa come quell’altra....

— Sì, come quell’altra....

Faustina, entrata in questo argomento piacevole, avrebbe molte cose a dire, ma non le danno retta, e si deve contentare della carezza muta del nonno e del tic-tac monotono dell’orologio.

— Si trattava d’indovinare il tuo annunzio perduto nella quarta pagina del Secolo. Non era difficile; sapevo che l’annunzio era breve, perchè ti costava poco, sapevo in quali giorni doveva essere inserito. Cominciai dal pigliar nota degli annunzi che si facevano il venerdì e il sabato — confrontando poi il numero della domenica, non vi trovai che quattro avvisi nuovi; uno offriva un modo sicuro di vincere al lotto, un altro una villa in Brianza, con 20 pertiche di terreno per sole 60,000 lire, il terzo chiamava la gente ad una liquidazione di bottiglie di Francia, il quarto era il tuo....

Un breve silenzio.

— Quell’altra — dice la bimba — ha perduto un braccio e non parla più, ma io le voglio bene lo stesso.

— Ho bisogno di tutta la tua indulgenza — prosegue Iginio Curti abbassando la voce. — La mia prima idea fu di costringerti a leggere ad una ad una tutte le lettere di tua figlia, mandandole al nuovo recapito, al Signor Io.... ma mi parve troppa audacia — non potevo prevenire le conseguenze della tua collera. Bisognava fare altrimenti, metterti innanzi tua figlia in un modo misterioso, destare non la tua collera, ma la tua curiosità, e forse il tuo cuore. Ricorsi alla signora Camilla. L’hai veduta la signora Camilla; non è bella, ma essa si vanta in credito di un secondo marito, lo va cercando da un pezzo, e non dispera di trovarlo. Le feci vedere l’articolo, e le misi in capo di tentare. La signora Camilla mi pregò di scrivere io stesso, perchè essa è russa ed inciampa ancora nella nostra ortografia, nella nostra grammatica e nella nostra sintassi; io pregai Serafina. Avevo una gran fiducia nel mio piccolo intrigo; mi pareva che, riconoscendo i caratteri di tua figlia, subito si dovesse sciogliere il ghiaccio del tuo cuore, ma non immaginavo certamente che, non ostante il nome di Camilla, con cui era firmata la lettera, tu ti mettessi in capo che il buffo Curti avesse tirato le calze e che tua figlia fosse vedova davvero. Anche ieri, quando giunse la tua lettera, stentai a comprenderla. Stamane ho detto a Serafina: «Tuo padre ti chiama, va, parlagli del nostro passato, dei nostri figli; di me non gli parlare se non te ne domanda; tieni in mente che, per non so quale concorso singolare di circostanze, egli mi crede morto. Se ti sembra conveniente toglierlo dall’inganno subito, fallo; se no, taci, avremo tempo — ottieni il suo perdono e ritorna.» Così ha fatto.

— Serafina?... — balbetta il povero padre, a cui si sono stenebrati gli occhi della mente e del cuore...

— È andata e tornata....

— Tornata....

— Forse — corregge il buffo Curti. — Vuole che vada a vedere se è tornata?

Marcantonio comprende il senso di quella domanda e lotta ancora un istante dentro di sè per rompere gli ultimi lacci del puntiglio e del falso amor proprio.

— Tutto è pronto — dice Iginio Curti lentamente — e gli trema per la prima volta la voce — tutto è pronto per andarcene.... Se lei vuole, domani stesso partiremo.

— Serafina non sa proprio nulla? — domanda Marcantonio a capo chino.

— Nulla....

— La signora Camilla?....

— Aspetta il Signor Io, che non verrà.

Il professore alza il capo; un sorriso illumina la faccia di suo genero, ma è un sorriso melanconico, che non lo deve offendere.

— Vuole che vada a vedere se è tornata? — ripete Iginio Curti.

— Dammi ancora del tu — mormora il professore senza guardarlo e chinandosi a baciucchiare la bimba, che ora è occupatissima ad aprire e chiudere un ciondolo a medaglione.

— Allora vado....

Iginio Curti rimane ancora un momento ad aspettare un’ultima risposta che non viene; poi si muove e sparisce in punta di piedi.

Marcantonio si guarda intorno — è solo, nessuno lo vede.

— Faustina mia, senti, lascia stare quel ciondolo e guardami in faccia.

La bambina lo guarda in faccia, ma senza abbandonare il ciondolo.

— Chi son io?

— Oh! bella! non lo sai chi sei? sei il nonno!

— Ne sei proprio sicura che io sia il nonno?

Faustina fa una smorfietta di sussiego, e fa per scendere dalle ginocchia di Marcantonio, ma è trattenuta.

— Aspetta — dice allora — lasciami andare — e il nonno la lascia.

Essa va a prendere sul tavolino di mezzo un grosso albo di ritratti, e ritorna carica di quel peso, che la fa barcollare.

— Guarda — dice aprendo l’albo sulle ginocchia del nonno, questo qua lo riconosci? È il babbo. Va vestito così soltanto in teatro, nel Don Pasquale; aspetta, te ne farò vedere un altro più bello.... guarda questo prete.... È Don Basilio, ma è il babbo.... Questa è la mammina, e questo sei tu.... Di’ un po’ se non è vero? Aspetta.... voglio farti vedere....

— Faustina — le dice Marcantonio accarezzandole il visino intelligente — Faustina, dimmi la verità, gli vuoi proprio bene al nonno?

— Altro! — risponde la bimba fissa nella sua idea; ma aspetta; ti voglio far vedere....

— Gli vuoi proprio bene tanto?

— Sì, tanto.

— Quanto gliene vuoi?

— Un mondo.

A Marcantonio non basta, e allora Faustina corregge così:

— Tanti mondi, e tante case, e tante stelle, e poi ancora tanti mondi, e tante case, e tante stelle — finchè al nonno indiscreto pare finalmente che basti.

— E come hai fatto a voler bene al nonno che non conoscevi, che era lontano lontano?

— Io non so come ho fatto! mi hanno detto che bisognava voler bene al nonno, ed io te ne ho sempre voluto.

— Chi ti diceva questo?

— La mamma e il babbo. Ogni sera prima d’andare a letto, la mamma mi fa dire al Signore: «date la vostra benedizione al babbo, alla mamma ed al nonno.» Te l’ha poi data il Signore la benedizione?

— Sì, cara, me l’ha data!

— Ah! — esclama Faustina seria seria, cercando ancora di voltare le pagine dell’albo.

— Dunque, al nonno gli hai voluto bene per obbedire al babbo ed alla mamma? — domanda Marcantonio; — per questo solo?

— No, anche perchè mi mandava le belle bambole e le chicche; ma lasciami fare, voglio farti vedere i miei fratelli; non lo sai che ho due fratelli?

— Due fratelli?... — balbetta il nonno.

— Sì, due; ma uno è morto, poverino! — dice Faustina senza ombra di mestizia. — Eccolo, guarda; si chiamava Marcantonio, come te.... non è vero che era bello?

Se era bello! Se era bello!

— Non è vero che non doveva morire? Ma è andato in paradiso!

Ah! i bambini non dovrebbero andare in paradiso!

— Questo qui, ripiglia Faustina, non si accorgendo che il nonno ha gli occhi pieni di lacrime — questo qui è l’altro; è piccolo, piccolo, piccolo; si chiama Marcantonio anche lui. Ma se vedessi com’è piccolo!... È piccolo così.... ma è forte, il babbo dice che è molto forte; bisogna sentire a mettergli un dito in una mano come lo stringe!...

Marcantonio fissa gli occhi oscurati da un irresistibile bisogno di pianto su quelle due immagini non mai vedute e già tanto care, accarezza colla mano tremante la testina della bimba, e non dice nulla. Poi, una lagrima cade sul libro aperto, e un ditino roseo la cancella.

— Che è stato? — domanda Faustina.

Il nonno ha chiuso gli occhi e piange — la mamma e il babbo abbracciati nel vano dell’uscio, le fanno cenno di star zitta.

Essa tace; solo quando una lacrima cade sull’albo, la cancella con un ditino.

Poi il nonno, che ha udito ogni cosa, chiama senza muoversi, senza neppure aprir gli occhi:

— Serafina! Iginio!

E la bimba ripete inutilmente:

— Che è stato?